La curiosità mi spinge a disegnare su un foglio due salsicciotti per confrontarli meglio
di
Melissa86
genere
confessioni
Il giorno dopo cercai di non pensare a quello che avevo sentito, anche se mi accorsi quasi subito che non sarebbe stato così semplice. La mattina cominciò come tutte le altre, con le solite cose da fare e una casa che aveva bisogno di essere rimessa in ordine dopo la giornata precedente, così preparai la colazione, sistemai la cucina, raccolsi alcune cose lasciate in giro e avviai una lavatrice, cercando di concentrare l'attenzione su quello che avevo davanti. Per qualche ora ci riuscii abbastanza bene, ma ogni tanto, senza un motivo preciso, nella mia mente ricomparivano quei due numeri: venticinque e dodici.
Non ricordavo nemmeno l'intera conversazione e non avevo alcuna intenzione di ricostruirla, perché sapevo di averla sentita soltanto per caso e non volevo trasformare quell'episodio in qualcosa che non era. Eppure quei due valori erano rimasti impressi nella mia memoria con una precisione quasi fastidiosa. Provai a considerarli semplicemente numeri, come avrei fatto con qualsiasi altra misura, ma proprio il fatto di averli sentiti in quel particolare contesto sembrava renderli più difficili da dimenticare.
Nel primo pomeriggio, mentre cercavo una penna in uno dei cassetti della cucina, mi ritrovai a chiedermi quale fosse concretamente la differenza tra venticinque e dodici centimetri. Dal punto di vista matematico non c'era assolutamente nulla da capire: erano tredici centimetri, un calcolo elementare che avrei potuto fare senza nemmeno pensarci. Quello che continuava a mancarmi era un'immagine concreta, qualcosa che mi permettesse di capire quanto fosse evidente quella distanza nella realtà.
Rimasi per qualche secondo con il cassetto aperto, guardando distrattamente penne e matite, poi presi una decisione quasi istintiva. Presi un foglio bianco, un righello e una matita e mi sedetti al tavolo della cucina, dicendomi che avrei fatto un confronto semplice e che, una volta visto il risultato, avrei smesso di pensarci.
Scrissi 25 cm nella parte superiore del foglio e 12 cm sotto, lasciando abbastanza spazio tra le due indicazioni per poter tracciare le linee comodamente. Appoggiai quindi il righello sul foglio e tracciai la prima linea con attenzione, partendo esattamente dall'inizio della scala e fermandomi alla tacca dei venticinque centimetri. Poi riposizionai il righello nello stesso punto e tracciai la seconda, fermandomi a dodici. Prima di togliere il righello controllai entrambe le estremità, perché volevo essere sicura che il confronto fosse preciso.
Quando ebbi terminato, appoggiai il righello sul tavolo e rimasi a guardare il foglio.
La differenza era immediatamente visibile. Non avevo mai avuto difficoltà a capire che venticinque fosse maggiore di dodici, naturalmente, ma vedere le due linee partire dallo stesso punto rendeva il confronto completamente diverso. La linea più lunga continuava per un tratto considerevole oltre la fine della seconda e, mentre seguivo con gli occhi quello spazio, mi accorsi che era molto più evidente di quanto avessi immaginato.
Ricontrollai il righello per sicurezza, poi tornai a guardare il foglio. Non c'era nessun errore: le misure erano esattamente quelle che avevo scritto.
Sgranai gli occhi e mi sfuggì una reazione spontanea.
«Cazzo.»
Rimasi ancora qualche secondo a osservare le due linee, quasi aspettandomi che guardandole una terza volta la mia impressione cambiasse, ma non successe. La rappresentazione sul foglio aveva trasformato due numeri astratti in qualcosa di molto più immediato e mi resi conto che era proprio questo che avevo cercato senza accorgermene.
Mi venne allora in mente di aggiungere un riferimento ancora più semplice. Presi nuovamente la penna e, sotto le due linee, disegnai due forme allungate e arrotondate, quasi due piccoli salsicciotti stilizzati, cercando soltanto di mantenere tra loro la proporzione delle misure appena tracciate. Il primo risultò naturalmente molto più lungo del secondo e, una volta terminato anche il secondo, arretrai leggermente sulla sedia per guardare il foglio nel suo insieme.
Il confronto mi sembrò ancora più immediato.
Guardai le due linee, poi i due disegni, e per un attimo rimasi sinceramente sorpresa da quanto fosse facile percepire la differenza quando era rappresentata in quel modo.
Sgranai gli occhi.
«Porca puttana.»
Questa volta mi venne da ridere, soprattutto perché mi resi conto di quanto fosse diventata assurda la situazione. Ero entrata in cucina per cercare una penna e mi ero ritrovata seduta al tavolo con un righello, due misure scritte con precisione, due linee e persino due piccoli disegni che sembravano usciti da un quaderno delle scuole medie. Scossi la testa divertita e presi nuovamente la penna, aggiungendo accanto alle due linee la scritta 13 cm, così da indicare anche la differenza tra i valori.
Poi mi fermai.
Guardai il foglio ancora una volta e mi accorsi che non avevo più bisogno di fare calcoli o aggiungere altro. La domanda che mi ero posta aveva finalmente avuto una risposta concreta e, soprattutto, non avevo alcun motivo per trasformare quella curiosità in qualcosa di più.
Mi alzai lentamente dalla sedia e rimasi qualche secondo in piedi, guardando il tavolo. Il righello era rimasto accanto al foglio, la matita era ancora scoperta e c'erano alcune piccole tracce di gomma vicino al bordo del disegno. Presi la gomma e pulii il tavolo con il palmo della mano, poi raccolsi penna, matita e righello.
Il foglio, invece, lo tenni in mano.
Non volevo lasciarlo in cucina e decisi di portarlo nella mia camera. Attraversai il corridoio, entrai e raggiunsi il comodino accanto al letto. Aprii il cassetto superiore, dove tenevo alcune cose che usavo raramente, spostai un blocco per appunti e alcune ricevute e infilai il foglio sotto di esse, dopo averlo piegato con cura.
Prima di richiudere il cassetto rimasi qualche secondo a guardare il bordo del foglio. Mi venne da sorridere pensando a quanto fosse improbabile che qualcuno potesse immaginare perché avessi deciso di conservarlo. Alla fine lo richiusi, sistemai il blocco per appunti al suo posto e tornai in cucina.
Il pomeriggio proseguì normalmente. Preparai alcune cose per la cena, sistemai il bucato e riordinai il soggiorno. A un certo punto sentii mio figlio uscire dalla sua camera e andare in cucina a prendere qualcosa da bere. Ci scambiammo qualche parola sulle cose della giornata e gli chiesi se avrebbe mangiato a casa; lui mi rispose tranquillamente e tornò poi nella sua stanza.
Quando arrivò l'ora di cena, apparecchiai come sempre e lo chiamai dalla cucina. Mangiammo parlando di argomenti completamente diversi, passando da una cosa all'altra senza che nessuno dei due facesse riferimento al pomeriggio precedente.
Dopo aver sparecchiato, rimasi ancora un po' in cucina a sistemare i piatti. Quando ebbi finito, passai davanti alla mia camera e vidi il comodino. Per un istante mi ricordai del foglio nascosto nel cassetto, ma non entrai nemmeno a prenderlo. Continuai verso il soggiorno e mi dedicai ad altro.
A fine serata, prima di andare a letto, entrai nella mia camera e aprii il cassetto del comodino. Presi il foglietto che avevo riposto lì qualche ora prima e lo riaprii, guardandolo ancora una volta alla luce della lampada prima di mettermi a letto.
Non ricordavo nemmeno l'intera conversazione e non avevo alcuna intenzione di ricostruirla, perché sapevo di averla sentita soltanto per caso e non volevo trasformare quell'episodio in qualcosa che non era. Eppure quei due valori erano rimasti impressi nella mia memoria con una precisione quasi fastidiosa. Provai a considerarli semplicemente numeri, come avrei fatto con qualsiasi altra misura, ma proprio il fatto di averli sentiti in quel particolare contesto sembrava renderli più difficili da dimenticare.
Nel primo pomeriggio, mentre cercavo una penna in uno dei cassetti della cucina, mi ritrovai a chiedermi quale fosse concretamente la differenza tra venticinque e dodici centimetri. Dal punto di vista matematico non c'era assolutamente nulla da capire: erano tredici centimetri, un calcolo elementare che avrei potuto fare senza nemmeno pensarci. Quello che continuava a mancarmi era un'immagine concreta, qualcosa che mi permettesse di capire quanto fosse evidente quella distanza nella realtà.
Rimasi per qualche secondo con il cassetto aperto, guardando distrattamente penne e matite, poi presi una decisione quasi istintiva. Presi un foglio bianco, un righello e una matita e mi sedetti al tavolo della cucina, dicendomi che avrei fatto un confronto semplice e che, una volta visto il risultato, avrei smesso di pensarci.
Scrissi 25 cm nella parte superiore del foglio e 12 cm sotto, lasciando abbastanza spazio tra le due indicazioni per poter tracciare le linee comodamente. Appoggiai quindi il righello sul foglio e tracciai la prima linea con attenzione, partendo esattamente dall'inizio della scala e fermandomi alla tacca dei venticinque centimetri. Poi riposizionai il righello nello stesso punto e tracciai la seconda, fermandomi a dodici. Prima di togliere il righello controllai entrambe le estremità, perché volevo essere sicura che il confronto fosse preciso.
Quando ebbi terminato, appoggiai il righello sul tavolo e rimasi a guardare il foglio.
La differenza era immediatamente visibile. Non avevo mai avuto difficoltà a capire che venticinque fosse maggiore di dodici, naturalmente, ma vedere le due linee partire dallo stesso punto rendeva il confronto completamente diverso. La linea più lunga continuava per un tratto considerevole oltre la fine della seconda e, mentre seguivo con gli occhi quello spazio, mi accorsi che era molto più evidente di quanto avessi immaginato.
Ricontrollai il righello per sicurezza, poi tornai a guardare il foglio. Non c'era nessun errore: le misure erano esattamente quelle che avevo scritto.
Sgranai gli occhi e mi sfuggì una reazione spontanea.
«Cazzo.»
Rimasi ancora qualche secondo a osservare le due linee, quasi aspettandomi che guardandole una terza volta la mia impressione cambiasse, ma non successe. La rappresentazione sul foglio aveva trasformato due numeri astratti in qualcosa di molto più immediato e mi resi conto che era proprio questo che avevo cercato senza accorgermene.
Mi venne allora in mente di aggiungere un riferimento ancora più semplice. Presi nuovamente la penna e, sotto le due linee, disegnai due forme allungate e arrotondate, quasi due piccoli salsicciotti stilizzati, cercando soltanto di mantenere tra loro la proporzione delle misure appena tracciate. Il primo risultò naturalmente molto più lungo del secondo e, una volta terminato anche il secondo, arretrai leggermente sulla sedia per guardare il foglio nel suo insieme.
Il confronto mi sembrò ancora più immediato.
Guardai le due linee, poi i due disegni, e per un attimo rimasi sinceramente sorpresa da quanto fosse facile percepire la differenza quando era rappresentata in quel modo.
Sgranai gli occhi.
«Porca puttana.»
Questa volta mi venne da ridere, soprattutto perché mi resi conto di quanto fosse diventata assurda la situazione. Ero entrata in cucina per cercare una penna e mi ero ritrovata seduta al tavolo con un righello, due misure scritte con precisione, due linee e persino due piccoli disegni che sembravano usciti da un quaderno delle scuole medie. Scossi la testa divertita e presi nuovamente la penna, aggiungendo accanto alle due linee la scritta 13 cm, così da indicare anche la differenza tra i valori.
Poi mi fermai.
Guardai il foglio ancora una volta e mi accorsi che non avevo più bisogno di fare calcoli o aggiungere altro. La domanda che mi ero posta aveva finalmente avuto una risposta concreta e, soprattutto, non avevo alcun motivo per trasformare quella curiosità in qualcosa di più.
Mi alzai lentamente dalla sedia e rimasi qualche secondo in piedi, guardando il tavolo. Il righello era rimasto accanto al foglio, la matita era ancora scoperta e c'erano alcune piccole tracce di gomma vicino al bordo del disegno. Presi la gomma e pulii il tavolo con il palmo della mano, poi raccolsi penna, matita e righello.
Il foglio, invece, lo tenni in mano.
Non volevo lasciarlo in cucina e decisi di portarlo nella mia camera. Attraversai il corridoio, entrai e raggiunsi il comodino accanto al letto. Aprii il cassetto superiore, dove tenevo alcune cose che usavo raramente, spostai un blocco per appunti e alcune ricevute e infilai il foglio sotto di esse, dopo averlo piegato con cura.
Prima di richiudere il cassetto rimasi qualche secondo a guardare il bordo del foglio. Mi venne da sorridere pensando a quanto fosse improbabile che qualcuno potesse immaginare perché avessi deciso di conservarlo. Alla fine lo richiusi, sistemai il blocco per appunti al suo posto e tornai in cucina.
Il pomeriggio proseguì normalmente. Preparai alcune cose per la cena, sistemai il bucato e riordinai il soggiorno. A un certo punto sentii mio figlio uscire dalla sua camera e andare in cucina a prendere qualcosa da bere. Ci scambiammo qualche parola sulle cose della giornata e gli chiesi se avrebbe mangiato a casa; lui mi rispose tranquillamente e tornò poi nella sua stanza.
Quando arrivò l'ora di cena, apparecchiai come sempre e lo chiamai dalla cucina. Mangiammo parlando di argomenti completamente diversi, passando da una cosa all'altra senza che nessuno dei due facesse riferimento al pomeriggio precedente.
Dopo aver sparecchiato, rimasi ancora un po' in cucina a sistemare i piatti. Quando ebbi finito, passai davanti alla mia camera e vidi il comodino. Per un istante mi ricordai del foglio nascosto nel cassetto, ma non entrai nemmeno a prenderlo. Continuai verso il soggiorno e mi dedicai ad altro.
A fine serata, prima di andare a letto, entrai nella mia camera e aprii il cassetto del comodino. Presi il foglietto che avevo riposto lì qualche ora prima e lo riaprii, guardandolo ancora una volta alla luce della lampada prima di mettermi a letto.
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