Le lacrime di Gerda
di
Prozac1999
genere
etero
Vengo in questo bordello da sempre, da quando avevo quindici anni e le uniche mammelle che avevo visto erano quelle gonfie di latte di mia madre.
Ci vengo perché mi annoio; non che qua dentro mi diverta chissà quanto, ma fuori la noia mi opprime, mi dilania l’anima, mi fa uscire gli occhi dalle orbite.
Vengo qua tre volte a settimana, e scelgo sempre una donna diversa, anche se una volta finita la guerra le ragazze cambiano con meno frequenza e la qualità è scesa di molto.
Anche le tariffe, a essere sinceri, sono scese: altrimenti chiuderebbe in pochi giorni, la guerra si è lasciata alle spalle un’onda di miseria che ha travolto tutto il popolo.
Quasi tutto, a dire il vero: io sono rimasto ricco, anzi lo sono diventato molto di più, e le 50 lire che mi costa ogni ingresso qua sono briciole per me.
Provo spesso a chiedere alla maitresse Linda che mi procuri qualcosa di succulento, e che gliela pagherei benissimo, potrei renderla ricca a dismisura.
Ma lei aggrotta le sopracciglia e dice che le ragazze son diventate tutte puritane e nessuna vuol più divertirsi davvero.
Divertirsi…che parola assurda per un mestiere cosi’ infame e con quei quattro spiccioli che passa alle sue donne.
La biondina tisica che ho scelto oggi era l’unica con cui non fossi ancora stato: è arrivata dieci giorni fa, non parla neppure italiano ma in inglese siamo riusciti a parlare un po’.
E’ polacca, mi ha detto di avere diciotto anni ma ne dimostra molti meno; peserà 40 kg, ha due seni sgonfi e pallidi come il resto del corpo, credo di poterle contare tutte le ossa del costato senza sforzo.
Ha due mani esili con le dita da pianista, lunghe e secche, gli occhi verdi incavati nelle orbite e due labbra asciutte come prugne secche.
Deve essere stata una bambina graziosa, ma la tubercolosi l’ha ridotta pelle e ossa e mi racconta che è stata trovata svenuta e abbandonata a bordo di una strada poco distante dal lager di Treblinka.
Ha provato a spiegarmi come sia arrivata qua, ma non son riuscito a capire e sinceramente non mi interessa.
La guardo spogliarsi piano di un baby doll consunto di raso blu e una gonnellina bianca a coste troppo grande.
In un attimo è nuda e timidamente mi si avvicina; mi arriva al petto.
“Come ti chiami?” chiedo guardandola negli occhi.
“Gertrude, ma tutti mi chiamano Gerda” sussurra mentre inizia a sbottonare goffamente la mia camicia e io la lascio fare, anche se le tremano le mani.
Le chiedo se sono il suo primo cliente e accenna un si’ con la testa, nessuna deve averla mai scelta o più probabilmente i clienti ormai son così pochi che le ragazze non sono mai tutte impegnate, e lei è proprio l’ultima che un uomo eccitato vorrebbe per divertirsi e dimenticare l’orrore della guerra.
Scuoto il capo quando mi dice che in Polonia si era fermata alle scuole medie perché i suoi genitori erano morti e lei si era occupata di un fratellino, ma che presto avrebbe ripreso a studiare per diventare medico.
Mi guarda il petto villoso e poi mi guarda negli occhi; accenna un sorriso ma le esce una smorfia triste, poi allunga le mani e mi slaccia la cinta e i bottoni dei calzoni.
“Sei vergine?” le chiedo in inglese.
Inizia a piangere, vedo le sue lacrime che scorrono su quel che resta di due guance rosee e cadono a terra.
“Non più” risponde. “A Treblinka nessuna rimane vergine”.
Mi fa sedere e mi toglie le scarpe, rigirandosele tra le mani forse apprezzando il cuoio pregiato di cui sono fatte; mi tira giù i pantaloni e rimango in mutande.
Guardo il suo sesso coperto da una mucillagine di peletti biondi, le grandi labbra sono chiuse e infossate tra le cosce magrissime.
La faccio avvicinare e le accarezzo le cosce, poi con le dita schiudo i petali del suo bocciolo e lei si ritrae per un attimo.
Poi chiedendo scusa si riavvicina, titubante.
“Sei sposato?” mi chiede, senza alcun motivo.
“No, mia moglie è morta sotto un bombardamento americano” rispondo.
Cerco di saggiare la consistenza del suo clitoride massaggiandolo dolcemente, mentre con la mano sinistra le accarezzo lentamente quel che resta dei suoi seni.
Trema, dal freddo e dalla paura, ma stavolta non si discosta e mi appoggia le mani sulle spalle massaggiandole.
“Sembri un uomo buono” dice, e il tono è sincero, non parole dette per elemosinare qualcosa come fanno altre, false adulatrici di professione.
Mi alzo e mi tolgo le mutande, lasciando che il mio pene eretto e nodoso le si presenti davanti.
“Ti sbagli, di grosso, Gerda. Sono un ricco bastardo che si diverte a scopare prostitute da tre soldi come te, e più sono misere e deboli e più mi eccitano” dico alzando appena la voce raschiando il fondo del mio glossario di inglese, ma guardandola impietrita ho la certezza di essermi fatto capire.
La prendo e la giro di schiena buttandola in ginocchio sul letto: la sento gemere e piangere senza opporre resistenza al suo destino.
Prendo in mano la mia verga e la punto tra le sue gambe, sicuro di trovarla asciutta come il deserto e di lacerarla come un telo di juta consunto.
Continua a piangere, le sue natiche sono così magre che entrano ciascuna nella mia mano.
Mi discosto bestemmiando e subito l’erezione scema lasciando il posto a un canapo floscio che scende verso il pavimento di tavole.
“Vestiti” le dico deciso mentre raccolgo i miei abiti e li indosso con rabbia.
Si volta, incredula ma non se lo fa ripetere due volte.
“Ti porto via con me Gerda, prendi le tue cose”
Non capisce, ma raduna in fretta i suoi pochi stracci e infila tutto in una sacca di pelle a tracolla.
“Ti comprerò a madame Linda, e se vorrai ti riporterò in Polonia, a casa tua”.
“Non ho più nulla in Polonia, non saprei dove andare” risponde senza smettere di piangere.
Scuoto il capo: “Va bene, potrai stare da me, sto cercando una brava governante. Ti va?”
Stavolta si apre in un timido sorriso: “Tu sei un uomo buono” dice lanciandosi verso di me in un abbraccio che non gradisco, ma non ho cuore di respingere.
Ci vengo perché mi annoio; non che qua dentro mi diverta chissà quanto, ma fuori la noia mi opprime, mi dilania l’anima, mi fa uscire gli occhi dalle orbite.
Vengo qua tre volte a settimana, e scelgo sempre una donna diversa, anche se una volta finita la guerra le ragazze cambiano con meno frequenza e la qualità è scesa di molto.
Anche le tariffe, a essere sinceri, sono scese: altrimenti chiuderebbe in pochi giorni, la guerra si è lasciata alle spalle un’onda di miseria che ha travolto tutto il popolo.
Quasi tutto, a dire il vero: io sono rimasto ricco, anzi lo sono diventato molto di più, e le 50 lire che mi costa ogni ingresso qua sono briciole per me.
Provo spesso a chiedere alla maitresse Linda che mi procuri qualcosa di succulento, e che gliela pagherei benissimo, potrei renderla ricca a dismisura.
Ma lei aggrotta le sopracciglia e dice che le ragazze son diventate tutte puritane e nessuna vuol più divertirsi davvero.
Divertirsi…che parola assurda per un mestiere cosi’ infame e con quei quattro spiccioli che passa alle sue donne.
La biondina tisica che ho scelto oggi era l’unica con cui non fossi ancora stato: è arrivata dieci giorni fa, non parla neppure italiano ma in inglese siamo riusciti a parlare un po’.
E’ polacca, mi ha detto di avere diciotto anni ma ne dimostra molti meno; peserà 40 kg, ha due seni sgonfi e pallidi come il resto del corpo, credo di poterle contare tutte le ossa del costato senza sforzo.
Ha due mani esili con le dita da pianista, lunghe e secche, gli occhi verdi incavati nelle orbite e due labbra asciutte come prugne secche.
Deve essere stata una bambina graziosa, ma la tubercolosi l’ha ridotta pelle e ossa e mi racconta che è stata trovata svenuta e abbandonata a bordo di una strada poco distante dal lager di Treblinka.
Ha provato a spiegarmi come sia arrivata qua, ma non son riuscito a capire e sinceramente non mi interessa.
La guardo spogliarsi piano di un baby doll consunto di raso blu e una gonnellina bianca a coste troppo grande.
In un attimo è nuda e timidamente mi si avvicina; mi arriva al petto.
“Come ti chiami?” chiedo guardandola negli occhi.
“Gertrude, ma tutti mi chiamano Gerda” sussurra mentre inizia a sbottonare goffamente la mia camicia e io la lascio fare, anche se le tremano le mani.
Le chiedo se sono il suo primo cliente e accenna un si’ con la testa, nessuna deve averla mai scelta o più probabilmente i clienti ormai son così pochi che le ragazze non sono mai tutte impegnate, e lei è proprio l’ultima che un uomo eccitato vorrebbe per divertirsi e dimenticare l’orrore della guerra.
Scuoto il capo quando mi dice che in Polonia si era fermata alle scuole medie perché i suoi genitori erano morti e lei si era occupata di un fratellino, ma che presto avrebbe ripreso a studiare per diventare medico.
Mi guarda il petto villoso e poi mi guarda negli occhi; accenna un sorriso ma le esce una smorfia triste, poi allunga le mani e mi slaccia la cinta e i bottoni dei calzoni.
“Sei vergine?” le chiedo in inglese.
Inizia a piangere, vedo le sue lacrime che scorrono su quel che resta di due guance rosee e cadono a terra.
“Non più” risponde. “A Treblinka nessuna rimane vergine”.
Mi fa sedere e mi toglie le scarpe, rigirandosele tra le mani forse apprezzando il cuoio pregiato di cui sono fatte; mi tira giù i pantaloni e rimango in mutande.
Guardo il suo sesso coperto da una mucillagine di peletti biondi, le grandi labbra sono chiuse e infossate tra le cosce magrissime.
La faccio avvicinare e le accarezzo le cosce, poi con le dita schiudo i petali del suo bocciolo e lei si ritrae per un attimo.
Poi chiedendo scusa si riavvicina, titubante.
“Sei sposato?” mi chiede, senza alcun motivo.
“No, mia moglie è morta sotto un bombardamento americano” rispondo.
Cerco di saggiare la consistenza del suo clitoride massaggiandolo dolcemente, mentre con la mano sinistra le accarezzo lentamente quel che resta dei suoi seni.
Trema, dal freddo e dalla paura, ma stavolta non si discosta e mi appoggia le mani sulle spalle massaggiandole.
“Sembri un uomo buono” dice, e il tono è sincero, non parole dette per elemosinare qualcosa come fanno altre, false adulatrici di professione.
Mi alzo e mi tolgo le mutande, lasciando che il mio pene eretto e nodoso le si presenti davanti.
“Ti sbagli, di grosso, Gerda. Sono un ricco bastardo che si diverte a scopare prostitute da tre soldi come te, e più sono misere e deboli e più mi eccitano” dico alzando appena la voce raschiando il fondo del mio glossario di inglese, ma guardandola impietrita ho la certezza di essermi fatto capire.
La prendo e la giro di schiena buttandola in ginocchio sul letto: la sento gemere e piangere senza opporre resistenza al suo destino.
Prendo in mano la mia verga e la punto tra le sue gambe, sicuro di trovarla asciutta come il deserto e di lacerarla come un telo di juta consunto.
Continua a piangere, le sue natiche sono così magre che entrano ciascuna nella mia mano.
Mi discosto bestemmiando e subito l’erezione scema lasciando il posto a un canapo floscio che scende verso il pavimento di tavole.
“Vestiti” le dico deciso mentre raccolgo i miei abiti e li indosso con rabbia.
Si volta, incredula ma non se lo fa ripetere due volte.
“Ti porto via con me Gerda, prendi le tue cose”
Non capisce, ma raduna in fretta i suoi pochi stracci e infila tutto in una sacca di pelle a tracolla.
“Ti comprerò a madame Linda, e se vorrai ti riporterò in Polonia, a casa tua”.
“Non ho più nulla in Polonia, non saprei dove andare” risponde senza smettere di piangere.
Scuoto il capo: “Va bene, potrai stare da me, sto cercando una brava governante. Ti va?”
Stavolta si apre in un timido sorriso: “Tu sei un uomo buono” dice lanciandosi verso di me in un abbraccio che non gradisco, ma non ho cuore di respingere.
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