La dirigente scolastica 3
di
Troy2a
genere
orge
Era arrivato novembre.
La vita proseguiva in maniera decisamente positiva: edificante sul piano professionale, esssendomi conquistata sul campo la stima, la fiducia e l’amicizia del mio corpo docente; armoniosa, sul piano umano con rapporti di reciproco aiuto e di coabitazione serena con i miei coinquilini, ognuno impegnato nei propri doveri, ma anche disponibile ad essere di supporto nei confronti di chiunque ne avesse bisogno; eccitante sotto il profilo sentimentale, con il mio amore per Michele che sembrava crescere di giorno in giorno, amore che, ne ero certa per tanti piccoli e grandi segnali, era ricambiato a profusione; appagante e stimolante sotto il profilo sessuale, con cinque bei ragazzoni sempre pronti ad accontentare le mie voglie, da soli od in gruppo, ma anche capaci di accettare i miei, a dir la verità, pochi no.
Con tutti i dirigenti del territorio, fui convocata ad un evento formativo: era il 17 novembre ed era la prima occasione di incontrarmi e confrontarmi con altri dirigenti scolastici. I problemi da affrontare sul lavoro non erano pochi, a cominciare dagli aspetti economici, ma anche didattici. Quindi, mi recai sul luogo convenuto con uno spirito di sana voglia di ascoltare ed apprendere. E, magari, dare il mio contributo.
Naturalmente, i tempi si dilatarono: l’inizio dei lavori, previsto per le 9,00, slittò di una mezz’ora abbondante. Sedevo in una posizione centrale in tutti i sensi: ottava fila, posto centrale. Alcune file più avanti, una donna, decisamente attempata, continuava a voltarsi e sembrava guardare proprio me. Archiviai, mentalmente, questa convinzione: chi mai poteva conoscermi lì e quale interesse poteva nutrire nei miei confronti. Lei, intanto, continuava a voltarsi proprio verso di me. Fortunatamente, i lavori ebbero inizio e furono di quelli che prendono; densi di contenuti interessanti, di suggerimenti utili e pratici da portare sul lavoro.
Arrivarono le 11,30: il cheirman, consapevole che l’attenzione stava scemando, complice una latente stanchezza, annunciò dieci minuti di pausa, il tempo per un caffè da consumare ai due distributori automatici, posizionati poco oltre la sala delle riunioni. Dieci minuti per il caffè di centinaia di persone? Anche qui i tempi si dilatarono, ma io riuscì ad essere una delle prime a consumare il mio caffè e tornai a sedermi. Approfittai di quella pausa per una veloce scorsa ai messaggi sul telefono: come pensavo, diversi erano da docenti e personale A.T.A. della scuola: piccoli problemi che necessitavano, comunque, il mio parere. Risposi velocemente ed archiviai il tutto. Poi un paio di messaggi di Michele, come ogni mattina, per ribadirmi che quando non c’ero era come gli mancasse il respiro. Risposi di getto, con il cuore, confermandogli che anche per me era lo stesso. Poi c’era un messaggio da un numero sconosciuto, su cui mi soffermai, incuriosita, ma anche un po’ perplessa.
“Ciao! Vorrei parlarti, magari alla prima pausa.”
Ero ancora intenta a ragionare su quel messaggio, che la donna che sembrava fissarmi all’inizio, venne a sedersi accanto a me. Era una bella donna, anche se dimostrava tutti i suoi anni, che eranio ben oltre i sessanta. Si approcciò a me con modi gentili, ma complici, come se già ci conoscessimo da una vita.
“Tu devi essere Alba, vero? Non ti conosco, ma a pelle mi è sembrato che fossi tu. Sei identica a come ti hanno descritto. Io sono Monica, piacere!”
“Piacere mio! Ma… chi mi avrebbe descritto?”
“Mario, il tuo coinquilino, non fa che parlare di te, di come sei saggia, di come sai tenere le redini di una casa dove cinque ragazzoni convivono con una sola donna. E, infine, di quanto sei bella. Devo dire che su questo punto non posso che essere d’accordo, per il resto non ho elementi per giudicare.”
“E perché Mario parla di me?”
“Hai ragione! Sarà meglio che ti spieghi tutto…”
“Signori, signore, vi prego di tornare ai vostri posti. Dobbiamo ricominciare i lavori, se vogliamo finirli per l’orario previsto. Faremo una nuova pausa per il pranzo intorno alle 13,30. Poi riprenderemo alle 14,30 e faremo una volata fino alle 17.00”
Lei mi guardò.
“I chiarimenti sono solo rimandati. Se ti va, mangiamo qualcosa insieme e ti spiego tutto.”
Non feci neanche in tempo ad accettare, che lei si alzò e tornò a sedere al suo posto, lasciandomi con una montagna di dubbi che ero ansiosa di dissipare. Provai a concentrarmi sui lavori, ma non nascondo che spesso mi trovavo ad interrogarmi sul perché Mario avesse parlato di me con quella donna e, soprattutto, che cosa le avesse raccontato. Provai, per tutto il tempo, un senso di imbarazzo, quasi di paura.
L’ora della pausa si avvicinava e ricevetti un messaggio dal numero sconosciuto, che ormai sapevo appartenere a Monica.
“Invito accettato?”
Ebbi, per un attimo, l’idea di inventare una scusa, di dire che fossi già impegnata. Ma con chi? E poi, a cosa sarebbe servito, se non a dover coesistere con i dubbi che, invece, volevo chiarire.
“Certo!” risposi.
“Sono contenta!”
Pochi minuti dopo le 13,30, preceduto dal solito, inutile, invito a rispettare l’orario di ripresa dei lavori, arrivò il rompete le righe. Monica mi raggiunse che ero ancora seduta a raccogliere le mie cose.
“Allora, andiamo?” non so se quella sua ingiustificabile euforia mi desse più apprensione o mi tranquillizzasse. Decisi di rimanere sulle mie ed aspettare di saperne di più.
“Andiamo!” dissi, cercando l’inflessione più neutra che riuscì a trovare. Lei mi prese sottobraccio, come fossimo amiche da una vita.
“Allora, la scelta c’è, ma sempre di qualcosa di veloce si deve trattare. Preferisce un panino dal mac, o una piadina?”
“Vada per la piadina!” facemmo un centinaio di metri e ci infilammo in un locale di una catena di cui avevo visto la pubblicità in TV, ma che non avevo mai sperimentato. Lei cercò un tavolo, scegliendolo trai più defilati e con poca gente attorno. Sedemmo e ruppe subito il ghiaccio.
“Oddio, che gran piacere conoscerti. Mario ti descrive come un’essere eccezionale. E così deve essere, perché Mario non esagera mai.”
“Posso chiederti perché avete parlato di me?”
“Certo! Ma sta tranquilla, che è tutto a posto.” Quelle parole, invece di rassicurarmi, mi procurarono un brivido. Lei venne più vicina: eravamo gomito a gomito , il che mi procurava una sensazione di fastidio. Ma ne aveva le sue ragioni. “Sai, Mario è il mio amante! Cioè, dovrei spiegarmi meglio. Io e mio marito siamo una coppia cuck, una di quelle in cui al marito fa piacere guardare la moglie fare sesso con altri uomini. Mario è il mio bull fisso. Certo, facciamo anche altri incontri occasionali, spesso con sconosciuti, ma Mario è quello assiduo. Un gran bel ragazzo, ben dotato e capace di farmi godere. Ma mi ero accorta che c’era qualcun’altra; così lo incalzato per sapere se si fosse fatto la ragazza, o se, invece, non provasse più attrazione per me. Fortunatamente, sulla seconda mi ha subito tranquillizzata: Mario è Mario! Ho dovuto insistere e fare leva sul nostro rapporto che dura da due anni. Ma alla fine ha ceduto e mi ha raccontato di te, di Michele e di come vi divertite a casa.”
Sentivo la rabbia ribollire e salire alla testa: aveva violato il nostro patrto di riservatezza. Lo aveva fatto senza neanche parlarmene. Era stato un vile. Non sentì più una parola di quelle che Monica continuava a dire e lei se ne accorse.
“Oddio! Spero di non aver fatto un casino. Io volevo solo che diventassimo amiche: non è facile trovare persone con cui poter parlare di queste nostre… particolarità, liberamente. Speravo di aver trovato un’amica, ma forse sono stata troppo affrettata. Perdonami!”
“No, tranquilla, Monica! Non è con te che sono arrabbiata e sembri una persona simpatica. Ma Mario non avrebbe dovuto parlarti di me, non prima di avermelo detto!”
“Forse hai ragione. Ma tu, a Michele, non diresti proprio tutto? Non ti fidi di lui ciecamente?”
“Dai, andiamo che è ora di ricominciare.”
“Prometti di rivalutare la situazione?”
“Ci proverò!”
A sorpresa, mi sfiorò le labbra con le sue.
“Mario ha ragione: sei una donna eccezionale!”
Mi prese di nuovo sottobraccio e tronammo al corso. Notai che, stavolta, quel suo modo di fare, forse eccessivamente confidenziale per due persone che si erano appena conosciute, non mi dava più così fastidio. In fin dei conti, pensai, avevo ancora bisogno di farmi delle amiche e degli amici in quella città.
Rimaneva il fatto che Mario si era comportato molto male nei mie confronti: dovevo sfogarmi con qualcuno e quel qualcuno altri non poteva essere che Michele. Gli mandai un messaggio.
“Ho bisogno di parlare con te. Ma non a casa!”
Rispose quasi subito.
“Posso offrirti una pizza, stasera?”
Una pizza a cena, dopo una piadina a pranzo? La cosa non mi allettava.
“Facciamo che ci facciamo una spaghettata in un locale che conosco!”
“Con te, verrei ovunque e mangerei qualsiasi cosa, anche sushi!”
“Con me, quello te lo scordi!” condì l’ultimo messaggio con una faccina sorridente e lui ricambiò con un cuore.
Aspettvamo che i nostri maccheroni cacio e pepe arrivassero, quando intavolai il discorso. Gli raccontai dell’incontro con Monica e di quello che lei mi aveva riferito, mentre lui mi ascoltava silente.
“Non hai nulla da dire?” lo incalzai, un po’ piccata dal fatto che non sembrasse prendere le mie parti.
“Hai detto che volevi parlarmi e ti sto ascoltando: quando avrai finito, avrò un quadro completo e ti dirò la mia.”
“Non credo ci sia altro da dire.”
“Bene! Hai tutti i motivi di questo mondo per essere arrabbiata con Mario: Che lui abbia un ottimo rapporto con Monica, un rapporto di complicità che esclude la possibilità che lei vada a raccontarlo ad altri, non giustifica che lo abbia fatto senza neanche chiederti cosa ne pensi. Però, io non ne farei un dramma: non è successo niente in fin dei conti ed esacerbare la situazione potrebbe significare far saltare l’armonia a casa. Io gliene parlerei, con calma, facendogli capire che il suo non è stato un comportamento corretto. Ma poi basta. Naturalmente è solo il mio pensiero.”
Mi sconvolgeva sempre la maturità e la calma con cui affrontava le situazioni.
“Poi, potrebbe essere un modo per fare nuove conoscenza. Dici sempre che non abbiamo amicizie fuori dal nostro appartamento, no?” aggiunse.
Rasserenata, gli raccontai di come avevo avuto la stessa idea, tornando ai lavori dopo pranzo.
Ila nostra pasta, morbida e fumante, ci aveva raggiunto. Mangiammo come una coppia qualsiasi, come due innamorati.
“A casa ho una sorpresa per te!” disse.
“Di che si tratta?”
“Vedrai!”
Finimmo di mangiare e, con una certa ansia, prendemmo i mezzi per tornare a casa. Salutammo velocemente gli altri ragazzi e ci rifugiammo in camera nostra.
“A te!” disse, indicandomi un divano letto, giòà aperto e preparato per la notte.
“Che stupido! Sarebbe bastato unire i letti.”
“Già! Tanto poi, se fosse arrivato tuo marito ell’improvviso…”
“Ancora una volta hai ragione tu. Ma ora ho voglia di provare questa novità, che ne dici?”
Si spogliò in un baleno ed altrettanto feci io. Facemmo l’amore per ora, noi due, soli: facemmo l’amore. Un rapporto fatto più di coccole che di trasgressione, anche se non rinunciammo certo a darci piacere. Quando eravamo soli io e luii, era lui che decideva quando e cosa fare: io ero ben felice di concedermi totalmente al mio uomo, di diventare poer lui una geisha, di servirlo. Era tutto diverso da quando lo facevamo con gli altri, dove ero io a dettare le condizioni. Ma stiamo parlando di due cose diverse: con Michele era amore puro, quello con la maiuscola, quello che ti lascia senza fiato; con tutti era sesso, quello che ti sconvolge di lussuria che ti porta a volere sempre più cazzo, a fantasticare di essere sempre più troia.
Prima di addormentarci, dissi a Michele.
“Domani intendo chiarire con Mario.”
“Fai bene, ma si cauta!”
“Stai tranquillo: intendo far pace, magari scopando con lui!”
“Mi sembra un’ottima idea.”
La vita proseguiva in maniera decisamente positiva: edificante sul piano professionale, esssendomi conquistata sul campo la stima, la fiducia e l’amicizia del mio corpo docente; armoniosa, sul piano umano con rapporti di reciproco aiuto e di coabitazione serena con i miei coinquilini, ognuno impegnato nei propri doveri, ma anche disponibile ad essere di supporto nei confronti di chiunque ne avesse bisogno; eccitante sotto il profilo sentimentale, con il mio amore per Michele che sembrava crescere di giorno in giorno, amore che, ne ero certa per tanti piccoli e grandi segnali, era ricambiato a profusione; appagante e stimolante sotto il profilo sessuale, con cinque bei ragazzoni sempre pronti ad accontentare le mie voglie, da soli od in gruppo, ma anche capaci di accettare i miei, a dir la verità, pochi no.
Con tutti i dirigenti del territorio, fui convocata ad un evento formativo: era il 17 novembre ed era la prima occasione di incontrarmi e confrontarmi con altri dirigenti scolastici. I problemi da affrontare sul lavoro non erano pochi, a cominciare dagli aspetti economici, ma anche didattici. Quindi, mi recai sul luogo convenuto con uno spirito di sana voglia di ascoltare ed apprendere. E, magari, dare il mio contributo.
Naturalmente, i tempi si dilatarono: l’inizio dei lavori, previsto per le 9,00, slittò di una mezz’ora abbondante. Sedevo in una posizione centrale in tutti i sensi: ottava fila, posto centrale. Alcune file più avanti, una donna, decisamente attempata, continuava a voltarsi e sembrava guardare proprio me. Archiviai, mentalmente, questa convinzione: chi mai poteva conoscermi lì e quale interesse poteva nutrire nei miei confronti. Lei, intanto, continuava a voltarsi proprio verso di me. Fortunatamente, i lavori ebbero inizio e furono di quelli che prendono; densi di contenuti interessanti, di suggerimenti utili e pratici da portare sul lavoro.
Arrivarono le 11,30: il cheirman, consapevole che l’attenzione stava scemando, complice una latente stanchezza, annunciò dieci minuti di pausa, il tempo per un caffè da consumare ai due distributori automatici, posizionati poco oltre la sala delle riunioni. Dieci minuti per il caffè di centinaia di persone? Anche qui i tempi si dilatarono, ma io riuscì ad essere una delle prime a consumare il mio caffè e tornai a sedermi. Approfittai di quella pausa per una veloce scorsa ai messaggi sul telefono: come pensavo, diversi erano da docenti e personale A.T.A. della scuola: piccoli problemi che necessitavano, comunque, il mio parere. Risposi velocemente ed archiviai il tutto. Poi un paio di messaggi di Michele, come ogni mattina, per ribadirmi che quando non c’ero era come gli mancasse il respiro. Risposi di getto, con il cuore, confermandogli che anche per me era lo stesso. Poi c’era un messaggio da un numero sconosciuto, su cui mi soffermai, incuriosita, ma anche un po’ perplessa.
“Ciao! Vorrei parlarti, magari alla prima pausa.”
Ero ancora intenta a ragionare su quel messaggio, che la donna che sembrava fissarmi all’inizio, venne a sedersi accanto a me. Era una bella donna, anche se dimostrava tutti i suoi anni, che eranio ben oltre i sessanta. Si approcciò a me con modi gentili, ma complici, come se già ci conoscessimo da una vita.
“Tu devi essere Alba, vero? Non ti conosco, ma a pelle mi è sembrato che fossi tu. Sei identica a come ti hanno descritto. Io sono Monica, piacere!”
“Piacere mio! Ma… chi mi avrebbe descritto?”
“Mario, il tuo coinquilino, non fa che parlare di te, di come sei saggia, di come sai tenere le redini di una casa dove cinque ragazzoni convivono con una sola donna. E, infine, di quanto sei bella. Devo dire che su questo punto non posso che essere d’accordo, per il resto non ho elementi per giudicare.”
“E perché Mario parla di me?”
“Hai ragione! Sarà meglio che ti spieghi tutto…”
“Signori, signore, vi prego di tornare ai vostri posti. Dobbiamo ricominciare i lavori, se vogliamo finirli per l’orario previsto. Faremo una nuova pausa per il pranzo intorno alle 13,30. Poi riprenderemo alle 14,30 e faremo una volata fino alle 17.00”
Lei mi guardò.
“I chiarimenti sono solo rimandati. Se ti va, mangiamo qualcosa insieme e ti spiego tutto.”
Non feci neanche in tempo ad accettare, che lei si alzò e tornò a sedere al suo posto, lasciandomi con una montagna di dubbi che ero ansiosa di dissipare. Provai a concentrarmi sui lavori, ma non nascondo che spesso mi trovavo ad interrogarmi sul perché Mario avesse parlato di me con quella donna e, soprattutto, che cosa le avesse raccontato. Provai, per tutto il tempo, un senso di imbarazzo, quasi di paura.
L’ora della pausa si avvicinava e ricevetti un messaggio dal numero sconosciuto, che ormai sapevo appartenere a Monica.
“Invito accettato?”
Ebbi, per un attimo, l’idea di inventare una scusa, di dire che fossi già impegnata. Ma con chi? E poi, a cosa sarebbe servito, se non a dover coesistere con i dubbi che, invece, volevo chiarire.
“Certo!” risposi.
“Sono contenta!”
Pochi minuti dopo le 13,30, preceduto dal solito, inutile, invito a rispettare l’orario di ripresa dei lavori, arrivò il rompete le righe. Monica mi raggiunse che ero ancora seduta a raccogliere le mie cose.
“Allora, andiamo?” non so se quella sua ingiustificabile euforia mi desse più apprensione o mi tranquillizzasse. Decisi di rimanere sulle mie ed aspettare di saperne di più.
“Andiamo!” dissi, cercando l’inflessione più neutra che riuscì a trovare. Lei mi prese sottobraccio, come fossimo amiche da una vita.
“Allora, la scelta c’è, ma sempre di qualcosa di veloce si deve trattare. Preferisce un panino dal mac, o una piadina?”
“Vada per la piadina!” facemmo un centinaio di metri e ci infilammo in un locale di una catena di cui avevo visto la pubblicità in TV, ma che non avevo mai sperimentato. Lei cercò un tavolo, scegliendolo trai più defilati e con poca gente attorno. Sedemmo e ruppe subito il ghiaccio.
“Oddio, che gran piacere conoscerti. Mario ti descrive come un’essere eccezionale. E così deve essere, perché Mario non esagera mai.”
“Posso chiederti perché avete parlato di me?”
“Certo! Ma sta tranquilla, che è tutto a posto.” Quelle parole, invece di rassicurarmi, mi procurarono un brivido. Lei venne più vicina: eravamo gomito a gomito , il che mi procurava una sensazione di fastidio. Ma ne aveva le sue ragioni. “Sai, Mario è il mio amante! Cioè, dovrei spiegarmi meglio. Io e mio marito siamo una coppia cuck, una di quelle in cui al marito fa piacere guardare la moglie fare sesso con altri uomini. Mario è il mio bull fisso. Certo, facciamo anche altri incontri occasionali, spesso con sconosciuti, ma Mario è quello assiduo. Un gran bel ragazzo, ben dotato e capace di farmi godere. Ma mi ero accorta che c’era qualcun’altra; così lo incalzato per sapere se si fosse fatto la ragazza, o se, invece, non provasse più attrazione per me. Fortunatamente, sulla seconda mi ha subito tranquillizzata: Mario è Mario! Ho dovuto insistere e fare leva sul nostro rapporto che dura da due anni. Ma alla fine ha ceduto e mi ha raccontato di te, di Michele e di come vi divertite a casa.”
Sentivo la rabbia ribollire e salire alla testa: aveva violato il nostro patrto di riservatezza. Lo aveva fatto senza neanche parlarmene. Era stato un vile. Non sentì più una parola di quelle che Monica continuava a dire e lei se ne accorse.
“Oddio! Spero di non aver fatto un casino. Io volevo solo che diventassimo amiche: non è facile trovare persone con cui poter parlare di queste nostre… particolarità, liberamente. Speravo di aver trovato un’amica, ma forse sono stata troppo affrettata. Perdonami!”
“No, tranquilla, Monica! Non è con te che sono arrabbiata e sembri una persona simpatica. Ma Mario non avrebbe dovuto parlarti di me, non prima di avermelo detto!”
“Forse hai ragione. Ma tu, a Michele, non diresti proprio tutto? Non ti fidi di lui ciecamente?”
“Dai, andiamo che è ora di ricominciare.”
“Prometti di rivalutare la situazione?”
“Ci proverò!”
A sorpresa, mi sfiorò le labbra con le sue.
“Mario ha ragione: sei una donna eccezionale!”
Mi prese di nuovo sottobraccio e tronammo al corso. Notai che, stavolta, quel suo modo di fare, forse eccessivamente confidenziale per due persone che si erano appena conosciute, non mi dava più così fastidio. In fin dei conti, pensai, avevo ancora bisogno di farmi delle amiche e degli amici in quella città.
Rimaneva il fatto che Mario si era comportato molto male nei mie confronti: dovevo sfogarmi con qualcuno e quel qualcuno altri non poteva essere che Michele. Gli mandai un messaggio.
“Ho bisogno di parlare con te. Ma non a casa!”
Rispose quasi subito.
“Posso offrirti una pizza, stasera?”
Una pizza a cena, dopo una piadina a pranzo? La cosa non mi allettava.
“Facciamo che ci facciamo una spaghettata in un locale che conosco!”
“Con te, verrei ovunque e mangerei qualsiasi cosa, anche sushi!”
“Con me, quello te lo scordi!” condì l’ultimo messaggio con una faccina sorridente e lui ricambiò con un cuore.
Aspettvamo che i nostri maccheroni cacio e pepe arrivassero, quando intavolai il discorso. Gli raccontai dell’incontro con Monica e di quello che lei mi aveva riferito, mentre lui mi ascoltava silente.
“Non hai nulla da dire?” lo incalzai, un po’ piccata dal fatto che non sembrasse prendere le mie parti.
“Hai detto che volevi parlarmi e ti sto ascoltando: quando avrai finito, avrò un quadro completo e ti dirò la mia.”
“Non credo ci sia altro da dire.”
“Bene! Hai tutti i motivi di questo mondo per essere arrabbiata con Mario: Che lui abbia un ottimo rapporto con Monica, un rapporto di complicità che esclude la possibilità che lei vada a raccontarlo ad altri, non giustifica che lo abbia fatto senza neanche chiederti cosa ne pensi. Però, io non ne farei un dramma: non è successo niente in fin dei conti ed esacerbare la situazione potrebbe significare far saltare l’armonia a casa. Io gliene parlerei, con calma, facendogli capire che il suo non è stato un comportamento corretto. Ma poi basta. Naturalmente è solo il mio pensiero.”
Mi sconvolgeva sempre la maturità e la calma con cui affrontava le situazioni.
“Poi, potrebbe essere un modo per fare nuove conoscenza. Dici sempre che non abbiamo amicizie fuori dal nostro appartamento, no?” aggiunse.
Rasserenata, gli raccontai di come avevo avuto la stessa idea, tornando ai lavori dopo pranzo.
Ila nostra pasta, morbida e fumante, ci aveva raggiunto. Mangiammo come una coppia qualsiasi, come due innamorati.
“A casa ho una sorpresa per te!” disse.
“Di che si tratta?”
“Vedrai!”
Finimmo di mangiare e, con una certa ansia, prendemmo i mezzi per tornare a casa. Salutammo velocemente gli altri ragazzi e ci rifugiammo in camera nostra.
“A te!” disse, indicandomi un divano letto, giòà aperto e preparato per la notte.
“Che stupido! Sarebbe bastato unire i letti.”
“Già! Tanto poi, se fosse arrivato tuo marito ell’improvviso…”
“Ancora una volta hai ragione tu. Ma ora ho voglia di provare questa novità, che ne dici?”
Si spogliò in un baleno ed altrettanto feci io. Facemmo l’amore per ora, noi due, soli: facemmo l’amore. Un rapporto fatto più di coccole che di trasgressione, anche se non rinunciammo certo a darci piacere. Quando eravamo soli io e luii, era lui che decideva quando e cosa fare: io ero ben felice di concedermi totalmente al mio uomo, di diventare poer lui una geisha, di servirlo. Era tutto diverso da quando lo facevamo con gli altri, dove ero io a dettare le condizioni. Ma stiamo parlando di due cose diverse: con Michele era amore puro, quello con la maiuscola, quello che ti lascia senza fiato; con tutti era sesso, quello che ti sconvolge di lussuria che ti porta a volere sempre più cazzo, a fantasticare di essere sempre più troia.
Prima di addormentarci, dissi a Michele.
“Domani intendo chiarire con Mario.”
“Fai bene, ma si cauta!”
“Stai tranquillo: intendo far pace, magari scopando con lui!”
“Mi sembra un’ottima idea.”
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