Arina

di
genere
feticismo

I miei genitori hanno sempre lavorato come due muli per poterci mantenere: tre figli maschi, affamati e casinisti a cui le scarpe duravano poche settimane e i pantaloni si laceravano di continuo.
Ma lavorando tutto il giorno la casa andava nel caos, anche se mia madre cercava di rassettarla come poteva nel fine settimana.
Alla fine, stanca di lavorare sette giorni su sette, aveva convinto mio padre ad assumere una signora delle pulizie per darle una mano.
Ma non era stato facile trovare quella giusta; ne avevo viste molte arrivare e scomparire nel giro di poco, sotto le feroci critiche di mia mamma secondo la quale nessuna svolgeva bene il suo lavoro.
Dopo anni di tentativi, quando ormai io e i miei fratelli ci eravamo fatti grandicelli, entrò nella nostra vita Arina, una quarantenne moldava dai modi dolci e affettuosi, ma veloce e energica nelle faccende domestiche.
Piaceva a tutti, prendeva una paga onesta e oltre alle pulizie spesso preparava anche il pranzo per noi ragazzi in porzioni molto generose.
Con me era particolarmente premurosa, ero quello a cui rivolgeva le maggiori attenzioni e a cui puliva con piu’ dovizia la stanza, oltre a darmi sempre dei baci molto coinvolgenti.
Non era bella, ma arrivava sempre vestita in modo grazioso, per poi infilarsi gli abiti da lavoro e rivestirsi solo al termine delle sue ore.
In particolare, aveva un debole per le scarpe, ne cambiava in continuazione, dagli stivali alle ballerine, dai sandaletti estivi alle sneakers, tutte tenute maniacalmente e dai colori spesso sgargianti.
Mi capitava spesso di vederla arrivare, io ero in salotto a giocare alla play e lei appena arrivata si toglieva le scarpe per infilarsi le crocks da lavoro.
Aveva dei piedini minuti, sempre con le unghie ben curate e dipinte, con la pelle candida e senza quelle imperfezioni che avevano per esempio i piedi di mia madre.
Io la guardavo, e lei mi sorrideva, civettuola: durante l’inverno, quando si toglieva gli stivaletti osservavo i suoi piedi avvolti dalle calze spesso colorate, e appena Arina scompariva nelle altre stanze mi avvicinavo alle sue calzature e senza farmi vedere ne annusavo il profumo.
Amavo quel sentore di cuoio caldo che si mischiava al profumo dei collant e dei suoi piedi.
Non era un fetore come quello dei piedi marci dei miei fratelli, o peggio ancora quelli di mio padre.
Era una fragranza buona, che mi frastornava; quando ero certo che non potesse vedermi mi piegavo e infilavo il naso all’interno per respirarne a pieni polmoni e inebriarmi.
Avevo fatto campeggi e vacanze a casa di amici e amiche ed era comune trovarsi senza scarpe sul divano o in tenda o anche in auto, ma nessuna delle mie amiche, anche le più carine, avevano dei piedi che sapevano di buono come quelli di Arina.
Avevo diciassette anni e gli impulsi sessuali erano miei buoni amici ormai da tempo, mi masturbavo come ogni adolescente ed ero un affezionato frequentatore di siti pornografici, che pure dopo poco mi annoiavano.
Preferivo cullarmi in fantasie inventate da me, e non di rado Arina era presente in tali fantasie.
Un giorno arrivò un pochino trafelata con due splendidi stivali da cavallerizza; mi salutò scusandosi per il pur piccolo ritardo, dicendomi che aveva fatto la strada a corsa per lo sciopero dei bus.
Non riuscendo a toglierseli agevolmente, si sedette accanto a me sul divano chiedendomi se potevo darle una mano con gli stivali.
Eravamo solo noi in casa quel pomeriggio; mi inginocchiai davanti a lei e quando stese la gamba le sfilai con un certo sforzo prima il destro e poi il sinistro.
Con un sorriso, agitò appena i suoi piedini davanti al mio viso, e fui avvolto dalla vampa del suo profumo.
Era piu’ intenso e marcato del solito, frutto forse della corsa per strada che doveva averla fatta sudare, ma manteneva tutte le note eccitanti di pelle e nylon.
“Puoi mettere tu a posto gli stivali tesoro che almeno inizio a pulire?” mi chiese, e appena svicolò verso la cucina io affondai le mie narici prima in uno e poi nell’altro, ubriacandomi di quel sentore di donna che solo in Arina avevo trovato.
Mi dilungai troppo in quell’immersione feticista, tanto che tornò in stanza e senza stupirsi mi disse: “Ti piacciono vero? Pure a mio marito, sapessi cosa mi combina con le scarpe…ah, voi maschietti sempre infervorati”.
Non faticai a capire che cosa combinasse il marito; l’immagine accese un’erezione potente e un desiderio irrefrenabile.
Lasciai gli stivali e corsi in bagno chiudendomi dentro; quando ne uscii, rilassato e vuoto incrociai lo sguardo della donna, che mi strizzò un occhio con una smorfia compiaciuta.
Qualche mese più tardi, era un mercoledì pomeriggio, la vidi di nuovo arrivare trafelata e con i medesimi stivali; mi salutò, mi sorrise, fece qualche tentativo di toglierseli ma inutilmente.
“Ho di nuovo bisogno di aiuto, ti va?” mi disse sedendosi al mio fianco sul divano senza aspettare risposta.
Non mi feci pregare e glieli tolsi come la volta precedente.
Lei mi guardò, mi sorrise, poi si mise una mano in tasca e ne tirò fuori due coccardine rosse da regalo, di quelle adesive.
Tolse la protezione all’adesivo e le attacco’ sulle punte dei suoi stivali.
Poi li prese in mano e me li porse: “Tanti auguri Marco, ieri hai fatto diciotto anni no?” disse dandomi un bacio su ogni guancia.
Annuii.
“Beh questo è il mio regalo per te” disse. “Puoi farci quello che vuoi per due ore, mentre io pulisco casa”
Mi strizzò l’occhio complice: “Tutto quello che vuoi, intendo…” concluse passandosi un dito sulle lingua e strofinandolo piano sulla punta degli stivali.
scritto il
2026-02-24
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