Lo scherzo
di
Prozac1999
genere
etero
l parcheggio dell’hotel era quasi vuoto, troppo grande per un periodo, febbraio, in cui i turisti erano pochi e nel fine settimana non si fermavano neppure gli agenti di commercio o i trasportatori.
Scendemmo dall’auto e ci infilammo nella hall un attimo prima che si scatenasse un nuovo temporale, e ci accodammo al bancone della reception a una bella coppia che sembrava avere la nostra età, e che forse aveva avuto la nostra stessa idea di vacanza fuori dagli schemi.
La camera 304 era ordinata e pulita, ma priva di qualunque tocco originale che la facesse entrare nella memoria di chi ci dormiva.
L’hotel era rimasto fermo agli anni ’90, una struttura nata alla periferia di Perugia attorno alla quale era sorta una sgangherata zona industriale.
Ci affacciammo sul balcone per fumarci una sigaretta, guardando i capannoni che si svuotavano degli ultimi operai che agognavano un week end di riposo.
Abbracciai Maurizio e lo strinsi forte; in fondo era il nostro primo week end fuori città, soli e liberi di goderci reciprocamente e consolidare la conoscenza appena iniziata.
Profumava di muschio, di tabacco e di quella punta di sudore generato dalle ore di auto; lo desideravo così, al massimo avrei accettato di condividere la doccia con lui per non perdermi niente dei nostri corpi che venivano dilavati dagli afrori della giornata.
Lui ricambiò la stretta, appoggiandomi una mano sulla schiena, poco sopra i glutei: percepii la sua voglia sui polpastrelli, ma anche la sua capacità di aspettare, di godersi un desiderio crescente.
Stavamo per rientrare quando vedemmo spuntare sul balcone attiguo al nostro la coppia che ci aveva preceduti alla reception; ci salutarono con uno cenno della mano, vagamente sorpresi quanto lo eravamo noi.
In un hotel deserto ci erano state assegnate due camere attigue: bene, ma non benissimo.
Lui era veramente un bel ragazzo, aveva due spalle da nuotatore e i capelli nero corvino e folti, il mento solido che esprimeva una forte mascolinità e due occhi verdi profondissimi. Le labbra carnose e perfette erano avvolte da un pizzo ben rifinito che gli donava un fascino vagamente british.
Lei al confronto scompariva; era molto più bassa di me e dalle forme insulse, con i capelli castani sbiaditi e due occhi nocciola che trasmettevano mediocrità.
Non era brutta, ma al suo fianco era inutile, e la minigonna civettuola e fuori stagione la rendevano ridicola.
Maurizio mi trascinò dentro accorgendosi che mi stavo soffermando troppo, poi sorridendomi mi spinse sul letto e si avvicinò baciandomi.
“Ci facciamo una doccia?” chiesi, quasi a voler prendere tempo per far crescere la sua eccitazione.
“Oh certo, tra poco tu la fai sicuramente” disse sorridendo e continuando a baciarmi.
Mi irrigidii sentendo quelle parole fuori luogo; non era un problema quello che sarebbe successo, non ero una verginella e desideravo anche io una sessualità piena e appagante.
Ma non eravamo così in confidenza da potersi permettere quell’espressione volgare, da trash movie di serie C.
Non lo conoscevo così a fondo da capire quanto fosse stata un’uscita infelice e quanto invece si sentisse così sicuro di sè e dell’attrazione fisica che provavo per lui.
Ma potevo rovinare il week end per una battuta? Non eravamo qua in fondo anche per farci un week end di sesso giocoso, visto che di vedere i dintorni con la pioggia ci era già passata la voglia?
Lo spinsi via e gli salii sopra, iniziando a sbottonargli la camicia e togliendomi con una veloce acrobazia la mia maglietta; guardò ammirato la mia quarta di seno, soda e del tutto ignara della gravità che tentava di attirarla al suolo.
Lui allungò le mani poggiandole delicatamente sopra l’oggetto del suo desiderio, disegnando con le dita i confini dei miei rosoni e stuzzicando dolcemente i miei capezzoli, facendoli inturgidire.
Un attimo dopo sentimmo le voci nella stanza attigua, che ci sembrarono incredibilmente vicine; feci cenno a Maurizio di fare silenzio, portando il dito indice al naso.
Sembravano a un palmo da noi: sicuramente i due letti erano appoggiati alla stessa parete, contrapposti e i due dovevano avere la testa sulla spalliera del letto.
“Dai freghiamocene” sussurrò Maurizio, ma ormai mi si era scatenata la curiosità e lo zittii allungandomi verso la parete per udire meglio.
Mi issai sopra la testiera del letto in legno chiaro poggiando la mano a coppa al muro, appoggiandovi sopra l’orecchio.
Sorrisi e invitai Maurizio a fare altrettanto; erano ai preliminari, come noi, ma sembravano molto più affiatati e decisi.
Lui si mise nella mia stessa posizione, ma con la mano libera iniziò a palpeggiarmi il seno con uno sguardo languido e voglioso.
Nell’altra stanza procedevano spediti, sentimmo chiaramente le loro voci che si incitavano a togliere l’intimo rimasto e poco dopo l’ansare fin troppo plateale di lui quando lei aveva iniziato a prenderglielo in bocca.
“Facciamo un 69, ti prego, ho troppa voglia di leccartela” aveva supplicato lui ansimando già al culmine dell’eccitazione.
Il letto vetusto aveva trasmesso i cigolii dei due che cambiavano posizione, e noi li avevamo percepiti distintamente; non sapevamo chi dei due fosse sopra, ma dai grugniti che ci giunsero ravvicinati era lui ad avere la testa vicino alla parete.
“Dio rallenta che mi fai venire”, aveva detto poco dopo, e io e Maurizio ci eravamo guardati trattenendo una risata.
Ma anche i gemiti di lei adesso erano ben percepibili, cadenzati e alternati a sbuffi di lui che immaginavamo affondare tra le sue gambe e suggerle il clitoride con avidità e maestria.
“Mi mettono voglia” mi sussurro’ in un orecchio e infilandomi una mano sotto la gonna, risalendo lungo le mie cosce e le autoreggenti, sino a raggiungere le mie mutandine, già copiosamente bagnate.
“Sei fradicia” aggiunse mordendomi un orecchio. “Ti prego scopiamo anche noi che ti sfondo”.
Mi ritrassi di nuovo: odiavo quel linguaggio; ero fradicia, aveva ragione, volevo scopare, certo.
Ma quel linguaggio non mi piaceva, non ero la prostituta di strada su cui sfogare la sua bestialità o peggio ancora scimmiottare i dialoghi che aveva sentito su YouPorn.
Gli detti un mezzo scapaccione e riappoggiai l’orecchio al muro: in quel momento era l’altra coppia a farmi eccitare, era un’onda di vouyerismo bieco e un po’ infantile per qualcosa che non mi era mai capitato.
I gridolini di lei erano saliti di livello e avevano assunto quasi un tono gutturale; di certo aveva abbandonato la fellatio per godersi quel piacere dilaniante di un cunnilingus magistrale; e la invidiai.
Non ero mai stata incline ai colpi di fulmine, ma quel ragazzo aveva l’aura di una divinità del Valhalla e tremai di desiderio al pensiero di avere la sua testa tra le mie gambe lorde di lussuria.
Si senti’ il trambusto del loro letto che veniva martoriato da movimenti inconsulti.
“Ti prego mettimelo dentro, scopami, scopami a morte” uggiolò lei e la immaginai prona a pecorina sul bordo del letto, desiderosa come una pazza di ricevere una dose extralarge del suo membro, fino al punto di esplodere in un orgasmo che la travolgesse.
“Eccolo, eccolo, non avere fretta però, lo sai..:” bofonchiò lui alzandosi dal letto e mettendosi dietro di lei, o almeno questo era quello che immaginai.
Maurizio mi vide rapita all’ascolto, e si rassegnò ad aspettare il suo turno riavvicinandosi al muro per condividere quell’amplesso radiofonico.
Ma pochi secondi dopo la voce di lei risuonò forte e delusa: “No ti prego, cazzo no, di già?” con quella domanda che milioni di donne nella storia avevano fatto dinanzi a debacle clamorose, a speranze di orgasmi apocalittici frustrate, a sogni di epici e multipli sconquassi del corpo e dell’anima svaniti.
“Porca puttana, scusa, ero troppo eccitato...” avevamo sentito lui giustificarsi ricadendo pesantemente sul letto, e se da un lato mi sentii compassionevole verso il mio Thor, dall’altra non potevo biasimare la pur scialba compagna rimasta con quella voglia insaziabile di un cazzo duro e martellante.
Maurizio non riusciva a trattenere le lacrime dal ridere, battendo il pugno sul cuscino e serrando la bocca singhiozzante con l’altra mano.
“Dai scemo, puo’ succedere no? A te mai successo?” gli sussurrai finendo di togliergli la camicia e iniziando a baciarlo sul petto.
“Si’, a 16 anni,e forse neppure” rispose sboronamente mentre giocherellava con i miei capezzoli ormai liberi.
“Girati” mi ordinò sfilandomi le mutandine senza preoccuparsi di non farsi sentire.
Poi in un orecchio: “Ora gli facciamo capire cosa vuol dire scopare davvero!”
Lasciò che mi bagnassi giocando con le sue dita tra le mie gambe, poi mi fu dietro e sentii il suo cazzo premere sulle mie labbra.
Amavo il sesso deciso, ma ritenevo i preliminari indispensabili a crearmi il giusto mood.
Il primo colpo mi lasciò senza fiato;da vuota a piena in un attimo era troppo anche per la mia generosa dose di lubrificante.
Lo “stomp” della testiera che batteva sul muro fu nitido nel silenzio generale.
Sentii la carne che usciva dal mio sesso dilatato e mi preparai meglio a reggere il colpo successivo; se possibile arrivò ancor più in profondità, urtando sulla parete uterina e scatenandomi un brivido di piacere.
Da quel momento la testiera iniziò a sbattere sulla parete in un ritmo altalenante, come altalenanti erano i miei gridolini di piacere misto al dolore per un’irritazione che la sua indelicatezza mi stava procurando.
Quando lo schiaffo violentò mi colpì sulla natica mi esplose un grido sguaiato, che lui interpretò come l’acme del mio piacere.
Mi colpi’ di nuovo, con meno forza, ma deciso.
“Lo so che ti piace, a tutte piace” disse ad alta voce, e in quel momento ebbi la certezza che stesse recitando.
Si era travestito dal maschio alpha che faceva sapere a tutti, dove tutti era l’Adone della stanza a fianco, che lui era lo scopatore seriale, che lui una donna poteva farla godere come e quando voleva, e che il gioco lo decideva lui.
Non so quanto durò, ma non fu breve; mi sentii venire, proruppi in due o tre orgasmi consecutivi di cui non regolai affatto il volume, in parte divertita, in parte speranzosa che di là dal muro qualcuno trovasse una sana ispirazione per ritentare e non fallire più.
Caddi sul letto sfinita dopo i grugniti da cinghiale di Maurizio, che con delicatezza ci tenne a farmi sapere che avevo la schiena completamente coperta del suo sperma.
Mi lanciai verso la doccia, non prima di guardarlo che dal letto in posizione sbracata mi lanciava cenni di gongolante approvazione.
Rimasi a lungo sotto il getto di acqua bollente, desiderosa di strapparmi via la pelle sordida e i pensieri ipocriti.
Avevo goduto, molto, come una cagna in calore sotto i suoi colpi ritmati, profondi e durevoli; cosa potevo lamentarmi di quella sua aria da macho man e bulletto del quartiere?
Non era proprio per la sua sicurezza e guasconeria che mi aveva colpito tra mille alla festa di laurea si Lucia?
Si era solo arrogato il diritto di dirmi quello che qualunque coppia si dice dopo anni di affiatamento sessuale: aveva precorso i tempi, profetizzando la mia futura devozione sessuale verso di lui, e quindi?
Mi sentii una ninfomane con il cervello di una chierichetta; un mostro, in poche parole.
La cena squisita in un ristorantino del centro, seguita da una passeggiata tra vicoli medievali e palazzi antichi aveva sciolto la tensione; la città era semideserta, poche luci, poche persone, poche attrazioni.
Rientrammo comunque oltre le undici e ci gettammo sul letto facendo zapping sulle pay TV fino a trovare una commedia italiana di seconda serata.
Cercai le sue carezze leggere accoccolandomi accanto a lui in un torpore crescente.
L’unico disturbo era il ritmico russare che proveniva dalla parete, segno che nella stanza attigua le velleità amorose si erano sopite.
Maurizio mi tamburellava le spalle e il cuoio capelluto con le dita, giocherellava con il lobo del mio orecchio mordicchiandolo appena e baciando tutt’attorno.
Avvertii che si stava eccitando dal velocizzarsi del suo respiro; stavo scivolando nel mondo dei sogni quando la sua mano cinse dolcemente la mia, sollevandola e muovendola nell’aria fino a farla atterrare sul suo basso ventre.
Aveva ancora i boxer che ne costipavano una erezione prepotente e nodosa; feci per ritrarre la mano ma lui la bloccò con fermezza, e mi invitò ad accarezzarlo dall’alto verso il basso.
Avevo avuto altri uomini ben dotati, ma il suo cazzo aveva un calibro costante dalla base fino al glande, un tubo di carne pulsante e venoso.
Ansimò piano, e infilò una mano sotto il mio baby doll stringendomi un seno.
“Sono stanca...” borbottai.
“Dopo dormirai, ora scopiamo e svegliamo i nostri due amici” disse ghignando.
“Dio Maurizio abbiamo tutto il week end per scopare...”
“E infatti scoperemo tutto il week end, non preoccuparti” chiuse la conversazione serrandomi le labbra con un bacio e infilando una mano tra le mie gambe.
Mi uscì un gridolino strozzato quando premette sul clitoride appena appena umido.
“Me l’hai fatta irritare prima, troppa irruenza, non credo ne voglia ancora” provai a guaire.
Si girò su un fianco frugando qualcosa nel cassetto del comodino, poi fu sopra di me in un attimo e sollevandomi infilò un cuscino sotto la mia schiena.
Si era spogliato, divaricò le mie gambe e si mise torreggiante sopra di me; poi senza che potessi far nulla le sollevò al cielo e se le mise sulle spalle.
Vidi la sua mano scendere verso il basso e avvertii una vampata fredda e gelatinosa tra le ie natiche; il tempo di realizzare cosa stesse accadendo che un suo dito era già dentro il mio ano, scivolando con facilità aiutato dalla noce di gel lubrificante.
Non si curò di parlare sotto voce: “Infatti voglio altro adesso” disse mentre guidava la sua asta prepotente nel punto esatto in cui aveva sfilato il dito.
Mi prese per le caviglie e divaricò le mie gambe per tutta la lunghezza delle sue braccia, come un macellaio che deve farcire una faraona.
Avvertii il dolore ai muscoli dell’inguine sollecitati in una spaccata che non eseguivo dall’ultimo anno di ginnastica artistica, alle medie: un attimo dopo la stanza attorno a me si dissolse.
Stomp, stomp, stomp...la spalliera danzava quasi a voler sfondare il muro, mentre io navigavo in un abisso di dolore e piacere meschino.
Con tutti i miei ex recenti avevo praticato sesso anale, provandone un sottile piacere proibito e beffardo; lo avevo offerto io stessa ai più meritevoli che si erano peritati a chiedermelo, ritenendoli degni di godere di quell’antro stretto e immaginifico.
Ma il cazzo di Maurizio mi aveva riempito fin nelle viscere dilatandomi come in un parto, ed ero quasi svenuta per il dolore.
Mi ero ripresa in tempo per sentire che un paio di volte si era divertito a sfilarlo del tutto, godendosi i miei peti generosi e indegni, ghignandone per poi riempirmi di nuovo.
L’aria si era fatta pregna di olezzo intestinale, di guaranà dolciastro della Durex,di grugniti e di stomp ritmici.
Un vociare sommesso oltre la parete ci fece supporre che li avessimo svegliati.
Alternava gli occhi verso il soffitto e verso le mie tette dondolanti, per poi assaporare la gioia visiva del suo cazzo che entrava e usciva dal mio ano trascinando fuori un misto di fango e neve.
“Cazzo che inculata fantastica amore mio” bofonchiò con l’aria soddisfatta ma intenzionata a non farla finire troppo presto.
Non era così che si trattava un amore, provai a pensare lucidamente, ma era indubbiamente un’inculata memorabile per lui, una tacca alla sua cintura di sex machine.
Lo sentii scivolare via con quel suono di risucchio che il suo cazzo produceva ad ogni uscita; stavolta il peto fu fragoroso e umiliante, ma mi sentii presa come una bambola di pezza e appoggiata al muro con le mani, sulle ginocchia.
Mi serrò le mani sulle tette, spingendomi con la faccia a pochi centimetri dalla parete.
Rientro’ dentro di me gemendo forte: ormai aveva segnato un sentiero che il suo cazzo ritrovava a memoria.
Iniziai a urlare, era piacere misto a sconquasso intestinale, era dominazione unita alla carica erotica del suo vigore e del suo sudore acre.
Avvertii i nostri vicini che bofonchiavano qualcosa oltre la parete, li percepii a un palmo dalla mia bocca che immaginavano cosa stesse accadendo di qua dal muro.
Staccai una mano dal muro per farla scivolare tra le mie gambe; mi scoprii gocciolante di due indistinguibili lubrificanti, naturale e chimico, e con due dita presi a straziarmi il clitoride con movimenti circolari e decisi.
Se ne accorse. “L’ho capito subito che bella cagnolina in calore che sei” disse mordendomi sul collo mentre i suoi spasmi si fecero più violenti.
Sentii esplodere i suoi fiotti dentro di me nel momento in cui le mie dita mi regalavano un orgasmo inimmaginabile, sbattei la testa sul muro e mi morsi la mano libera per soffocare un grido, ma il mio corpo si inarcò come un giunco e fui scossa da una scarica elettrica.
Appena fui vuota sentii l’istinto violento di defecare e dovetti raggomitolarmi per soffocarlo.
Lo sentii che raccoglieva tra le mie cosce lo sperma che usciva dal mio ano, e me lo spalmava sulle labbra.
Mi feci schifo, aveva liberato la bestia immonda che non ero mai stata prima di allora.
Non era colpa sua, ero io che avevo accettato di diventare la sua puttana e ne avevo goduto come...”Come una cagnolina in calore” pensai.
La sala colazione era vuota, come il parcheggio; c’eravamo soltanto noi e i nostri vicini, pochi tavoli oltre.
Avevano gli occhi pesti di una nottata disturbata, ma quelli che avevo visto nello specchio sul mio volto non mi erano parsi migliori.
Maurizio era allegro e su di giri, ma io non riuscivo a condividere la sua fresca ilarità infantile.
Vidi la ragazza che si alzava e si avvicinava al buffet; mi alzai anche io e la raggiunsi, fingendo di cercare qualcosa tra le marmellate.
“Buongiorno” le dissi quando fummo abbastanza vicine da non essere sentita dal tavolo.
Mi guardò in tralice, accennando una smorfia.
“Voglio scusarmi con voi, siamo stati maleducati. L’hotel avrebbe potuto darci camere distanti, cò non toglie che abbiamo fatto casino e vi abbiamo rovinato la nottata”.
Si rilassò, apprezzando le mie parole.
“Non devi scusarti, davvero. Anche se lo trovo molto carino da parte tua. Non vorrei sembrarti stupida, ma credimi avremmo voluto ricambiare il favore con la stessa vigoria”.
La guardai incredula, ma non mi dette tempo di aprire bocca.
“Stavolta non eravamo nella forma migliore, ma ci sono molte cose più importanti” concluse.
Presi una brioche che non mi andava e un thè che non avrei bevuto, poi tornai a sedermi.
“Beh, hai fatto conoscenza con quella povera sfigatina? Che ti ha detto? Che ti invidia da morire?”
Rimasi in silenzio, poi mi avvicinai al suo orecchio: “Oggi il suo uomo ha un impegno di lavoro, e visto il maltempo lei resta in camera”.
Lui parve interessato: “ E quindi?”
“Ecco, mi ha sorpresa ma, mi ha chiesto se mi andava di condividerti con lei. Anzi, se ti prestavo a lei per qualche ora. Insomma, dai, hai capito benissimo...Il suo uomo non funziona e lei muore di voglia”.
Si sollevò e mi guardò lasciando che gli occhi si riempissero di una luce diversa.
“Cazzo addirittura? E tu che le hai detto?”
Gli leccai l’orecchio: “Che sei tu quello che decide...io poi vedo se godermi lo spettacolo in radio o andare in centro a visitare qualcosa”.
Tamburello’ le dita sul tavolo, eccitato: “E come si combina? A che ore?”. Non stava più nella pelle.
“Il suo uomo ora si alza e va a lavoro. Lei va in camera e tu la raggiungi, mi ha detto. Ci stai?” lo baciai all’angolo delle labbra.
Si fregò le mani trangugiando l’ultimo biscotto.
“Sai che voglia che ha quella, me lo sequestra...cazzo se ci sto. Grazie amore mio sei una favola”.
Sorrisi e mi alzai in piedi, aspettando che mi guardasse; gli arrivarono cinque dita alla velocità del suono sulla guancia; vidi il suo volto roteare di novanta gradi, con gli occhi che sembravano schizzare fuori dalle orbite.
Gli gettai addosso un tovagliolo, e mi diressi verso le scale senza aspettare la sua reazione; passando accanto al tavolo degli altri mi soffermai accanto alla ragazza.
“Hai ragione, ci sono cose più importanti” e piena di rabbia e soddisfazione me ne andai.
Scendemmo dall’auto e ci infilammo nella hall un attimo prima che si scatenasse un nuovo temporale, e ci accodammo al bancone della reception a una bella coppia che sembrava avere la nostra età, e che forse aveva avuto la nostra stessa idea di vacanza fuori dagli schemi.
La camera 304 era ordinata e pulita, ma priva di qualunque tocco originale che la facesse entrare nella memoria di chi ci dormiva.
L’hotel era rimasto fermo agli anni ’90, una struttura nata alla periferia di Perugia attorno alla quale era sorta una sgangherata zona industriale.
Ci affacciammo sul balcone per fumarci una sigaretta, guardando i capannoni che si svuotavano degli ultimi operai che agognavano un week end di riposo.
Abbracciai Maurizio e lo strinsi forte; in fondo era il nostro primo week end fuori città, soli e liberi di goderci reciprocamente e consolidare la conoscenza appena iniziata.
Profumava di muschio, di tabacco e di quella punta di sudore generato dalle ore di auto; lo desideravo così, al massimo avrei accettato di condividere la doccia con lui per non perdermi niente dei nostri corpi che venivano dilavati dagli afrori della giornata.
Lui ricambiò la stretta, appoggiandomi una mano sulla schiena, poco sopra i glutei: percepii la sua voglia sui polpastrelli, ma anche la sua capacità di aspettare, di godersi un desiderio crescente.
Stavamo per rientrare quando vedemmo spuntare sul balcone attiguo al nostro la coppia che ci aveva preceduti alla reception; ci salutarono con uno cenno della mano, vagamente sorpresi quanto lo eravamo noi.
In un hotel deserto ci erano state assegnate due camere attigue: bene, ma non benissimo.
Lui era veramente un bel ragazzo, aveva due spalle da nuotatore e i capelli nero corvino e folti, il mento solido che esprimeva una forte mascolinità e due occhi verdi profondissimi. Le labbra carnose e perfette erano avvolte da un pizzo ben rifinito che gli donava un fascino vagamente british.
Lei al confronto scompariva; era molto più bassa di me e dalle forme insulse, con i capelli castani sbiaditi e due occhi nocciola che trasmettevano mediocrità.
Non era brutta, ma al suo fianco era inutile, e la minigonna civettuola e fuori stagione la rendevano ridicola.
Maurizio mi trascinò dentro accorgendosi che mi stavo soffermando troppo, poi sorridendomi mi spinse sul letto e si avvicinò baciandomi.
“Ci facciamo una doccia?” chiesi, quasi a voler prendere tempo per far crescere la sua eccitazione.
“Oh certo, tra poco tu la fai sicuramente” disse sorridendo e continuando a baciarmi.
Mi irrigidii sentendo quelle parole fuori luogo; non era un problema quello che sarebbe successo, non ero una verginella e desideravo anche io una sessualità piena e appagante.
Ma non eravamo così in confidenza da potersi permettere quell’espressione volgare, da trash movie di serie C.
Non lo conoscevo così a fondo da capire quanto fosse stata un’uscita infelice e quanto invece si sentisse così sicuro di sè e dell’attrazione fisica che provavo per lui.
Ma potevo rovinare il week end per una battuta? Non eravamo qua in fondo anche per farci un week end di sesso giocoso, visto che di vedere i dintorni con la pioggia ci era già passata la voglia?
Lo spinsi via e gli salii sopra, iniziando a sbottonargli la camicia e togliendomi con una veloce acrobazia la mia maglietta; guardò ammirato la mia quarta di seno, soda e del tutto ignara della gravità che tentava di attirarla al suolo.
Lui allungò le mani poggiandole delicatamente sopra l’oggetto del suo desiderio, disegnando con le dita i confini dei miei rosoni e stuzzicando dolcemente i miei capezzoli, facendoli inturgidire.
Un attimo dopo sentimmo le voci nella stanza attigua, che ci sembrarono incredibilmente vicine; feci cenno a Maurizio di fare silenzio, portando il dito indice al naso.
Sembravano a un palmo da noi: sicuramente i due letti erano appoggiati alla stessa parete, contrapposti e i due dovevano avere la testa sulla spalliera del letto.
“Dai freghiamocene” sussurrò Maurizio, ma ormai mi si era scatenata la curiosità e lo zittii allungandomi verso la parete per udire meglio.
Mi issai sopra la testiera del letto in legno chiaro poggiando la mano a coppa al muro, appoggiandovi sopra l’orecchio.
Sorrisi e invitai Maurizio a fare altrettanto; erano ai preliminari, come noi, ma sembravano molto più affiatati e decisi.
Lui si mise nella mia stessa posizione, ma con la mano libera iniziò a palpeggiarmi il seno con uno sguardo languido e voglioso.
Nell’altra stanza procedevano spediti, sentimmo chiaramente le loro voci che si incitavano a togliere l’intimo rimasto e poco dopo l’ansare fin troppo plateale di lui quando lei aveva iniziato a prenderglielo in bocca.
“Facciamo un 69, ti prego, ho troppa voglia di leccartela” aveva supplicato lui ansimando già al culmine dell’eccitazione.
Il letto vetusto aveva trasmesso i cigolii dei due che cambiavano posizione, e noi li avevamo percepiti distintamente; non sapevamo chi dei due fosse sopra, ma dai grugniti che ci giunsero ravvicinati era lui ad avere la testa vicino alla parete.
“Dio rallenta che mi fai venire”, aveva detto poco dopo, e io e Maurizio ci eravamo guardati trattenendo una risata.
Ma anche i gemiti di lei adesso erano ben percepibili, cadenzati e alternati a sbuffi di lui che immaginavamo affondare tra le sue gambe e suggerle il clitoride con avidità e maestria.
“Mi mettono voglia” mi sussurro’ in un orecchio e infilandomi una mano sotto la gonna, risalendo lungo le mie cosce e le autoreggenti, sino a raggiungere le mie mutandine, già copiosamente bagnate.
“Sei fradicia” aggiunse mordendomi un orecchio. “Ti prego scopiamo anche noi che ti sfondo”.
Mi ritrassi di nuovo: odiavo quel linguaggio; ero fradicia, aveva ragione, volevo scopare, certo.
Ma quel linguaggio non mi piaceva, non ero la prostituta di strada su cui sfogare la sua bestialità o peggio ancora scimmiottare i dialoghi che aveva sentito su YouPorn.
Gli detti un mezzo scapaccione e riappoggiai l’orecchio al muro: in quel momento era l’altra coppia a farmi eccitare, era un’onda di vouyerismo bieco e un po’ infantile per qualcosa che non mi era mai capitato.
I gridolini di lei erano saliti di livello e avevano assunto quasi un tono gutturale; di certo aveva abbandonato la fellatio per godersi quel piacere dilaniante di un cunnilingus magistrale; e la invidiai.
Non ero mai stata incline ai colpi di fulmine, ma quel ragazzo aveva l’aura di una divinità del Valhalla e tremai di desiderio al pensiero di avere la sua testa tra le mie gambe lorde di lussuria.
Si senti’ il trambusto del loro letto che veniva martoriato da movimenti inconsulti.
“Ti prego mettimelo dentro, scopami, scopami a morte” uggiolò lei e la immaginai prona a pecorina sul bordo del letto, desiderosa come una pazza di ricevere una dose extralarge del suo membro, fino al punto di esplodere in un orgasmo che la travolgesse.
“Eccolo, eccolo, non avere fretta però, lo sai..:” bofonchiò lui alzandosi dal letto e mettendosi dietro di lei, o almeno questo era quello che immaginai.
Maurizio mi vide rapita all’ascolto, e si rassegnò ad aspettare il suo turno riavvicinandosi al muro per condividere quell’amplesso radiofonico.
Ma pochi secondi dopo la voce di lei risuonò forte e delusa: “No ti prego, cazzo no, di già?” con quella domanda che milioni di donne nella storia avevano fatto dinanzi a debacle clamorose, a speranze di orgasmi apocalittici frustrate, a sogni di epici e multipli sconquassi del corpo e dell’anima svaniti.
“Porca puttana, scusa, ero troppo eccitato...” avevamo sentito lui giustificarsi ricadendo pesantemente sul letto, e se da un lato mi sentii compassionevole verso il mio Thor, dall’altra non potevo biasimare la pur scialba compagna rimasta con quella voglia insaziabile di un cazzo duro e martellante.
Maurizio non riusciva a trattenere le lacrime dal ridere, battendo il pugno sul cuscino e serrando la bocca singhiozzante con l’altra mano.
“Dai scemo, puo’ succedere no? A te mai successo?” gli sussurrai finendo di togliergli la camicia e iniziando a baciarlo sul petto.
“Si’, a 16 anni,e forse neppure” rispose sboronamente mentre giocherellava con i miei capezzoli ormai liberi.
“Girati” mi ordinò sfilandomi le mutandine senza preoccuparsi di non farsi sentire.
Poi in un orecchio: “Ora gli facciamo capire cosa vuol dire scopare davvero!”
Lasciò che mi bagnassi giocando con le sue dita tra le mie gambe, poi mi fu dietro e sentii il suo cazzo premere sulle mie labbra.
Amavo il sesso deciso, ma ritenevo i preliminari indispensabili a crearmi il giusto mood.
Il primo colpo mi lasciò senza fiato;da vuota a piena in un attimo era troppo anche per la mia generosa dose di lubrificante.
Lo “stomp” della testiera che batteva sul muro fu nitido nel silenzio generale.
Sentii la carne che usciva dal mio sesso dilatato e mi preparai meglio a reggere il colpo successivo; se possibile arrivò ancor più in profondità, urtando sulla parete uterina e scatenandomi un brivido di piacere.
Da quel momento la testiera iniziò a sbattere sulla parete in un ritmo altalenante, come altalenanti erano i miei gridolini di piacere misto al dolore per un’irritazione che la sua indelicatezza mi stava procurando.
Quando lo schiaffo violentò mi colpì sulla natica mi esplose un grido sguaiato, che lui interpretò come l’acme del mio piacere.
Mi colpi’ di nuovo, con meno forza, ma deciso.
“Lo so che ti piace, a tutte piace” disse ad alta voce, e in quel momento ebbi la certezza che stesse recitando.
Si era travestito dal maschio alpha che faceva sapere a tutti, dove tutti era l’Adone della stanza a fianco, che lui era lo scopatore seriale, che lui una donna poteva farla godere come e quando voleva, e che il gioco lo decideva lui.
Non so quanto durò, ma non fu breve; mi sentii venire, proruppi in due o tre orgasmi consecutivi di cui non regolai affatto il volume, in parte divertita, in parte speranzosa che di là dal muro qualcuno trovasse una sana ispirazione per ritentare e non fallire più.
Caddi sul letto sfinita dopo i grugniti da cinghiale di Maurizio, che con delicatezza ci tenne a farmi sapere che avevo la schiena completamente coperta del suo sperma.
Mi lanciai verso la doccia, non prima di guardarlo che dal letto in posizione sbracata mi lanciava cenni di gongolante approvazione.
Rimasi a lungo sotto il getto di acqua bollente, desiderosa di strapparmi via la pelle sordida e i pensieri ipocriti.
Avevo goduto, molto, come una cagna in calore sotto i suoi colpi ritmati, profondi e durevoli; cosa potevo lamentarmi di quella sua aria da macho man e bulletto del quartiere?
Non era proprio per la sua sicurezza e guasconeria che mi aveva colpito tra mille alla festa di laurea si Lucia?
Si era solo arrogato il diritto di dirmi quello che qualunque coppia si dice dopo anni di affiatamento sessuale: aveva precorso i tempi, profetizzando la mia futura devozione sessuale verso di lui, e quindi?
Mi sentii una ninfomane con il cervello di una chierichetta; un mostro, in poche parole.
La cena squisita in un ristorantino del centro, seguita da una passeggiata tra vicoli medievali e palazzi antichi aveva sciolto la tensione; la città era semideserta, poche luci, poche persone, poche attrazioni.
Rientrammo comunque oltre le undici e ci gettammo sul letto facendo zapping sulle pay TV fino a trovare una commedia italiana di seconda serata.
Cercai le sue carezze leggere accoccolandomi accanto a lui in un torpore crescente.
L’unico disturbo era il ritmico russare che proveniva dalla parete, segno che nella stanza attigua le velleità amorose si erano sopite.
Maurizio mi tamburellava le spalle e il cuoio capelluto con le dita, giocherellava con il lobo del mio orecchio mordicchiandolo appena e baciando tutt’attorno.
Avvertii che si stava eccitando dal velocizzarsi del suo respiro; stavo scivolando nel mondo dei sogni quando la sua mano cinse dolcemente la mia, sollevandola e muovendola nell’aria fino a farla atterrare sul suo basso ventre.
Aveva ancora i boxer che ne costipavano una erezione prepotente e nodosa; feci per ritrarre la mano ma lui la bloccò con fermezza, e mi invitò ad accarezzarlo dall’alto verso il basso.
Avevo avuto altri uomini ben dotati, ma il suo cazzo aveva un calibro costante dalla base fino al glande, un tubo di carne pulsante e venoso.
Ansimò piano, e infilò una mano sotto il mio baby doll stringendomi un seno.
“Sono stanca...” borbottai.
“Dopo dormirai, ora scopiamo e svegliamo i nostri due amici” disse ghignando.
“Dio Maurizio abbiamo tutto il week end per scopare...”
“E infatti scoperemo tutto il week end, non preoccuparti” chiuse la conversazione serrandomi le labbra con un bacio e infilando una mano tra le mie gambe.
Mi uscì un gridolino strozzato quando premette sul clitoride appena appena umido.
“Me l’hai fatta irritare prima, troppa irruenza, non credo ne voglia ancora” provai a guaire.
Si girò su un fianco frugando qualcosa nel cassetto del comodino, poi fu sopra di me in un attimo e sollevandomi infilò un cuscino sotto la mia schiena.
Si era spogliato, divaricò le mie gambe e si mise torreggiante sopra di me; poi senza che potessi far nulla le sollevò al cielo e se le mise sulle spalle.
Vidi la sua mano scendere verso il basso e avvertii una vampata fredda e gelatinosa tra le ie natiche; il tempo di realizzare cosa stesse accadendo che un suo dito era già dentro il mio ano, scivolando con facilità aiutato dalla noce di gel lubrificante.
Non si curò di parlare sotto voce: “Infatti voglio altro adesso” disse mentre guidava la sua asta prepotente nel punto esatto in cui aveva sfilato il dito.
Mi prese per le caviglie e divaricò le mie gambe per tutta la lunghezza delle sue braccia, come un macellaio che deve farcire una faraona.
Avvertii il dolore ai muscoli dell’inguine sollecitati in una spaccata che non eseguivo dall’ultimo anno di ginnastica artistica, alle medie: un attimo dopo la stanza attorno a me si dissolse.
Stomp, stomp, stomp...la spalliera danzava quasi a voler sfondare il muro, mentre io navigavo in un abisso di dolore e piacere meschino.
Con tutti i miei ex recenti avevo praticato sesso anale, provandone un sottile piacere proibito e beffardo; lo avevo offerto io stessa ai più meritevoli che si erano peritati a chiedermelo, ritenendoli degni di godere di quell’antro stretto e immaginifico.
Ma il cazzo di Maurizio mi aveva riempito fin nelle viscere dilatandomi come in un parto, ed ero quasi svenuta per il dolore.
Mi ero ripresa in tempo per sentire che un paio di volte si era divertito a sfilarlo del tutto, godendosi i miei peti generosi e indegni, ghignandone per poi riempirmi di nuovo.
L’aria si era fatta pregna di olezzo intestinale, di guaranà dolciastro della Durex,di grugniti e di stomp ritmici.
Un vociare sommesso oltre la parete ci fece supporre che li avessimo svegliati.
Alternava gli occhi verso il soffitto e verso le mie tette dondolanti, per poi assaporare la gioia visiva del suo cazzo che entrava e usciva dal mio ano trascinando fuori un misto di fango e neve.
“Cazzo che inculata fantastica amore mio” bofonchiò con l’aria soddisfatta ma intenzionata a non farla finire troppo presto.
Non era così che si trattava un amore, provai a pensare lucidamente, ma era indubbiamente un’inculata memorabile per lui, una tacca alla sua cintura di sex machine.
Lo sentii scivolare via con quel suono di risucchio che il suo cazzo produceva ad ogni uscita; stavolta il peto fu fragoroso e umiliante, ma mi sentii presa come una bambola di pezza e appoggiata al muro con le mani, sulle ginocchia.
Mi serrò le mani sulle tette, spingendomi con la faccia a pochi centimetri dalla parete.
Rientro’ dentro di me gemendo forte: ormai aveva segnato un sentiero che il suo cazzo ritrovava a memoria.
Iniziai a urlare, era piacere misto a sconquasso intestinale, era dominazione unita alla carica erotica del suo vigore e del suo sudore acre.
Avvertii i nostri vicini che bofonchiavano qualcosa oltre la parete, li percepii a un palmo dalla mia bocca che immaginavano cosa stesse accadendo di qua dal muro.
Staccai una mano dal muro per farla scivolare tra le mie gambe; mi scoprii gocciolante di due indistinguibili lubrificanti, naturale e chimico, e con due dita presi a straziarmi il clitoride con movimenti circolari e decisi.
Se ne accorse. “L’ho capito subito che bella cagnolina in calore che sei” disse mordendomi sul collo mentre i suoi spasmi si fecero più violenti.
Sentii esplodere i suoi fiotti dentro di me nel momento in cui le mie dita mi regalavano un orgasmo inimmaginabile, sbattei la testa sul muro e mi morsi la mano libera per soffocare un grido, ma il mio corpo si inarcò come un giunco e fui scossa da una scarica elettrica.
Appena fui vuota sentii l’istinto violento di defecare e dovetti raggomitolarmi per soffocarlo.
Lo sentii che raccoglieva tra le mie cosce lo sperma che usciva dal mio ano, e me lo spalmava sulle labbra.
Mi feci schifo, aveva liberato la bestia immonda che non ero mai stata prima di allora.
Non era colpa sua, ero io che avevo accettato di diventare la sua puttana e ne avevo goduto come...”Come una cagnolina in calore” pensai.
La sala colazione era vuota, come il parcheggio; c’eravamo soltanto noi e i nostri vicini, pochi tavoli oltre.
Avevano gli occhi pesti di una nottata disturbata, ma quelli che avevo visto nello specchio sul mio volto non mi erano parsi migliori.
Maurizio era allegro e su di giri, ma io non riuscivo a condividere la sua fresca ilarità infantile.
Vidi la ragazza che si alzava e si avvicinava al buffet; mi alzai anche io e la raggiunsi, fingendo di cercare qualcosa tra le marmellate.
“Buongiorno” le dissi quando fummo abbastanza vicine da non essere sentita dal tavolo.
Mi guardò in tralice, accennando una smorfia.
“Voglio scusarmi con voi, siamo stati maleducati. L’hotel avrebbe potuto darci camere distanti, cò non toglie che abbiamo fatto casino e vi abbiamo rovinato la nottata”.
Si rilassò, apprezzando le mie parole.
“Non devi scusarti, davvero. Anche se lo trovo molto carino da parte tua. Non vorrei sembrarti stupida, ma credimi avremmo voluto ricambiare il favore con la stessa vigoria”.
La guardai incredula, ma non mi dette tempo di aprire bocca.
“Stavolta non eravamo nella forma migliore, ma ci sono molte cose più importanti” concluse.
Presi una brioche che non mi andava e un thè che non avrei bevuto, poi tornai a sedermi.
“Beh, hai fatto conoscenza con quella povera sfigatina? Che ti ha detto? Che ti invidia da morire?”
Rimasi in silenzio, poi mi avvicinai al suo orecchio: “Oggi il suo uomo ha un impegno di lavoro, e visto il maltempo lei resta in camera”.
Lui parve interessato: “ E quindi?”
“Ecco, mi ha sorpresa ma, mi ha chiesto se mi andava di condividerti con lei. Anzi, se ti prestavo a lei per qualche ora. Insomma, dai, hai capito benissimo...Il suo uomo non funziona e lei muore di voglia”.
Si sollevò e mi guardò lasciando che gli occhi si riempissero di una luce diversa.
“Cazzo addirittura? E tu che le hai detto?”
Gli leccai l’orecchio: “Che sei tu quello che decide...io poi vedo se godermi lo spettacolo in radio o andare in centro a visitare qualcosa”.
Tamburello’ le dita sul tavolo, eccitato: “E come si combina? A che ore?”. Non stava più nella pelle.
“Il suo uomo ora si alza e va a lavoro. Lei va in camera e tu la raggiungi, mi ha detto. Ci stai?” lo baciai all’angolo delle labbra.
Si fregò le mani trangugiando l’ultimo biscotto.
“Sai che voglia che ha quella, me lo sequestra...cazzo se ci sto. Grazie amore mio sei una favola”.
Sorrisi e mi alzai in piedi, aspettando che mi guardasse; gli arrivarono cinque dita alla velocità del suono sulla guancia; vidi il suo volto roteare di novanta gradi, con gli occhi che sembravano schizzare fuori dalle orbite.
Gli gettai addosso un tovagliolo, e mi diressi verso le scale senza aspettare la sua reazione; passando accanto al tavolo degli altri mi soffermai accanto alla ragazza.
“Hai ragione, ci sono cose più importanti” e piena di rabbia e soddisfazione me ne andai.
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