Torride estati

di
genere
prime esperienze

Della mia infanzia ricordo le estati passate dai nonni, nelle campagne della Maremma toscana; estati calde e afose, lunghe e noiose con i giorni che si susseguivano uno uguale all’altro, con l’infinito frinire delle cicale per ventiquattro ore al giorno.
Ricordo mio nonno contadino troppo affaccendato con la sua vigna, il suo orto e un trattore che non funzionava mai a suo dire, per dedicarsi a me, nipote non nipote quando ancora la ricerca di nuova felicità di una vedova era un tabù indicibile fuori dalle città.
E ricordo mia nonna che con semplicità si sforzava di farmi passare il tempo, impastando biscotti e sgranando fagioli, governando gli animali nel pollaio e visitando le sue amiche in estenuanti sedute di pettegolezzi che non capivo, per il dialetto e perché non sapevo chi fossero.
Provavano a raddolcirmi offrendomi caramelle all’arancia inacidite e acqua gassata fatta con l’idrolitina, come fosse un lusso da nobili da bere con riverenza e meraviglia.
Arrivai così fino ai dodici anni, quando per la prima volta fu portato con me anche Anselmo, il mio fratellastro, il frutto del vero amore tra mia madre e il figlio defunto di coloro che chiamavo nonni.
Anselmo era più grande di tre anni, età alla quale suo padre era mancato per un incidente sul lavoro.
Nostra madre, ancora giovane, aveva portato tre anni di lutto come si conveniva, poi era caduta in una trappola sentimentale che aveva generato me e un’infinità di guai; il mio vero padre era un brigante che come una zanzara anofele si era posato, aveva punto e aveva infettato la vita della sua preda.
Il perché Anselmo non fosse mai venuto dai nonni nessuno me lo aveva mai spiegato fino a quel momento, lo avevo capito soltanto in seguito per il suo stesso racconto.
Ogni giorno doveva recarsi dal medico per un’iniezione di un farmaco che impedisse che la sua testa esplodesse; e quel farmaco non si poteva trovare vicino a casa dei nonni.
Così mi aveva detto, ma non avevo mai sentito dire di teste esplose; tuttavia, la gioia di averlo vicino a me per tutta l’estate era superiore a qualunque dubbio.
Andavamo d’accordissimo, condividevamo giochi, amicizie, un briciolo di follia e desiderio di avventura, e la campagna ci poteva offrire tutto questo per tre lunghi mesi.
Per i nonni lui era il prediletto, un principe dai poteri assoluti, di cui tuttavia beneficiavo pure io.
Se nonno lo portava sul trattore, non aveva cuore di lasciarmi a terra, se gli prendevano lo zucchero filato alla sagra, lui lo divideva con me; se gli regalavano un pallone nuovo, diventava subito condiviso.
Lo stesso accadde per il cavallo; a pochi chilometri dalla casa dei nonni costruirono un piccolo allevamento di cavalli, con animali destinati alle campagne, e altri invece allevati per le corse e i salti.
Le corse e le gare delle sagre paesane, non certo purosangue per Ascot o Capannelle, ma il mio amore per quelle creature fu immediato.
La figlia dei proprietari, Annetta, era una bella ragazza diciottenne, abile amazzone che si curava di tutto, dalla stalla al fienile, dalle staccionate alle finiture.
Iniziammo a andare da lei sempre più spesso, con le nostre bici attraversando i campi e pedalando veloci sulle mulattiere polverose.
Ci insegnava tutto sui cavalli, come nutrirli, pulirli, coccolarli.
E Quando compii quindici anni, anche a cavalcarli; la prima cavalcata fu un disastro, ma mi riempì il cuore di gioia.
Mentre Anselmo non prese mai una passione travolgente, io mi infiammavo di ardore ogni volta di più.
Anche nei confronti di Annetta; aveva sei anni più di me e non mi illudevo di nulla, mi trattava come un fratello minore, mi riempiva di coccole e di baci, di carezze, di incoraggiamenti e di scappellotti quando facevo qualche disastro.
All’inizio mi sembrava altissima, poi con il mio sviluppo mi resi conto che era in realtà piuttosto bassa, con un viso rotondo impreziosito dalle guance rosee, i capelli neri e lunghi che spesso raccoglieva in una treccia da vera amazzone.
Portava sempre gli stivali in cuoio, i pantaloni aderenti per cavalcare meglio e magliette leggere in tessuto verde militare.
Solo da grande mi ero reso conto che non indossava mai il reggiseno, e i suoi seni erano gonfi e sodi, rotondi e desiderabili.
Una volta passati i sedici anni avevo convinto mia madre a farmi andare a trovarla per cavalcare anche durante l’inverno; dovevo prendere due corriere e impiegavo quasi tre ore, ma trascorrevo dai nonni tutto il week end con la promessa che sarei anche riuscito a studiare con profitto.
Annetta mi accoglieva con entusiasmo, mi abbracciava ogni volta come se non ci vedessimo da anni e seguiva i miei progressi da cavaliere di grande prospettiva.
Era consapevole della cotta che bruciava dentro di me, me ne aveva anche parlato da sorella maggiore e per un periodo era riuscita a convincermi a pensare ad altre ragazze; ma era durato poco.
Più crescevo e più la cotta si trasformava in qualcosa di maturo e irrealizzabile; sentivo crescere in parallelo le mie pulsioni sessuali ma Annetta aveva sempre saputo schivare ogni occasione di fraintendimento e di eccessivo contatto fisico.
In alcune occasioni Anselmo mi seguiva, cavalcava svogliatamente ma partecipava con entusiasmo ai pranzi sotto la grande quercia della fattoria, raccontava le sue avventure cittadine da latin lover e da novello lavoratore.
Annetta si divertiva ad ascoltarlo nei suoi racconti avventurosi delle sue imprese sui cantieri navali, la costruzione di barche per ricchi industriali e di grandi mercantili per le traversate oceaniche.
Io e Annetta avevamo provato a fumare le sigarette di mio fratello, finendo per affogare nei vapori di nicotina sotto lo sguardo divertito di Anselmo, poi lei aveva provato a insegnarci il ballo liscio e li’ era stata lei a divertirsi di fronte alla nostra goffaggine.
Per i miei diciotto anni ricevetti un regalo tanto inatteso quanto agognato: mia madre, mio fratello e persino i miei nonni adottivi avevano raccolto abbastanza soldi per acquistare il mio primo cavallo e metterlo a pensione nella stalla di Annetta.
La sua famiglia aveva accettato di chiedermi un obolo di pensione pari alla metà di quello che chiedevano a tutti gli altri, con la promessa che io durante l’estate avrei contribuito ai lavori in fattoria.
I miei studi di ragioneria andavano bene, ma la vita da cittadino mi stava diventando stretta: pensavo alla fattoria, al mio cavallo e ad Annetta tutti i giorni che trascorrevo lontano da loro.
Il sogno di vivere in Maremma assumeva il contorno di fiaba solo quando includeva anche l’amore corrisposto tra me e lei, ma non c’erano sviluppi tangibili che potesse realizzarsi.
Una sera di luglio mi trattenni oltre il mio solito per finire di verniciare la staccionata in legno del grande paddock; il caldo era stato opprimente e il sole sembrava non voler calare mai.
Alle otto, sfinito, rientrai nella stalla per riporre gli attrezzi e andare a farmi una meritata doccia.
Annetta era ancora intenta a portare dentro il fieno dal grande covone, distribuendolo nei vari box dei cavalli pensionanti.
Mi sorrise, stanchissima; mi avvicinai per darle una mano a finire.
Grondava di sudore, al pari mio; aveva la fronte imperlata di gocce e i capelli bagnati e raccolti nella consueta treccia, con le guance più rosse del solito.
Quando fui davanti a lei si rialzò per prendere fiato: la sua maglia era fradicia, si attaccava alla sua pelle e i seni prosperosi emergevano con le loro forme rotonde e impreziositi da due capezzoli turgidi e prominenti.
La guardai, desiderandola come mai mi era accaduto; aveva sei anni più di me, ma la percezione di sorella maggiore che aveva accompagnato i nostri anni assieme era svanita da tempo.
Feci un passo avanti, arrivandole a meno di un metro di distanza; annusai l’aria pregna del suo sudore, una fragranza mista di feromoni, di grano, di cavallo e del cuoio dei suoi stivali consunti e sensuali.
Non riuscii a trattenere un’erezione, era bella come il sole e profumava di fertile femminilità.
Se ne accorse, senza staccare i suoi occhi dai miei; forse anche io riempivo l’aria del mio profumo di uomo adulto in caccia della femmina preferita, o più probabilmente i miei vestiti erano saturi di sudore acre e di desiderio pulsante.
Attorno a noi le cicale smisero per pochi secondi di frinire, dandoci modo di percepire il respiro e i battiti del cuore l’uno dell’altro.
“Non sei davvero più quel bambino che ho conosciuto tanti anni fa” disse piano.
Guardò il mio volto che dondolava in segno di diniego, poi proseguì: “Mi sento così nuda davanti a te, mi stai spogliando con gli occhi, mi sento una sciocca” concluse abbassando lo sguardo per la prima volta, a disagio.
Allungai una mano sporca di terra riarsa e vernice verso il suo volto, cogliendo una goccia di sudore che dalle tempie si era staccata ed era scivolata giù sino al mento, provando a cadere nel vuoto.
Le accarezzai la guancia, percorrendo con l’indice un sentiero che dal suo orecchio raggiunse l’angolo delle sue labbra; si voltò di pochi gradi, dando un piccolo bacio a quel dito.
“Annetta…” balbettai.
“Giuliano, ti prego…” rispose balbettando, mostrandosi per la prima volta come una ragazzina invece della donna che avevo sempre idealizzato.
Le cicale ripresero il loro canto isterico coprendo in parte le sue parole; dal suo corpo però iniziò a salire un odore diverso dagli altri, dalla consistenza morbida e dolciastra che si mescolava con quello del suo sudore amplificandone la carica erotica.
Mi avvicinai a lei facendola arretrare, sino a quando le sue spalle si appoggiarono alla parete dei box; piegai la testa in avanti e appoggiai le mie labbra sulle sue.
Erano carnose, rosee e piene dei suoi ventisei anni; accettarono il contatto umido con le mie, mostrando la fragilità delle sue difese e una inesperienza che mi colse di sorpresa.
“Ti prego…” sentii dire piano, con la debolezza di chi ha perso una guerra senza neppure volerla combattere.
I nostri corpi si schiacciarono addosso al legno, la mia virilità si insinuò nell’incavo delle sue cosce e incontrò l’ostacolo del troppo tessuto che si frapponeva tra noi, ma fu sufficiente a ferle emettere un gemito sommesso.
“Ti prego…” disse una terza volta in un sussurro ansimato quando le mie mani la cinsero sui fianchi, afferrarono la sua maglietta bagnata e la sollevarono sopra la sua testa per poi farla cadere a terra.
Vidi finalmente l’oggetto di tante mie fantasie notturne e impudiche, nudo, senza veli, senza barriere; avvertii il mio respiro farsi corto e ravvicinato, era la cosa più bella che avessi mai visto in vita mia ed era lì, a tiro delle mie mani, dei miei sogni.
“Ti prego…” gemette quando le mie labbra si spostarono dalle sue e si poggiarono sul rosone ruvido che circondava un capezzolo eccitato e scuro, leccandolo con delicatezza e mordicchiandolo avidamente.
Aveva la pelle salata, ma le sue gocce di sudore sapevano di quell’anguria che avevamo mangiato abbondante la sera prima assieme, sul dondolo del porticato.
Il suo desiderio adesso non era più una brezza leggera che risaliva dalle sue gambe, era un turbine che ci avvolgeva, che mi riempiva le narici e l’anima facendomi tremare le mani dall’emozione.
Mi avvolse la testa con le sue mani che frugavano nei miei capelli, stringendomi ancor più al suo petto.
La sentii emettere un gemito quando mi spostai a suggere l’altro seno; la mia erezione si fece quasi dolorosa, inesplosa: la tempesta di essenze ed emozioni prevalsero sulle mie inesperte resistenze e avvertii l’orgasmo che mi piegava le ginocchia e riempiva le mie mutande di vischioso piacere.
“Sei stupendo…” la sentii dire nelle nebbie del mio universo parallelo, un attimo prima che la sua pelle iniziasse a tremare, attraversata da scariche elettrice e da spasmi brevi, come brevi si erano fatti i suoi respiri.
I capezzoli diventarono duri come pietre e le sue mani si chiusero a morsa sui miei capelli, con le dita irrigidite dal piacere dell’orgasmo che la stava travolgendo.
Rimanemmo sospesi, nel vuoto cosmico della nostra inesperta soddisfazione, per poi lasciarci cadere a terra, sulla paglia della stalla.






























scritto il
2026-05-21
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