La sfida 3. La distanza
di
Nerea
genere
etero
La sfida 3. La distanza
Capitolo 3 — La distanza
Ci sono silenzi che pesano più delle parole.
Giulia lo capì il lunedì mattina, quando Lorenzo partì.
Non glielo aveva detto lui.
L’aveva saputo da suo fratello.
«È via una settimana. Una fiera a Milano.»
Lei aveva continuato a sparecchiare la tavola.
«Ah.»
Solo quello.
Come se non le importasse.
Come se una settimana fosse soltanto una settimana.
Lo salutò con un messaggio mezz’ora dopo.
Buon viaggio.
Lorenzo rispose quasi subito.
Grazie.
Fine.
Giulia rimase a guardare quella parola.
Era buffo.
Un tempo avrebbe sorriso.
Adesso sembrava una porta chiusa.
⸻
La prima sera resistette fino alle dieci.
Poi cedette.
Com’è andata?
Questa volta la risposta arrivò molto più tardi.
Bene. Giornata lunga.
Lei lesse quel messaggio almeno cinque volte.
Cercando qualcosa.
Una domanda.
Un’apertura.
Un “e tu?”.
Niente.
Scrisse una risposta.
La cancellò.
Ne scrisse un’altra.
La cancellò di nuovo.
Alla fine inviò soltanto:
Immaginavo.
Lui mise un cuore.
Nessun’altra parola.
⸻
Il secondo giorno fu peggio.
Scoprì per caso una fotografia pubblicata sul profilo dell’azienda.
Una tavolata.
Computer aperti.
Bicchieri di vino.
Lorenzo era seduto al centro.
Rideva.
Accanto a lui c’era una donna.
Bella.
Non di quella bellezza che colpisce perché perfetta.
Di quella che mette a proprio agio.
Capelli raccolti male.
Occhi chiari.
Una camicia azzurra troppo grande.
Sorrideva guardando lui.
Giulia chiuse il telefono.
Lo riaprì.
Lo richiuse.
Si diede della stupida almeno tre volte.
Non erano una coppia.
Lorenzo non le aveva promesso niente.
Non le doveva spiegazioni.
Eppure quella fotografia le rimase addosso per tutto il giorno.
La sera gli scrisse.
La cena sembrava piacevole.
Passarono quasi due ore.
Era una cena di lavoro.
Ancora una volta.
Punto.
Fine.
Come se ogni conversazione dovesse durare il meno possibile.
⸻
Il terzo giorno non gli scrisse.
Il quarto nemmeno.
Il quinto iniziò un messaggio.
Mi manchi.
Lo cancellò.
Lo guardò sparire dallo schermo.
«Brava.»
Si disse.
«Finalmente stai imparando.»
Ma era una bugia.
Non stava imparando niente.
Stava soltanto soffrendo in silenzio.
⸻
Quando Lorenzo tornò, era sabato.
Giulia lo seppe da suo fratello.
«L’ho sentito prima. È distrutto.»
Lei annuì.
«Ci credo.»
«Pare che non abbia dormito quasi niente.»
«Capita.»
«Stasera forse lo vediamo.»
«Forse.»
Suo fratello la osservò per un secondo.
«Tutto bene?»
Giulia sorrise.
Quel sorriso che usava quando non voleva essere capita.
«Benissimo.»
⸻
Il bar era quello di sempre.
Piccolo.
Due tavolini fuori.
Il bancone di marmo.
Il proprietario che salutava tutti per nome.
Entrò senza pensarci.
Poi lo vide.
Lorenzo era seduto vicino alla finestra.
Aveva ancora addosso la camicia del lavoro.
Le maniche arrotolate fino agli avambracci.
Davanti a lui c’era una donna.
La stessa della fotografia.
Ridevano.
Lei stava raccontando qualcosa con le mani.
Lorenzo la ascoltava.
Sul serio.
Con quell’attenzione tranquilla che sembrava riservare a pochissime persone.
Giulia sentì lo stomaco stringersi.
Non era gelosia.
O almeno non soltanto.
Era la sensazione di essere arrivata troppo tardi.
«Il solito?»
chiese il barista.
Lei annuì.
Mentre aspettava il cappuccino, cercò di non guardarli.
Naturalmente fallì.
Fu Lorenzo ad accorgersi di lei.
Alzò gli occhi.
La vide.
Per un istante smise completamente di ascoltare.
La collega continuò a parlare.
«…e quindi gli ho detto che era impossibile consegnare entro venerdì.»
Silenzio.
«Lorenzo?»
Lui sbatté le palpebre.
«Scusami.»
La donna rise.
«Dove sei finito?»
«Da nessuna parte.»
Ma non era vero.
Perché il suo sguardo era tornato ancora una volta verso il bancone.
Verso Giulia.
Lei pagò.
Prese il cappuccino quasi intatto.
E uscì.
⸻
Il telefono iniziò a vibrare quando aveva appena imboccato la strada verso il parcheggio.
Lorenzo.
Lo lasciò squillare.
Una volta.
Due.
Tre.
Alla quarta rispose.
«Pronto.»
«Sei andata via.»
«Sì.»
«Perché?»
«Avevo finito.»
«No.»
Silenzio.
«Non avevi ancora finito.»
Lei sorrise appena.
«Mi controlli anche il cappuccino?»
Dall’altra parte sentì un sospiro.
«Ti ho vista.»
«Complimenti.»
«Non fare così.»
«Così come?»
«Come se stessi cercando di convincermi che va tutto bene.»
Giulia si fermò accanto alla macchina.
Guardò il riflesso del cielo sul parabrezza.
«E invece?»
«Invece non va.»
Lei abbassò gli occhi.
«Da quando te ne accorgi?»
«Da sempre.»
Quelle due parole le fecero male.
Più del previsto.
«Allora perché questa settimana sei sparito?»
Lorenzo non rispose subito.
Quando parlò, la sua voce era più bassa.
«Perché ci ho provato.»
«A fare cosa?»
«A convincermi che il lago fosse stato un errore.»
Lei chiuse gli occhi.
«E ci sei riuscito?»
Un silenzio.
Lungo.
Così lungo da sembrare già una risposta.
«No.»
Lo disse piano.
Quasi controvoglia.
«Però credo che dovremmo lasciarlo dov’è.»
«Perché?»
«Perché io non sono quello che pensi.»
«Continui a ripeterlo.»
«Perché è vero.»
«No.»
«Sì.»
Lei sorrise senza allegria.
«Sai qual è il problema, Lorenzo?»
«Dimmelo.»
«Che hai un bisogno disperato di decidere al posto degli altri.»
Lui rimase zitto.
«Continui a spiegarmi cosa sarebbe meglio per me.»
«Perché…»
«No.»
Lo interruppe.
Per la prima volta.
«Lascia perdere le frasi giuste.»
Silenzio.
«Dimmi la verità.»
Lorenzo inspirò lentamente.
«La verità è che mi sei mancata.»
Giulia smise di respirare.
«E allora?»
«Ed è esattamente questo il problema.»
Lei scoppiò a ridere.
Una risata piccola.
Stanca.
«Sei incredibile.»
«Lo so.»
«Mi dici che ti sono mancata e subito dopo vuoi lasciar perdere.»
«Perché sono le stesse identiche ragioni.»
«Io non ci capisco più niente.»
«Io sì.»
La sua voce tornò calma.
Troppo calma.
«Ed è per questo che dobbiamo fermarci.»
«Perché hai paura.»
«Sì.»
La risposta arrivò immediata.
Nessuna difesa.
Nessuna bugia.
Solo quella parola.
«Sì.»
Giulia rimase immobile.
Non se l’aspettava.
«Ma non ho paura di te.»
continuò lui.
«Ho paura di quello che diventerei se smettessi di ragionare.»
Lei sentì un nodo salirle in gola.
«Io non ti sto chiedendo di smettere di ragionare.»
«No.»
«Ti sto chiedendo di smetterla di decidere anche per me.»
Dall’altra parte non arrivò nessuna risposta.
Quando Lorenzo parlò di nuovo, sembrava improvvisamente molto stanco.
«Vai avanti, Giulia.»
Lei chiuse gli occhi.
«È quello che dovresti fare.»
«Va bene.»
rispose.
Piano.
«Hai ragione.»
Lorenzo rimase in silenzio.
Come se quella risposta gli piacesse molto meno di quanto si aspettasse.
«Ci vediamo.»
mormorò.
«Sì.»
La chiamata terminò.
Giulia rimase immobile.
Il telefono ancora stretto tra le dita.
Il silenzio nell’abitacolo sembrava più pesante dell’aria.
Poi qualcosa dentro di lei cedette.
Un nodo alla gola.
Un bruciore improvviso agli occhi.
Appoggiò la fronte sul volante, chiudendo le palpebre con forza, come se bastasse a trattenere tutto.
Non bastò.
Una lacrima scivolò giù, lenta.
Poi un’altra. Rimase immobile ancora qualche secondo. Il cuore batteva forte, ma non era più soltanto dolore. C’era qualcos’altro. Una calma ostinata. La stessa che le veniva quando tutti le dicevano che una cosa era impossibile.
Lorenzo continuava a ripeterle che doveva lasciarlo andare
Continuava a decidere per entrambi
Continuava a nascondersi dietro la parola “giusto”.
Giulia si asciugò le guance con il dorso della mano e inspirò lentamente.
“No…» sussurrò.
Questa volta senza tremare.
«Adesso basta decidere anche per me.»
La sera arrivò con quella calma che hanno le giornate quando stanno per succedere cose che nessuno ha previsto.
Giulia parcheggiò due strade più in là.
Spense il motore.
Rimase seduta ancora un minuto.
Guardò il portone.
«Sei completamente fuori di testa.»
Lo disse sorridendo.
Poi scese.
Il cortile era identico a come lo ricordava.
Il grande vaso di terracotta con il rosmarino era ancora al suo posto.
Abbassò una mano nella terra.
Le dita trovarono quasi subito la chiave.
«Non cambierai mai.»
Mormorò.
Entrò.
La casa profumava di legno, caffè e libri.
La stessa casa in cui era entrata decine di volte con suo fratello.
La stessa casa che fino a quel momento aveva sempre guardato come la casa dell’amico di famiglia.
Quella sera le sembrava diversa.
Posò la borsa sul mobile dell’ingresso.
Prese un post-it.
Ci pensò qualche secondo.
Poi scrisse soltanto quattro parole.
Vieni a cercarmi.
Lo attaccò sullo specchio.
Non aggiunse il suo nome.
Non ce n’era bisogno.
Attraversò il corridoio.
La luce del soggiorno era spenta.
Aprì appena le tende.
Fuori le finestre restituivano il riflesso della città.
Si fermò.
Inspirò lentamente.
Per la prima volta dopo tanti anni non aveva preparato nessuna battuta.
Nessuna provocazione.
Nessuna risposta pronta.
Aveva soltanto deciso di non lasciarlo scappare ancora.
⸻
La chiave girò nella serratura poco dopo le otto.
Giulia chiuse gli occhi.
Sentì la porta aprirsi.
Il rumore delle scarpe.
Le chiavi appoggiate sul mobile.
Poi il silenzio.
Un silenzio breve.
«Che…»
La sua voce si interruppe.
Aveva visto il foglietto.
Passarono un paio di secondi.
«Vieni a cercarmi.»
Lo lesse piano.
Quasi tra sé.
Poi arrivò un sospiro.
Lungo.
«Giulia…»
Non era arrabbiato.
Era stanco.
«Ti giuro che se sei davvero qui…»
Si fermò.
Un altro respiro.
«…questa non è una buona idea.»
Lei non rispose.
Sentì i suoi passi attraversare la cucina.
Aprire una porta.
Richiuderla.
Lo studio.
Poi il corridoio.
Infine il soggiorno.
Lorenzo si fermò sulla soglia.
Rimase immobile.
Per un istante nessuno dei due parlò.
Lei era in piedi accanto alla finestra.
Elegante.
I capelli sciolti sulle spalle.
Lo guardava senza sorridere.
Per la prima volta non c’era nessuna sfida nei suoi occhi.
Solo una decisione.
Lorenzo abbassò lo sguardo.
Scosse lentamente la testa.
«Dimmi che non hai usato davvero quella chiave.»
«L’ho rimessa dov’era.»
«Giulia.»
«Che c’è?»
«Non è questo il punto.»
Lei incrociò le braccia.
«Allora qual è?»
Lui fece qualche passo nella stanza.
Si fermò a una distanza prudente.
Come se avvicinarsi fosse già troppo.
«Il punto è che sei entrata in casa mia.»
«Sì.»
«Senza chiedermelo.»
«Sì.»
«E lo trovi normale?»
Lei lo osservò.
«No.»
Quella risposta sembrò sorprenderlo.
«No?»
«Per niente.»
Una pausa.
«Infatti non sono venuta per fare una cosa normale.»
Lorenzo lasciò uscire una risata incredula.
Breve.
«Questo lo avevo intuito.»
«Bene.»
«Male.»
Lei inclinò appena la testa.
«Sai qual è il problema?»
«Sentiamo.»
«Che continui ad arrivare un secondo prima che riesca a convincermi che sto facendo la cosa giusta.»
Il cuore di Giulia accelerò.
«Ci eri quasi riuscito, oggi.»
Lui sorrise appena.
Ma era un sorriso triste.
«No.»
«Sì.»
«Quando mi hai detto di andare avanti…»
Lei fece un passo verso di lui.
«Per un momento ci ho creduto.»
Lorenzo abbassò gli occhi.
«Era quello l’obiettivo.»
«Lo so.»
«E allora perché sei qui?»
Lei aspettò qualche secondo.
«Perché ti ho sentito.»
Lui la guardò senza capire.
«Al telefono.»
Un altro passo.
«Quando mi hai detto che ti ero mancata.»
Silenzio.
«Quella non era la voce di un uomo che vuole chiudere una storia.»
Lorenzo serrò appena la mascella.
«Era la voce di uno che sta cercando di fare la cosa giusta.»
«No.»
Lei scosse piano la testa.
«Era la voce di uno che ha paura.»
Lui sorrise senza allegria.
«Continui a pensarlo.»
«Continuo a vederlo.»
«E se ti stessi sbagliando?»
«Allora guardami negli occhi…»
La voce di Giulia si abbassò.
Quasi un sussurro.
«…e dimmi che non ti è mancato niente di questa settimana.»
Lorenzo rimase immobile.
Il silenzio si allungò.
Uno di quelli che fanno più rumore delle parole.
Lei aspettò.
Non lo aiutò.
Non lo provocò.
Per la prima volta gli lasciò tutto il tempo di scegliere.
Lui passò una mano sul viso.
Come se fosse improvvisamente esausto.
«Lo vedi?»
disse piano.
«Che cosa?»
«È questo che fai.»
«Cosa faccio?»
«Mi costringi a essere sincero proprio quando avrei bisogno di mentire.»
Giulia sentì il cuore stringersi.
«Allora smetti di mentire.»
Lorenzo la fissò ancora per qualche secondo.
Poi lasciò uscire un respiro lento.
«Con te sta diventando tremendamente difficile.»
Giulia non abbassò lo sguardo.
«Che cosa?»
Lui sorrise appena.
Un sorriso stanco.
«Fare quello che mi ripeto da settimane.»
«E sarebbe?»
«Starti lontano.»
Il silenzio rimase tra loro.
Lei avrebbe potuto rispondere con una battuta.
Era quello che faceva sempre.
Quella sera, invece, rimase in silenzio.
Lorenzo se ne accorse.
«È strano.»
disse piano.
«Che cosa?»
«Che quando finalmente smetti di provocarmi… diventi ancora più pericolosa.»
Lei inclinò appena la testa.
«Perché?»
Lui rise senza divertirsi.
«Perché non so più dove finisce il gioco.»
Giulia fece un altro passo.
La distanza tra loro si ridusse ancora.
«Il gioco è finito al lago.»
Lorenzo scosse lentamente la testa.
«No.»
«No?»
«È finito in quella camera d’albergo.»
Le parole uscirono basse.
Quasi controvoglia.
«Fino a quel momento riuscivo ancora a raccontarmi che avrei potuto fermarmi.»
Abbassò lo sguardo per un istante.
«Poi ti ho baciata. E tutto il resto.. »
Un sorriso amaro gli attraversò il volto.
«E ho capito che avevo mentito a me stesso.»
Giulia sentì il cuore accelerare.
«Non te ne sei pentito.»
Non era una domanda.
Lorenzo la guardò negli occhi.
«Nemmeno per un secondo.»
Il respiro di lei si fece più lento.
«Allora perché continui a combattere?»
Lui rimase in silenzio.
Sembrava cercare le parole giuste.
Quando parlò, la voce era quasi un sussurro.
«Perché da quel giorno non riesco più a toglierti dalla testa.»
Giulia trattenne il fiato.
«È una settimana che mi sveglio pensando che dovrei dimenticarmi di te.»
Accennò un sorriso.
«Poi basta ricordarmi come mi hai guardato quella sera…»
Scosse appena la testa.
«…e ricomincio tutto da capo.»
Lei sentì un calore salirle fino alle guance.
«Quindi non ero io quella che si era immaginata tutto.»
«No.»
La risposta arrivò immediata.
«Non ti sei immaginata proprio niente.»
Rimasero a guardarsi.
Lontani abbastanza da non sfiorarsi.
Vicini abbastanza da sentire il respiro dell’altro.
Fu Lorenzo ad accorciare quell’ultimo pezzo di distanza.
Un passo soltanto.
Adesso le era davanti.
Molto vicino.
La osservò come se la vedesse davvero per la prima volta.
Con calma.
Senza fretta.
I suoi occhi si posarono sul viso di lei.
Sui capelli.
Poi tornarono ai suoi.
«Sai qual è il guaio?»
mormorò.
«Quale?»
«Che sei bella.»
Giulia sorrise appena.
«Questo non mi sembra un guaio.»
Lui scosse la testa.
«Non hai capito.»
Fece una breve pausa.
«Sei molto bella.»
Lo disse senza enfasi.
Quasi fosse una constatazione inevitabile.
«E quando ti sei presentata davanti a me stasera…»
Lasciò la frase sospesa.
Inspirò lentamente.
«…ho impiegato tutta la forza di volontà che avevo per continuare a parlare invece di fare tutt’altro.»
Il cuore di Giulia batteva così forte che temeva si sentisse.
«Allora perché continui a parlare?»
Lorenzo sorrise.
Questa volta con una tenerezza che lei non gli aveva mai visto.
«Perché, a differenza di te, io so cosa succede quando smetto.»
Lei sostenne il suo sguardo.
«Illuminami.»
Lui abbassò gli occhi per un istante, quasi divertito.
«Vedi? È proprio questo.»
«Cosa?»
«questo modo che hai di sfidarmi, anche ora lo stai facendo..»
Alzò di nuovo lo sguardo.
«Oh, scusami..» Lei si morse il labbro.
«Non chiedermi scusa.. mi piace»
Lorenzo rimase in silenzio.
Poi, con una sincerità che sembrava costargli moltissimo, disse:
«Mi piace troppo. E che quando mi sei vicina… smetto di ragionare.»
Giulia non rispose.
Lui continuò a guardarla.
«Io sono uno che misura tutto.»
Un sorriso appena accennato.
«Le parole. Le conseguenze. I passi.»
Scosse lentamente la testa.
«Con te non ci riesco.»
Lei sentì qualcosa stringerle il petto.
«Sai qual è la cosa che mi spaventa davvero?»
domandò lui.
«No.»
«Che quella sera in hotel non ho perso il controllo.»
Una pausa.
«L’ho scelto.»
Le ultime parole rimasero sospese nella stanza.
«Ed è questo che non riesco ancora a perdonarmi.»
Giulia lo osservò a lungo.
Poi sorrise, piano.
«Io invece spero che, per una volta, tu smetta di farlo.»
Posò gli occhi sulla cravatta.
Era ancora stretta.
Troppo.
Come lui.
Lorenzo lasciò uscire un sorriso stanco.
«Sai una cosa?»
«Dimmi.»
«Credo di aver iniziato ad allentare questa maledetta cravatta appena ti ho vista.»
Portò una mano al collo.
Sciolse lentamente il nodo.
Il gesto era semplice.
Eppure sembrava il primo segno di una resa.
«Respiri meglio?»
gli chiese lei.
Lui la guardò.
«Per niente.»
Fece scorrere il tessuto tra le dita.
«Con te l’aria non basta mai.»
Giulia sorrise.
Quella volta non c’era nessuna provocazione.
Solo una tenerezza che lui non le conosceva.
Fece l’ultimo passo.
Erano così vicini che tra loro rimaneva soltanto il tempo di un respiro.
«Posso?»
Lo domandò piano.
Non era più la ragazza che prendeva.
Per la prima volta gli stava chiedendo di lasciarla entrare.
Lorenzo chiuse gli occhi appena un istante.
Come se quella domanda gli costasse più di qualsiasi rinuncia.
Quando li riaprì, annuì appena.
Giulia gli sfiorò il nodo della cravatta.
Le dita tremavano quasi impercettibilmente.
«Nemmeno tu sei così sicuro come fai credere.»
mormorò.
Lui lasciò uscire una piccola risata.
«Mai detto di esserlo.»
Lei fece scivolare lentamente la seta tra il colletto della camicia.
La sfilò con una calma quasi esasperante.
Il tessuto attraversò il collo di lui con un fruscio leggero, poi rimase tra le mani di lei.
«Molto meglio.»
disse piano.
Lorenzo non rispose.
Continuava soltanto a guardarla.
Con quella concentrazione assoluta che aveva chi osserva qualcosa di raro e teme che possa sparire da un momento all’altro.
Giulia alzò gli occhi.
«Perché mi guardi così?»
«Perché sto cercando di ricordarmi ogni ragione per cui dovrei mandarti via.»
Una pausa.
«E non me ne viene in mente nemmeno una.»
Lei sorrise.
Non il sorriso delle sfide.
Quello piccolo.
Quasi incredulo.
Allungò una mano.
Gli sfiorò la guancia con il dorso delle dita.
«Allora smetti di cercarle.»
Lorenzo inspirò lentamente.
«Sei matta come un cavallo.»
«Lo so.»
«E il guaio è che mi piace perfino questo.»
Lei rise appena.
«Finalmente una confessione.»
Lui abbassò lo sguardo sulle sue labbra.
Questa volta senza nasconderlo.
«No.»
La voce era diventata roca.
«Quella era solo la prima.»
Giulia non gli diede il tempo di aggiungere altro.
Si sollevò appena sulle punte e lo baciò.
Fu un bacio che non aveva fretta di arrivare da nessuna parte.
Come se per tutto quel tempo si fossero cercati con le parole e adesso, finalmente, il silenzio avesse trovato il suo linguaggio.
Le labbra di lui rimasero immobili per un battito.
Non per esitazione.
Per stupore.
Come chi riconosce qualcosa che aveva immaginato mille volte e che, nel momento in cui accade davvero, supera ogni ricordo.
Poi Lorenzo rispose.
Piano.
Con una dolcezza inattesa.
Le loro fronti si sfiorarono appena, il respiro si confuse, e il mondo fuori sembrò restringersi fino alla distanza tra due bocche che avevano smesso di mentire.
Quando si separarono, nessuno dei due parlò subito.
Lorenzo appoggiò la fronte contro quella di lei.
Sorrise appena.
«Lo vedi?»
sussurrò.
«Che cosa?»
«È esattamente questo il motivo per cui cercavo di starti lontano.»
“ io penso che tu ancora non abbia scoperto il motivo per cui vuoi starmi lontano”
Lei lo guardò, tra le mani la cravatta di seta. Lui percepì un bagliore nei suoi occhi, come se avesse pensato a qualcosa, la vide sorridere pericolosamente.
“Cosa stai pensando, ragazzina?”
Sentirsi chiamare in quel modo la provocò ancora di più.
“Siediti lì”. Gli indicò una sedia, davanti al tavolo del soggiorno.
“Non sono stanco”. Lui si staccò un po da lei e incrociò le braccia, era divertito e incuriosito.
“No? Strano… alla tua età dovresti avere più bisogno di riposarti rispetto a me.”
Lui Lui sollevò lentamente un sopracciglio.
«Davvero vuoi giocartela sull’età?»
Giulia fece spallucce.
«Mi sembrava un punto debole.»
«È curioso.»
«Cosa?»
«Che continui a credere che siano gli anni a fare la differenza.»
Lei incrociò il suo sguardo.
«E invece?»
Lorenzo sorrise appena.
Quel sorriso lento che compariva solo quando aveva già capito qualcosa prima di lei.
«La differenza la fa chi perde la pazienza per primo.»
«E pensi che sarò io?»
«Lo penso da quando avevi quindici anni.»
Giulia rise.
«Una sicurezza invidiabile.»
«No.»
Scosse piano la testa.
«Esperienza.»
Lei fece un passo verso di lui.
«Sai che sei insopportabile?»
«Me l’hai già detto.»
«Continui a parlare come se mi conoscessi meglio di quanto mi conosca io.»
«Perché è vero in alcune cose.»
«Ad esempio?»
Lorenzo la osservò per qualche secondo, senza ironia.
«Ad esempio so riconoscere la differenza tra quando stai provocando qualcuno… e quando stai cercando di convincere te stessa di non avere paura.»
Per la prima volta il sorriso di Giulia vacillò.
Solo un istante.
Lui se ne accorse.
Come sempre.
«Vedi?»
disse piano.
«È questa la parte che preferisco di te.»
«Quale?»
«Quella che compare quando smetti di recitare.»
Lei lo guardò intensamente
“Dato che sostieni che sia io ad avere paura, siediti su quella cazzo di sedia”
“Uh, qualcuno sta alzando la cresta” lui rise, ma si mosse verso la sedia e alla fine ci si sedette sopra. Guardandola.
“Eccomi qui”
“Ok. Ora stai zitto.”
Lui rimase zitto, perché per la prima volta non riusciva a capire quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Ed era una sensazione che, contro ogni logica, gli piaceva.
Lei si avvicinò, gli prese una mano, poi l’altra, gliele portò dietro la schiena e gli lego i polsi con la sua cravatta. Era decisa nei movimenti, sicura. Lui la osservava e la lasciava fare.
Giulia si mise di fronte a lui, senza più parlare. Con le mani iniziò a scostare le spalline dell’abito che indossava, verde scuro. Le fece scivolare lungo le spalle e poi lasciò che l’abito le scendesse lungo il corpo morbido, fino a che fu un ammasso di stoffa lucida ai suoi piedi. Indossava un completino di lingerie nero in pizzo, semplice ma che lasciava poco all’immaginazione.
Lo sguardo di Lorenzo era indecifrabile. Le sembrò all’inizio quasi arrabbiato, poi stupito, poi incredulo.. ora la guardava negli occhi come se avesse paura ad abbassarli, ma alla fine lo fece. Lei sentì scorrere il suo sguardo lungo i suoi fianchi, fino ai piedi, e poi tornare di nuovo ai suoi occhi.
“Adesso capisci perché cercavo di tenerti lontana…”
Disse alla fine.
Lei si avvicinò e gli si sedette in braccio, a cavalcioni. I nasi vicini. Le intrecciò le mani dietro la nuca e cominciò a baciarlo sulla bocca con passione. Lui ricambiò, infastidito dal non poterla toccare. Lei si staccò e iniziò a sbottonargli la camicia.
“Cosa vorresti farmi?”
La provocò.
“Stai zitto e vedrai.”
Lui sorrise, come se avesse vinto la battaglia in qualche modo. Per un istante lei si sentì vacillare, ma si impose di non farsi tremare le mani. Arrivò con le mani alla cintura dei pantaloni, gliela sbottonò e li fece scivolare un po più in basso, scoprendogli gli slip. Era evidente che la situazione iniziava a piacergli un bel po’. Lei sorrise.
Poi si portò le mani dietro la schiena, al gancetto del reggiseno, e lo fece saltare, per poi sfilarselo. Lui le guardò il seno, le sembrò che cercasse di liberarsi le mani. Gli diede uno schiaffo, senza troppa convinzione.
“Non muovere le mani!”.
Lui si morse il labbro, voleva toccarla, ma questa situazione lo stava eccitando più di quanto volesse ammettere. Si mosse un po’ sulla sedia, in modo da spostarsi sotto di lei, per farle sentire quanto stava diventando duro. Lei rispose a quel movimento e iniziò a ondeggiare col bacino avanti e indietro, massaggiandolo, eccitandolo ancora di più. Lui lasciò cadere la testa all’indietro, godendosi la sensazione, frustrato e divertito al tempo stesso.
Lei amava tutto di quel momento, la sensazione di averlo in suo potere, la sensazione che per una volta non potesse sfuggirle, la sensazione di poter controllare il suo piacere. Lorenzo cercava di mantenere un’espressione composta, non la lasciava mai con gli occhi. Eppure di tanto in tanto lei scorgeva un sorriso sfuggirgli dalle labbra. Lei sentiva L’erezione di lui tra le sue cosce, avrebbe voluto sentirlo dentro, ma al tempo stesso questo era così eccitante… si sentì bagnare le mutandine, al punto che probabilmente se ne sarebbe accorto anche lui a breve. Gli passò le mani tra i capelli, gli risollevò la testa, voleva guardarlo.. era così bello con quello sguardo, solo suo, almeno per ora. Si guardarono per un po’, in silenzio, mentre le sensazioni più in basso diventavano sempre più forti, senza uscire dall’incantesimo di quel contatto. Poi lui parlò
“Slegami Giulia. Voglio toccarti”.
“No…”
“No? Sai che la cosa ti piacerebbe molto giusto?”
“Sempre arrogante… mi piacerebbe. Ma mi piace di più questa sensazione. Di poterti fare quello che voglio.”
Lui la guardò e le parve improvvisamente molto serio.
“Tu puoi sempre farmi quello che vuoi”
Lei rimase in silenzio, sentì il cuore mancare un battito nel suo petto.
Giulia smise di muoversi su di lui e scese piano, notò che aveva lasciato una macchia umida sugli slip grigi di lui. Anche lui lo notò e si morse il labbro. Lei scese in ginocchio davanti a lui, tra le sue gambe. In silenzio, guardandolo, gli abbassò leggermente gli slip, liberando finalmente l’erezione che ormai era a stento trattenuta dalla stoffa. Inizio a massaggiarlo con la mano, lentamente, su e giù.
“Giulia..”
“Shh… stai zitto”.
Si avvicinò con le labbra, e le posò sulla punta umida, iniziò piano a muovere la lingua, come se lo stesse baciando, con la stessa passione e delicatezza. Lo sentì vibrare tra le sue labbra e approfondì il bacio. Iniziò a scorrere piano con le labbra verso il basso, continuando ad accarezzare l’asta con la lingua, facendo attenzione a non toccarlo coi denti, lo prese in bocca fino in fondo e poi tornò su a giocare con la punta, e poi di nuovo , su e giù , senza troppa fretta ma senza tregua. Andò avanti fino a sentire che Lorenzo irrigidiva le gambe, allora si fermò all’improvviso.
“No.. non rilassarti troppo Lorenzo”
“Non mi stavo rilassando.. penso che non durerà molto se vai avanti così”.
“Stai tranquillo. Durerà quanto voglio io”.
E ricominciò a prenderlo in bocca, con meno delicatezza e più passione. Le piaceva farlo, le piaceva la sensazione di tenere il suo piacere appeso alle sue labbra, la piaceva sentirlo duro contro la lingua, umido sulla punta, le piaceva guardare Lorenzo e vederlo perso, come se non potesse più controllare nulla. Inizio ad accarezzargli le gambe, partendo dalle caviglie e salendo fino all’interno coscia, facendogli venire la pelle d’oca. Sentì che Lorenzo era vicino al limite, lo capiva dal modo in cui tendeva i muscoli delle gambe, da come lo sentiva pulsare nella sua bocca. Lo prese con ancora più slancio, ancora una, due, tre volte e poi si staccò all’improvviso, un secondo prima che lui venisse, facendolo sussultare.
“Giulia vuoi uccidermi?”
La guardò in modo disperato, i capelli un po’ in disordine.
“È quello che ti meriti caro mio…”
“Cosa ho fatto?”
“Sei stato freddo, distante.. ti ho scritto quei messaggi e mi hai risposto come se stessi parlando con un’estranea…”
“Pensavo fosse l’unico modo…”
Lei non smetteva di accarezzargli le gambe, poi prese il suo cazzo con entrambe le mani, e comincio a muoverle su e giù, velocemente, senza dargli modo di risponderle, portandolo di nuovo al limite in pochissimo tempo, per poi fermarsi. Lo fece ancora e ancora, con le mani, con la bocca, con entrambe, persero il conto delle volte che si era fermata il secondo prima di concedergli l’orgasmo che ormai lui desiderava con ogni cellula del suo corpo. Alla fine lei sentì in bocca il sapore di lui, che iniziava a perdere liquido, e continuò. Lo guardò e gli sorrise mentre continuava a muoversi, come per autorizzarlo finalmente a venire.. lui si rilassò, la testa indietro, un desiderio ormai incontenibile. Lei lo sentì vibrare, sentì le palle che si contraevano, vide i muscoli delle braccia di lui tendersi sotto le maniche della camicia. E proprio quando stava per accadere si staccò all’ultimo. Non era neanche sicura che sarebbe riuscita a fermarsi a quel punto, ma ci riuscì… e la sensazione fu impagabile. Lui sembrava soffrire fisicamente e questa cosa in qualche maniera la eccitò ancora di più. Si rialzò e si mise di nuovo in braccio a lui, muovendo il bacino, strofinandosi su di lui, stimolandosi nei punti giusti.
“Giulia, sei una stronza”
“Non sono più una ragazzina?”
“Oh sì. Ma sei una ragazzina stronza…. ”
Lei continuò a muoversi e gli morse piano il lobo dell’orecchio
“Ancora non sai quanto”.
E così, guardandolo negli occhi, sentì crescere in lei quella sensazione inconfondibile, quel vortice di piacere che la portò in pochissimo all’orgasmo. E mentre le tremavano un po’ le gambe si afflosciò su di lui, con la testa sulla sua spalla. Con gli occhi socchiusi le cadde lo sguardo sulle mani di lui, e notò che la cravatta era scivolata a terra e le mani di lui erano unite ma libere. Forse a qualcuno quel gioco piaceva più di quanto volesse ammettere, sorrise fra sé.
Poi lui con una mano le afferrò la nuca, fino a portarle il viso contro il suo.
“Se pensi che sia finita qui, ti sbagli di grosso”.
Capitolo 3 — La distanza
Ci sono silenzi che pesano più delle parole.
Giulia lo capì il lunedì mattina, quando Lorenzo partì.
Non glielo aveva detto lui.
L’aveva saputo da suo fratello.
«È via una settimana. Una fiera a Milano.»
Lei aveva continuato a sparecchiare la tavola.
«Ah.»
Solo quello.
Come se non le importasse.
Come se una settimana fosse soltanto una settimana.
Lo salutò con un messaggio mezz’ora dopo.
Buon viaggio.
Lorenzo rispose quasi subito.
Grazie.
Fine.
Giulia rimase a guardare quella parola.
Era buffo.
Un tempo avrebbe sorriso.
Adesso sembrava una porta chiusa.
⸻
La prima sera resistette fino alle dieci.
Poi cedette.
Com’è andata?
Questa volta la risposta arrivò molto più tardi.
Bene. Giornata lunga.
Lei lesse quel messaggio almeno cinque volte.
Cercando qualcosa.
Una domanda.
Un’apertura.
Un “e tu?”.
Niente.
Scrisse una risposta.
La cancellò.
Ne scrisse un’altra.
La cancellò di nuovo.
Alla fine inviò soltanto:
Immaginavo.
Lui mise un cuore.
Nessun’altra parola.
⸻
Il secondo giorno fu peggio.
Scoprì per caso una fotografia pubblicata sul profilo dell’azienda.
Una tavolata.
Computer aperti.
Bicchieri di vino.
Lorenzo era seduto al centro.
Rideva.
Accanto a lui c’era una donna.
Bella.
Non di quella bellezza che colpisce perché perfetta.
Di quella che mette a proprio agio.
Capelli raccolti male.
Occhi chiari.
Una camicia azzurra troppo grande.
Sorrideva guardando lui.
Giulia chiuse il telefono.
Lo riaprì.
Lo richiuse.
Si diede della stupida almeno tre volte.
Non erano una coppia.
Lorenzo non le aveva promesso niente.
Non le doveva spiegazioni.
Eppure quella fotografia le rimase addosso per tutto il giorno.
La sera gli scrisse.
La cena sembrava piacevole.
Passarono quasi due ore.
Era una cena di lavoro.
Ancora una volta.
Punto.
Fine.
Come se ogni conversazione dovesse durare il meno possibile.
⸻
Il terzo giorno non gli scrisse.
Il quarto nemmeno.
Il quinto iniziò un messaggio.
Mi manchi.
Lo cancellò.
Lo guardò sparire dallo schermo.
«Brava.»
Si disse.
«Finalmente stai imparando.»
Ma era una bugia.
Non stava imparando niente.
Stava soltanto soffrendo in silenzio.
⸻
Quando Lorenzo tornò, era sabato.
Giulia lo seppe da suo fratello.
«L’ho sentito prima. È distrutto.»
Lei annuì.
«Ci credo.»
«Pare che non abbia dormito quasi niente.»
«Capita.»
«Stasera forse lo vediamo.»
«Forse.»
Suo fratello la osservò per un secondo.
«Tutto bene?»
Giulia sorrise.
Quel sorriso che usava quando non voleva essere capita.
«Benissimo.»
⸻
Il bar era quello di sempre.
Piccolo.
Due tavolini fuori.
Il bancone di marmo.
Il proprietario che salutava tutti per nome.
Entrò senza pensarci.
Poi lo vide.
Lorenzo era seduto vicino alla finestra.
Aveva ancora addosso la camicia del lavoro.
Le maniche arrotolate fino agli avambracci.
Davanti a lui c’era una donna.
La stessa della fotografia.
Ridevano.
Lei stava raccontando qualcosa con le mani.
Lorenzo la ascoltava.
Sul serio.
Con quell’attenzione tranquilla che sembrava riservare a pochissime persone.
Giulia sentì lo stomaco stringersi.
Non era gelosia.
O almeno non soltanto.
Era la sensazione di essere arrivata troppo tardi.
«Il solito?»
chiese il barista.
Lei annuì.
Mentre aspettava il cappuccino, cercò di non guardarli.
Naturalmente fallì.
Fu Lorenzo ad accorgersi di lei.
Alzò gli occhi.
La vide.
Per un istante smise completamente di ascoltare.
La collega continuò a parlare.
«…e quindi gli ho detto che era impossibile consegnare entro venerdì.»
Silenzio.
«Lorenzo?»
Lui sbatté le palpebre.
«Scusami.»
La donna rise.
«Dove sei finito?»
«Da nessuna parte.»
Ma non era vero.
Perché il suo sguardo era tornato ancora una volta verso il bancone.
Verso Giulia.
Lei pagò.
Prese il cappuccino quasi intatto.
E uscì.
⸻
Il telefono iniziò a vibrare quando aveva appena imboccato la strada verso il parcheggio.
Lorenzo.
Lo lasciò squillare.
Una volta.
Due.
Tre.
Alla quarta rispose.
«Pronto.»
«Sei andata via.»
«Sì.»
«Perché?»
«Avevo finito.»
«No.»
Silenzio.
«Non avevi ancora finito.»
Lei sorrise appena.
«Mi controlli anche il cappuccino?»
Dall’altra parte sentì un sospiro.
«Ti ho vista.»
«Complimenti.»
«Non fare così.»
«Così come?»
«Come se stessi cercando di convincermi che va tutto bene.»
Giulia si fermò accanto alla macchina.
Guardò il riflesso del cielo sul parabrezza.
«E invece?»
«Invece non va.»
Lei abbassò gli occhi.
«Da quando te ne accorgi?»
«Da sempre.»
Quelle due parole le fecero male.
Più del previsto.
«Allora perché questa settimana sei sparito?»
Lorenzo non rispose subito.
Quando parlò, la sua voce era più bassa.
«Perché ci ho provato.»
«A fare cosa?»
«A convincermi che il lago fosse stato un errore.»
Lei chiuse gli occhi.
«E ci sei riuscito?»
Un silenzio.
Lungo.
Così lungo da sembrare già una risposta.
«No.»
Lo disse piano.
Quasi controvoglia.
«Però credo che dovremmo lasciarlo dov’è.»
«Perché?»
«Perché io non sono quello che pensi.»
«Continui a ripeterlo.»
«Perché è vero.»
«No.»
«Sì.»
Lei sorrise senza allegria.
«Sai qual è il problema, Lorenzo?»
«Dimmelo.»
«Che hai un bisogno disperato di decidere al posto degli altri.»
Lui rimase zitto.
«Continui a spiegarmi cosa sarebbe meglio per me.»
«Perché…»
«No.»
Lo interruppe.
Per la prima volta.
«Lascia perdere le frasi giuste.»
Silenzio.
«Dimmi la verità.»
Lorenzo inspirò lentamente.
«La verità è che mi sei mancata.»
Giulia smise di respirare.
«E allora?»
«Ed è esattamente questo il problema.»
Lei scoppiò a ridere.
Una risata piccola.
Stanca.
«Sei incredibile.»
«Lo so.»
«Mi dici che ti sono mancata e subito dopo vuoi lasciar perdere.»
«Perché sono le stesse identiche ragioni.»
«Io non ci capisco più niente.»
«Io sì.»
La sua voce tornò calma.
Troppo calma.
«Ed è per questo che dobbiamo fermarci.»
«Perché hai paura.»
«Sì.»
La risposta arrivò immediata.
Nessuna difesa.
Nessuna bugia.
Solo quella parola.
«Sì.»
Giulia rimase immobile.
Non se l’aspettava.
«Ma non ho paura di te.»
continuò lui.
«Ho paura di quello che diventerei se smettessi di ragionare.»
Lei sentì un nodo salirle in gola.
«Io non ti sto chiedendo di smettere di ragionare.»
«No.»
«Ti sto chiedendo di smetterla di decidere anche per me.»
Dall’altra parte non arrivò nessuna risposta.
Quando Lorenzo parlò di nuovo, sembrava improvvisamente molto stanco.
«Vai avanti, Giulia.»
Lei chiuse gli occhi.
«È quello che dovresti fare.»
«Va bene.»
rispose.
Piano.
«Hai ragione.»
Lorenzo rimase in silenzio.
Come se quella risposta gli piacesse molto meno di quanto si aspettasse.
«Ci vediamo.»
mormorò.
«Sì.»
La chiamata terminò.
Giulia rimase immobile.
Il telefono ancora stretto tra le dita.
Il silenzio nell’abitacolo sembrava più pesante dell’aria.
Poi qualcosa dentro di lei cedette.
Un nodo alla gola.
Un bruciore improvviso agli occhi.
Appoggiò la fronte sul volante, chiudendo le palpebre con forza, come se bastasse a trattenere tutto.
Non bastò.
Una lacrima scivolò giù, lenta.
Poi un’altra. Rimase immobile ancora qualche secondo. Il cuore batteva forte, ma non era più soltanto dolore. C’era qualcos’altro. Una calma ostinata. La stessa che le veniva quando tutti le dicevano che una cosa era impossibile.
Lorenzo continuava a ripeterle che doveva lasciarlo andare
Continuava a decidere per entrambi
Continuava a nascondersi dietro la parola “giusto”.
Giulia si asciugò le guance con il dorso della mano e inspirò lentamente.
“No…» sussurrò.
Questa volta senza tremare.
«Adesso basta decidere anche per me.»
La sera arrivò con quella calma che hanno le giornate quando stanno per succedere cose che nessuno ha previsto.
Giulia parcheggiò due strade più in là.
Spense il motore.
Rimase seduta ancora un minuto.
Guardò il portone.
«Sei completamente fuori di testa.»
Lo disse sorridendo.
Poi scese.
Il cortile era identico a come lo ricordava.
Il grande vaso di terracotta con il rosmarino era ancora al suo posto.
Abbassò una mano nella terra.
Le dita trovarono quasi subito la chiave.
«Non cambierai mai.»
Mormorò.
Entrò.
La casa profumava di legno, caffè e libri.
La stessa casa in cui era entrata decine di volte con suo fratello.
La stessa casa che fino a quel momento aveva sempre guardato come la casa dell’amico di famiglia.
Quella sera le sembrava diversa.
Posò la borsa sul mobile dell’ingresso.
Prese un post-it.
Ci pensò qualche secondo.
Poi scrisse soltanto quattro parole.
Vieni a cercarmi.
Lo attaccò sullo specchio.
Non aggiunse il suo nome.
Non ce n’era bisogno.
Attraversò il corridoio.
La luce del soggiorno era spenta.
Aprì appena le tende.
Fuori le finestre restituivano il riflesso della città.
Si fermò.
Inspirò lentamente.
Per la prima volta dopo tanti anni non aveva preparato nessuna battuta.
Nessuna provocazione.
Nessuna risposta pronta.
Aveva soltanto deciso di non lasciarlo scappare ancora.
⸻
La chiave girò nella serratura poco dopo le otto.
Giulia chiuse gli occhi.
Sentì la porta aprirsi.
Il rumore delle scarpe.
Le chiavi appoggiate sul mobile.
Poi il silenzio.
Un silenzio breve.
«Che…»
La sua voce si interruppe.
Aveva visto il foglietto.
Passarono un paio di secondi.
«Vieni a cercarmi.»
Lo lesse piano.
Quasi tra sé.
Poi arrivò un sospiro.
Lungo.
«Giulia…»
Non era arrabbiato.
Era stanco.
«Ti giuro che se sei davvero qui…»
Si fermò.
Un altro respiro.
«…questa non è una buona idea.»
Lei non rispose.
Sentì i suoi passi attraversare la cucina.
Aprire una porta.
Richiuderla.
Lo studio.
Poi il corridoio.
Infine il soggiorno.
Lorenzo si fermò sulla soglia.
Rimase immobile.
Per un istante nessuno dei due parlò.
Lei era in piedi accanto alla finestra.
Elegante.
I capelli sciolti sulle spalle.
Lo guardava senza sorridere.
Per la prima volta non c’era nessuna sfida nei suoi occhi.
Solo una decisione.
Lorenzo abbassò lo sguardo.
Scosse lentamente la testa.
«Dimmi che non hai usato davvero quella chiave.»
«L’ho rimessa dov’era.»
«Giulia.»
«Che c’è?»
«Non è questo il punto.»
Lei incrociò le braccia.
«Allora qual è?»
Lui fece qualche passo nella stanza.
Si fermò a una distanza prudente.
Come se avvicinarsi fosse già troppo.
«Il punto è che sei entrata in casa mia.»
«Sì.»
«Senza chiedermelo.»
«Sì.»
«E lo trovi normale?»
Lei lo osservò.
«No.»
Quella risposta sembrò sorprenderlo.
«No?»
«Per niente.»
Una pausa.
«Infatti non sono venuta per fare una cosa normale.»
Lorenzo lasciò uscire una risata incredula.
Breve.
«Questo lo avevo intuito.»
«Bene.»
«Male.»
Lei inclinò appena la testa.
«Sai qual è il problema?»
«Sentiamo.»
«Che continui ad arrivare un secondo prima che riesca a convincermi che sto facendo la cosa giusta.»
Il cuore di Giulia accelerò.
«Ci eri quasi riuscito, oggi.»
Lui sorrise appena.
Ma era un sorriso triste.
«No.»
«Sì.»
«Quando mi hai detto di andare avanti…»
Lei fece un passo verso di lui.
«Per un momento ci ho creduto.»
Lorenzo abbassò gli occhi.
«Era quello l’obiettivo.»
«Lo so.»
«E allora perché sei qui?»
Lei aspettò qualche secondo.
«Perché ti ho sentito.»
Lui la guardò senza capire.
«Al telefono.»
Un altro passo.
«Quando mi hai detto che ti ero mancata.»
Silenzio.
«Quella non era la voce di un uomo che vuole chiudere una storia.»
Lorenzo serrò appena la mascella.
«Era la voce di uno che sta cercando di fare la cosa giusta.»
«No.»
Lei scosse piano la testa.
«Era la voce di uno che ha paura.»
Lui sorrise senza allegria.
«Continui a pensarlo.»
«Continuo a vederlo.»
«E se ti stessi sbagliando?»
«Allora guardami negli occhi…»
La voce di Giulia si abbassò.
Quasi un sussurro.
«…e dimmi che non ti è mancato niente di questa settimana.»
Lorenzo rimase immobile.
Il silenzio si allungò.
Uno di quelli che fanno più rumore delle parole.
Lei aspettò.
Non lo aiutò.
Non lo provocò.
Per la prima volta gli lasciò tutto il tempo di scegliere.
Lui passò una mano sul viso.
Come se fosse improvvisamente esausto.
«Lo vedi?»
disse piano.
«Che cosa?»
«È questo che fai.»
«Cosa faccio?»
«Mi costringi a essere sincero proprio quando avrei bisogno di mentire.»
Giulia sentì il cuore stringersi.
«Allora smetti di mentire.»
Lorenzo la fissò ancora per qualche secondo.
Poi lasciò uscire un respiro lento.
«Con te sta diventando tremendamente difficile.»
Giulia non abbassò lo sguardo.
«Che cosa?»
Lui sorrise appena.
Un sorriso stanco.
«Fare quello che mi ripeto da settimane.»
«E sarebbe?»
«Starti lontano.»
Il silenzio rimase tra loro.
Lei avrebbe potuto rispondere con una battuta.
Era quello che faceva sempre.
Quella sera, invece, rimase in silenzio.
Lorenzo se ne accorse.
«È strano.»
disse piano.
«Che cosa?»
«Che quando finalmente smetti di provocarmi… diventi ancora più pericolosa.»
Lei inclinò appena la testa.
«Perché?»
Lui rise senza divertirsi.
«Perché non so più dove finisce il gioco.»
Giulia fece un altro passo.
La distanza tra loro si ridusse ancora.
«Il gioco è finito al lago.»
Lorenzo scosse lentamente la testa.
«No.»
«No?»
«È finito in quella camera d’albergo.»
Le parole uscirono basse.
Quasi controvoglia.
«Fino a quel momento riuscivo ancora a raccontarmi che avrei potuto fermarmi.»
Abbassò lo sguardo per un istante.
«Poi ti ho baciata. E tutto il resto.. »
Un sorriso amaro gli attraversò il volto.
«E ho capito che avevo mentito a me stesso.»
Giulia sentì il cuore accelerare.
«Non te ne sei pentito.»
Non era una domanda.
Lorenzo la guardò negli occhi.
«Nemmeno per un secondo.»
Il respiro di lei si fece più lento.
«Allora perché continui a combattere?»
Lui rimase in silenzio.
Sembrava cercare le parole giuste.
Quando parlò, la voce era quasi un sussurro.
«Perché da quel giorno non riesco più a toglierti dalla testa.»
Giulia trattenne il fiato.
«È una settimana che mi sveglio pensando che dovrei dimenticarmi di te.»
Accennò un sorriso.
«Poi basta ricordarmi come mi hai guardato quella sera…»
Scosse appena la testa.
«…e ricomincio tutto da capo.»
Lei sentì un calore salirle fino alle guance.
«Quindi non ero io quella che si era immaginata tutto.»
«No.»
La risposta arrivò immediata.
«Non ti sei immaginata proprio niente.»
Rimasero a guardarsi.
Lontani abbastanza da non sfiorarsi.
Vicini abbastanza da sentire il respiro dell’altro.
Fu Lorenzo ad accorciare quell’ultimo pezzo di distanza.
Un passo soltanto.
Adesso le era davanti.
Molto vicino.
La osservò come se la vedesse davvero per la prima volta.
Con calma.
Senza fretta.
I suoi occhi si posarono sul viso di lei.
Sui capelli.
Poi tornarono ai suoi.
«Sai qual è il guaio?»
mormorò.
«Quale?»
«Che sei bella.»
Giulia sorrise appena.
«Questo non mi sembra un guaio.»
Lui scosse la testa.
«Non hai capito.»
Fece una breve pausa.
«Sei molto bella.»
Lo disse senza enfasi.
Quasi fosse una constatazione inevitabile.
«E quando ti sei presentata davanti a me stasera…»
Lasciò la frase sospesa.
Inspirò lentamente.
«…ho impiegato tutta la forza di volontà che avevo per continuare a parlare invece di fare tutt’altro.»
Il cuore di Giulia batteva così forte che temeva si sentisse.
«Allora perché continui a parlare?»
Lorenzo sorrise.
Questa volta con una tenerezza che lei non gli aveva mai visto.
«Perché, a differenza di te, io so cosa succede quando smetto.»
Lei sostenne il suo sguardo.
«Illuminami.»
Lui abbassò gli occhi per un istante, quasi divertito.
«Vedi? È proprio questo.»
«Cosa?»
«questo modo che hai di sfidarmi, anche ora lo stai facendo..»
Alzò di nuovo lo sguardo.
«Oh, scusami..» Lei si morse il labbro.
«Non chiedermi scusa.. mi piace»
Lorenzo rimase in silenzio.
Poi, con una sincerità che sembrava costargli moltissimo, disse:
«Mi piace troppo. E che quando mi sei vicina… smetto di ragionare.»
Giulia non rispose.
Lui continuò a guardarla.
«Io sono uno che misura tutto.»
Un sorriso appena accennato.
«Le parole. Le conseguenze. I passi.»
Scosse lentamente la testa.
«Con te non ci riesco.»
Lei sentì qualcosa stringerle il petto.
«Sai qual è la cosa che mi spaventa davvero?»
domandò lui.
«No.»
«Che quella sera in hotel non ho perso il controllo.»
Una pausa.
«L’ho scelto.»
Le ultime parole rimasero sospese nella stanza.
«Ed è questo che non riesco ancora a perdonarmi.»
Giulia lo osservò a lungo.
Poi sorrise, piano.
«Io invece spero che, per una volta, tu smetta di farlo.»
Posò gli occhi sulla cravatta.
Era ancora stretta.
Troppo.
Come lui.
Lorenzo lasciò uscire un sorriso stanco.
«Sai una cosa?»
«Dimmi.»
«Credo di aver iniziato ad allentare questa maledetta cravatta appena ti ho vista.»
Portò una mano al collo.
Sciolse lentamente il nodo.
Il gesto era semplice.
Eppure sembrava il primo segno di una resa.
«Respiri meglio?»
gli chiese lei.
Lui la guardò.
«Per niente.»
Fece scorrere il tessuto tra le dita.
«Con te l’aria non basta mai.»
Giulia sorrise.
Quella volta non c’era nessuna provocazione.
Solo una tenerezza che lui non le conosceva.
Fece l’ultimo passo.
Erano così vicini che tra loro rimaneva soltanto il tempo di un respiro.
«Posso?»
Lo domandò piano.
Non era più la ragazza che prendeva.
Per la prima volta gli stava chiedendo di lasciarla entrare.
Lorenzo chiuse gli occhi appena un istante.
Come se quella domanda gli costasse più di qualsiasi rinuncia.
Quando li riaprì, annuì appena.
Giulia gli sfiorò il nodo della cravatta.
Le dita tremavano quasi impercettibilmente.
«Nemmeno tu sei così sicuro come fai credere.»
mormorò.
Lui lasciò uscire una piccola risata.
«Mai detto di esserlo.»
Lei fece scivolare lentamente la seta tra il colletto della camicia.
La sfilò con una calma quasi esasperante.
Il tessuto attraversò il collo di lui con un fruscio leggero, poi rimase tra le mani di lei.
«Molto meglio.»
disse piano.
Lorenzo non rispose.
Continuava soltanto a guardarla.
Con quella concentrazione assoluta che aveva chi osserva qualcosa di raro e teme che possa sparire da un momento all’altro.
Giulia alzò gli occhi.
«Perché mi guardi così?»
«Perché sto cercando di ricordarmi ogni ragione per cui dovrei mandarti via.»
Una pausa.
«E non me ne viene in mente nemmeno una.»
Lei sorrise.
Non il sorriso delle sfide.
Quello piccolo.
Quasi incredulo.
Allungò una mano.
Gli sfiorò la guancia con il dorso delle dita.
«Allora smetti di cercarle.»
Lorenzo inspirò lentamente.
«Sei matta come un cavallo.»
«Lo so.»
«E il guaio è che mi piace perfino questo.»
Lei rise appena.
«Finalmente una confessione.»
Lui abbassò lo sguardo sulle sue labbra.
Questa volta senza nasconderlo.
«No.»
La voce era diventata roca.
«Quella era solo la prima.»
Giulia non gli diede il tempo di aggiungere altro.
Si sollevò appena sulle punte e lo baciò.
Fu un bacio che non aveva fretta di arrivare da nessuna parte.
Come se per tutto quel tempo si fossero cercati con le parole e adesso, finalmente, il silenzio avesse trovato il suo linguaggio.
Le labbra di lui rimasero immobili per un battito.
Non per esitazione.
Per stupore.
Come chi riconosce qualcosa che aveva immaginato mille volte e che, nel momento in cui accade davvero, supera ogni ricordo.
Poi Lorenzo rispose.
Piano.
Con una dolcezza inattesa.
Le loro fronti si sfiorarono appena, il respiro si confuse, e il mondo fuori sembrò restringersi fino alla distanza tra due bocche che avevano smesso di mentire.
Quando si separarono, nessuno dei due parlò subito.
Lorenzo appoggiò la fronte contro quella di lei.
Sorrise appena.
«Lo vedi?»
sussurrò.
«Che cosa?»
«È esattamente questo il motivo per cui cercavo di starti lontano.»
“ io penso che tu ancora non abbia scoperto il motivo per cui vuoi starmi lontano”
Lei lo guardò, tra le mani la cravatta di seta. Lui percepì un bagliore nei suoi occhi, come se avesse pensato a qualcosa, la vide sorridere pericolosamente.
“Cosa stai pensando, ragazzina?”
Sentirsi chiamare in quel modo la provocò ancora di più.
“Siediti lì”. Gli indicò una sedia, davanti al tavolo del soggiorno.
“Non sono stanco”. Lui si staccò un po da lei e incrociò le braccia, era divertito e incuriosito.
“No? Strano… alla tua età dovresti avere più bisogno di riposarti rispetto a me.”
Lui Lui sollevò lentamente un sopracciglio.
«Davvero vuoi giocartela sull’età?»
Giulia fece spallucce.
«Mi sembrava un punto debole.»
«È curioso.»
«Cosa?»
«Che continui a credere che siano gli anni a fare la differenza.»
Lei incrociò il suo sguardo.
«E invece?»
Lorenzo sorrise appena.
Quel sorriso lento che compariva solo quando aveva già capito qualcosa prima di lei.
«La differenza la fa chi perde la pazienza per primo.»
«E pensi che sarò io?»
«Lo penso da quando avevi quindici anni.»
Giulia rise.
«Una sicurezza invidiabile.»
«No.»
Scosse piano la testa.
«Esperienza.»
Lei fece un passo verso di lui.
«Sai che sei insopportabile?»
«Me l’hai già detto.»
«Continui a parlare come se mi conoscessi meglio di quanto mi conosca io.»
«Perché è vero in alcune cose.»
«Ad esempio?»
Lorenzo la osservò per qualche secondo, senza ironia.
«Ad esempio so riconoscere la differenza tra quando stai provocando qualcuno… e quando stai cercando di convincere te stessa di non avere paura.»
Per la prima volta il sorriso di Giulia vacillò.
Solo un istante.
Lui se ne accorse.
Come sempre.
«Vedi?»
disse piano.
«È questa la parte che preferisco di te.»
«Quale?»
«Quella che compare quando smetti di recitare.»
Lei lo guardò intensamente
“Dato che sostieni che sia io ad avere paura, siediti su quella cazzo di sedia”
“Uh, qualcuno sta alzando la cresta” lui rise, ma si mosse verso la sedia e alla fine ci si sedette sopra. Guardandola.
“Eccomi qui”
“Ok. Ora stai zitto.”
Lui rimase zitto, perché per la prima volta non riusciva a capire quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Ed era una sensazione che, contro ogni logica, gli piaceva.
Lei si avvicinò, gli prese una mano, poi l’altra, gliele portò dietro la schiena e gli lego i polsi con la sua cravatta. Era decisa nei movimenti, sicura. Lui la osservava e la lasciava fare.
Giulia si mise di fronte a lui, senza più parlare. Con le mani iniziò a scostare le spalline dell’abito che indossava, verde scuro. Le fece scivolare lungo le spalle e poi lasciò che l’abito le scendesse lungo il corpo morbido, fino a che fu un ammasso di stoffa lucida ai suoi piedi. Indossava un completino di lingerie nero in pizzo, semplice ma che lasciava poco all’immaginazione.
Lo sguardo di Lorenzo era indecifrabile. Le sembrò all’inizio quasi arrabbiato, poi stupito, poi incredulo.. ora la guardava negli occhi come se avesse paura ad abbassarli, ma alla fine lo fece. Lei sentì scorrere il suo sguardo lungo i suoi fianchi, fino ai piedi, e poi tornare di nuovo ai suoi occhi.
“Adesso capisci perché cercavo di tenerti lontana…”
Disse alla fine.
Lei si avvicinò e gli si sedette in braccio, a cavalcioni. I nasi vicini. Le intrecciò le mani dietro la nuca e cominciò a baciarlo sulla bocca con passione. Lui ricambiò, infastidito dal non poterla toccare. Lei si staccò e iniziò a sbottonargli la camicia.
“Cosa vorresti farmi?”
La provocò.
“Stai zitto e vedrai.”
Lui sorrise, come se avesse vinto la battaglia in qualche modo. Per un istante lei si sentì vacillare, ma si impose di non farsi tremare le mani. Arrivò con le mani alla cintura dei pantaloni, gliela sbottonò e li fece scivolare un po più in basso, scoprendogli gli slip. Era evidente che la situazione iniziava a piacergli un bel po’. Lei sorrise.
Poi si portò le mani dietro la schiena, al gancetto del reggiseno, e lo fece saltare, per poi sfilarselo. Lui le guardò il seno, le sembrò che cercasse di liberarsi le mani. Gli diede uno schiaffo, senza troppa convinzione.
“Non muovere le mani!”.
Lui si morse il labbro, voleva toccarla, ma questa situazione lo stava eccitando più di quanto volesse ammettere. Si mosse un po’ sulla sedia, in modo da spostarsi sotto di lei, per farle sentire quanto stava diventando duro. Lei rispose a quel movimento e iniziò a ondeggiare col bacino avanti e indietro, massaggiandolo, eccitandolo ancora di più. Lui lasciò cadere la testa all’indietro, godendosi la sensazione, frustrato e divertito al tempo stesso.
Lei amava tutto di quel momento, la sensazione di averlo in suo potere, la sensazione che per una volta non potesse sfuggirle, la sensazione di poter controllare il suo piacere. Lorenzo cercava di mantenere un’espressione composta, non la lasciava mai con gli occhi. Eppure di tanto in tanto lei scorgeva un sorriso sfuggirgli dalle labbra. Lei sentiva L’erezione di lui tra le sue cosce, avrebbe voluto sentirlo dentro, ma al tempo stesso questo era così eccitante… si sentì bagnare le mutandine, al punto che probabilmente se ne sarebbe accorto anche lui a breve. Gli passò le mani tra i capelli, gli risollevò la testa, voleva guardarlo.. era così bello con quello sguardo, solo suo, almeno per ora. Si guardarono per un po’, in silenzio, mentre le sensazioni più in basso diventavano sempre più forti, senza uscire dall’incantesimo di quel contatto. Poi lui parlò
“Slegami Giulia. Voglio toccarti”.
“No…”
“No? Sai che la cosa ti piacerebbe molto giusto?”
“Sempre arrogante… mi piacerebbe. Ma mi piace di più questa sensazione. Di poterti fare quello che voglio.”
Lui la guardò e le parve improvvisamente molto serio.
“Tu puoi sempre farmi quello che vuoi”
Lei rimase in silenzio, sentì il cuore mancare un battito nel suo petto.
Giulia smise di muoversi su di lui e scese piano, notò che aveva lasciato una macchia umida sugli slip grigi di lui. Anche lui lo notò e si morse il labbro. Lei scese in ginocchio davanti a lui, tra le sue gambe. In silenzio, guardandolo, gli abbassò leggermente gli slip, liberando finalmente l’erezione che ormai era a stento trattenuta dalla stoffa. Inizio a massaggiarlo con la mano, lentamente, su e giù.
“Giulia..”
“Shh… stai zitto”.
Si avvicinò con le labbra, e le posò sulla punta umida, iniziò piano a muovere la lingua, come se lo stesse baciando, con la stessa passione e delicatezza. Lo sentì vibrare tra le sue labbra e approfondì il bacio. Iniziò a scorrere piano con le labbra verso il basso, continuando ad accarezzare l’asta con la lingua, facendo attenzione a non toccarlo coi denti, lo prese in bocca fino in fondo e poi tornò su a giocare con la punta, e poi di nuovo , su e giù , senza troppa fretta ma senza tregua. Andò avanti fino a sentire che Lorenzo irrigidiva le gambe, allora si fermò all’improvviso.
“No.. non rilassarti troppo Lorenzo”
“Non mi stavo rilassando.. penso che non durerà molto se vai avanti così”.
“Stai tranquillo. Durerà quanto voglio io”.
E ricominciò a prenderlo in bocca, con meno delicatezza e più passione. Le piaceva farlo, le piaceva la sensazione di tenere il suo piacere appeso alle sue labbra, la piaceva sentirlo duro contro la lingua, umido sulla punta, le piaceva guardare Lorenzo e vederlo perso, come se non potesse più controllare nulla. Inizio ad accarezzargli le gambe, partendo dalle caviglie e salendo fino all’interno coscia, facendogli venire la pelle d’oca. Sentì che Lorenzo era vicino al limite, lo capiva dal modo in cui tendeva i muscoli delle gambe, da come lo sentiva pulsare nella sua bocca. Lo prese con ancora più slancio, ancora una, due, tre volte e poi si staccò all’improvviso, un secondo prima che lui venisse, facendolo sussultare.
“Giulia vuoi uccidermi?”
La guardò in modo disperato, i capelli un po’ in disordine.
“È quello che ti meriti caro mio…”
“Cosa ho fatto?”
“Sei stato freddo, distante.. ti ho scritto quei messaggi e mi hai risposto come se stessi parlando con un’estranea…”
“Pensavo fosse l’unico modo…”
Lei non smetteva di accarezzargli le gambe, poi prese il suo cazzo con entrambe le mani, e comincio a muoverle su e giù, velocemente, senza dargli modo di risponderle, portandolo di nuovo al limite in pochissimo tempo, per poi fermarsi. Lo fece ancora e ancora, con le mani, con la bocca, con entrambe, persero il conto delle volte che si era fermata il secondo prima di concedergli l’orgasmo che ormai lui desiderava con ogni cellula del suo corpo. Alla fine lei sentì in bocca il sapore di lui, che iniziava a perdere liquido, e continuò. Lo guardò e gli sorrise mentre continuava a muoversi, come per autorizzarlo finalmente a venire.. lui si rilassò, la testa indietro, un desiderio ormai incontenibile. Lei lo sentì vibrare, sentì le palle che si contraevano, vide i muscoli delle braccia di lui tendersi sotto le maniche della camicia. E proprio quando stava per accadere si staccò all’ultimo. Non era neanche sicura che sarebbe riuscita a fermarsi a quel punto, ma ci riuscì… e la sensazione fu impagabile. Lui sembrava soffrire fisicamente e questa cosa in qualche maniera la eccitò ancora di più. Si rialzò e si mise di nuovo in braccio a lui, muovendo il bacino, strofinandosi su di lui, stimolandosi nei punti giusti.
“Giulia, sei una stronza”
“Non sono più una ragazzina?”
“Oh sì. Ma sei una ragazzina stronza…. ”
Lei continuò a muoversi e gli morse piano il lobo dell’orecchio
“Ancora non sai quanto”.
E così, guardandolo negli occhi, sentì crescere in lei quella sensazione inconfondibile, quel vortice di piacere che la portò in pochissimo all’orgasmo. E mentre le tremavano un po’ le gambe si afflosciò su di lui, con la testa sulla sua spalla. Con gli occhi socchiusi le cadde lo sguardo sulle mani di lui, e notò che la cravatta era scivolata a terra e le mani di lui erano unite ma libere. Forse a qualcuno quel gioco piaceva più di quanto volesse ammettere, sorrise fra sé.
Poi lui con una mano le afferrò la nuca, fino a portarle il viso contro il suo.
“Se pensi che sia finita qui, ti sbagli di grosso”.
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