Francesca C.
di
Prozac1999
genere
prime esperienze
Quello del quarto liceo sarebbe potuto essere un anno orribile, con compagni che non mi stavano affatto simpatici e che non stimavo, oltre a professori avvoltoi e desueti, che trasudavano miseria e spocchia, cultura marxista e nicotina con le loro giacche con i polsini sdruciti e i maglioncini di lana che pure mia nonna aveva smesso di fare da trenta anni.
In realtà alla terza ora del primo giorno, capii che quell’anno sarebbe stato fantastico, e che sarei stato il miglior studente dell’istituto almeno in italiano, latino e storia.
Le tre materie che, per uno strano accorpamento, erano state assegnate alla professoressa Francesca C.
Era un settembre freddo, non così raro in Val d’Aosta, con le prime nevicate che si erano poggiate placide sulle vette sopra i 2000metri.
E ci eravamo adeguati, togliendo dagli armadi anzitempo i giacconi pesanti e i pantaloni di velluto.
Ce ne eravamo dispiaciuti, in un primo momento, perché le ragazzine del ginnasio ci avevano fatto sognare con le loro gonnelline a kilt e le gambe nude, con i sandaletti estivi e le camicette leggere e aperte almeno fino al secondo bottone, che lasciavano trasparire reggiseni in pizzo bianchi e ben riempiti.
La professoressa Francesca C. era entrata in classe, soffermandosi davanti alla lavagna per squadrarci tutti, cercando di capire in quale gabbia di leoni fosse finita; un attimo dopo eravamo tutti agnellini mansueti e innamorati.
Aveva circa 30 anni, i capelli corti e castani con un taglio sbarazzino e indomabile, gli occhi verdi che impreziosivano un nasino aggraziato e due labbra rosse e piene ma non volgari.
Portava una camicetta bianca stirata alla perfezione con le maniche a sbuffo e uno stranissimo colletto alla coreana; il tutto sopra una gonna blu a coste che le arrivava quattro dita sopra al ginocchio.
Ai piedi delle sneakers rosa e argento che volevano apparire sportive e sfiziose allo stesso tempo, ma solo le ragazze le notarono: i miei occhi si erano inchiodati sulle sue calze con dei disegni geometrici che risaltavano per un gioco di diverse trasparenze.
I polpacci erano avvolti in un gioco psichedelico di rombi e losanghe che le risalivano sul ginocchio e si perdevano sotto la gonna, fino a un punto che nella mia mente iniziai, da quel momento, a sognare ogni maledetto giorno.
Per l’ intero autunno non indossò mai un paio di jeans, e ogni giorno sfoggiò calze sempre più belle, audaci, talvolta irriverenti o sensuali.
Si andava dai colori vivaci a disegni floreali, da semplici righe verticali a piccole api o farfalle, da curve sinusoidali a serie di cerchi concentrici e intersecati tra loro.
I miei compagni se ne annoiarono presto, forse più stanchi delle sue interrogazioni profonde e delle sue versioni intricate, o magari semplicemente distratti dalle ragazze che riuscivano sistematicamente a rimorchiare.
Io, più studioso e meno vincente con l’altro sesso, rimasi intrappolato in quella caleidoscopica rete di nylon e non feci nulla per impedire che Francesca C. se ne accorgesse.
Non ero mai stato avverso alla masturbazione, tutt’altro, ma la mia frequenza raddoppiò e le fantasie precedenti lasciarono spazio a un unico pensiero fisso: l’immagine della mia professoressa che mi interrogava a casa sua indossando solo l’intimo e dei tacchi vertiginosi, e mentre mi sforzavo di rispondere alle sue domande si toglieva con lentezza maliziosa e esasperante le autoreggenti.
Mi domandavo spesso se fossero collant o autoreggenti, e nessuna delle voci che si rincorrevano sul suo mancato uso delle mutandine narrato dai nostri colleghi di quinta A potevano dissipare i miei dubbi.
Ero perdutamente innamorato, non perdevo mai occasione di andare come volontario alle interrogazioni per starle qualche attimo vicino: aveva un profumo leggero, agrumato e frizzante; me ne arrivava la brezza quando si voltava a guardarmi in attesa della mia risposta.
I suoi capelli erano sempre lucenti, le lasciavano scoperto il collo candido e con alcuni nei di cui ormai avrei potuto disegnare la posizione a occhi chiusi.
La guardavo negli occhi mentre parlavo e lei sosteneva il mio sguardo e mi sorrideva, piegando indietro gli angoli delle labbra fino a formare una sensuale fossetta sulle guance.
Ogni tanto fingevo di pensare alla corretta risposta, e abbassavo lo sguardo sulle sue calze, perché lei quando interrogava aveva l’abitudine di orientare la sedia verso il candidato che stava dritto alla lavagna.
La osservavo mentre riassettava la gonna sulle gambe, forse a disagio per i miei sguardi prolungati sulle sue ginocchia e su quei polpacci che sembravano scolpiti da Michelangelo.
I miei voti erano altissimi, come mai erano stati negli anni precedenti, ma soltanto nelle sue materie.
Nelle altre vivacchiavo a cavallo della sufficienza strategica, ma senza mai rischiare di affondare.
Un giorno la incrociai al punto ristoro della scuola mentre prendeva un caffè con la prof di storia dell’arte, una megera logora e avvizzita che reggeva l’anima con i denti.
Guardai la leggerezza dei suoi movimenti, del suo ondeggiare la testa a destra e sinistra con i capelli che dondolavano con essa; mi soffermai sulle gambe, con la destra che sorreggeva il peso e l’altra semi piegata con il piede sullo sgabello.
Portava le calze più belle della sua collezione, nere con il disegno di un ramo di glicine violetto che le risaliva dal piede verso l’alto.
Ero distante pochi metri, mi ero fermato inebriato dalla visione; si voltò e mi vide, mi fece un cenno di saluto con la mano e con lo sguardo interrogativo parve chiedermi se fossi vivo o morto.
Senza farsi vedere dalla collega mi lanciò un bacio con un soffio, un attimo prima che il professor Calzani di educazione fisica me la strappasse via dallo sguardo.
Era bello, non più giovanissimo ma aitante e marpione: i muri dei bagni raccontavano che si fosse fatto tutte le galline del pollaio incluso le bidelle e parecchie mamme intortate durante i colloqui periodici.
Provai un violento moto di gelosia ma ero certo che Francesca C. fosse ben resistente a quel fascino smielato e steroideo.
Tutto filò liscio sino alla fine del quadrimestre: i miei genitori si chiesero più volte se fosse davvero il loro figlio l’alunno che aveva la media del 9 nelle tre materie della professoressa Francesca C. ma parlando con loro intuii che mio padre aveva fiutato la bolla di sapone in cui stavo vivendo.
E che scoppiò poco dopo, quando in un allenamento di arrampicata sportiva la mia musa si ruppe il braccio e fu costretta a stare a casa per quaranta giorni.
Smisi di studiare, la supplente era giovane, acida e soprattutto terrona; parlava sguaiatamente e ci considerava delle scimmie perché alcuni miei compagni la bullizzavano; non mi stava simpatica, tutt’altro, ma loro esageravano.
Infilai tre insufficienze consecutive, fino a quando fuori dalla palestra dove mi allenavo trovai ad aspettarmi Francesca C, con un braccio ingessato dentro un pesante piumino che le arrivava sotto le ginocchia.
“Sali” mi disse senza neppure salutarmi e indicandomi la sua auto parcheggiata a pochi passi.
Stavo per svenire, ma obbedii.
“Ma come fa a guidare prof con il braccio ingessato?” fu la cosa piu’ stupida che mi venne in mente di dirle.
“Non dovrei infatti, ma abito a un chilometro” rispose sorridendo e aprendosi il piumino, mostrando la sua gonna di velluto verde e i leggins gialli a riquadri dipinti come maioliche di Vietri.
Non fece nulla per nasconderle, poi mi mise una mano sotto il mento sollevandomi il capo.
“Ok ora guarda me però: ho saputo delle tue insufficienze, la mia collega mi ha chiesto come tu possa avere la media del nove con me, e con lei fare scena muta. Che ti succede?”
Scrollai le spalle, volevo scappare via o baciarla, morire in quell’istante o chiederla in sposa.
La mente era un uragano e il cuore raggiunse la soglia limite prima dell’esplosione.
“Professoressa, non so che dirle…”
“Qua puoi chiamarmi Francesca” mi interruppe.
“Professoressa Francesca, con lei è diverso. Non so il motivo, le giuro che sto studiando, ma mi sembra finita la magia”.
Mi sorrise, e gli agrumi del suo profumo mi travolsero in un’onda di risacca.
“Io torno presto, non rovinare tutto, ti prego” aggiunse intuendo quale fosse la cura per il mio male.
“Sei un ragazzo prezioso, sono davvero orgogliosa di te e di ciò che stai facendo. Resisti, ok?”
Accennai un sì con la testa, poi la guardai sporgersi in avanti verso di me.
Le sue labbra si fermarono all’angolo delle mie, mordicchiandole appena.
“Vai adesso, prima che faccia una stupidaggine. Ci vediamo tra venti giorni a scuola. E rimettiti in pari che non avrai scuse” concluse facendo cenno di mettere in moto.
“Va bene prof, Francesca, insomma…ci provo” dissi soffermandomi un attimo. “Lei è bellissima lo sa?” conclusi mentre aprivo la portiera, impaurito dalla possibile risposta.
“Sei davvero molto dolce, è uno splendido complimento. Ma sarai il primo a essere interrogato al mio ritorno, non ti salverai con quella faccia d’angelo” disse mettendo in moto il veicolo.
La vidi allontanare, mentre i primi fiocchi di neve si posavano sui tetti delle auto e sul mio animo, rasserenandolo.
In realtà alla terza ora del primo giorno, capii che quell’anno sarebbe stato fantastico, e che sarei stato il miglior studente dell’istituto almeno in italiano, latino e storia.
Le tre materie che, per uno strano accorpamento, erano state assegnate alla professoressa Francesca C.
Era un settembre freddo, non così raro in Val d’Aosta, con le prime nevicate che si erano poggiate placide sulle vette sopra i 2000metri.
E ci eravamo adeguati, togliendo dagli armadi anzitempo i giacconi pesanti e i pantaloni di velluto.
Ce ne eravamo dispiaciuti, in un primo momento, perché le ragazzine del ginnasio ci avevano fatto sognare con le loro gonnelline a kilt e le gambe nude, con i sandaletti estivi e le camicette leggere e aperte almeno fino al secondo bottone, che lasciavano trasparire reggiseni in pizzo bianchi e ben riempiti.
La professoressa Francesca C. era entrata in classe, soffermandosi davanti alla lavagna per squadrarci tutti, cercando di capire in quale gabbia di leoni fosse finita; un attimo dopo eravamo tutti agnellini mansueti e innamorati.
Aveva circa 30 anni, i capelli corti e castani con un taglio sbarazzino e indomabile, gli occhi verdi che impreziosivano un nasino aggraziato e due labbra rosse e piene ma non volgari.
Portava una camicetta bianca stirata alla perfezione con le maniche a sbuffo e uno stranissimo colletto alla coreana; il tutto sopra una gonna blu a coste che le arrivava quattro dita sopra al ginocchio.
Ai piedi delle sneakers rosa e argento che volevano apparire sportive e sfiziose allo stesso tempo, ma solo le ragazze le notarono: i miei occhi si erano inchiodati sulle sue calze con dei disegni geometrici che risaltavano per un gioco di diverse trasparenze.
I polpacci erano avvolti in un gioco psichedelico di rombi e losanghe che le risalivano sul ginocchio e si perdevano sotto la gonna, fino a un punto che nella mia mente iniziai, da quel momento, a sognare ogni maledetto giorno.
Per l’ intero autunno non indossò mai un paio di jeans, e ogni giorno sfoggiò calze sempre più belle, audaci, talvolta irriverenti o sensuali.
Si andava dai colori vivaci a disegni floreali, da semplici righe verticali a piccole api o farfalle, da curve sinusoidali a serie di cerchi concentrici e intersecati tra loro.
I miei compagni se ne annoiarono presto, forse più stanchi delle sue interrogazioni profonde e delle sue versioni intricate, o magari semplicemente distratti dalle ragazze che riuscivano sistematicamente a rimorchiare.
Io, più studioso e meno vincente con l’altro sesso, rimasi intrappolato in quella caleidoscopica rete di nylon e non feci nulla per impedire che Francesca C. se ne accorgesse.
Non ero mai stato avverso alla masturbazione, tutt’altro, ma la mia frequenza raddoppiò e le fantasie precedenti lasciarono spazio a un unico pensiero fisso: l’immagine della mia professoressa che mi interrogava a casa sua indossando solo l’intimo e dei tacchi vertiginosi, e mentre mi sforzavo di rispondere alle sue domande si toglieva con lentezza maliziosa e esasperante le autoreggenti.
Mi domandavo spesso se fossero collant o autoreggenti, e nessuna delle voci che si rincorrevano sul suo mancato uso delle mutandine narrato dai nostri colleghi di quinta A potevano dissipare i miei dubbi.
Ero perdutamente innamorato, non perdevo mai occasione di andare come volontario alle interrogazioni per starle qualche attimo vicino: aveva un profumo leggero, agrumato e frizzante; me ne arrivava la brezza quando si voltava a guardarmi in attesa della mia risposta.
I suoi capelli erano sempre lucenti, le lasciavano scoperto il collo candido e con alcuni nei di cui ormai avrei potuto disegnare la posizione a occhi chiusi.
La guardavo negli occhi mentre parlavo e lei sosteneva il mio sguardo e mi sorrideva, piegando indietro gli angoli delle labbra fino a formare una sensuale fossetta sulle guance.
Ogni tanto fingevo di pensare alla corretta risposta, e abbassavo lo sguardo sulle sue calze, perché lei quando interrogava aveva l’abitudine di orientare la sedia verso il candidato che stava dritto alla lavagna.
La osservavo mentre riassettava la gonna sulle gambe, forse a disagio per i miei sguardi prolungati sulle sue ginocchia e su quei polpacci che sembravano scolpiti da Michelangelo.
I miei voti erano altissimi, come mai erano stati negli anni precedenti, ma soltanto nelle sue materie.
Nelle altre vivacchiavo a cavallo della sufficienza strategica, ma senza mai rischiare di affondare.
Un giorno la incrociai al punto ristoro della scuola mentre prendeva un caffè con la prof di storia dell’arte, una megera logora e avvizzita che reggeva l’anima con i denti.
Guardai la leggerezza dei suoi movimenti, del suo ondeggiare la testa a destra e sinistra con i capelli che dondolavano con essa; mi soffermai sulle gambe, con la destra che sorreggeva il peso e l’altra semi piegata con il piede sullo sgabello.
Portava le calze più belle della sua collezione, nere con il disegno di un ramo di glicine violetto che le risaliva dal piede verso l’alto.
Ero distante pochi metri, mi ero fermato inebriato dalla visione; si voltò e mi vide, mi fece un cenno di saluto con la mano e con lo sguardo interrogativo parve chiedermi se fossi vivo o morto.
Senza farsi vedere dalla collega mi lanciò un bacio con un soffio, un attimo prima che il professor Calzani di educazione fisica me la strappasse via dallo sguardo.
Era bello, non più giovanissimo ma aitante e marpione: i muri dei bagni raccontavano che si fosse fatto tutte le galline del pollaio incluso le bidelle e parecchie mamme intortate durante i colloqui periodici.
Provai un violento moto di gelosia ma ero certo che Francesca C. fosse ben resistente a quel fascino smielato e steroideo.
Tutto filò liscio sino alla fine del quadrimestre: i miei genitori si chiesero più volte se fosse davvero il loro figlio l’alunno che aveva la media del 9 nelle tre materie della professoressa Francesca C. ma parlando con loro intuii che mio padre aveva fiutato la bolla di sapone in cui stavo vivendo.
E che scoppiò poco dopo, quando in un allenamento di arrampicata sportiva la mia musa si ruppe il braccio e fu costretta a stare a casa per quaranta giorni.
Smisi di studiare, la supplente era giovane, acida e soprattutto terrona; parlava sguaiatamente e ci considerava delle scimmie perché alcuni miei compagni la bullizzavano; non mi stava simpatica, tutt’altro, ma loro esageravano.
Infilai tre insufficienze consecutive, fino a quando fuori dalla palestra dove mi allenavo trovai ad aspettarmi Francesca C, con un braccio ingessato dentro un pesante piumino che le arrivava sotto le ginocchia.
“Sali” mi disse senza neppure salutarmi e indicandomi la sua auto parcheggiata a pochi passi.
Stavo per svenire, ma obbedii.
“Ma come fa a guidare prof con il braccio ingessato?” fu la cosa piu’ stupida che mi venne in mente di dirle.
“Non dovrei infatti, ma abito a un chilometro” rispose sorridendo e aprendosi il piumino, mostrando la sua gonna di velluto verde e i leggins gialli a riquadri dipinti come maioliche di Vietri.
Non fece nulla per nasconderle, poi mi mise una mano sotto il mento sollevandomi il capo.
“Ok ora guarda me però: ho saputo delle tue insufficienze, la mia collega mi ha chiesto come tu possa avere la media del nove con me, e con lei fare scena muta. Che ti succede?”
Scrollai le spalle, volevo scappare via o baciarla, morire in quell’istante o chiederla in sposa.
La mente era un uragano e il cuore raggiunse la soglia limite prima dell’esplosione.
“Professoressa, non so che dirle…”
“Qua puoi chiamarmi Francesca” mi interruppe.
“Professoressa Francesca, con lei è diverso. Non so il motivo, le giuro che sto studiando, ma mi sembra finita la magia”.
Mi sorrise, e gli agrumi del suo profumo mi travolsero in un’onda di risacca.
“Io torno presto, non rovinare tutto, ti prego” aggiunse intuendo quale fosse la cura per il mio male.
“Sei un ragazzo prezioso, sono davvero orgogliosa di te e di ciò che stai facendo. Resisti, ok?”
Accennai un sì con la testa, poi la guardai sporgersi in avanti verso di me.
Le sue labbra si fermarono all’angolo delle mie, mordicchiandole appena.
“Vai adesso, prima che faccia una stupidaggine. Ci vediamo tra venti giorni a scuola. E rimettiti in pari che non avrai scuse” concluse facendo cenno di mettere in moto.
“Va bene prof, Francesca, insomma…ci provo” dissi soffermandomi un attimo. “Lei è bellissima lo sa?” conclusi mentre aprivo la portiera, impaurito dalla possibile risposta.
“Sei davvero molto dolce, è uno splendido complimento. Ma sarai il primo a essere interrogato al mio ritorno, non ti salverai con quella faccia d’angelo” disse mettendo in moto il veicolo.
La vidi allontanare, mentre i primi fiocchi di neve si posavano sui tetti delle auto e sul mio animo, rasserenandolo.
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