La dirigente scolastica 1
di
Troy2a
genere
orge
Dopo 25 anni di insegnamento di matematica in un liceo scientifico, anche cedendo alle insistenze di mio marito, preside, anzi, come si dice oggi, dirigente di quello stesso liceo, mi decisi a fare il concorso e, viste le opportunità, lo feci in Lombardia. Tanto, come diceva sempre il solito marito, massimo un paio di anni e ti danno il trasferimento per ricongiungimento familiare. I ragazzi erano ormai grandi ed indipendenti ed avevano scelto di rimanere a casa a frequentare l’università, quindi non avevo grandi impedimenti, anche se, soprattutto, ero convinta di non farcela. Ed invece…
La nomina a dirigente di un istituto tecnico del capoluogo lombardo arrivò prima per email e poi per raccomandata mentre ero in vacanza a crogiolarmi al sole di Marina Serra; era agosto inoltrato ed io avrei dovuto prendere servizio nella nuova sede il 1 settembre. Avvertì un senso di vertigine e le gambe mi tremarono. Non tanto per il cambio di lavoro, ma per il cambio di vita che mi aspettava: dovevo, urgentemente, trovare casa. Lasciare la mia bella villetta unifamiliare, a pochi chilometri dal mare che adoravo, per finire, sempre che lo trovassi, in un monolocale in affitto, forse un tugurio, visti i costi degli immobili a Milano. Iniziai subito la ricerca su internet, perché le agenzie, verosimilmente, erano tutte chiuse per ferie. Lo choc fu peggiore del previsto: cercavo un monolocale, perché non volevo saperne di coabitare con qualche ragazzetta, magari svampita, studentessa fuorisede. Ma dovetti fare la prima marcia indietro: vada per la coabitazione e cerchiamo un posto letto. Disponibilità zero, a fronte di costi elevatissimi. Pensavamo già, io e mio marito che mi affiancava nella ricerca, di dover trovare un b&b o qualcosa di simile per i primi tempi, quando incocciammo in un’agenzia che nella pagina di accesso faceva lampeggiare il messaggio: “Siamo aperti! Potete chiamarci.”
Mi brillarono gli occhi: che qualcosa cominciasse a girare bene?
Chiamai e mi rispose una voce femminile, gentile e disponibile: ascoltò la mia storia, quasi fosse l’unica che avesse importanza per lei, senza mai invitarmi alla sintesi. Ma il veleno era nella coda.
“Signora, non voglio illuderla. Trovare quello che lei cerca sarà come cercare un ago nel pagliaio. Ne parlo anche con il mio socio: posso assicurarle che faremo il possibile, ma devo essere realista, mi capisce?” sconsolata, non mi rimase altro che assentire. Il tempo era men che risicato e glielo dissi.
Il giorno dopo, il mio cellulare squillò: sul display un numero fisso di Milano.
“Buongiorno, signora! Purtroppo non ho buone notizie. L’unica possibilità che abbiamo trovato è un posto letto a Cologno Monzese. Ma non è questo il problema: a dispetto del nome è proprio alle porte di Milano e con i mezzi pubblici non è un problema arrivare dove deve lei.”
“Quindi?” azzardai tra lo speranzoso e il diffidente.
“Il problema è che si tratta di un bell’appartamento, grande, con tre ampie camere da letto, soggiorno, 2 bagni e cucina. Ma, come dicevo, affitta a posto letto e chiede 600 euro a posto letto. Ma anche il prezzo, le assicuro, per Milano è un vero affare”
“Allora?” incalzai.
“Il problema è che è l’unico posto libero e gli altri 5 sono occupati da cinque studenti universitari…” lasciò sospese per l’etere queste ultime parole, come per farmele pesare bene, poi concluse”…uomini!”
La terra sprofondò sotto i miei piedi, mentre farfugliavo il mio no, ad una voce che continuava, gentilmente, a confermare la sua comprensione e a snocciolare la propria impotenza a risolvere il problema.
Chiusi la telefonata, totalmente demoralizzata: mio marito mi cinse le spalle .
“Potresti prenderlo! Guadagneremmo tempo e, mentre sei lì, potrai cercare un’altra soluzione.”
“Di sicuro chiederanno tre o quattro mesi di anticipo ed un vincolo almeno annuale.”
“Vorrà dire che avrai un anno di tempo per cercare qualcos’altro.”
“Ho paura!”
“Lo so, ma dobbiamo pur decidere!”
Con non poca riluttanza, richiamai il numero di Milano. La voce che mi rispose non aveva perso la sua gentilezza, ascoltò il mio disagio nel confermarle che prendevo il posto letto e poi, sempre con voce molto professionale, aggiunse.
“Bene! Se lei viene nei prossimi giorni, la accompagnerò io stessa: la buona notizia è, a quanto ne so, che al momento c’è solo uno dei ragazzi che occupano l’appartamento. La brutta notizia è che si tratta proprio del suo compagno di stanza. Ma prima o poi avrebbe dovuto fare i conti con questa realtà.”
“Ha ragione! Se riesco a trovare posto, sarò lì domani stesso.”
“Ottimo! Mi chiami appena arriva.”
Arrivata all’aeroporto di Linate, la chiamai e seguì le sue indicazioni sui mezzi da prendere, per arrivare a Cologno. Mio marito sempre accanto, mi trasmetteva un po’ di tranquillità nel mare di ansia che stavo navigando. La signora, in un’elegante tailleur verde pisello, mi accolse alla fermata dell’ultimo autobus che dovevamo prendere. Poche decine di metri dopo, su quella stessa strada, il condominio Bouganvillea, dalla siepe della pianta che ne sanciva l’accesso. Al primo piano un appartamento luminoso, ben arredato, comodo. Insomma, sarebbe stato un alloggio ideale se non per quel piccolo particolare: doverlo condividere con 5 ragazzacci, come, senza conoscerli, avevo preso a chiamarli.
“Ho avvertito il suo compagno di stanza del suo arrivo: mi sembrava doveroso!”
“Ha fatto bene… Sempre che lo prenda.”
“Naturalmente!”
Mentre parlavamo, mi conduceva a vistare l’appartamento. Due camere erano chiuse a chiave: quelle i cui occupanti non c’erano. La terza, una grande camera luminosa, con due letti singoli ed altrettanti armadi, oltre a due comodini era aperta. Mi colpì la presenza di una cassettiera, che, evidentemente, avremmo dovuto condividere. Era tenuta in un ordine perfetto, come la pulizia: mi chiesi se fosse dovuto alla mia visita o se il ragazzo che l’occupava fosse così meticolosamente accorto all’ordine. Anche il bagno era tenuto lindo ed ordinato: insomma, se intimamente speravo di trovarci qualcosa per allontanare da me l’idea di prenderlo, avrei dovuto cercare qualcos’altro. Ma, soprattutto, non mi restava molto tempo. Scambiai uno sguardo con mio marito: lessi un briciolo di preoccupazione, mentre mi sollecitava a rompere gli indugi. Mi sembrò che fosse la voce di un’altra, di una sconosciuta che proferiva quelle parole.
“Lo prendo!”
Mentre tutta me stessa era scossa da un fremito di angoscia, che superava di tanto quello derivante dalla nuova professione che stavo per intraprendere.
Una settimana dopo, ero di nuovo lì: stavolta per restarci. Avevo sistemato le mie cose nell’armadio, avevo preso possesso di due cassetti del comò ed avevo sistemato l’intimo nel comodino. Avevo dovuto notare, non senza rammarico, che qualcosa avrei dovuto metterla nella cassettiera, ma poi pensai che, se il mio coinquilino avesse voluto sbirciare nella mia intimità, comò o comodino non avrebbe fatto grande differenza.
Mi sentivo sudaticcia e stanca: pensai che una doccia, magari fredda, potesse servire a lavarmi da dosso, insieme al sudore, anche tutti i pensieri che mi tormentavano in quel momento. Dopo essermi lavata, indugiai di fronte allo specchio, contemplando la mia nudità. Apprezzai le mie forme, ancora piacevoli nonostante l’età e qualche chilo di troppo: mi sentivo stupida, ma mi sembrava che, coccolandomi in quel modo, potessi vincere tutte le mie paure. Allacciai distrattamente l’accappatoio, prima di uscire dal bagno: tanto non c’era nessuno in casa. Aprì la porta, proprio mentre l’uscio di casa, quasi di fronte alla porta del bagno, si spalancava. Mancò poco che sbattessimo uno sull’altro.
“Professoressa!?!”
“Battocchio!?!”
Scoppiammo a ridere entrambi: tra i tantissimi studenti fuorisede che c’erano a Milano, il mio compagno di stanza sarebbe stato un ragazzo che era mio studente appena l’anno prima. Ne osservai il fisico asciutto, un po’ di più da quello che ricordavo ed il giovane viso, sormontato dai soliti occhiali. Poi mi accorsi che anche lui mi osservava e che io non ero perfettamente in ordine come lui, con l’accappatoio semislacciato che gli offriva un ampia panoramica sul mio seno e sulle mie cosce. Provai a ricompormi, ma ottenni, nell’immediato l’effetto contrario: l’accappatoio si spalancò, lasciandomi, anche solo per il tempo infinitesimale, nuda davanti ai suoi occhi, che strabuzzarono.
“Mi scusi!” farfugliò arrossendo.
“Non è colpa tua, ma mia! Faremo finta che non sia successo.” Risposi, probabilmente arrossendo anche più di lui. Mi sembrò di sentirlo mormorare qualcosa tipo “ Non sarà facile!” mentre provava a distogliere lo sguardo, concentrandosi sui libri che teneva sotto il braccio. Senza più dire una parola, mi rifugiai in camera, chiudendo la porta dietro di me. Mi ci volle più di qualche minuto, per riprendermi dallo schock. Quando, dopo essermi rivestita, uscì dalla camera, per andare a riordinare in bagno, lo trovai già perfettamente a posto. Le mie mutandine campeggiavano in evidenza in cima alla cesta della biancheria sporca, come fossero state sistemate e non gettate. Rabbrividì.
Entrai in cucina, cercando di osteggiare, una sicurezza che, invece, mi mancava.
“Grazie, ma non dovevi, Battocchio?”
“Forse sarebbe il caso che ora imparasse a chiamarmi per nome, professoressa: mi chiamo Michele, ricorda?”
“Hai ragione! Sai, la forza dell’abitudine. Allora, mi farà strano, ma puoi chiamarmi Alba!”
“Farà strano anche a me, ma ci proverò. Ho pensato di fare due spaghetti, per mangiare. Poi mi dirai tu come preferisci che ci organizziamo.”
“Vada per gli spaghetti. Per il resto, credo che non convenga fare programmi: io avrò i miei impegni e tu i tuoi. Quindi, faremo come suggerirà il caso.”
Quando furono pronti gli spaghetti, sedemmo a tavola, uno di fronte all’altro. Fu inevitabile che, di tanto in tanto, i nostri piedi incocciassero tra loro. Ma mi sembrò che ogni volta Michele facesse in modo che indugiassero un po’ di più. Allora mi feci coraggio.
“Rispondimi sinceramente! Le mie mutandine… in bagno… sono capitate così a caso nel cesto?”
“Cosa vuoi dire?”
“Non sembrano gettate: è come se qualcuno le abbia sistemate… aperte!”
“Sono così belle che… Insomma mi piaceva vederle come fossero indossate.”
Provai una sensazione strana, a sentire quelle parole: mi rendevo conto che avrei dovuto arrabbiarmi, ma provavo anche una sensazione di compiacimento. Avvertivo che quelle parole celavano un apprezzamento anche nei miei confronti, oltre che della mia biancheria. E, per quanto cercassi di impormi il contrario, piacere ad un ventenne mi riempiva di orgoglio. Tuttavia, provai a sembrare adirata.
“Mi sembra che partiamo col piede sbagliato, giovanotto!”
“Mi hai chiesto tu di essere sincero!” il suo sguardo era impertinente. Sembrava volermi spogliare e appagare la sua vista di quello che aveva potuto vedere solo per un attimo. Scappare in camera mi sembrò la scelta più saggia in quel momento. Mi buttai sul letto: mi sentivo sconvolta…piacevolmente sconvolta. E questo mi turbava ancora di più: mi sorpresi a sperare che lui entrasse, magari per cercare di scusarsi, o anche solo per stendersi anche lui e riposare. Ma niente di tutto questo accadde e, quando uscì dalla camera, tutto era perfettamente in ordine ed il silenzio e la solitudine erano i miei soli compagni. Trovai che fare un’altra doccia potesse essere una buona idea, visto il caldo opprimente. Gettai l’intimo nella cesta e mi infilai sotto il getto freddo della doccia. Restai lì per un quarto d’ora o poco più, quindi infilai l’accappatoio. Per un attimo pensai di chiuderlo per bene, ma mi trovai a fare il contrario. Ma soprattutto a farlo con la recondita speranza che Michele tornasse e mi trovasse così. Uscendo dal bagno, sentì la chiave che girava nella toppa e mi attardai, invece di fiondarmi in camera e richiudere la porta dietro me. Restammo a fissarci qualche secondo, poi parlai:
“Pare sia diventata una consuetudine!”
“Già! Una piacevole consuetudine.” Rispose lui senza staccare gli occhi dal mio seno, coperto in maniera molto approssimativa. Poi mi passò davanti ed entrò in bagno: prese i miei slip dalla cesta e, con un gesto teatrale, li aprì, portandoseli al naso, per poi riporli aperti nella cesta. Restai a guardare la scena, per nulla arrabbiata, anzi con un mezzo sorriso complice sulle labbra, che non spensi neanche quando lui si avvicinò e, con fare sicuro, mi disse:
“Hai una fica che profuma di buono!”
Poi infilò un braccio sotto l’accappatoio e, posandomi la mano sul culo, mi attirò a sé. Non provai neanche a resistere e lasciai che mi baciasse a lungo.
“Sognavo di farlo da quando eri la mia professoressa di matematica e studiavo come un dannato per non deluderti. Sono felice che abbiamo trovato subito questa intesa e sarà bello dividere la camera con te.”
In quel momento, squillò il cellulare che avevo lasciato sul comodino. Michele lasciò che mi divincolassi per andare a rispondere: era mio marito. Avvampai, come fossi stata colta sul fatto e mi resi conto di come il mio imbarazzo trapelasse dalla mia voce quando lui mi chiese cosa non andasse. Recuperai in gran fretta l’autocontrollo:
“Niente! Solo sono un po’ stanca ed anche annoiata se devo dirla tutta.”
“Hai incontrato il tuo compagno di camera?”
Gli raccontai della sorpresa che avevo avuto, omettendo, naturalmente, tutti i particolari sullo sviluppo che c’era stato. Parlammo quasi mezz’ora, prima di chiudere e Michele era rimasto lì, sulla porta, a guardarmi. Slacciai l’accappatoio, la cui umidità cominciava a darmi fastidio.
“Ho voglia di fare l’amore, se anche a te va!”
Mi meravigliai della mia sfrontatezza, mentre lui si spogliava, avvicinandosi. Aveva un cazzo poderoso, già in piena erezione: il viso da bambino cresciuto non serviva a dissimulare la libidine. Mi sollevò, tornando a baciarmi con ancora più passione di prima, sempre mettendomi una mano sul culo.
“Quanto sei bona, Alba! Ho voglia di romperti questo bel culo.”
“Prendila con calma: ho voglia di godere tanto!”
“Promettimi che è solo la prima di tante ed in cambio ti porterò a visitare il paradiso!”
Mi sembrò l’iperbole di un giovinetto convinto dei propri mezzi sessuali, anche se molto dotato.
“Tu portami in paradiso e non te ne pentirai!”
Mi strinse ancora di più ed io dimenticai che faceva caldo.
Per un paio di giorni, i nostri rapporti tornarono ad essere poco più che cordiali. Apprezzai il fatto che non fosse assillante e che continuasse a desiderarmi, ma senza pretendere nulla. Poi cominciai la mia nuova avventura a scuola: il primo giorno fu devastante. Faticavo a raccapezzarmi tra i mille impegni che il nuovo lavoro proponeva. Uscita di casa poco dopo l’alba, rientrai che era già quasi l’imbrunire. Nessuno, degli altri inquilini, era ancora rientrato dalle vacanze. Michele era intento a preparare qualcosa ai fornelli.
“Ciao, Alba! Sarà pronto tra una mezz’ora. Vuoi fare una doccia?”
Io posai stancamente le mie cose in camera, cominciai anche a spogliarmi per fare quella doccia di cui sentivo di aver bisogno. Ma avvertivo una necessità più urgente: un qualcosa che potesse mondarmi dallo stress di quella giornata meglio dell’acqua. Entrai in cucina che indossavo solo reggiseno e perizoma: le mie cosce abbondanti in bella vista, come il rotolino di pancetta. Sedetti sul tavolo, allargando oscenamente le gambe.
“Dopo!” risposi, consapevole che tra la domanda e la risposta fosse trascorso un bel lasso di tempo. “Ora ho bisogno che tu mi lecchi la fica!”
Michele sciacquò le mani, asciugandiole con movimenti studiatamente lenti ad uno strofinaccio.
Si voltò e mi prese il mento.
“Agli ordini, mia sovrana, mia Grandissima Troia!”
Era la prima volta nella mia vita che mi sentivo dare della troia, ma non mi offese. Anzi, lo trovai un bel vezzeggiativo, un nomignolo da spendere nella nostra intimità. Lui avvicinò la bocca alla mia e mi persi nel suo bacio, prima di vederlo scivolare tra le mie ginocchia. Spostò lo striminzito tessuto del perizoma ed affondò la testa sulla mia fica. Era un mostro con quella lingua, era una vora capace di attirare ed ingoiare tutti gli umori che distillavo, mentre sentivo la fatica e lo stress scivolarmi addosso. Fui io a chiederlo, ancora una volta: volli che mi inculasse, che mi possedesse in ogni dove lì, su quel tavolo di cucina. E, quando sentii il suo piacere avvicinarsi, mi inginocchiai ai suoi piedi.
“Ed ora, Grandissimo Mio Porco, soddisfa la mia sete di sborra!”
I fiotti mi arrivarono copiosi, densi, aciduli: li accolsi tutti come una benedizione, prima di andare a fare la doccia, insieme, mentre, sul fornello, qualcosa continuava la sua cottura lenta.
Se ancora avevo qualche dubbio, in quella storia c’ero dentro con tutta me stessa: mi rendevo conto che non fosse amore, ma era qualcosa che, comunque, mi legava e mi invitava ad andare oltre. Sì; ero la Grandissima Troia di quella nostra storia.
La nomina a dirigente di un istituto tecnico del capoluogo lombardo arrivò prima per email e poi per raccomandata mentre ero in vacanza a crogiolarmi al sole di Marina Serra; era agosto inoltrato ed io avrei dovuto prendere servizio nella nuova sede il 1 settembre. Avvertì un senso di vertigine e le gambe mi tremarono. Non tanto per il cambio di lavoro, ma per il cambio di vita che mi aspettava: dovevo, urgentemente, trovare casa. Lasciare la mia bella villetta unifamiliare, a pochi chilometri dal mare che adoravo, per finire, sempre che lo trovassi, in un monolocale in affitto, forse un tugurio, visti i costi degli immobili a Milano. Iniziai subito la ricerca su internet, perché le agenzie, verosimilmente, erano tutte chiuse per ferie. Lo choc fu peggiore del previsto: cercavo un monolocale, perché non volevo saperne di coabitare con qualche ragazzetta, magari svampita, studentessa fuorisede. Ma dovetti fare la prima marcia indietro: vada per la coabitazione e cerchiamo un posto letto. Disponibilità zero, a fronte di costi elevatissimi. Pensavamo già, io e mio marito che mi affiancava nella ricerca, di dover trovare un b&b o qualcosa di simile per i primi tempi, quando incocciammo in un’agenzia che nella pagina di accesso faceva lampeggiare il messaggio: “Siamo aperti! Potete chiamarci.”
Mi brillarono gli occhi: che qualcosa cominciasse a girare bene?
Chiamai e mi rispose una voce femminile, gentile e disponibile: ascoltò la mia storia, quasi fosse l’unica che avesse importanza per lei, senza mai invitarmi alla sintesi. Ma il veleno era nella coda.
“Signora, non voglio illuderla. Trovare quello che lei cerca sarà come cercare un ago nel pagliaio. Ne parlo anche con il mio socio: posso assicurarle che faremo il possibile, ma devo essere realista, mi capisce?” sconsolata, non mi rimase altro che assentire. Il tempo era men che risicato e glielo dissi.
Il giorno dopo, il mio cellulare squillò: sul display un numero fisso di Milano.
“Buongiorno, signora! Purtroppo non ho buone notizie. L’unica possibilità che abbiamo trovato è un posto letto a Cologno Monzese. Ma non è questo il problema: a dispetto del nome è proprio alle porte di Milano e con i mezzi pubblici non è un problema arrivare dove deve lei.”
“Quindi?” azzardai tra lo speranzoso e il diffidente.
“Il problema è che si tratta di un bell’appartamento, grande, con tre ampie camere da letto, soggiorno, 2 bagni e cucina. Ma, come dicevo, affitta a posto letto e chiede 600 euro a posto letto. Ma anche il prezzo, le assicuro, per Milano è un vero affare”
“Allora?” incalzai.
“Il problema è che è l’unico posto libero e gli altri 5 sono occupati da cinque studenti universitari…” lasciò sospese per l’etere queste ultime parole, come per farmele pesare bene, poi concluse”…uomini!”
La terra sprofondò sotto i miei piedi, mentre farfugliavo il mio no, ad una voce che continuava, gentilmente, a confermare la sua comprensione e a snocciolare la propria impotenza a risolvere il problema.
Chiusi la telefonata, totalmente demoralizzata: mio marito mi cinse le spalle .
“Potresti prenderlo! Guadagneremmo tempo e, mentre sei lì, potrai cercare un’altra soluzione.”
“Di sicuro chiederanno tre o quattro mesi di anticipo ed un vincolo almeno annuale.”
“Vorrà dire che avrai un anno di tempo per cercare qualcos’altro.”
“Ho paura!”
“Lo so, ma dobbiamo pur decidere!”
Con non poca riluttanza, richiamai il numero di Milano. La voce che mi rispose non aveva perso la sua gentilezza, ascoltò il mio disagio nel confermarle che prendevo il posto letto e poi, sempre con voce molto professionale, aggiunse.
“Bene! Se lei viene nei prossimi giorni, la accompagnerò io stessa: la buona notizia è, a quanto ne so, che al momento c’è solo uno dei ragazzi che occupano l’appartamento. La brutta notizia è che si tratta proprio del suo compagno di stanza. Ma prima o poi avrebbe dovuto fare i conti con questa realtà.”
“Ha ragione! Se riesco a trovare posto, sarò lì domani stesso.”
“Ottimo! Mi chiami appena arriva.”
Arrivata all’aeroporto di Linate, la chiamai e seguì le sue indicazioni sui mezzi da prendere, per arrivare a Cologno. Mio marito sempre accanto, mi trasmetteva un po’ di tranquillità nel mare di ansia che stavo navigando. La signora, in un’elegante tailleur verde pisello, mi accolse alla fermata dell’ultimo autobus che dovevamo prendere. Poche decine di metri dopo, su quella stessa strada, il condominio Bouganvillea, dalla siepe della pianta che ne sanciva l’accesso. Al primo piano un appartamento luminoso, ben arredato, comodo. Insomma, sarebbe stato un alloggio ideale se non per quel piccolo particolare: doverlo condividere con 5 ragazzacci, come, senza conoscerli, avevo preso a chiamarli.
“Ho avvertito il suo compagno di stanza del suo arrivo: mi sembrava doveroso!”
“Ha fatto bene… Sempre che lo prenda.”
“Naturalmente!”
Mentre parlavamo, mi conduceva a vistare l’appartamento. Due camere erano chiuse a chiave: quelle i cui occupanti non c’erano. La terza, una grande camera luminosa, con due letti singoli ed altrettanti armadi, oltre a due comodini era aperta. Mi colpì la presenza di una cassettiera, che, evidentemente, avremmo dovuto condividere. Era tenuta in un ordine perfetto, come la pulizia: mi chiesi se fosse dovuto alla mia visita o se il ragazzo che l’occupava fosse così meticolosamente accorto all’ordine. Anche il bagno era tenuto lindo ed ordinato: insomma, se intimamente speravo di trovarci qualcosa per allontanare da me l’idea di prenderlo, avrei dovuto cercare qualcos’altro. Ma, soprattutto, non mi restava molto tempo. Scambiai uno sguardo con mio marito: lessi un briciolo di preoccupazione, mentre mi sollecitava a rompere gli indugi. Mi sembrò che fosse la voce di un’altra, di una sconosciuta che proferiva quelle parole.
“Lo prendo!”
Mentre tutta me stessa era scossa da un fremito di angoscia, che superava di tanto quello derivante dalla nuova professione che stavo per intraprendere.
Una settimana dopo, ero di nuovo lì: stavolta per restarci. Avevo sistemato le mie cose nell’armadio, avevo preso possesso di due cassetti del comò ed avevo sistemato l’intimo nel comodino. Avevo dovuto notare, non senza rammarico, che qualcosa avrei dovuto metterla nella cassettiera, ma poi pensai che, se il mio coinquilino avesse voluto sbirciare nella mia intimità, comò o comodino non avrebbe fatto grande differenza.
Mi sentivo sudaticcia e stanca: pensai che una doccia, magari fredda, potesse servire a lavarmi da dosso, insieme al sudore, anche tutti i pensieri che mi tormentavano in quel momento. Dopo essermi lavata, indugiai di fronte allo specchio, contemplando la mia nudità. Apprezzai le mie forme, ancora piacevoli nonostante l’età e qualche chilo di troppo: mi sentivo stupida, ma mi sembrava che, coccolandomi in quel modo, potessi vincere tutte le mie paure. Allacciai distrattamente l’accappatoio, prima di uscire dal bagno: tanto non c’era nessuno in casa. Aprì la porta, proprio mentre l’uscio di casa, quasi di fronte alla porta del bagno, si spalancava. Mancò poco che sbattessimo uno sull’altro.
“Professoressa!?!”
“Battocchio!?!”
Scoppiammo a ridere entrambi: tra i tantissimi studenti fuorisede che c’erano a Milano, il mio compagno di stanza sarebbe stato un ragazzo che era mio studente appena l’anno prima. Ne osservai il fisico asciutto, un po’ di più da quello che ricordavo ed il giovane viso, sormontato dai soliti occhiali. Poi mi accorsi che anche lui mi osservava e che io non ero perfettamente in ordine come lui, con l’accappatoio semislacciato che gli offriva un ampia panoramica sul mio seno e sulle mie cosce. Provai a ricompormi, ma ottenni, nell’immediato l’effetto contrario: l’accappatoio si spalancò, lasciandomi, anche solo per il tempo infinitesimale, nuda davanti ai suoi occhi, che strabuzzarono.
“Mi scusi!” farfugliò arrossendo.
“Non è colpa tua, ma mia! Faremo finta che non sia successo.” Risposi, probabilmente arrossendo anche più di lui. Mi sembrò di sentirlo mormorare qualcosa tipo “ Non sarà facile!” mentre provava a distogliere lo sguardo, concentrandosi sui libri che teneva sotto il braccio. Senza più dire una parola, mi rifugiai in camera, chiudendo la porta dietro di me. Mi ci volle più di qualche minuto, per riprendermi dallo schock. Quando, dopo essermi rivestita, uscì dalla camera, per andare a riordinare in bagno, lo trovai già perfettamente a posto. Le mie mutandine campeggiavano in evidenza in cima alla cesta della biancheria sporca, come fossero state sistemate e non gettate. Rabbrividì.
Entrai in cucina, cercando di osteggiare, una sicurezza che, invece, mi mancava.
“Grazie, ma non dovevi, Battocchio?”
“Forse sarebbe il caso che ora imparasse a chiamarmi per nome, professoressa: mi chiamo Michele, ricorda?”
“Hai ragione! Sai, la forza dell’abitudine. Allora, mi farà strano, ma puoi chiamarmi Alba!”
“Farà strano anche a me, ma ci proverò. Ho pensato di fare due spaghetti, per mangiare. Poi mi dirai tu come preferisci che ci organizziamo.”
“Vada per gli spaghetti. Per il resto, credo che non convenga fare programmi: io avrò i miei impegni e tu i tuoi. Quindi, faremo come suggerirà il caso.”
Quando furono pronti gli spaghetti, sedemmo a tavola, uno di fronte all’altro. Fu inevitabile che, di tanto in tanto, i nostri piedi incocciassero tra loro. Ma mi sembrò che ogni volta Michele facesse in modo che indugiassero un po’ di più. Allora mi feci coraggio.
“Rispondimi sinceramente! Le mie mutandine… in bagno… sono capitate così a caso nel cesto?”
“Cosa vuoi dire?”
“Non sembrano gettate: è come se qualcuno le abbia sistemate… aperte!”
“Sono così belle che… Insomma mi piaceva vederle come fossero indossate.”
Provai una sensazione strana, a sentire quelle parole: mi rendevo conto che avrei dovuto arrabbiarmi, ma provavo anche una sensazione di compiacimento. Avvertivo che quelle parole celavano un apprezzamento anche nei miei confronti, oltre che della mia biancheria. E, per quanto cercassi di impormi il contrario, piacere ad un ventenne mi riempiva di orgoglio. Tuttavia, provai a sembrare adirata.
“Mi sembra che partiamo col piede sbagliato, giovanotto!”
“Mi hai chiesto tu di essere sincero!” il suo sguardo era impertinente. Sembrava volermi spogliare e appagare la sua vista di quello che aveva potuto vedere solo per un attimo. Scappare in camera mi sembrò la scelta più saggia in quel momento. Mi buttai sul letto: mi sentivo sconvolta…piacevolmente sconvolta. E questo mi turbava ancora di più: mi sorpresi a sperare che lui entrasse, magari per cercare di scusarsi, o anche solo per stendersi anche lui e riposare. Ma niente di tutto questo accadde e, quando uscì dalla camera, tutto era perfettamente in ordine ed il silenzio e la solitudine erano i miei soli compagni. Trovai che fare un’altra doccia potesse essere una buona idea, visto il caldo opprimente. Gettai l’intimo nella cesta e mi infilai sotto il getto freddo della doccia. Restai lì per un quarto d’ora o poco più, quindi infilai l’accappatoio. Per un attimo pensai di chiuderlo per bene, ma mi trovai a fare il contrario. Ma soprattutto a farlo con la recondita speranza che Michele tornasse e mi trovasse così. Uscendo dal bagno, sentì la chiave che girava nella toppa e mi attardai, invece di fiondarmi in camera e richiudere la porta dietro me. Restammo a fissarci qualche secondo, poi parlai:
“Pare sia diventata una consuetudine!”
“Già! Una piacevole consuetudine.” Rispose lui senza staccare gli occhi dal mio seno, coperto in maniera molto approssimativa. Poi mi passò davanti ed entrò in bagno: prese i miei slip dalla cesta e, con un gesto teatrale, li aprì, portandoseli al naso, per poi riporli aperti nella cesta. Restai a guardare la scena, per nulla arrabbiata, anzi con un mezzo sorriso complice sulle labbra, che non spensi neanche quando lui si avvicinò e, con fare sicuro, mi disse:
“Hai una fica che profuma di buono!”
Poi infilò un braccio sotto l’accappatoio e, posandomi la mano sul culo, mi attirò a sé. Non provai neanche a resistere e lasciai che mi baciasse a lungo.
“Sognavo di farlo da quando eri la mia professoressa di matematica e studiavo come un dannato per non deluderti. Sono felice che abbiamo trovato subito questa intesa e sarà bello dividere la camera con te.”
In quel momento, squillò il cellulare che avevo lasciato sul comodino. Michele lasciò che mi divincolassi per andare a rispondere: era mio marito. Avvampai, come fossi stata colta sul fatto e mi resi conto di come il mio imbarazzo trapelasse dalla mia voce quando lui mi chiese cosa non andasse. Recuperai in gran fretta l’autocontrollo:
“Niente! Solo sono un po’ stanca ed anche annoiata se devo dirla tutta.”
“Hai incontrato il tuo compagno di camera?”
Gli raccontai della sorpresa che avevo avuto, omettendo, naturalmente, tutti i particolari sullo sviluppo che c’era stato. Parlammo quasi mezz’ora, prima di chiudere e Michele era rimasto lì, sulla porta, a guardarmi. Slacciai l’accappatoio, la cui umidità cominciava a darmi fastidio.
“Ho voglia di fare l’amore, se anche a te va!”
Mi meravigliai della mia sfrontatezza, mentre lui si spogliava, avvicinandosi. Aveva un cazzo poderoso, già in piena erezione: il viso da bambino cresciuto non serviva a dissimulare la libidine. Mi sollevò, tornando a baciarmi con ancora più passione di prima, sempre mettendomi una mano sul culo.
“Quanto sei bona, Alba! Ho voglia di romperti questo bel culo.”
“Prendila con calma: ho voglia di godere tanto!”
“Promettimi che è solo la prima di tante ed in cambio ti porterò a visitare il paradiso!”
Mi sembrò l’iperbole di un giovinetto convinto dei propri mezzi sessuali, anche se molto dotato.
“Tu portami in paradiso e non te ne pentirai!”
Mi strinse ancora di più ed io dimenticai che faceva caldo.
Per un paio di giorni, i nostri rapporti tornarono ad essere poco più che cordiali. Apprezzai il fatto che non fosse assillante e che continuasse a desiderarmi, ma senza pretendere nulla. Poi cominciai la mia nuova avventura a scuola: il primo giorno fu devastante. Faticavo a raccapezzarmi tra i mille impegni che il nuovo lavoro proponeva. Uscita di casa poco dopo l’alba, rientrai che era già quasi l’imbrunire. Nessuno, degli altri inquilini, era ancora rientrato dalle vacanze. Michele era intento a preparare qualcosa ai fornelli.
“Ciao, Alba! Sarà pronto tra una mezz’ora. Vuoi fare una doccia?”
Io posai stancamente le mie cose in camera, cominciai anche a spogliarmi per fare quella doccia di cui sentivo di aver bisogno. Ma avvertivo una necessità più urgente: un qualcosa che potesse mondarmi dallo stress di quella giornata meglio dell’acqua. Entrai in cucina che indossavo solo reggiseno e perizoma: le mie cosce abbondanti in bella vista, come il rotolino di pancetta. Sedetti sul tavolo, allargando oscenamente le gambe.
“Dopo!” risposi, consapevole che tra la domanda e la risposta fosse trascorso un bel lasso di tempo. “Ora ho bisogno che tu mi lecchi la fica!”
Michele sciacquò le mani, asciugandiole con movimenti studiatamente lenti ad uno strofinaccio.
Si voltò e mi prese il mento.
“Agli ordini, mia sovrana, mia Grandissima Troia!”
Era la prima volta nella mia vita che mi sentivo dare della troia, ma non mi offese. Anzi, lo trovai un bel vezzeggiativo, un nomignolo da spendere nella nostra intimità. Lui avvicinò la bocca alla mia e mi persi nel suo bacio, prima di vederlo scivolare tra le mie ginocchia. Spostò lo striminzito tessuto del perizoma ed affondò la testa sulla mia fica. Era un mostro con quella lingua, era una vora capace di attirare ed ingoiare tutti gli umori che distillavo, mentre sentivo la fatica e lo stress scivolarmi addosso. Fui io a chiederlo, ancora una volta: volli che mi inculasse, che mi possedesse in ogni dove lì, su quel tavolo di cucina. E, quando sentii il suo piacere avvicinarsi, mi inginocchiai ai suoi piedi.
“Ed ora, Grandissimo Mio Porco, soddisfa la mia sete di sborra!”
I fiotti mi arrivarono copiosi, densi, aciduli: li accolsi tutti come una benedizione, prima di andare a fare la doccia, insieme, mentre, sul fornello, qualcosa continuava la sua cottura lenta.
Se ancora avevo qualche dubbio, in quella storia c’ero dentro con tutta me stessa: mi rendevo conto che non fosse amore, ma era qualcosa che, comunque, mi legava e mi invitava ad andare oltre. Sì; ero la Grandissima Troia di quella nostra storia.
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