Il fascino degli anta 1
di
Troy2a
genere
incesti
Sono sempre stato attratto dalle donne mature, a cominciare da mia madre, o forse proprio a causa sua. Lei è una vera assetata di sesso, cosa che a spinto mio padre a separarsi. Il poveruomo aveva sempre resistito alle voci che circolavano su di lei, perché non era neanche accorta a fargli le corna in segreto. Poi la beccò la prima volta e archiviò il caso come una debolezza. La seconda, la sorprese con due uomini e volle pensare alla tentazione di un attimo. La terza, senza parlare, raccolse le sue cose e diede sue notizie tramite un legale. Io ero affascinato dai suoi comportamenti libertini: la spiavo di continuo e, quando lei se ne accorse, mi sorprese ancora una volta: non cercò di giustificarsi né di rimproverarmi per aver violato la sua privacy. Niente di tutto questo! Si limitò a chiedermi se mi fosse piaciuto quello che avevo visto ed a farsi una bella risata quando io risposi di sì. Da allora, cominciò a mandarmi dei messaggi, tipo:
“Alle 5 scopo con Giulio: per te il biglietto e gratis!” oppure, ma questo molto più di rado, veniva a svegliarmi al mattino, dicendo: “Fossi in te, oggi non andrei a scuola: viene a trovarmi Carlo, con uno o due amici. Chissà? Potrebbe anche succedere!” Ed immancabilmente succedeva.
Il patto era, comunque, che io dovevo garantire un ottimo rendimento a scuola e comportarmi sempre educatamente, fuori e dentro casa.
Fu proprio un gesto di buona educazione che mi aprì le porte del sesso. Di fronte a casa nostra, viveva una coppia di coniugi, i cui figli erano ormai grandi, sposati e trasferiti altrove. Lei, Maria, in pensione da un paio di anni. Era stata una poliziotta ed a sessanta anni, come da regola, aveva dovuto lasciare il servizio. Una bella donna ancora, tutto sommato, con belle gambe tornite, un seno prosperoso, anche se un po’ cadente, due occhi azzurri come il mare in un viso tondo e sbarazzino. Il marito, Filippo, suo coetaneo, lavorava ancora come tecnico in una fabbrichetta della zona. Faceva un orario spezzato che, per me, era improponibile: dalle 8 alle 13 e poi dalle 16 alle 19. Così, la povera Maria, spesso, andava a far la spesa da sola, volendo tener libero il week end per un’eventuale passeggiata al mare, o un giretto in città.
Un giorno, verso le 6 del pomeriggio, la vidi arrivare con la sua vecchia Panda. Accostò vicino casa e cominciò a tirare fuori le borse della spesa, stracolme e due casse d’acqua.
“Aspetta, Maria! Ti do una mano.” Dissi di slancio, avvicinandomi e prendendo le due casse d’acqua.
“Grazie, Luca! Sei un tesoro.”
Avevo appena diciotto anni, allora.
La accompagnai dentro casa, tenuta perfettamente ordinata e profumata, così differente dalla mia, dove permeava costantemente il sentore di corpi sudati e di amplessi consumati.
“Prendi un caffè?”
“Grazie, Maria, non c’è bisogno! L’ho fatto con piacere.”
“E perché mi fissi così?”
Fui attraversato da una scarica elettrica, ma risposi e lo feci dicendo la verità.
“Stavo guardando le tue gambe, Maria. Sono belle!”
Indossava un vestitino corto, un po’ sopra al ginocchio che lasciava scoperti due polpacci molto ben modellati, penso, dagli esercizi in palestra per servizio. Lei mi guardò esterrefatta, biascicò un grazie imbarazzato e mi accompagnò alla porta.
Rimasi a pensare per un giorno intero alla sua reazione: mi chiedevo se non fosse stato maleducato fare quell’apprezzamento. A tal punto che, il giorno dopo, aspettai di vederla uscire da casa, mi avvicinai e le chiesi scusa.
“Non devi scusarti, in fondo non c’è nulla di male. Solo che non sono più abituata a certi complimenti, specie da un giovane come te.”
Rinfrancato, me ne tornai a casa e mi misi sotto a studiare.
Passarono dei giorni, poi, mentre uscivo da casa, Maria era intenta a fare dei lavori in un aiuola. Aveva appena sradicato un piccolo albero avvizzito. Piccolo e avvizzito, ma non così piccolo da poter essere trasportato da soli. Mi vide e mi chiamò.
“Mi dai una mano a portarlo in giardino? Poi ci penserà Filippo a trasformarlo in legna da ardere.”
“Lo faccio volentieri, Maria!”
Non fu così facile farlo passare attraverso lo stretto corridoio che, fiancheggiando la casa, arrivava in giardino.
“Dai! Ci siamo meritati una bella bibita.” Disse, invitandomi ad entrare in casa. Quando fummo dentro, prese dal frigo una bottiglia di the alla pesca, afferrò da un portabicchieri due bicchieri di plastica e li riempì.
“Forse, avresti preferito guardarmi un po’ le gambe, ma, per fare questi lavori, preferisco usare i pantaloni, meglio se di tuta. Altrimenti rischio di graffiarmi tutta.”
“Se è per questo, basterebbe toglierli ora!” Azzardai.
“Non ti facevo così birboncello! Dietro quei modi da bravo ragazzo, si cela un monellaccio!”
Credo che arrossì, ma lei continuò:
“Facciamo così: per stavolta ti accontenti del the. Se vieni ad aiutarmi domeni, vedrò di mettere unagonna, o un vestito come l’altra volta.”
“Puoi scommetterci che ci sarò!”
“Ma davvero ti piacciono tanto le mie gambe?”
“Da impazzire! Ora vado, Maria, altrimenti a domani non arrivo!” le stampai un bacio sulla guancia che la sorprese, ma non la contrariò e me ne andai. L’ultima immagine che avevo di lei, era la sua mano, appoggiata sulla guancia dove l’avevo baciata ed un sorriso tenero sulle labbra.
L’indomani, senza che mi chiamasse, mi presentai a casa sua.
“Ciao, Luca! In verità, oggi non mi va di fare nulla. Ma una promessa è una promessa, come vedi.”
La guardai da capo a piedi e fissai lo sguardo su una gonna che lasciava scoperte le gambe fino a metà coscia.
“Posso entrare?” chiesi.
“Certo! Altrimenti che ci sei venuto a fare?”
La cucina, come tutta la casa del resto, profumava di oulito ed era in perfetto ordine: uno strofinaccio a tinte vivaci pendolava su un bracciolo in alluminio, fissato alla parete, a portata di mano per chi si occupasse di rassettare.
“Caffè o the?” mi chiese Maria.
“Oggi caffè; anche se non ne prendo mai!”
“E oggi?”
“Versare il the sarebbe troppo veloce.”
Sorrise, capendo quel che volessi dire. Si voltò verso il lavandino e, dallo scolapiatti, prese una piccola moka da due tazze. Ne approfittai, mentre lei riempiva l’acqua, per sollevarle la gonna ancora un po’: non ebbe alcuna reazione. Allora continuai, imperterrito, mentre lei riempiva l’imbuto col caffè, arrivando a scoprire l’ansa della natiche.
“Non credi di stare esagerando?”
“Vuoi che mi fermi?”
“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.”
“Che vuoi dire?”
Mi rispose solo un lungo sospiro, che decifrai come un lasciapassare. Aveva un paio di mutandine semplici, a fiori: non proprio le troie dei film porno, pensai, ma questo la rendeva, ai miei, occhi, ancora più desiderabile.
“Tanto valeva sfilare i pantaloni ieri, no?”
“Hai un culo magnifico, Maria; ancor più bello delle gambe!” lo dicevo, percorrendo, con la mano libera, le sue cosce e poi i suoi glutei, indugiando spesso sul solco che divideva in due quella magnifica luna. Lei non parlava più, così come aveva smesso di fare il caffè. Sospirava solo: sospiri lunghi e sempre più veloci. “Maria, ma… Stai pisciando?” esplose in una sonora risata.
Si voltò e mi prese il viso tra le mani
“Sei proprio un bambino: un gran bel bambino che deve ancora imparare tutto!” sentì la sua lingua premere sulle mie labbra. Il bacio: ecco, quello era l’unica cosa che avessi mai fatto con una donna, fino ad allora. Schiusi le mie labbra: volevo dimostrarle che non ero poi così bambino. Ed invce fu ancora lei a farmi capire quanto ancora avessi da imparare, di come anche dare un bacio, bene, ha i suoi segreti, i suoi codici ed i suoi perché. Sentivo il cazzo esplodermi nei pantaloni, mentre lei sembrava aver ormai perso ogni freno. Mi aprì i pantaloni ed, in un baleno, me li abbassò, insieme ai boxer. Si mise a cavalcioni su di me, infilandosi il cazzo nella fica. Era una forsennata!
Non riuscì a durare neanche cinque minuti e mi svuotai dentro di lei. Mi guardò ed i suoi occhi erano un cocktail di delusione e dolcezza. Poi si chinò a baciarmi.
“Non preoccuparti, piccolo! La prossima volta andrà meglio.”
“Lo faremo ancora, Maria?”
“Certo, tesoro! Voglio insegnarti tante cose.”
Eppure, tornai a casa che sembravo un cane bastonato. Mia madre mi accolse con indosso solo un ridottissimo perizoma.
“Certo che ne passi del tempo dalla Maria: te la scopi pure?”
“Oggi!”
“Oggi? Che significa Oggi?”
“Che oggi l’ho scopata per la prima volta, ma non è andata benissimo!”
“Cioè?”
“Sono arrivato troppo presto.”
Scoppiò in una risata che aumentò la mia frustrazione.
“Era la prima volta, vero cucciolo?” annuì, senza muovere le labbra.
“Vieni di là! Anch’io ho finito di scopare da poco e sono scarica, ma tu hai tanto da imparare e la tua mammina ti aiuterà.o ti fa schifo scopare la tua mamma?”
Ritrovai il sorriso: il mio sogno stava realizzandosi.
“Alle 5 scopo con Giulio: per te il biglietto e gratis!” oppure, ma questo molto più di rado, veniva a svegliarmi al mattino, dicendo: “Fossi in te, oggi non andrei a scuola: viene a trovarmi Carlo, con uno o due amici. Chissà? Potrebbe anche succedere!” Ed immancabilmente succedeva.
Il patto era, comunque, che io dovevo garantire un ottimo rendimento a scuola e comportarmi sempre educatamente, fuori e dentro casa.
Fu proprio un gesto di buona educazione che mi aprì le porte del sesso. Di fronte a casa nostra, viveva una coppia di coniugi, i cui figli erano ormai grandi, sposati e trasferiti altrove. Lei, Maria, in pensione da un paio di anni. Era stata una poliziotta ed a sessanta anni, come da regola, aveva dovuto lasciare il servizio. Una bella donna ancora, tutto sommato, con belle gambe tornite, un seno prosperoso, anche se un po’ cadente, due occhi azzurri come il mare in un viso tondo e sbarazzino. Il marito, Filippo, suo coetaneo, lavorava ancora come tecnico in una fabbrichetta della zona. Faceva un orario spezzato che, per me, era improponibile: dalle 8 alle 13 e poi dalle 16 alle 19. Così, la povera Maria, spesso, andava a far la spesa da sola, volendo tener libero il week end per un’eventuale passeggiata al mare, o un giretto in città.
Un giorno, verso le 6 del pomeriggio, la vidi arrivare con la sua vecchia Panda. Accostò vicino casa e cominciò a tirare fuori le borse della spesa, stracolme e due casse d’acqua.
“Aspetta, Maria! Ti do una mano.” Dissi di slancio, avvicinandomi e prendendo le due casse d’acqua.
“Grazie, Luca! Sei un tesoro.”
Avevo appena diciotto anni, allora.
La accompagnai dentro casa, tenuta perfettamente ordinata e profumata, così differente dalla mia, dove permeava costantemente il sentore di corpi sudati e di amplessi consumati.
“Prendi un caffè?”
“Grazie, Maria, non c’è bisogno! L’ho fatto con piacere.”
“E perché mi fissi così?”
Fui attraversato da una scarica elettrica, ma risposi e lo feci dicendo la verità.
“Stavo guardando le tue gambe, Maria. Sono belle!”
Indossava un vestitino corto, un po’ sopra al ginocchio che lasciava scoperti due polpacci molto ben modellati, penso, dagli esercizi in palestra per servizio. Lei mi guardò esterrefatta, biascicò un grazie imbarazzato e mi accompagnò alla porta.
Rimasi a pensare per un giorno intero alla sua reazione: mi chiedevo se non fosse stato maleducato fare quell’apprezzamento. A tal punto che, il giorno dopo, aspettai di vederla uscire da casa, mi avvicinai e le chiesi scusa.
“Non devi scusarti, in fondo non c’è nulla di male. Solo che non sono più abituata a certi complimenti, specie da un giovane come te.”
Rinfrancato, me ne tornai a casa e mi misi sotto a studiare.
Passarono dei giorni, poi, mentre uscivo da casa, Maria era intenta a fare dei lavori in un aiuola. Aveva appena sradicato un piccolo albero avvizzito. Piccolo e avvizzito, ma non così piccolo da poter essere trasportato da soli. Mi vide e mi chiamò.
“Mi dai una mano a portarlo in giardino? Poi ci penserà Filippo a trasformarlo in legna da ardere.”
“Lo faccio volentieri, Maria!”
Non fu così facile farlo passare attraverso lo stretto corridoio che, fiancheggiando la casa, arrivava in giardino.
“Dai! Ci siamo meritati una bella bibita.” Disse, invitandomi ad entrare in casa. Quando fummo dentro, prese dal frigo una bottiglia di the alla pesca, afferrò da un portabicchieri due bicchieri di plastica e li riempì.
“Forse, avresti preferito guardarmi un po’ le gambe, ma, per fare questi lavori, preferisco usare i pantaloni, meglio se di tuta. Altrimenti rischio di graffiarmi tutta.”
“Se è per questo, basterebbe toglierli ora!” Azzardai.
“Non ti facevo così birboncello! Dietro quei modi da bravo ragazzo, si cela un monellaccio!”
Credo che arrossì, ma lei continuò:
“Facciamo così: per stavolta ti accontenti del the. Se vieni ad aiutarmi domeni, vedrò di mettere unagonna, o un vestito come l’altra volta.”
“Puoi scommetterci che ci sarò!”
“Ma davvero ti piacciono tanto le mie gambe?”
“Da impazzire! Ora vado, Maria, altrimenti a domani non arrivo!” le stampai un bacio sulla guancia che la sorprese, ma non la contrariò e me ne andai. L’ultima immagine che avevo di lei, era la sua mano, appoggiata sulla guancia dove l’avevo baciata ed un sorriso tenero sulle labbra.
L’indomani, senza che mi chiamasse, mi presentai a casa sua.
“Ciao, Luca! In verità, oggi non mi va di fare nulla. Ma una promessa è una promessa, come vedi.”
La guardai da capo a piedi e fissai lo sguardo su una gonna che lasciava scoperte le gambe fino a metà coscia.
“Posso entrare?” chiesi.
“Certo! Altrimenti che ci sei venuto a fare?”
La cucina, come tutta la casa del resto, profumava di oulito ed era in perfetto ordine: uno strofinaccio a tinte vivaci pendolava su un bracciolo in alluminio, fissato alla parete, a portata di mano per chi si occupasse di rassettare.
“Caffè o the?” mi chiese Maria.
“Oggi caffè; anche se non ne prendo mai!”
“E oggi?”
“Versare il the sarebbe troppo veloce.”
Sorrise, capendo quel che volessi dire. Si voltò verso il lavandino e, dallo scolapiatti, prese una piccola moka da due tazze. Ne approfittai, mentre lei riempiva l’acqua, per sollevarle la gonna ancora un po’: non ebbe alcuna reazione. Allora continuai, imperterrito, mentre lei riempiva l’imbuto col caffè, arrivando a scoprire l’ansa della natiche.
“Non credi di stare esagerando?”
“Vuoi che mi fermi?”
“Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.”
“Che vuoi dire?”
Mi rispose solo un lungo sospiro, che decifrai come un lasciapassare. Aveva un paio di mutandine semplici, a fiori: non proprio le troie dei film porno, pensai, ma questo la rendeva, ai miei, occhi, ancora più desiderabile.
“Tanto valeva sfilare i pantaloni ieri, no?”
“Hai un culo magnifico, Maria; ancor più bello delle gambe!” lo dicevo, percorrendo, con la mano libera, le sue cosce e poi i suoi glutei, indugiando spesso sul solco che divideva in due quella magnifica luna. Lei non parlava più, così come aveva smesso di fare il caffè. Sospirava solo: sospiri lunghi e sempre più veloci. “Maria, ma… Stai pisciando?” esplose in una sonora risata.
Si voltò e mi prese il viso tra le mani
“Sei proprio un bambino: un gran bel bambino che deve ancora imparare tutto!” sentì la sua lingua premere sulle mie labbra. Il bacio: ecco, quello era l’unica cosa che avessi mai fatto con una donna, fino ad allora. Schiusi le mie labbra: volevo dimostrarle che non ero poi così bambino. Ed invce fu ancora lei a farmi capire quanto ancora avessi da imparare, di come anche dare un bacio, bene, ha i suoi segreti, i suoi codici ed i suoi perché. Sentivo il cazzo esplodermi nei pantaloni, mentre lei sembrava aver ormai perso ogni freno. Mi aprì i pantaloni ed, in un baleno, me li abbassò, insieme ai boxer. Si mise a cavalcioni su di me, infilandosi il cazzo nella fica. Era una forsennata!
Non riuscì a durare neanche cinque minuti e mi svuotai dentro di lei. Mi guardò ed i suoi occhi erano un cocktail di delusione e dolcezza. Poi si chinò a baciarmi.
“Non preoccuparti, piccolo! La prossima volta andrà meglio.”
“Lo faremo ancora, Maria?”
“Certo, tesoro! Voglio insegnarti tante cose.”
Eppure, tornai a casa che sembravo un cane bastonato. Mia madre mi accolse con indosso solo un ridottissimo perizoma.
“Certo che ne passi del tempo dalla Maria: te la scopi pure?”
“Oggi!”
“Oggi? Che significa Oggi?”
“Che oggi l’ho scopata per la prima volta, ma non è andata benissimo!”
“Cioè?”
“Sono arrivato troppo presto.”
Scoppiò in una risata che aumentò la mia frustrazione.
“Era la prima volta, vero cucciolo?” annuì, senza muovere le labbra.
“Vieni di là! Anch’io ho finito di scopare da poco e sono scarica, ma tu hai tanto da imparare e la tua mammina ti aiuterà.o ti fa schifo scopare la tua mamma?”
Ritrovai il sorriso: il mio sogno stava realizzandosi.
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