Chimera: L'ultimo respiro dell'umanità - Cap. 1
di
Michael035
genere
fantascienza
AVVERTENZA: Questo racconto si discosta dai canoni classici del sito. È una storia di fantascienza apocalittica dalle tinte molto cupe, dove l'erotismo si fonde con la disperazione della sopravvivenza. Contiene scene di forte impatto emotivo, drammaticità e passaggi di cruda violenza. Lettura consigliata a un pubblico maturo e consapevole.
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NOVEMBRE 2092:
(Introduzione)
Il freddo di questo novembre ti entra nelle ossa come una lama sottile. Sento le giunture irrigidirsi mentre raschio la punta della matita con il mio coltellino da caccia. Il rumore del metallo che scalfisce il legno è l'unico suono nitido in questa fottuta casa diroccata. Oltre i vetri in frantumi, il vento scivola tra i rami spogli degli Appalachi, portando con sé quel suono. Un trascinarsi lento, il fruscio di foglie calpestate senza ritmo, seguito da un mugugno gutturale, liquido.
L'odore, invece, non ha bisogno del vento. Quello è sempre qui. Si è aggrappato ai muri scrostati, ai tappeti ammuffiti, ai miei stessi vestiti. È un lezzo dolciastro e metallico di carne guasta e disfacimento, così persistente che ormai fa parte dell'ossigeno che respiro.
Soffio via i trucioli di legno dalla copertina in pelle logora del mio diario. Me lo tengo stretto sulle ginocchia, sotto una coperta di lana infeltrita che puzza di fumo e polvere. Ho trentasei anni, ma le mie mani, piene di calli e micro-cicatrici, sembrano quelle di un vecchio. Scrivere è diventato il mio unico esorcismo. Riempire queste pagine bianche mi impedisce di dimenticare come si formula un pensiero complesso, mi impedisce di diventare un animale mosso solo dall'istinto di sopravvivenza. E, soprattutto, mi fa sentire meno solo da quando Tessa non c'è più.
Appoggio la grafite sulla carta ruvida.
Novembre 2092, scrivo.
A volte mi chiedo se abbia ancora senso tenere il conto dei giorni. Il mondo, quello vero, è finito otto anni fa. Ma forse scrivere serve proprio a questo: a ricordare a me stesso che c'è stato un "prima", e che c'è una ragione precisa, scientifica e fottutamente umana per cui ora siamo rintanati come topi.
Tutto è iniziato nel 2084. Nessuna pioggia di missili nucleari, nessuna testata apocalittica. Troppo facile, troppo rapido. Il mondo è collassato per colpa di batterie, microchip e avidità. La crisi energetica globale non riguardava il petrolio, ma i metalli rari: il silicio di nuova generazione, il litio purificato, le terre rare necessarie per alimentare i superconduttori quantistici. La coalizione Russia-Cina-India aveva chiuso i rubinetti, monopolizzando i giacimenti in Siberia e le nuove miniere di estrazione. Gli Stati Uniti e ciò che restava della NATO stavano letteralmente rimanendo al buio, strangolati economicamente e militarmente. La guerra convenzionale, combattuta con droni, fanteria e sanzioni, stava dissanguando l'America.
E quando gli americani si sentono con le spalle al muro, diventano i più grandi figli di puttana della storia.
Il progetto si chiamava Chimera. O almeno così dicevano i file decriptati trasmessi su frequenze pirata durante i primi mesi del collasso. I nostri più brillanti virologi e bio-ingegneri militari della DARPA avevano creato un'arma. Non per uccidere, ma per sottomettere. Era un agente patogeno sintetico, un incubo ibrido: un retrovirus a RNA fuso con un prione, una proteina anomala progettata in laboratorio. L'obiettivo era spargere questo gas sulle truppe nemiche; il virus avrebbe dovuto attraversare la barriera emato-encefalica, attaccare la corteccia prefrontale e annullare ogni forma di aggressività o pensiero strategico. Volevano trasformare gli eserciti orientali in burattini catatonici.
Ma la natura non ama essere presa per il culo.
Credevano di poterlo controllare, ma il virus reagì con gli agenti chimici nell'atmosfera inquinata delle zone di guerra. Mutò. E lo fece con una rapidità che nessuna intelligenza artificiale dell'epoca aveva calcolato. Diventò un aerosol letalmente perfetto, silenzioso, resistente a qualsiasi variazione di temperatura. Nel giro di pochi mesi, a cavallo tra il 2084 e il 2085, ha infettato il mondo intero.
La fregatura? Che non faceva assolutamente nulla ai vivi.
Era questa la vera perfidia dell'evoluzione. Il virus si è annidato nel nostro tronco encefalico, silente, soppresso dall'attività elettrica del cervello sano e dal nostro sistema immunitario. Tutti noi, io compreso, abbiamo questa bomba a orologeria nel cranio. Respiriamo, mangiamo, scopiamo, combattiamo... e lui dorme.
Si sveglia solo quando il cuore si ferma.
Ho studiato chimica prima che il mondo bruciasse, e ci ho messo anni a metabolizzare l'orrore clinico di questa realtà. Quando una persona muore, le funzioni cerebrali superiori collassano. La corteccia si spegne. La personalità, l'anima, i ricordi... spariscono per sempre. A quel punto, senza più il "rumore di fondo" di un cervello vivo, il virus si attiva. Consuma le ultime riserve di glicogeno nelle cellule per dare un fottuto shock elettrico al sistema nervoso autonomo. Riattiva i gangli della base e i centri motori primitivi. Il cadavere si alza. Non sente dolore, non respira per ossigenarsi, ma per produrre suoni. Ha un solo, singolo imperativo dettato dall'agente patogeno nel suo cranio: nutrirsi di carne fresca per fornire al virus le proteine necessarie a non degradarsi.
E i morsi... cristo, i morsi sono una sentenza. Un errante ha la bocca ricolma di batteri necrotizzanti e una carica virale concentrata e "attiva" nella saliva. Se ti mordono, non è il morso in sé a trasformarti, è la setticemia fulminante unita all'encefalite virale che ti uccide in meno di quarantott'ore. Ti bruciano le vene, la febbre ti scioglie il cervello, muori. E poi, inevitabilmente, ti rialzi.
I graffi sono un'altra storia. Se un errante ti graffia superficialmente, rischi una brutta infezione, certo, ma se disinfetti la ferita e non recide zone vitali o grandi arterie scatenando un'emorragia, sopravvivi. Il sistema immunitario di un uomo vivo riesce a gestire la scarsa carica virale sotto le unghie marce. Ma un morso no. Il morso è un biglietto di sola andata. L'ho visto succedere. L'ho visto succedere a Tessa.
Smetto di scrivere. La punta della matita si spezza contro la pagina.
Chiudo gli occhi e respiro l'aria gelida, cercando di scacciare quell'immagine. Le città. Ricordo cosa fecero alle città. Quando divenne chiaro che i morti non restavano morti, il mondo intero entrò in modalità panico. Charlotte, New York, Atlanta, Los Angeles e il resto del mondo... i centri nevralgici. Nessuna testata nucleare, non volevano rendere la terra inabitabile per il futuro, ma ordinarono bombardamenti a tappeto convenzionali. Piogge di fosforo bianco, napalm, esplosivi ad alto potenziale. Sventrarono le metropoli nel tentativo di incenerire le orde che si ammassavano nelle strade.
Non è servito a un cazzo. Hanno solo creato labirinti di cemento armato e acciaio fuso dove centinaia di migliaia di fottuti cadaveri camminano ancora oggi, intrappolati in un eterno loop di fame.
Riapro gli occhi. L'inverno sta arrivando, e sarà uno dei più bastardi di sempre. Posso sentirlo nell'aria secca che mi taglia i polmoni. Mi stringo la coperta addosso, infilo il coltellino nello stivale e accarezzo con la mano libera il calcio freddo del mio fucile d'assalto, un vecchio modello a proiettili calibro 5.56, affidabile e letale. Niente armi quantistiche o laser del cazzo, solo piombo e polvere da sparo. Le uniche cose che funzionano davvero.
Prima di chiudere il diaro, infilo le dita nella tasca interna della copertina di cuoio. I polpastrelli, ruvidi e screpolati dal freddo, accarezzano l'angolo smussato di una vecchia foto stampata. Una fottuta reliquia del vecchio mondo.
La tiro fuori lentamente, con una cura quasi ossessiva, come se avessi paura che l'aria gelida di questa stanza possa frantumarla.
È Tessa.
La foto risale a cinque anni fa, quando ancora riuscivamo a trovare delle batterie cariche per le fotocamere e c'era un briciolo di speranza a tenerci in piedi. Nella foto sorride, con i capelli castani, ribelli e perennemente scompigliati dal vento degli Appalachi, raccolti in una treccia lenta. Aveva quegli occhi verdi, così limpidi e accesi che persino in mezzo a tutta questa melma sembravano capaci di ripulirti l'anima.
Non era una tipa da bunker o da città; Tessa era nata per queste montagne. Aveva una risata sfacciata, di quelle che facevano eco tra i pini e ti facevano dimenticare, anche solo per un secondo, l'odore di carne marcia che ammorbava le valli. Sapeva usare un coltello meglio di me, sapeva leggere le tracce degli animali, ma soprattutto sapeva come tenermi ancorato a terra quando la rabbia minacciava di farmi impazzire. Era il mio baricentro. La mia casa quando una casa non esisteva più.
E ora non c'è più. Non è passato nemmeno un anno. Dieci mesi, per l'esattezza. Dieci mesi di un vuoto assoluto che mi lacera il petto a ogni fottuto risveglio.
Guardo il suo viso sulla carta sbiadita e la mente mi trascina immediatamente a quella notte maledetta di gennaio.
Eravamo usciti per una ricognizione in un vecchio deposito di legname, uno di quei posti divorati dall’umidità e dal silenzio, dove perfino il vento sembrava marcire tra le assi fradice. Doveva essere una cosa veloce, pulita: entrare, recuperare qualche attrezzo e tornare al rifugio prima che facesse buio.
Ma il ghiaccio aveva bloccato la porta sul retro.
Ricordo ancora il rumore metallico delle nostre spinte disperate, il fiato che condensava nell’aria gelida, le torce che tremavano tra le mani. Poi quei due erranti erano comparsi dal corridoio principale, lenti, trascinando i piedi sul pavimento coperto di segatura
Li avevamo abbattuti in fretta. Troppo in fretta. Tessa stava già abbassando il coltello quando qualcosa si mosse dietro una catasta di tronchi. Un terzo errante. Rimasto immobile tutto il tempo, nascosto nell’ombra come un animale in agguato.
Non ebbi nemmeno il tempo di urlare il suo nome.
La mano grigia della creatura sbucò dal buio e afferrò Tessa per la coda dei capelli, strattonandole violentemente la testa all’indietro. Lei gridò, un suono breve, spezzato. Poi l’errante le affondò i denti nella spalla, proprio alla base del collo.
Ricordo il rumore umido della carne che cedeva.
Le sparai quasi a bruciapelo pur di staccarglielo di dosso. Il corpo dell’errante crollò contro le assi del deposito, trascinando con sé pezzi di capelli di Tessa tra le dita marce.
Lei continuava a dire che stava bene. Che non era niente. Che dovevamo andarcene subito.
Ci fermammo in un vecchio capanno, sotto la luce sporca della lampada a petrolio, vidi davvero la ferita. Quel maledetto squarcio sulla spalla. I lembi di pelle strappati, i segni profondi dei denti che avevano attraversato giacca e carne come carta bagnata.
Non era un graffio superficiale. Non era qualcosa che il corpo potesse combattere.
Era già morta.
E nessuno dei due aveva ancora il coraggio di ammetterlo.
Era un morso pieno, profondo, saturo di quella saliva infetta.
«Sto bene, Trev. È solo un graffio, passerà», mi aveva detto, cercando di sorridere mentre stringeva i denti per il dolore. Ma entrambi sapevamo che mentiva. Entrambi conoscevamo la condanna. Provai inutilmente a disinfettare e a coprire la ferita, ma non servì a nulla
Nelle auarattot'ore successive ho guardato la donna che amavo più della mia stessa vita spegnersi un pezzo alla volta. La febbre è salita a livelli folli, disumani, ben oltre il limite che un corpo può sopportare.
La sua pelle, di solito così fresca sotto le mie dita, bruciava come ferro lasciato sul fuoco. Il virus la stava divorando viva.
Delirava per minuti interi, persa in frasi sconnesse e ricordi che non riuscivo a capire, poi tornava lucida all’improvviso solo per stringermi la mano con tutta la forza che le rimaneva, come se bastasse quello a impedirle di scivolare via. Sudava freddo. Tremava. E ogni volta che il dolore le attraversava il corpo, si piegava in due soffocando urla dietro i denti serrati.
I vasi sul collo avevano iniziato ad annerirsi sotto la pelle, ramificandosi lentamente verso la mascella. Il virus stava risalendo al cervello, divorando pezzo dopo pezzo ciò che restava di lei. Le labbra erano screpolate fino a sanguinare, e i suoi occhi verdi…
Cristo.
Quegli occhi erano sempre stati casa mia. E ora la luce dentro di loro si stava spegnendo davanti a me.
Restai seduto accanto al letto per ore, incapace perfino di respirare davvero. Continuavo a passarle un panno umido sulla fronte, come se un gesto così stupido potesse salvarla. Come se bastasse amarla abbastanza.
Poi, nel mezzo del delirio, Tessa tornò da me per un istante.
Le sue dita cercarono le mie tra le coperte. Fredde. Tremanti.
«Trevis…»
La sua voce era consumata, poco più di un soffio.
Mi avvicinai subito.
«Sono qui.»
Lei aprì lentamente gli occhi. Per un momento furono di nuovo i suoi. Lucidi, vivi, pieni di quella dolcezza che mi aveva distrutto dal primo giorno.
«Guardami.»
Avrei voluto non farlo. Perché in quello sguardo c’era già un addio.
«Promettimi una cosa.»
Scossi la testa immediatamente.
«No.»
Un sorriso debole le tremò sulle labbra spaccate.
«Non hai nemmeno sentito cosa voglio chiederti.»
«Lo so già.»
Il suo respiro si spezzò in un rantolo doloroso. Cercò di trattenerlo, ma una fitta la attraversò da parte a parte e lei si aggrappò al mio braccio soffocando un gemito.
Io non riuscivo a fare altro che guardarla morire.
«Trevis…» sussurrò ancora, quando il dolore si placò appena.
«Ascoltami.»
Avevo le lacrime ferme in gola.
«Tes, ti prego…»
«Non lasciare che diventi una di quelle cose.»
Le parole mi squarciarono il petto.
«No.»Risposi ancora.
«Non voglio aprire gli occhi e non riconoscerti più.»
Inspirò a fatica, tremando.
«Non voglio cercarti… per fame.»
«Smettila.» La mia voce cedette completamente.
«Tu non te ne andrai. Troveremo qualcosa, io giuro che—»
«Lo sai anche tu.»
Lo disse piano. Senza rabbia. Ed era questo il peggio.
Una lacrima le scivolò lungo la tempia mentre sollevava lentamente una mano verso il mio viso. Le tremavano così tanto le dita che non riuscì nemmeno ad accarezzarmi davvero.
«Ehi…» mormorò. «Guardami, amore.»
Lo feci. E vidi la paura. Non della morte. Di quello che sarebbe rimasto dopo.
«Sarò sempre con te,» sussurrò con il fiato corto. «Quando ti sveglierai la mattina. Quando avrai paura. Quando penserai di non farcela.»
Le sue dita si chiusero debolmente attorno alle mie.
«Ma quella… quella non sarò più io.»
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Non chiedermelo.» La voce mi uscì come un singhiozzo.
«Ti prego, Tessa… non chiedermelo.»
Lei chiuse gli occhi per un istante, esausta. Quando li riaprì, dentro c’era ancora abbastanza di lei.
«Devi essere tu.» Una pausa tremante.
«Perché se vedo il tuo viso per ultimo… allora forse non avrò così paura.»
E l'ho fatto.
Quando il suo cuore smise di battere, la stanza diventò improvvisamente troppo silenziosa. Non il silenzio normale di una notte senza vento, ma qualcosa di diverso. Qualcosa di vuoto. Come se il mondo intero avesse trattenuto il respiro insieme a me. Rimasi seduto accanto al letto senza riuscire a muovermi, con la sua mano stretta nella mia anche se ormai non ricambiava più la presa. Continuavo a fissarle il viso sperando in un errore, in un movimento involontario, in un altro respiro. Qualunque cosa. Ma non arrivò niente.
Conoscevo quel silenzio. Lo avevo già sentito altre volte. E sapevo cosa veniva dopo.
Il virus non lasciava andare nessuno davvero. Aspettava soltanto. Qualche minuto, a volte ore, e avrebbe riacceso quel corpo vuoto trasformandolo in qualcosa capace solo di divorare. Tessa me l’aveva chiesto. No… me l’aveva fatto promettere. E io avevo continuato a mentire a entrambi fingendo che non sarei mai arrivato a quel momento.
Le spostai lentamente una ciocca di capelli dalla fronte. Era ancora calda. Cristo santo, era ancora calda. Fu quella la cosa che quasi mi distrusse del tutto. Sembrava soltanto addormentata dopo una giornata troppo lunga. Sembrava bastasse chiamarla piano per farle aprire gli occhi e sentirla lamentarsi perché la stavo fissando troppo.
Sentii il nodo in gola spezzarmi il respiro.
Con mani che tremavano così forte da farmi male alle dita, sfilai lentamente il coltello dalla fondina sulla cintura. Il rumore della lama nel silenzio della stanza mi sembrò osceno. Restai lì a guardarlo per qualche secondo senza avere il coraggio di avvicinarmi. Poi mi chinai verso di lei e appoggiai la fronte contro la sua.
«Mi dispiace, Tes…» sussurrai con la voce rotta.
«Mi dispiace di non essere riuscito a salvarti.»
Le lacrime iniziarono a scendermi senza nemmeno accorgermene. Le sentivo cadere sulla sua pelle, calda abbastanza da sembrare ancora viva. Le accarezzai il viso un’ultima volta con il pollice, lentamente, cercando di imprimermi ogni dettaglio nella memoria. Le lentiggini leggere sulle guance. Il piccolo taglio sul labbro inferiore. Il profumo ormai coperto dall’odore ferroso della febbre e del sangue.
Poi il suo petto ebbe un piccolo spasmo. Il virus stava iniziando a reclamarla.
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me in modo definitivo.
Chiusi gli occhi. Inspirai il suo odore per un’ultima volta. E prima che potessi perdere il coraggio, le sollevai leggermente la testa e affondai il coltello nella parte posteriore del cranio.
Dopo, rimasi lì. Con lei tra le braccia. Per non so quanto tempo. Aspettando inutilmente che il mondo finisse insieme a noi.
Una lacrima, pesante e calda, mi sfugge dalle ciglia e cade dritta sulla foto, espandendosi sul viso stampato di Tessa, sfocandone i contorni. Poi un'altra. E un'altra ancora.
Le spalle iniziano a tremarmi. Tento di trattenermi, di fare l'uomo duro, il cacciatore solitario che non cede alla debolezza, ma è inutile. Crollo. Scoppio a piangere in un pianto silenzioso e disperato, soffocando i singhiozzi nella coperta di lana per non attirare i morti che camminano là fuori. Fa male. Fa un male cane, come se mi stessero strappando le viscere a mani nude. È il dolore di essere vivo quando la parte migliore di te è sottoterra, con un taglio profondo nel cranio.
Asciugo la foto con la manica della giacca, con una delicatezza disperata, prima di riporla nella tasca del diario. Chiudo il quaderno di scatto. Basta. Non posso permettermi questo lusso. La commiserazione in questo mondo ti trasforma in carne da macello.
Mi alzo in piedi, scosso dagli ultimi brividi di pianto e di freddo, stringendo il calcio del mio fucile d'assalto. È ora di andare.
Mi butto lo zaino in spalla, stringendo le cinghie fino a farmele segnare sul petto. Il peso dell'attrezzatura è rassicurante, ma la scorta di cibo al suo interno è pateticamente leggera. Faccio scorrere la cerniera del giubbotto fino al mento e varco la soglia di quella che un tempo era la porta d'ingresso.
Uscire all'aperto significa farsi prendere a pugni da un vento tagliente che ti scortica la faccia. L'aria di novembre è spietata, un avvertimento invisibile di ciò che sta arrivando. Il freddo... il freddo non frega un cazzo ai morti. Loro ghiacciano, i fluidi nei loro corpi in decomposizione si addensano, rallentano, alcuni rimangono come statue di carne putrefatta e grottesca, altri, seppur più lenti, continuano a vagare senza una meta, ma non muoiono di ipotermia. La loro carne è già morta, il virus se ne fotte delle temperature sotto lo zero.
Io, invece, sono ancora caldo. Sento le dita dei piedi già intorpidite dentro gli stivali e le labbra che iniziano a screpolarsi. Sopravvivere all'inverno qui fuori, da solo, non è un atto di coraggio; è un suicidio prolungato. L'isolamento è un lusso che potevo permettermi in estate, dormendo sugli alberi o nelle cascine abbandonate, ma adesso la natura sta reclamando il suo pedaggio. Se non trovo una comunità, un cazzo di focolare acceso e delle mura solide che mi riparino dal gelo notturno, sarò io il prossimo cadavere a rialzarsi in primavera. Devo trovare un altro gruppo. Odio l'idea, odio dovermi interfacciare di nuovo con delle persone che inevitabilmente prima o poi finiranno per morire, ma la biologia non mi lascia scelta.
Mi incammino verso ovest, dove la boscaglia si infittisce. Il cielo sopra di me è una lastra ininterrotta di piombo grigio.
Perché sono qui da solo, allora? Me lo chiedo mentre i miei passi affondano nel fango indurito dalla brina. Avevo un rifugio sicuro un tempo. Eravamo rintanati in una vecchia scuola superiore recintata, un gruppo ben assortito che funzionava come un orologio. C'era cibo razionato, c'erano turni di guardia, c'era l'illusione della sicurezza.
Ma c'era anche lei.
Quando sono tornato da quella maledetta perlustrazione senza Tessa, dopo averla sotterrata in una buca profonda, il gruppo ha cercato di starmi vicino. Ma era esattamente quello il problema. Ogni fottuto corridoio di quella scuola, ogni banco rovesciato spinto contro le finestre, la mensa dove mangiavamo insieme dividendo le scatolette di fagioli... la stanza dove passavamo le nostre notti intime... tutto trasudava di Tessa. La vedevo ovunque. E poi c'erano i loro sguardi. Cristo, i loro sguardi di compassione mi soffocavano. Vedevo la pena nei loro occhi, e in quegli occhi vedevo il riflesso esatto di quello che ero diventato: un guscio vuoto, un uomo rotto a metà. Non potevo camminare in quei corridoi senza aspettarmi di vederla spuntare da un angolo. Sono fuggito nella notte, senza dire niente a nessuno, perché i ricordi mi stavano divorando vivo da dentro. Scappare era l'unico modo per non impazzire, o almeno così credevo.
Percorro a malapena un centinaio di metri nel bosco rado. Il silenzio irreale viene interrotto dal crepitio inconfondibile di rami secchi spezzati e dal fruscio pesante di passi trascinati.
Mi fermo di scatto. L'istinto prende il sopravvento, azzerando i miei pensieri. Ore due. Un errante.
È un uomo, o lo era prima che il mondo andasse a puttane. Indossa i resti di una giacca da boscaiolo a quadri, ormai incrostata di fango, resina e sangue nero secco. Arranca verso di me. Il gelo ha irrigidito le sue giunture, si muove a scatti, goffo e scoordinato come un burattino difettoso, ma non si ferma. Mi fissa con quegli occhi opachi, lattiginosi, e spalanca la mascella sfoderando un rantolo afono, un suono raschiante che gli esce direttamente dal fondo della gola.
La mia mano corre istintivamente al fucile, ma mi fermo. Non tocco l'arma da fuoco. Non voglio sprecare un proiettile prezioso, ma soprattutto... non voglio che finisca in fretta.
Le lacrime che ho versato poco fa sul diario, nella solitudine di quella stanza, si sono asciugate sulle mie guance, lasciando il posto a una rabbia cieca, acida e viscerale. È una pressione nel petto che spinge per uscire.
Sgancio dal fianco il mio bastone, un ramo di frassino spesso come un avambraccio, che ho indurito sul fuoco mesi fa e avvolto con del nastro isolante sull'impugnatura per non farlo scivolare col sangue. L'errante accorcia la distanza, allungando il braccio destro verso di me, le dita livide dalle unghie spezzate pronte ad afferrare, graffiare, infettare.
Non mi ritraggo. Faccio un passo avanti, andandogli incontro.
Pianto i piedi a terra con rabbia, stringo il legno con entrambe le mani e, usando tutta la forza del busto, calo il bastone lateralmente, colpendolo direttamente sull'avambraccio teso.
CRAK.
Il rumore dell'osso inaridito che si spezza di netto è un'esplosione nel silenzio del bosco. È un suono orrendo, eppure fottutamente soddisfacente. Il suo braccio si piega in un'angolazione innaturale verso l'alto, con le ossa radio e ulna che sbucano fuori dalla carne grigia, penzolando da un lembo di pelle. L'errante non emette un singolo suono di dolore, la sua espressione morta non cambia di un millimetro. Cerca ancora di venirmi addosso, incespicando in avanti.
«Questo è per averci tolto tutto,»ringhio a denti stretti.
Faccio perno sulle gambe.
Ritiro indietro il bastone e, con un affondo violento, gli pianto la punta smussata di legno direttamente nello stomaco. Il colpo è brutale, affonda nella carne molle e marcia facendola cedere. L'impatto lo svuota di quell'aria putrida che ha nei polmoni, piegandolo in due. Le sue ginocchia cedono quel tanto che basta per abbassargli il baricentro.
Adesso la sua testa è esposta. È chinato in avanti, debole, rotto.
Alzo il bastone sopra la mia spalla destra. Sento i muscoli della schiena bruciare, le articolazioni scricchiolare. In quel preciso istante, mentre prendo la mira, rivedo il viso di Tessa febbricitante. Rivedo i suoi occhi verdi, spenti dalla condanna del morso. Sento la presa della sua mano allentarsi lentamente.
Un grido mi esplode dalla gola. Non è un grido di guerra, è l'urlo straziato di un uomo a cui hanno strappato via l'anima.
Calo il bastone direttamente sulla parte posteriore del suo cranio, alla base del collo, lì dove risiede quel fottuto virus. Il colpo è devastante. Il cranio dell'errante cede con un tonfo umido, schiacciato come un melone guasto sotto il peso di tutta la mia disperazione. La forza d'urto spezza la colonna vertebrale e lo schianta a faccia in giù nel fango ghiacciato, immobile. Definitivamente morto.
Resto lì in piedi, a gambe divaricate. Il bastone, sporco di sangue nero e materia cerebrale, mi trema tra le mani. Il respiro mi esce dalla bocca in nuvole di vapore compatto e affannoso, i polmoni mi bruciano come se avessi respirato vetri rotti. Guardo il cadavere smembrato ai miei piedi. Una poltiglia scura e densa inizia a macchiare le foglie morte.
Stringo il legno così forte che le nocche mi diventano bianche. Vorrei colpirlo ancora. Vorrei ridurre quel cranio in polvere, vorrei sbriciolare ogni singolo osso di questo cadavere finché non rimane altro che terra.
Ma a che serve? Allento lentamente la presa, chiudendo gli occhi. È solo un inutile pezzo di carne ed ossa marce, un contenitore vuoto. E io sono solo uno stronzo disperato che ha appena sfogato la sua miseria, la sua colpa e il suo lutto infinito su qualcosa che non può nemmeno provare dolore.
Però, in quel breve istante, in quel singolo istante di pura violenza... mi è sembrato di avere ancora il controllo sulla mia vita.
Faccio un respiro profondo e scuoto il bastone per ripulirlo, riagganciandolo alla cintura. Guardo di nuovo il cielo implacabile, tiro su col naso per ricacciare indietro le lacrime e mi rimetto in marcia. Devo trovare i vivi, prima che l'inverno mi trasformi per sempre in uno di loro.
Il picco di adrenalina crolla con la stessa rapidità con cui è salito, lasciandomi addosso solo un senso di pesantezza vertiginosa e un sudore freddo che mi gela la pelle sotto i vestiti. Mi passo una mano guantata sul viso, strofinando via la tensione dai muscoli della mascella, e mi allontano da quel mucchio di carne senza guardarlo un'altra volta.
Mi appoggio al tronco di una vecchia quercia per riprendere fiato. Infilo due dita nella tasca laterale dei pantaloni tattici ed estraggo la mia mappa.
È un fottuto straccio. L'ho piegata, aperta e ripiegata così tante volte che lungo le pieghe principali la carta si è consumata fino a disintegrarsi. È tenuta insieme da strisce di nastro adesivo telato ingiallito, macchiata di fango, grasso per armi e cerchi scuri lasciati da vecchie tazze di caffè freddo, roba di anni fa. Un cimelio di quando il mondo aveva ancora confini, strade sicure e stazioni di servizio.
La spiano contro la corteccia ruvida dell'albero, cercando di decifrare i contorni sbiaditi delle topografie montane. Scorro un'unghia sporca di terra lungo una linea grigia che taglia in diagonale la riserva naturale in cui mi trovo. Una ferrovia. Non dovrebbe essere lontana, al massimo un paio di miglia a ovest rispetto a questa fottuta collina. Seguire i binari è sempre un rischio, sei esposto, sei un bersaglio facile in campo aperto, ma perdermi tra i boschi con l'inverno alle porte e la bussola che fa i capricci è una garanzia di morte molto più rapida. E poi, le ferrovie portano sempre a qualcosa: vecchi scali merci, stazioni di smistamento, depositi abbandonati. Posti dove potrei trovare un riparo o, se la fortuna non mi ha abbandonato del tutto, qualcuno di vivo.
Ripiego la mappa con cura maniacale, la rimetto in tasca e mi stacco dall'albero.
Ci metto quasi un'ora a raggiungere la trincea ferroviaria, muovendomi con la lentezza paranoica di chi sa che ogni ramo spezzato può attirare l'attenzione sbagliata. Quando finalmente gli alberi si diradano, mi trovo davanti a uno squarcio artificiale scavato nella roccia e nella terra.
Scendo lungo la scarpata ghiaiosa, scivolando per gli ultimi metri, fino a toccare il fondo.
C'è un vecchio cartello di segnaletica ferroviaria inclinato su un lato, a pochi passi dai binari. Il palo di sostegno è piegato quasi a quarantacinque gradi, come se un autoblindo o qualcosa di molto pesante ci fosse andato a sbattere contro anni fa. La lamiera è un trionfo di ruggine e desolazione. È crivellata da tre fori di proiettile, bordati di metallo ossidato, che hanno cancellato quasi tutto. Le parole "Raleigh" e "Charlotte" sono solo graffi sbiaditi, inghiottiti da una patina arancione e marrone, memorie di città che ora non sono altro che giganteschi cimiteri all'aperto.
C'è solo una destinazione rimasta interamente leggibile, verniciata di un bianco opaco che resiste ostinatamente al tempo: Asheville - 42 Miglia.
Quarantadue miglia. Un'eternità a piedi in un mondo del genere. Ma è una direzione, e in questo momento una direzione è tutto ciò che ho per non impazzire.
Abbasso lo sguardo sui binari. La natura si sta lentamente riprendendo tutto ciò che l'uomo ha costruito con arroganza. L'autunno ha vomitato una coltre infinita di foglie gialle, ocra e marroni, creando un tappeto denso e malinconico che nasconde quasi completamente le vecchie traversine di legno marcescente e il pietrisco. Da quel mare di foglie morte emergono solo le due linee rette dei binari d'acciaio.
Sono freddi, spogli, due cicatrici parallele di metallo scuro che tagliano la valle e si perdono all'orizzonte, inghiottiti dalla nebbia bassa che inizia a salire dal terreno.
Sistemo la cinghia del fucile sulla spalla, stringo le cinghie dello zaino e faccio il primo passo tra i binari.
Crunch.
Il suono della foglia secca calpestata dal mio stivale è netto, solitario.
Crunch.
Un altro passo. Inizio a camminare, tenendo lo sguardo fisso tra quelle due linee d'acciaio. Il ritmo dei miei passi diventa una cantilena sommessa. Ogni scricchiolio sotto i miei stivali mi ricorda che sto calpestando qualcosa di morto, in un mondo che sta morendo. C'è una bellezza atroce e silenziosa in tutto questo. Non ci sono più motori, non ci sono più aerei a squarciare il cielo di piombo, non ci sono sirene. Solo il vento gelido del Nord Carolina che mi sussurra tra i capelli, e il suono ostinato, stanco, di un uomo che cammina da solo sui resti della civiltà.
Dove mi porteranno questi binari? A un pasto caldo? A un proiettile in testa da parte di uno sciacallo? O magari solo a un'altra casa vuota in cui nascondermi a piangere sui miei fottuti ricordi?
Non lo so. Ma l'inverno sta arrivando, e fermarsi significa morire. Quindi, metto un piede davanti all'altro. E continuo a camminare.
CONTINUA.... . .
NOTA:
Come promesso nell'avvertenza iniziale, questo è un racconto diverso dal solito. Questo capitolo è servito da introduzione per spiegare il contesto scientifico del virus e presentarvi Trevis. La componente erotica arriverà, densa e viscerale, come unica via di fuga da questo inferno.
Avviso i lettori che la storia non uscirà con una continuità costante o scadenze fisse rispetto ad altre pubblicazioni, poiché preferisco prendermi il tempo necessario per curare ogni dettaglio.
Grazie a chiunque deciderà di seguire questo viaggio. I vostri commenti sono sempre benaccetti!
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NOVEMBRE 2092:
(Introduzione)
Il freddo di questo novembre ti entra nelle ossa come una lama sottile. Sento le giunture irrigidirsi mentre raschio la punta della matita con il mio coltellino da caccia. Il rumore del metallo che scalfisce il legno è l'unico suono nitido in questa fottuta casa diroccata. Oltre i vetri in frantumi, il vento scivola tra i rami spogli degli Appalachi, portando con sé quel suono. Un trascinarsi lento, il fruscio di foglie calpestate senza ritmo, seguito da un mugugno gutturale, liquido.
L'odore, invece, non ha bisogno del vento. Quello è sempre qui. Si è aggrappato ai muri scrostati, ai tappeti ammuffiti, ai miei stessi vestiti. È un lezzo dolciastro e metallico di carne guasta e disfacimento, così persistente che ormai fa parte dell'ossigeno che respiro.
Soffio via i trucioli di legno dalla copertina in pelle logora del mio diario. Me lo tengo stretto sulle ginocchia, sotto una coperta di lana infeltrita che puzza di fumo e polvere. Ho trentasei anni, ma le mie mani, piene di calli e micro-cicatrici, sembrano quelle di un vecchio. Scrivere è diventato il mio unico esorcismo. Riempire queste pagine bianche mi impedisce di dimenticare come si formula un pensiero complesso, mi impedisce di diventare un animale mosso solo dall'istinto di sopravvivenza. E, soprattutto, mi fa sentire meno solo da quando Tessa non c'è più.
Appoggio la grafite sulla carta ruvida.
Novembre 2092, scrivo.
A volte mi chiedo se abbia ancora senso tenere il conto dei giorni. Il mondo, quello vero, è finito otto anni fa. Ma forse scrivere serve proprio a questo: a ricordare a me stesso che c'è stato un "prima", e che c'è una ragione precisa, scientifica e fottutamente umana per cui ora siamo rintanati come topi.
Tutto è iniziato nel 2084. Nessuna pioggia di missili nucleari, nessuna testata apocalittica. Troppo facile, troppo rapido. Il mondo è collassato per colpa di batterie, microchip e avidità. La crisi energetica globale non riguardava il petrolio, ma i metalli rari: il silicio di nuova generazione, il litio purificato, le terre rare necessarie per alimentare i superconduttori quantistici. La coalizione Russia-Cina-India aveva chiuso i rubinetti, monopolizzando i giacimenti in Siberia e le nuove miniere di estrazione. Gli Stati Uniti e ciò che restava della NATO stavano letteralmente rimanendo al buio, strangolati economicamente e militarmente. La guerra convenzionale, combattuta con droni, fanteria e sanzioni, stava dissanguando l'America.
E quando gli americani si sentono con le spalle al muro, diventano i più grandi figli di puttana della storia.
Il progetto si chiamava Chimera. O almeno così dicevano i file decriptati trasmessi su frequenze pirata durante i primi mesi del collasso. I nostri più brillanti virologi e bio-ingegneri militari della DARPA avevano creato un'arma. Non per uccidere, ma per sottomettere. Era un agente patogeno sintetico, un incubo ibrido: un retrovirus a RNA fuso con un prione, una proteina anomala progettata in laboratorio. L'obiettivo era spargere questo gas sulle truppe nemiche; il virus avrebbe dovuto attraversare la barriera emato-encefalica, attaccare la corteccia prefrontale e annullare ogni forma di aggressività o pensiero strategico. Volevano trasformare gli eserciti orientali in burattini catatonici.
Ma la natura non ama essere presa per il culo.
Credevano di poterlo controllare, ma il virus reagì con gli agenti chimici nell'atmosfera inquinata delle zone di guerra. Mutò. E lo fece con una rapidità che nessuna intelligenza artificiale dell'epoca aveva calcolato. Diventò un aerosol letalmente perfetto, silenzioso, resistente a qualsiasi variazione di temperatura. Nel giro di pochi mesi, a cavallo tra il 2084 e il 2085, ha infettato il mondo intero.
La fregatura? Che non faceva assolutamente nulla ai vivi.
Era questa la vera perfidia dell'evoluzione. Il virus si è annidato nel nostro tronco encefalico, silente, soppresso dall'attività elettrica del cervello sano e dal nostro sistema immunitario. Tutti noi, io compreso, abbiamo questa bomba a orologeria nel cranio. Respiriamo, mangiamo, scopiamo, combattiamo... e lui dorme.
Si sveglia solo quando il cuore si ferma.
Ho studiato chimica prima che il mondo bruciasse, e ci ho messo anni a metabolizzare l'orrore clinico di questa realtà. Quando una persona muore, le funzioni cerebrali superiori collassano. La corteccia si spegne. La personalità, l'anima, i ricordi... spariscono per sempre. A quel punto, senza più il "rumore di fondo" di un cervello vivo, il virus si attiva. Consuma le ultime riserve di glicogeno nelle cellule per dare un fottuto shock elettrico al sistema nervoso autonomo. Riattiva i gangli della base e i centri motori primitivi. Il cadavere si alza. Non sente dolore, non respira per ossigenarsi, ma per produrre suoni. Ha un solo, singolo imperativo dettato dall'agente patogeno nel suo cranio: nutrirsi di carne fresca per fornire al virus le proteine necessarie a non degradarsi.
E i morsi... cristo, i morsi sono una sentenza. Un errante ha la bocca ricolma di batteri necrotizzanti e una carica virale concentrata e "attiva" nella saliva. Se ti mordono, non è il morso in sé a trasformarti, è la setticemia fulminante unita all'encefalite virale che ti uccide in meno di quarantott'ore. Ti bruciano le vene, la febbre ti scioglie il cervello, muori. E poi, inevitabilmente, ti rialzi.
I graffi sono un'altra storia. Se un errante ti graffia superficialmente, rischi una brutta infezione, certo, ma se disinfetti la ferita e non recide zone vitali o grandi arterie scatenando un'emorragia, sopravvivi. Il sistema immunitario di un uomo vivo riesce a gestire la scarsa carica virale sotto le unghie marce. Ma un morso no. Il morso è un biglietto di sola andata. L'ho visto succedere. L'ho visto succedere a Tessa.
Smetto di scrivere. La punta della matita si spezza contro la pagina.
Chiudo gli occhi e respiro l'aria gelida, cercando di scacciare quell'immagine. Le città. Ricordo cosa fecero alle città. Quando divenne chiaro che i morti non restavano morti, il mondo intero entrò in modalità panico. Charlotte, New York, Atlanta, Los Angeles e il resto del mondo... i centri nevralgici. Nessuna testata nucleare, non volevano rendere la terra inabitabile per il futuro, ma ordinarono bombardamenti a tappeto convenzionali. Piogge di fosforo bianco, napalm, esplosivi ad alto potenziale. Sventrarono le metropoli nel tentativo di incenerire le orde che si ammassavano nelle strade.
Non è servito a un cazzo. Hanno solo creato labirinti di cemento armato e acciaio fuso dove centinaia di migliaia di fottuti cadaveri camminano ancora oggi, intrappolati in un eterno loop di fame.
Riapro gli occhi. L'inverno sta arrivando, e sarà uno dei più bastardi di sempre. Posso sentirlo nell'aria secca che mi taglia i polmoni. Mi stringo la coperta addosso, infilo il coltellino nello stivale e accarezzo con la mano libera il calcio freddo del mio fucile d'assalto, un vecchio modello a proiettili calibro 5.56, affidabile e letale. Niente armi quantistiche o laser del cazzo, solo piombo e polvere da sparo. Le uniche cose che funzionano davvero.
Prima di chiudere il diaro, infilo le dita nella tasca interna della copertina di cuoio. I polpastrelli, ruvidi e screpolati dal freddo, accarezzano l'angolo smussato di una vecchia foto stampata. Una fottuta reliquia del vecchio mondo.
La tiro fuori lentamente, con una cura quasi ossessiva, come se avessi paura che l'aria gelida di questa stanza possa frantumarla.
È Tessa.
La foto risale a cinque anni fa, quando ancora riuscivamo a trovare delle batterie cariche per le fotocamere e c'era un briciolo di speranza a tenerci in piedi. Nella foto sorride, con i capelli castani, ribelli e perennemente scompigliati dal vento degli Appalachi, raccolti in una treccia lenta. Aveva quegli occhi verdi, così limpidi e accesi che persino in mezzo a tutta questa melma sembravano capaci di ripulirti l'anima.
Non era una tipa da bunker o da città; Tessa era nata per queste montagne. Aveva una risata sfacciata, di quelle che facevano eco tra i pini e ti facevano dimenticare, anche solo per un secondo, l'odore di carne marcia che ammorbava le valli. Sapeva usare un coltello meglio di me, sapeva leggere le tracce degli animali, ma soprattutto sapeva come tenermi ancorato a terra quando la rabbia minacciava di farmi impazzire. Era il mio baricentro. La mia casa quando una casa non esisteva più.
E ora non c'è più. Non è passato nemmeno un anno. Dieci mesi, per l'esattezza. Dieci mesi di un vuoto assoluto che mi lacera il petto a ogni fottuto risveglio.
Guardo il suo viso sulla carta sbiadita e la mente mi trascina immediatamente a quella notte maledetta di gennaio.
Eravamo usciti per una ricognizione in un vecchio deposito di legname, uno di quei posti divorati dall’umidità e dal silenzio, dove perfino il vento sembrava marcire tra le assi fradice. Doveva essere una cosa veloce, pulita: entrare, recuperare qualche attrezzo e tornare al rifugio prima che facesse buio.
Ma il ghiaccio aveva bloccato la porta sul retro.
Ricordo ancora il rumore metallico delle nostre spinte disperate, il fiato che condensava nell’aria gelida, le torce che tremavano tra le mani. Poi quei due erranti erano comparsi dal corridoio principale, lenti, trascinando i piedi sul pavimento coperto di segatura
Li avevamo abbattuti in fretta. Troppo in fretta. Tessa stava già abbassando il coltello quando qualcosa si mosse dietro una catasta di tronchi. Un terzo errante. Rimasto immobile tutto il tempo, nascosto nell’ombra come un animale in agguato.
Non ebbi nemmeno il tempo di urlare il suo nome.
La mano grigia della creatura sbucò dal buio e afferrò Tessa per la coda dei capelli, strattonandole violentemente la testa all’indietro. Lei gridò, un suono breve, spezzato. Poi l’errante le affondò i denti nella spalla, proprio alla base del collo.
Ricordo il rumore umido della carne che cedeva.
Le sparai quasi a bruciapelo pur di staccarglielo di dosso. Il corpo dell’errante crollò contro le assi del deposito, trascinando con sé pezzi di capelli di Tessa tra le dita marce.
Lei continuava a dire che stava bene. Che non era niente. Che dovevamo andarcene subito.
Ci fermammo in un vecchio capanno, sotto la luce sporca della lampada a petrolio, vidi davvero la ferita. Quel maledetto squarcio sulla spalla. I lembi di pelle strappati, i segni profondi dei denti che avevano attraversato giacca e carne come carta bagnata.
Non era un graffio superficiale. Non era qualcosa che il corpo potesse combattere.
Era già morta.
E nessuno dei due aveva ancora il coraggio di ammetterlo.
Era un morso pieno, profondo, saturo di quella saliva infetta.
«Sto bene, Trev. È solo un graffio, passerà», mi aveva detto, cercando di sorridere mentre stringeva i denti per il dolore. Ma entrambi sapevamo che mentiva. Entrambi conoscevamo la condanna. Provai inutilmente a disinfettare e a coprire la ferita, ma non servì a nulla
Nelle auarattot'ore successive ho guardato la donna che amavo più della mia stessa vita spegnersi un pezzo alla volta. La febbre è salita a livelli folli, disumani, ben oltre il limite che un corpo può sopportare.
La sua pelle, di solito così fresca sotto le mie dita, bruciava come ferro lasciato sul fuoco. Il virus la stava divorando viva.
Delirava per minuti interi, persa in frasi sconnesse e ricordi che non riuscivo a capire, poi tornava lucida all’improvviso solo per stringermi la mano con tutta la forza che le rimaneva, come se bastasse quello a impedirle di scivolare via. Sudava freddo. Tremava. E ogni volta che il dolore le attraversava il corpo, si piegava in due soffocando urla dietro i denti serrati.
I vasi sul collo avevano iniziato ad annerirsi sotto la pelle, ramificandosi lentamente verso la mascella. Il virus stava risalendo al cervello, divorando pezzo dopo pezzo ciò che restava di lei. Le labbra erano screpolate fino a sanguinare, e i suoi occhi verdi…
Cristo.
Quegli occhi erano sempre stati casa mia. E ora la luce dentro di loro si stava spegnendo davanti a me.
Restai seduto accanto al letto per ore, incapace perfino di respirare davvero. Continuavo a passarle un panno umido sulla fronte, come se un gesto così stupido potesse salvarla. Come se bastasse amarla abbastanza.
Poi, nel mezzo del delirio, Tessa tornò da me per un istante.
Le sue dita cercarono le mie tra le coperte. Fredde. Tremanti.
«Trevis…»
La sua voce era consumata, poco più di un soffio.
Mi avvicinai subito.
«Sono qui.»
Lei aprì lentamente gli occhi. Per un momento furono di nuovo i suoi. Lucidi, vivi, pieni di quella dolcezza che mi aveva distrutto dal primo giorno.
«Guardami.»
Avrei voluto non farlo. Perché in quello sguardo c’era già un addio.
«Promettimi una cosa.»
Scossi la testa immediatamente.
«No.»
Un sorriso debole le tremò sulle labbra spaccate.
«Non hai nemmeno sentito cosa voglio chiederti.»
«Lo so già.»
Il suo respiro si spezzò in un rantolo doloroso. Cercò di trattenerlo, ma una fitta la attraversò da parte a parte e lei si aggrappò al mio braccio soffocando un gemito.
Io non riuscivo a fare altro che guardarla morire.
«Trevis…» sussurrò ancora, quando il dolore si placò appena.
«Ascoltami.»
Avevo le lacrime ferme in gola.
«Tes, ti prego…»
«Non lasciare che diventi una di quelle cose.»
Le parole mi squarciarono il petto.
«No.»Risposi ancora.
«Non voglio aprire gli occhi e non riconoscerti più.»
Inspirò a fatica, tremando.
«Non voglio cercarti… per fame.»
«Smettila.» La mia voce cedette completamente.
«Tu non te ne andrai. Troveremo qualcosa, io giuro che—»
«Lo sai anche tu.»
Lo disse piano. Senza rabbia. Ed era questo il peggio.
Una lacrima le scivolò lungo la tempia mentre sollevava lentamente una mano verso il mio viso. Le tremavano così tanto le dita che non riuscì nemmeno ad accarezzarmi davvero.
«Ehi…» mormorò. «Guardami, amore.»
Lo feci. E vidi la paura. Non della morte. Di quello che sarebbe rimasto dopo.
«Sarò sempre con te,» sussurrò con il fiato corto. «Quando ti sveglierai la mattina. Quando avrai paura. Quando penserai di non farcela.»
Le sue dita si chiusero debolmente attorno alle mie.
«Ma quella… quella non sarò più io.»
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Non chiedermelo.» La voce mi uscì come un singhiozzo.
«Ti prego, Tessa… non chiedermelo.»
Lei chiuse gli occhi per un istante, esausta. Quando li riaprì, dentro c’era ancora abbastanza di lei.
«Devi essere tu.» Una pausa tremante.
«Perché se vedo il tuo viso per ultimo… allora forse non avrò così paura.»
E l'ho fatto.
Quando il suo cuore smise di battere, la stanza diventò improvvisamente troppo silenziosa. Non il silenzio normale di una notte senza vento, ma qualcosa di diverso. Qualcosa di vuoto. Come se il mondo intero avesse trattenuto il respiro insieme a me. Rimasi seduto accanto al letto senza riuscire a muovermi, con la sua mano stretta nella mia anche se ormai non ricambiava più la presa. Continuavo a fissarle il viso sperando in un errore, in un movimento involontario, in un altro respiro. Qualunque cosa. Ma non arrivò niente.
Conoscevo quel silenzio. Lo avevo già sentito altre volte. E sapevo cosa veniva dopo.
Il virus non lasciava andare nessuno davvero. Aspettava soltanto. Qualche minuto, a volte ore, e avrebbe riacceso quel corpo vuoto trasformandolo in qualcosa capace solo di divorare. Tessa me l’aveva chiesto. No… me l’aveva fatto promettere. E io avevo continuato a mentire a entrambi fingendo che non sarei mai arrivato a quel momento.
Le spostai lentamente una ciocca di capelli dalla fronte. Era ancora calda. Cristo santo, era ancora calda. Fu quella la cosa che quasi mi distrusse del tutto. Sembrava soltanto addormentata dopo una giornata troppo lunga. Sembrava bastasse chiamarla piano per farle aprire gli occhi e sentirla lamentarsi perché la stavo fissando troppo.
Sentii il nodo in gola spezzarmi il respiro.
Con mani che tremavano così forte da farmi male alle dita, sfilai lentamente il coltello dalla fondina sulla cintura. Il rumore della lama nel silenzio della stanza mi sembrò osceno. Restai lì a guardarlo per qualche secondo senza avere il coraggio di avvicinarmi. Poi mi chinai verso di lei e appoggiai la fronte contro la sua.
«Mi dispiace, Tes…» sussurrai con la voce rotta.
«Mi dispiace di non essere riuscito a salvarti.»
Le lacrime iniziarono a scendermi senza nemmeno accorgermene. Le sentivo cadere sulla sua pelle, calda abbastanza da sembrare ancora viva. Le accarezzai il viso un’ultima volta con il pollice, lentamente, cercando di imprimermi ogni dettaglio nella memoria. Le lentiggini leggere sulle guance. Il piccolo taglio sul labbro inferiore. Il profumo ormai coperto dall’odore ferroso della febbre e del sangue.
Poi il suo petto ebbe un piccolo spasmo. Il virus stava iniziando a reclamarla.
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me in modo definitivo.
Chiusi gli occhi. Inspirai il suo odore per un’ultima volta. E prima che potessi perdere il coraggio, le sollevai leggermente la testa e affondai il coltello nella parte posteriore del cranio.
Dopo, rimasi lì. Con lei tra le braccia. Per non so quanto tempo. Aspettando inutilmente che il mondo finisse insieme a noi.
Una lacrima, pesante e calda, mi sfugge dalle ciglia e cade dritta sulla foto, espandendosi sul viso stampato di Tessa, sfocandone i contorni. Poi un'altra. E un'altra ancora.
Le spalle iniziano a tremarmi. Tento di trattenermi, di fare l'uomo duro, il cacciatore solitario che non cede alla debolezza, ma è inutile. Crollo. Scoppio a piangere in un pianto silenzioso e disperato, soffocando i singhiozzi nella coperta di lana per non attirare i morti che camminano là fuori. Fa male. Fa un male cane, come se mi stessero strappando le viscere a mani nude. È il dolore di essere vivo quando la parte migliore di te è sottoterra, con un taglio profondo nel cranio.
Asciugo la foto con la manica della giacca, con una delicatezza disperata, prima di riporla nella tasca del diario. Chiudo il quaderno di scatto. Basta. Non posso permettermi questo lusso. La commiserazione in questo mondo ti trasforma in carne da macello.
Mi alzo in piedi, scosso dagli ultimi brividi di pianto e di freddo, stringendo il calcio del mio fucile d'assalto. È ora di andare.
Mi butto lo zaino in spalla, stringendo le cinghie fino a farmele segnare sul petto. Il peso dell'attrezzatura è rassicurante, ma la scorta di cibo al suo interno è pateticamente leggera. Faccio scorrere la cerniera del giubbotto fino al mento e varco la soglia di quella che un tempo era la porta d'ingresso.
Uscire all'aperto significa farsi prendere a pugni da un vento tagliente che ti scortica la faccia. L'aria di novembre è spietata, un avvertimento invisibile di ciò che sta arrivando. Il freddo... il freddo non frega un cazzo ai morti. Loro ghiacciano, i fluidi nei loro corpi in decomposizione si addensano, rallentano, alcuni rimangono come statue di carne putrefatta e grottesca, altri, seppur più lenti, continuano a vagare senza una meta, ma non muoiono di ipotermia. La loro carne è già morta, il virus se ne fotte delle temperature sotto lo zero.
Io, invece, sono ancora caldo. Sento le dita dei piedi già intorpidite dentro gli stivali e le labbra che iniziano a screpolarsi. Sopravvivere all'inverno qui fuori, da solo, non è un atto di coraggio; è un suicidio prolungato. L'isolamento è un lusso che potevo permettermi in estate, dormendo sugli alberi o nelle cascine abbandonate, ma adesso la natura sta reclamando il suo pedaggio. Se non trovo una comunità, un cazzo di focolare acceso e delle mura solide che mi riparino dal gelo notturno, sarò io il prossimo cadavere a rialzarsi in primavera. Devo trovare un altro gruppo. Odio l'idea, odio dovermi interfacciare di nuovo con delle persone che inevitabilmente prima o poi finiranno per morire, ma la biologia non mi lascia scelta.
Mi incammino verso ovest, dove la boscaglia si infittisce. Il cielo sopra di me è una lastra ininterrotta di piombo grigio.
Perché sono qui da solo, allora? Me lo chiedo mentre i miei passi affondano nel fango indurito dalla brina. Avevo un rifugio sicuro un tempo. Eravamo rintanati in una vecchia scuola superiore recintata, un gruppo ben assortito che funzionava come un orologio. C'era cibo razionato, c'erano turni di guardia, c'era l'illusione della sicurezza.
Ma c'era anche lei.
Quando sono tornato da quella maledetta perlustrazione senza Tessa, dopo averla sotterrata in una buca profonda, il gruppo ha cercato di starmi vicino. Ma era esattamente quello il problema. Ogni fottuto corridoio di quella scuola, ogni banco rovesciato spinto contro le finestre, la mensa dove mangiavamo insieme dividendo le scatolette di fagioli... la stanza dove passavamo le nostre notti intime... tutto trasudava di Tessa. La vedevo ovunque. E poi c'erano i loro sguardi. Cristo, i loro sguardi di compassione mi soffocavano. Vedevo la pena nei loro occhi, e in quegli occhi vedevo il riflesso esatto di quello che ero diventato: un guscio vuoto, un uomo rotto a metà. Non potevo camminare in quei corridoi senza aspettarmi di vederla spuntare da un angolo. Sono fuggito nella notte, senza dire niente a nessuno, perché i ricordi mi stavano divorando vivo da dentro. Scappare era l'unico modo per non impazzire, o almeno così credevo.
Percorro a malapena un centinaio di metri nel bosco rado. Il silenzio irreale viene interrotto dal crepitio inconfondibile di rami secchi spezzati e dal fruscio pesante di passi trascinati.
Mi fermo di scatto. L'istinto prende il sopravvento, azzerando i miei pensieri. Ore due. Un errante.
È un uomo, o lo era prima che il mondo andasse a puttane. Indossa i resti di una giacca da boscaiolo a quadri, ormai incrostata di fango, resina e sangue nero secco. Arranca verso di me. Il gelo ha irrigidito le sue giunture, si muove a scatti, goffo e scoordinato come un burattino difettoso, ma non si ferma. Mi fissa con quegli occhi opachi, lattiginosi, e spalanca la mascella sfoderando un rantolo afono, un suono raschiante che gli esce direttamente dal fondo della gola.
La mia mano corre istintivamente al fucile, ma mi fermo. Non tocco l'arma da fuoco. Non voglio sprecare un proiettile prezioso, ma soprattutto... non voglio che finisca in fretta.
Le lacrime che ho versato poco fa sul diario, nella solitudine di quella stanza, si sono asciugate sulle mie guance, lasciando il posto a una rabbia cieca, acida e viscerale. È una pressione nel petto che spinge per uscire.
Sgancio dal fianco il mio bastone, un ramo di frassino spesso come un avambraccio, che ho indurito sul fuoco mesi fa e avvolto con del nastro isolante sull'impugnatura per non farlo scivolare col sangue. L'errante accorcia la distanza, allungando il braccio destro verso di me, le dita livide dalle unghie spezzate pronte ad afferrare, graffiare, infettare.
Non mi ritraggo. Faccio un passo avanti, andandogli incontro.
Pianto i piedi a terra con rabbia, stringo il legno con entrambe le mani e, usando tutta la forza del busto, calo il bastone lateralmente, colpendolo direttamente sull'avambraccio teso.
CRAK.
Il rumore dell'osso inaridito che si spezza di netto è un'esplosione nel silenzio del bosco. È un suono orrendo, eppure fottutamente soddisfacente. Il suo braccio si piega in un'angolazione innaturale verso l'alto, con le ossa radio e ulna che sbucano fuori dalla carne grigia, penzolando da un lembo di pelle. L'errante non emette un singolo suono di dolore, la sua espressione morta non cambia di un millimetro. Cerca ancora di venirmi addosso, incespicando in avanti.
«Questo è per averci tolto tutto,»ringhio a denti stretti.
Faccio perno sulle gambe.
Ritiro indietro il bastone e, con un affondo violento, gli pianto la punta smussata di legno direttamente nello stomaco. Il colpo è brutale, affonda nella carne molle e marcia facendola cedere. L'impatto lo svuota di quell'aria putrida che ha nei polmoni, piegandolo in due. Le sue ginocchia cedono quel tanto che basta per abbassargli il baricentro.
Adesso la sua testa è esposta. È chinato in avanti, debole, rotto.
Alzo il bastone sopra la mia spalla destra. Sento i muscoli della schiena bruciare, le articolazioni scricchiolare. In quel preciso istante, mentre prendo la mira, rivedo il viso di Tessa febbricitante. Rivedo i suoi occhi verdi, spenti dalla condanna del morso. Sento la presa della sua mano allentarsi lentamente.
Un grido mi esplode dalla gola. Non è un grido di guerra, è l'urlo straziato di un uomo a cui hanno strappato via l'anima.
Calo il bastone direttamente sulla parte posteriore del suo cranio, alla base del collo, lì dove risiede quel fottuto virus. Il colpo è devastante. Il cranio dell'errante cede con un tonfo umido, schiacciato come un melone guasto sotto il peso di tutta la mia disperazione. La forza d'urto spezza la colonna vertebrale e lo schianta a faccia in giù nel fango ghiacciato, immobile. Definitivamente morto.
Resto lì in piedi, a gambe divaricate. Il bastone, sporco di sangue nero e materia cerebrale, mi trema tra le mani. Il respiro mi esce dalla bocca in nuvole di vapore compatto e affannoso, i polmoni mi bruciano come se avessi respirato vetri rotti. Guardo il cadavere smembrato ai miei piedi. Una poltiglia scura e densa inizia a macchiare le foglie morte.
Stringo il legno così forte che le nocche mi diventano bianche. Vorrei colpirlo ancora. Vorrei ridurre quel cranio in polvere, vorrei sbriciolare ogni singolo osso di questo cadavere finché non rimane altro che terra.
Ma a che serve? Allento lentamente la presa, chiudendo gli occhi. È solo un inutile pezzo di carne ed ossa marce, un contenitore vuoto. E io sono solo uno stronzo disperato che ha appena sfogato la sua miseria, la sua colpa e il suo lutto infinito su qualcosa che non può nemmeno provare dolore.
Però, in quel breve istante, in quel singolo istante di pura violenza... mi è sembrato di avere ancora il controllo sulla mia vita.
Faccio un respiro profondo e scuoto il bastone per ripulirlo, riagganciandolo alla cintura. Guardo di nuovo il cielo implacabile, tiro su col naso per ricacciare indietro le lacrime e mi rimetto in marcia. Devo trovare i vivi, prima che l'inverno mi trasformi per sempre in uno di loro.
Il picco di adrenalina crolla con la stessa rapidità con cui è salito, lasciandomi addosso solo un senso di pesantezza vertiginosa e un sudore freddo che mi gela la pelle sotto i vestiti. Mi passo una mano guantata sul viso, strofinando via la tensione dai muscoli della mascella, e mi allontano da quel mucchio di carne senza guardarlo un'altra volta.
Mi appoggio al tronco di una vecchia quercia per riprendere fiato. Infilo due dita nella tasca laterale dei pantaloni tattici ed estraggo la mia mappa.
È un fottuto straccio. L'ho piegata, aperta e ripiegata così tante volte che lungo le pieghe principali la carta si è consumata fino a disintegrarsi. È tenuta insieme da strisce di nastro adesivo telato ingiallito, macchiata di fango, grasso per armi e cerchi scuri lasciati da vecchie tazze di caffè freddo, roba di anni fa. Un cimelio di quando il mondo aveva ancora confini, strade sicure e stazioni di servizio.
La spiano contro la corteccia ruvida dell'albero, cercando di decifrare i contorni sbiaditi delle topografie montane. Scorro un'unghia sporca di terra lungo una linea grigia che taglia in diagonale la riserva naturale in cui mi trovo. Una ferrovia. Non dovrebbe essere lontana, al massimo un paio di miglia a ovest rispetto a questa fottuta collina. Seguire i binari è sempre un rischio, sei esposto, sei un bersaglio facile in campo aperto, ma perdermi tra i boschi con l'inverno alle porte e la bussola che fa i capricci è una garanzia di morte molto più rapida. E poi, le ferrovie portano sempre a qualcosa: vecchi scali merci, stazioni di smistamento, depositi abbandonati. Posti dove potrei trovare un riparo o, se la fortuna non mi ha abbandonato del tutto, qualcuno di vivo.
Ripiego la mappa con cura maniacale, la rimetto in tasca e mi stacco dall'albero.
Ci metto quasi un'ora a raggiungere la trincea ferroviaria, muovendomi con la lentezza paranoica di chi sa che ogni ramo spezzato può attirare l'attenzione sbagliata. Quando finalmente gli alberi si diradano, mi trovo davanti a uno squarcio artificiale scavato nella roccia e nella terra.
Scendo lungo la scarpata ghiaiosa, scivolando per gli ultimi metri, fino a toccare il fondo.
C'è un vecchio cartello di segnaletica ferroviaria inclinato su un lato, a pochi passi dai binari. Il palo di sostegno è piegato quasi a quarantacinque gradi, come se un autoblindo o qualcosa di molto pesante ci fosse andato a sbattere contro anni fa. La lamiera è un trionfo di ruggine e desolazione. È crivellata da tre fori di proiettile, bordati di metallo ossidato, che hanno cancellato quasi tutto. Le parole "Raleigh" e "Charlotte" sono solo graffi sbiaditi, inghiottiti da una patina arancione e marrone, memorie di città che ora non sono altro che giganteschi cimiteri all'aperto.
C'è solo una destinazione rimasta interamente leggibile, verniciata di un bianco opaco che resiste ostinatamente al tempo: Asheville - 42 Miglia.
Quarantadue miglia. Un'eternità a piedi in un mondo del genere. Ma è una direzione, e in questo momento una direzione è tutto ciò che ho per non impazzire.
Abbasso lo sguardo sui binari. La natura si sta lentamente riprendendo tutto ciò che l'uomo ha costruito con arroganza. L'autunno ha vomitato una coltre infinita di foglie gialle, ocra e marroni, creando un tappeto denso e malinconico che nasconde quasi completamente le vecchie traversine di legno marcescente e il pietrisco. Da quel mare di foglie morte emergono solo le due linee rette dei binari d'acciaio.
Sono freddi, spogli, due cicatrici parallele di metallo scuro che tagliano la valle e si perdono all'orizzonte, inghiottiti dalla nebbia bassa che inizia a salire dal terreno.
Sistemo la cinghia del fucile sulla spalla, stringo le cinghie dello zaino e faccio il primo passo tra i binari.
Crunch.
Il suono della foglia secca calpestata dal mio stivale è netto, solitario.
Crunch.
Un altro passo. Inizio a camminare, tenendo lo sguardo fisso tra quelle due linee d'acciaio. Il ritmo dei miei passi diventa una cantilena sommessa. Ogni scricchiolio sotto i miei stivali mi ricorda che sto calpestando qualcosa di morto, in un mondo che sta morendo. C'è una bellezza atroce e silenziosa in tutto questo. Non ci sono più motori, non ci sono più aerei a squarciare il cielo di piombo, non ci sono sirene. Solo il vento gelido del Nord Carolina che mi sussurra tra i capelli, e il suono ostinato, stanco, di un uomo che cammina da solo sui resti della civiltà.
Dove mi porteranno questi binari? A un pasto caldo? A un proiettile in testa da parte di uno sciacallo? O magari solo a un'altra casa vuota in cui nascondermi a piangere sui miei fottuti ricordi?
Non lo so. Ma l'inverno sta arrivando, e fermarsi significa morire. Quindi, metto un piede davanti all'altro. E continuo a camminare.
CONTINUA.... . .
NOTA:
Come promesso nell'avvertenza iniziale, questo è un racconto diverso dal solito. Questo capitolo è servito da introduzione per spiegare il contesto scientifico del virus e presentarvi Trevis. La componente erotica arriverà, densa e viscerale, come unica via di fuga da questo inferno.
Avviso i lettori che la storia non uscirà con una continuità costante o scadenze fisse rispetto ad altre pubblicazioni, poiché preferisco prendermi il tempo necessario per curare ogni dettaglio.
Grazie a chiunque deciderà di seguire questo viaggio. I vostri commenti sono sempre benaccetti!
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