Per Elisa

di
genere
trans

Tutti hanno delle fantasie erotiche; è normale e sano averle, ci proteggono dalla routine, ci regalano stimoli, emozioni fisiche e psichiche importanti.
Anche le piu’ perverse, quelle che ci fanno sentire persone ignobili, hanno ragione di esistere.
Almeno fino a quando non ti si materializzano a pochi passi, e il concetto di fantasia sfuma trasformandosi in qualcosa di molto più reale.
Quando Elisa mi ha suonato alla porta, per presentarsi come nuova vicina di casa e scusandosi in anticipo che ci sarebbero stati rumori per i lavori di ristrutturazione, ho sentito dentro il mio cervello un clic, un segnale di allarme rosso.
Quella ragazza alta e mulatta dai capelli infiniti e dai modi semplici e garbati non mi ha lasciato indifferente fin dal primo minuto.
Il fatto che sia palesemente transgender però è stato l’elemento che ha iniziato a turbare i miei pensieri in modo martellante.
Le trans sono entità mitologiche: tutti sanno che esistono, ma quanti davvero ne hanno conosciute? Quanti davvero hanno pensato a loro come persone normalissime con una vita regolare lontana dallo stereotipo della donna di malaffare?
E soprattutto, quanti ne hanno avuta una come vicina di pianerottolo?
Non dava affatto l’impressione di una meretrice a ore, non c’erano movimenti strani nel palazzo, gente che andava e veniva o situazioni ambigue.
Anzi, avevo conosciuto il suo compagno, un quarantenne di ottimo aspetto e molto alla mano che lavorando lontano non poteva vivere con lei sempre, ma solo in alcuni week end al mese.
Nulla di cosi’ strano, cose che accadevano in tante coppie.
Lei mi aveva detto di lavorare per la compagnia di trasporti locale, segretaria contabile, e i suoi orari rispettavano quel racconto.
Nel palazzo, abitato da molti anziani inaciditi, una tale presenza era stata notata e classificata subito alla voce “sgualdrina da sorvegliare”, ma con il passare delle settimane molti erano rimasti delusi dal fatto che niente alimentava i pettegolezzi, facendola cadere nel dimenticatoio.
Anche i miei torbidi pensieri in merito erano sopiti; li avevo avuti, certo che li avevo avuti.
Le nostre camere matrimoniali confinavano, ed erano divise da una paretina di mattoni che mal avrebbero retto alle onde sonore di fragorosi amplessi.
Con mia moglie ci avevamo anche scherzato sopra, chiedendoci se sarebbero stati un disturbo o una sana istigazione a far qualcosa pure noi in segno di risposta al fuoco nemico.
Avevo apprezzato quel suo stendere i panni nel balcone a fianco al nostro, in abiti leggeri e piedi scalzi ma ben curati, il suo gironzolare con i capelli lavati e raccolti in uno chignon giovane e sbarazzino.
Cosi’ come apprezzavo i suoi stivaletti fuori dalla porta, sui quali ogni tanto mi ero soffermato nel tentativo di carpire l’inconfondibile profumo di donna che tali calzature erano soliti emanare.
Ma fino a quella mattina non era mai accaduto niente altro nella mia testa.
Mi ero svegliato tardi, avrei lavorato soltanto nel pomeriggio e non avevo alcuna fretta; stavo leggendo notizie in rete quando avevo sentito un po’ di trambusto per le scale, con la porta della vicina che sbatteva violentemente.
Poco dopo mi aveva bussato, con energia.
Era avvolta in un accappatoio bianco, con delle ciabattine rosa e i capelli che le ricadevano umidi sulle spalle.
Senza un filo di trucco, mostrava comunque l’enfasi dei suoi trent’anni con la pelle stesa e le guance lisce e piene, gli occhi nocciola e le labbra sottili di un rosa tenue.
“Sono una scema” aveva esordito, guardandomi.
Dovevo averla guardata da cima a fondo, interdetto.
“Sono una scema completa, ti prego aiutami” aveva proseguito.
“Mi stavo asciugando i capelli e mi è saltata la corrente perché avevo acceso lavatrice e asciugatrice in contemporanea”.
Accennava qualche gesto con le mani ma subito le riportava sull’accappatoio nel tentativo di tenerlo chiuso, non avendo il consueto cordone a circondarle la vita.
“Sono scesa giù di corsa al contatore e mi si è chiusa la porta alle spalle, e sono fuori di casa”.
L’ascoltai soffermandomi sulla sua voce: mi resi conto che mi faceva impazzire, quelle tonalità soffuse di femminilità in una voce mascolina avevano una musicalità esotica e unica.
Volutamente le chiesi di raccontarmi di nuovo come fosse accaduto, non perché non avessi capito, ma per continuare ad ascoltarla.
“Vuoi entrare?” le dissi. “Non è carino stare sulla porta”.
Entrò ringraziandomi e continuando a disperarsi.
Profumava di balsamo e bagnodoccia, di donna e di ammorbidente per lavatrice.
I suoi occhi guizzavano su di me e verso il soffitto quando soffocava una imprecazione, ma poi ritornavano sui miei e mi sembrava che mi perforassero l’anima.
Non sapevo se avesse fatto molti interventi di chirurgia per diventare donna o quali cure ormonali avesse sostenuto, ma a parte la voce era molto difficile notare in lei qualcosa di maschile.
“Mi sono sempre detta che dovevo darvi un mazzo di chiavi per sicurezza, ma poi mi è sempre passato di mente, che scema che sono”.
Senza che me lo chiedesse preparai un caffè, lasciando che l’aroma della moka si spandesse tra noi e si mescolasse tra le pieghe dei suoi profumi e delle mie voglie.
Seduta sul divano continuava a scuotere il capo, con l’accappatoio che scivolo’ appena di lato mostrando un pudicissimo ginocchio; mi ci cadde lo sguardo e lei se ne accorse, coprendolo con un gesto morbido e sinuoso.
La vidi aprire la bocca, in un attimo che parve infinito: “Ti piaccio?” disse, come se fosse la cosa piu’ normale del mondo.
Era un pugno nello stomaco che non ero pronto a ricevere.
La guardai, pensando che la cosa migliore fosse concentrarsi su come farla rientrare velocemente in casa recuperando le sue chiavi.
“Sei indubbiamente molto bella Elisa, si’” risposi invece.
“Non è quello che ti ho chiesto, potresti trovarmi bella ma potrei non piacerti” disse.
Poi riprese:” Tu sai vero che sono…” lasciò cadere la parte finale nel vuoto.
“Transgender?” dissi terminando la sua frase. “Si’, certo. La tua voce ti tradisce. Solo quella, a dire il vero”
Si morse il labbro, e quel gesto schiuse le porte di uno scrigno nella sua anima: uno scrigno fatto di sofferenza e non accettazione, di bullismo e allontanamento, di debolezza e solitudine.
“Ma non credo che questa cosa ci aiuti a farti rientrare in casa” dissi alzandomi.
Si riscosse: “Hai ragione, scusami. Mi puoi aiutare? Io ho una amica che lavora alla panetteria all’angolo in fondo alla via. Lei ha le mie chiavi. Ma non posso andarci in accappatoio…”
No, non era la tenuta adatta, senza dubbio.
“Posso andarci io al tuo posto, tu mi puoi aspettare qua” mi parve la soluzione più semplice.
Scosse il capo: “Le ho sempre detto di non darle mai a nessuno, per nessun motivo, neppure al mio uomo” replicò.
Feci spallucce, non sapendo bene come fare.
“Non posso chiamarla, ho il telefono in casa e non ricordo il numero. Ma ho un’idea” si alzò di scatto sorridendo.
“E’ buffo ma, mi presteresti una tuta di tua moglie e un paio di scarpe? Vado e torno. Ci metto un attimo e poi ti lavo tutto, giuro”.
In effetti era una buona idea, portavano pure una taglia simile.
L’accompagnai verso la nostra camera e frugando nell’armadio tirai fuori una tuta, una maglietta e una felpa da palestra; poi le porsi due sneakers.
“Cambiati, dopo se vuoi puoi asciugarti i capelli. Ti aspetto in salotto. Spero ti vada tutto bene”.
Mi sorrise: “va tutto benissimo, stai tranquillo. Ma…” esitò guardandomi.
“Dimmi pure”.
“Se ti va puoi guardarmi mentre mi vesto, non mi dà fastidio”
Era la cosa più inverosimile che mi sarei mai aspettato; pensai di aver capito male, ma non feci in tempo a realizzare che, spalle a me, il suo accappatoio scivolò a terra lasciandola completamente nuda.
Era sinuosa come un giaguaro, dalla pelle mulatta e perfetta, le gambe filanti e il sedere alto e sodo. I fianchi le disegnavano una curva che nessun uomo poteva neppure sognarsi, e le spalle ampie e magre attraversate dai lunghi capelli erano un inno alla salute.
Sentii che stava crescendo dentro di me una inquietudine che non sapevo reprimere e che aveva la forma di una erezione prepotente, ma allo stesso tempo ero rapito da tanta bellezza e spontaneità.
“Sei senza parole? “disse sorridendo, un attimo prima di voltarsi.
La bellezza del suo lato A era pari o superiore a quella del lato B: aveva una terza piena di seno che non cedeva un millimetro alla gravità, con due capezzoli duri e prominenti e rosoni scuri e invitanti.
Un piercing a campanella le impreziosiva l’ombelico, ma il mio sguardo era sceso già molto più in basso cercando il vero segreto di quella divinità scesa in terra.
Un pube completamente rasato amplificava la bellezza e l’armonia del suo pene, un cilindro di carne color caffellatte che le ciondolava sicuro e dominante in mezzo alle splendide cosce levigate e toniche.
Si infilò la T shirt con naturalezza, sorridendomi come fossimo amici da una vita.
Solo in quel momento, con il seno coperto e il fallo bene in vista mi dette la percezione di sana mascolinità, ma fu solo per un attimo.
Si piego’ di lato per indossare anche i pantaloni, e il profilo del suo sedere cancellò qualunque percezione di testosterone, al di fuori di quello che ribolliva dentro di me e che mi stava facendo esplodere i pantaloni.
Infilò le sneakers con naturalezza e mi venne incontro: “E’ incredibile, mi sta tutto alla perfezione. Sei il mio angelo salvatore” concluse dandomi un bacio su una guancia.
Una volta sulla porta di casa si girò di nuovo e mi disse: “Ti riporto tutto prestissimo, non so davvero come ringraziarti. E’ bello sapere che ci aiutiamo tra vicini”
Mi strinse delicatamente una mano e si avviò trotterellando giù per le scale.
scritto il
2026-03-03
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