Anche lui se ne è accorto

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confessioni

Un pomeriggio successivo ero in casa con mio figlio e stavamo sistemando il soggiorno senza una vera organizzazione. Le cose erano iniziate così, in modo casuale, come succede spesso: un libro fuori posto, una mensola da liberare, una coperta lasciata sul divano da giorni. Lui si era messo a spostare i libri tra gli scaffali, uno dopo l’altro, fermandosi ogni tanto come se dovesse decidere meglio la posizione, anche se alla fine li rimetteva quasi sempre due volte nello stesso punto.
Io invece ero seduta sul divano con quella coperta sulle ginocchia. La piegavo lentamente, la riaprivo, la ripiegavo ancora, senza una vera necessità. Era più un modo per tenere le mani occupate mentre la testa vagava altrove. La stanza aveva quel rumore leggero delle cose che si spostano: carta, legno, passi, piccoli oggetti che cambiano posto senza fare troppo rumore. Ogni tanto si sentiva anche il suono secco dei libri appoggiati male e poi corretti subito dopo.
Ogni tanto ci parlavamo. Frasi brevi, pratiche, “questo lo teniamo?”, “dove lo metto?”, “qui va meglio?”. Poi di nuovo silenzio. Non era un silenzio pesante, era semplicemente il ritmo della casa in quel momento. Anche i movimenti sembravano andare allo stesso ritmo: lui più in piedi, in giro tra gli scaffali, io più ferma, seduta, con gesti piccoli e ripetuti.
Io però non ero del tutto lì. Mi tornava in mente, a intervalli, quello che mi aveva detto qualche sera prima mentre mangiavo il pandoro. Non era stato niente di particolare, ed è proprio per questo che mi era rimasto addosso. Non le cose importanti, ma quelle dette senza pensarci troppo restano più a lungo. Mi accorgevo che ogni tanto mi fermavo con le mani sulla coperta senza motivo, poi riprendevo a piegarla come se nulla fosse.
A un certo punto lui si era spostato verso una mensola più in alto, e io ero rimasta per qualche secondo a guardarlo mentre sistemava. Sembrava concentrato, ma allo stesso tempo automatico, come se stesse facendo qualcosa che conosceva già. La casa era in uno stato intermedio: non disordinata come prima, ma nemmeno ordinata davvero.
Mentre continuavo a piegare la coperta mi sono resa conto che non la stavo sistemando davvero. Ripetevo sempre gli stessi movimenti. Alla fine l’ho lasciata un attimo sulle ginocchia senza farci caso, mentre lui era girato verso lo scaffale.
Non so nemmeno perché, ma a un certo punto gli ho chiesto cosa vedeva cambiato in me rispetto a qualche anno fa. L’ho detto senza cambiare tono, come se fosse una continuazione naturale della giornata, quasi dentro una frase più grande che non era iniziata in quel momento.
Lui si è fermato subito. Aveva un libro in mano e per qualche secondo non ha risposto. Ha fatto quella piccola pausa di chi sta cercando di capire se la domanda è seria o no, o se deve semplicemente rispondere in modo leggero. Poi ha appoggiato il libro sul ripiano e si è girato verso di me.
Ha iniziato dai capelli. Ha detto che il colore scuro e la frangetta cambiano molto il viso rispetto a prima, che ormai mi vede così da tanto tempo che quasi non si ricorda com’ero. Mentre parlava continuava a muoversi tra i libri, senza stare fermo, come se parlare e sistemare fossero la stessa cosa. Ogni tanto prendeva un volume, lo guardava appena e lo rimetteva a posto.
Io ascoltavo senza interromperlo, continuando a tenere la coperta sulle ginocchia. Ogni tanto la spostavo di poco, senza accorgermene, come se quel gesto fosse diventato una specie di abitudine del momento.
Ha aggiunto che anche il modo in cui mi vesto è diverso, più curato, e che mi muovo con più sicurezza. Non lo diceva in modo particolare, era una constatazione. Non sembrava voler fare un complimento né una critica, solo mettere insieme quello che notava.
Io non ho detto quasi nulla, perché in effetti su quello non avevo molto da obiettare. Era una descrizione semplice, e proprio per questo difficile da correggere o interpretare in modo diverso.
Poi la conversazione è rimasta sospesa per qualche secondo mentre lui passava da uno scaffale all’altro e io rimanevo lì con la coperta ancora sulle gambe. In quei secondi si sentivano solo piccoli rumori: libri spostati, il legno della mensola, qualche passo breve.
Dopo un po’ gli ho chiesto se notava anche cambiamenti fisici. L’ho detto senza cambiare tono, come se fosse una continuazione naturale della domanda precedente, anche se dentro di me era una curiosità che non avevo ancora formulato chiaramente fino a quel momento.
Lui questa volta si è fermato di più. Non sembrava a disagio, ma si vedeva che stava scegliendo le parole. Ha abbassato lo sguardo un attimo, poi ha guardato verso di me.
I capelli,mi rispose,che erano diventati nerissimi e quasi non si ricordava piu come fossi con i capelli piu chiari.
Dopo qualche minuti glielo richiesi senza insistenza.
Alla fine rispose in modo semplice,sotto voce ma senza giri: secondo lui la differenza più evidente era il sedere.
Glielo richiesi come mio solito facendo finta di non aver capito.
Non ha aggiunto altro, non ha riso, non ha fatto commenti. L’ha detto come si dice una cosa che si è notata e basta.
Io sono rimasta ferma un secondo. Più per la naturalezza con cui era stato detto che per la risposta in sé. Non era una frase costruita, né provocatoria. Era detta come un dato.
Poi mi è venuto da sorridere, senza pensarci troppo.
Lui nel frattempo aveva già ripreso a sistemare i libri, come se per lui la cosa fosse chiusa lì. Io invece sono rimasta ancora seduta un momento, con la coperta sulle ginocchia, senza riprenderla davvero a piegare.
Mi ha detto anche, mentre continuava a mettere a posto, che da davanti non si nota quasi niente. Che il viso è lo stesso, le spalle anche, e che se mi incontra per strada non pensa che sia cambiata in modo evidente.
Poi ha aggiunto che è quando mi giro o quando mi vede di lato che si nota di più. Non come qualcosa di strano, ma semplicemente come un cambiamento avvenuto nel tempo, che si è distribuito in modo diverso rispetto a prima.
Questa cosa mi è rimasta in testa perché era esattamente la stessa sensazione che avevo anch’io. Non un cambiamento improvviso, ma qualcosa che si accumula senza che te ne accorgi giorno per giorno.
Nel frattempo lui aveva finito con i libri e stava sistemando meglio lo scaffale, anche se non era necessario. Controllava gli spazi, spostava leggermente alcuni volumi, poi li rimetteva quasi nella stessa posizione.
Io ho lasciato la coperta sul divano e mi sono alzata anch’io per dare una mano. Ho iniziato a sistemare piccole cose nella stanza, senza un ordine preciso: un cuscino, un oggetto sul tavolo, qualcosa spostato e poi rimesso dov’era prima.
Per qualche minuto abbiamo lavorato senza parlare. Solo piccoli rumori, movimenti, passi. Ogni tanto ci passavamo accanto senza dire nulla, come se la conversazione fosse già finita ma la presenza comune continuasse.
A un certo punto, mentre passavo vicino al divano, gli ho detto che ormai ogni tanto ci scherzo sopra anch’io e che mi viene da chiamarle le mie “naticone”.
L’ho detto senza fermarmi, come una frase aggiunta quasi per caso.
Lui ha sorriso appena, senza aggiungere niente, continuando a sistemare.
E siamo tornati a sistemare come prima.
La stanza piano piano è tornata in ordine, non perfetta ma normale, come era prima che iniziassimo. Le cose erano al loro posto, o abbastanza vicine al loro posto da sembrare giuste.
Io però continuavo a pensarci mentre facevo altro, senza fissarmi davvero su una cosa sola. Più che la risposta, mi era rimasto il fatto di aver fatto quella domanda senza pensarci troppo.
E quella era la cosa che mi sembrava più strana.
scritto il
2026-07-03
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