Noblesse

di
genere
saffico

-Madame Tolissò, il vostro bagno è pronto- disse una voce alle sue spalle, riscuotendola dai suoi pensieri.
Si voltò, incrociando gli occhi con quelli della giovane governante creola, e annuì senza alcuna enfasi.
La ragazza, di origine caraibica, figlia e nipote di domestiche nella famiglia Tolissò era l’unica persona al mondo che ancora le dava del voi.
Tutto il resto di un universo che per generazioni era stato al servizio e alle gonnelle della ricchissima famiglia, si era dileguato da tempo, come i topi che fuggono dalla nave in balia della tempesta.

La donna, ormai sessantenne, guardò fuori dalla finestra, giù verso il giardino all’italiana che avevo preso le sembianze di una foresta tropicale.
-Sarita, dovete dire al giardiniere che sta trascurando troppo il suo lavoro- proruppe con voce stanca.
-Certo madame, ora venite però, l’acqua si raffredda- disse accondiscendente la giovane facendo una smorfia, sicura che l’altra non potesse vederla, aggiungendo un’ultima dose di sali da bagno nell’acqua che già schiumava di bolle iridescenti.
Germanette Tolissò si guardò intorno, posando lo sguardo sulla grande e antica vasca in ghisa che stava al centro della sala da bagno ormai disadorna di ogni preziosità, nella stessa posizione in cui l’aveva fatta mettere sua bisnonna oltre cento anni prima; aveva sfogliato più volte l’album segreto di famiglia nel quale aveva trovato alcuni dagherrotipi licenziosi di inizio ‘900 che immortalavano le donne della famiglia nell’atto di lavarsi, uscendo o entrando dall’acqua, con pose che scimmiottavano la Venere del Botticelli ma che sarebbero state più adatte ai locali di Pigalle.
Si era sempre divertita a guardare gli chignon cotonati, i fianchi abbondanti e gli sguardi languidi delle sue antenate, flesse in pose sinuose quasi a voler coprire l’impudicizia di seni marmorei e pubi ricoperti di fittissime pelurie nere che risaltavano sulle carni bianchissime.

Si mise davanti al grande specchio in bronzo dal vetro ormai opacizzato e lasciò che la sua vestaglia le scivolasse via dalle spalle, ma Sarita evitò con destrezza che cadesse al suolo inerte.
I capelli lunghi e sciolti mantenevano poche striature del nero assoluto della gioventù, erano radi e sfibrati dalle mancate cure e dai colpi di spazzola troppo violenti con cui si pettinava ogni mattina.
Il corpo stava cedendo alla forza di gravità, con le pelli flosce sotto le braccia e i seni rassegnati al ruolo di ciondoli vuoti e non più desiderabili.
La rotondità sul ventre esaltava la lunga cicatrice cesarea, frutto di un ardore giovanile e peccaminoso ma portatrice di infinito dolore.
Il monte di venere esplodeva ancora di un cespuglio inestricabile di peluria scura che copriva quasi completamente il sesso orlato di rughe.
Si accarezzò con la mano che scese a dischiudere le grandi labbra, solleticandole e regalandole un brivido.
Si immerse fino al collo nel liquido caldo che emanava effluvi intensi di lavanda, gelsomino e pesche tabacchiere.

La modernità che suo padre trent’anni prima aveva dato alla vasca, dotandola di acqua corrente calda e fredda, era sembrata un sacrilegio a sua nonna, una violenza su un oggetto del quale narrava valore inestimabile, prodotto dalla fusione dei cannoni prussiani conquistati dalle armate napoleoniche.
La giovane creola lasciò che si abituasse al calore intenso dell’acqua, poi indossò i guanti di crine e si pose alle sue spalle, su uno sgabello; iniziò a massaggiare il collo della donna, con movimenti dolci e circolari, che lentamente si estesero alle spalle e alle braccia.
Madame Tolissò si abbandonò a quelle cure, docile e viziata, sollevandosi in avanti per consentire che il massaggio si spostasse lungo la schiena, e rovesciando la testa indietro quando i guanti si posarono sul decolletè.
Sarita si soffermò, come era consuetudine, in attesa di un piccolo cenno di assenso, un lieve dondolio del capo; poi lascò che le sue mani guantate scendessero a massaggiarle i seni, roteando e palpeggiandoli con delicatezza.
La donna schiuse le labbra rosee e le protese verso l’alto, emettendo un sommesso gemito di piacere; piegandosi in avanti, quelle carnose e giovani della ragazza si posarono sulle sue, chiudendosi in uno scrigno in cui le lingue iniziarono a cercarsi.
-Sarita…- sussurrò flebile la donna, accelerando il respiro; poi dentro l’acqua le sue mani presero le punte dei guanti di crine tirandoli via dalle mani della ragazza.
-Siete bellissima madame- rispose piano, con le mani finalmente libere di stimolare i capezzoli rugosi e inturgiditi, le dita che giocavano sul bordo del rosone e lo stringevano man mano con più decisione.

La domestica si alzò e dalle sue spalle spostò lo sgabello sul fianco della vasca; si sciolse lo chignon e sbottonò la camicetta blu orlata di trine bianche della divisa, lasciando che i suoi seni giovani e mulatti fossero disponibili ai desideri dell’altra.
Le labbra si cercarono nuovamente, danzando come due farfalle in volo; le braccia si incrociarono e la mano bagnata e imperlata di bolle profumate dell’anziana uscì dall’acqua per cercare le rotondità di Sarita, che al caldo contatto emise a sua volta un gemito.
Noncurante della manica ormai fradicia, fece scivolare le dita nelle profondità della vasca, sino a incontrare le alghe ispide del suo monte di Venere; l’indice e il medio si avventurarono in quella giungla sottomarina sino a trovare il gonfiore pulsante del suo clitoride.
Divaricò le due dita aprendo le grandi labbra e permettendo al calore dell’acqua di fondersi con quello vulcanico dell’anziana.
Le carezze divennero lieve pressione e invadente curiosità, le dita incontrarono la consistenza vischiosa del piacere e avvertì gli affanni via via più sincopati della donna.
Madame Tolissò si abbandonò senza riserve, impudica e peccaminosa come lo era stata per tutta la sua esistenza; unica erede di un padre già in rovina ma dal portamento onesto e rispettato, aveva dilapidato ogni avere, ogni nobiltà e ogni traccia di essenza dignitaria.
Aveva affogato i suoi giorni nella lussuria e nell’ignavia, senza mai un sussulto di riscatto morale e sociale; Il castello di Chamartin e il suo parco erano stati sbranati dal tempo, dall’incuria e dai creditori, sino a trasformarlo in un sepolcro male imbiancato circondato di sterpaglie.
La giovane domestica avvertì gli spasmi che attraversavano il corpo della donna, via via più lunghi e intensi; continuò a suggere le sue labbra mordicchiandole, aspirando i gemiti orgasmici al profumo di madeleine.
Sentiva il suo stesso corpo distillare gocce di lubrificante dolciastro che le stavano bagnando le culotte e i pantaloni, ma resistette all’impulso di masturbarsi con la mano libera per non perdere la concentrazione.
-Sto per venire cara…- fu l’ultimo anelito lucido della nobile decaduta, un attimo prima di inarcarsi come un giunco ed emettere un grido strozzato nella bocca della giovane.
Il corpo si scosse più volte, tarantolato da un orgasmo profondo e prolungato dalle dita che le martellavano ritmicamente la parte alta e sensibile della vagina.
Spinse con tutte le forze il liquido eiaculatorio fuori del suo corpo, lo sentì fluire a fiotti più caldi dell’acqua ormai intiepidita, pieno compimento di una vigoria sessuale che sembrava non volerla abbandonare.
La testa cadde infine inerme sul bordo della vasca, lo sguardo perso sull’affresco di Diana cacciatrice che sovrastava la stanza.


scritto il
2026-05-30
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