Questione di sguardi - Capitolo 5 - Finale
di
Michael035
genere
etero
La guardai. Guardai la tensione nelle sue spalle, l'inclinazione vulnerabile del collo, la dignità con cui mi stava mettendo il suo cuore in mano, mascherandola con una battuta cinica. L'adrenalina dell'imprevisto si sciolse, sostituita da un senso di appartenenza così forte da togliermi il fiato.
Mi chinai lentamente verso di lei. Poggiai una mano sul bracciolo della sua sedia e l'altra sul bordo del tavolo, intrappolandola dolcemente. Avvicinai il viso al suo, finché non fu costretta a sollevare gli occhi lucidi nei miei.
«Non avevo nessuna intenzione di andarmene,» le sussurrai a un millimetro dalle labbra.
Le diedi un bacio casto, leggero, sulla fronte, poi mi raddrizzai. Ma invece di portarla subito di là, decisi che volevo prendermi tutto il tempo del mondo.
Passammo l'intero pomeriggio rintanati nel suo salotto. Fuori, il cielo sopra Milano aveva iniziato a rannuvolarsi di nuovo, tingendo l'appartamento di una luce grigia e pigra, perfetta per isolarci dal resto del mondo. Evitammo accuratamente l'idea di uscire: niente passeggiate, niente caffè al bar. Il rischio di incrociare qualcuno che conoscesse lei, o me, o peggio ancora Alessandro, era troppo alto per una giornata in cui volevamo solo fingere che là fuori non esistesse niente.
Ci sdraiammo sul grande divano a penisola. Avevamo acceso la televisione, mettendo su un vecchio film di Scorsese su Netflix, ma nessuno dei due stava davvero seguendo la trama. Sara era rannicchiata contro di me, la testa appoggiata sul mio petto, le gambe intrecciate alle mie. Le mie dita disegnavano cerchi invisibili sulla sua spalla nuda, scivolando sotto il tessuto del maglione.
Il silenzio tra noi era cambiato. Non era più l'attesa febbrile di chi sta per saltarsi addosso, ma una calma densa, quasi irreale. Parlammo per ore. Mi raccontò dei suoi primi anni di matrimonio, di come la città le sembrasse immensa quando ci si era trasferita da ragazza, e di come, impercettibilmente, le pareti di quella stessa casa le si fossero strette addosso anno dopo anno. Io le parlai dei miei dubbi sull'università, della paura di finire intrappolato in una routine aziendale che mi avrebbe prosciugato, e di come la mia chitarra fosse l'unica vera valvola di sfogo che avevo.
Ero stupito dalla naturalezza con cui riuscivamo a incastrare i nostri pensieri. Non mi sentivo un ragazzino che cercava di impressionare una donna matura, e lei non mi trattava con condiscendenza. Eravamo semplicemente Michael e Sara, due persone che si stavano scoprendo a un livello che ci terrorizzava entrambi.
Verso le sette e mezza, l'illusione della nostra bolla perfetta subì un piccolo contraccolpo.
Il mio telefono, appoggiato sul tavolino di vetro davanti al divano, vibrò insistentemente, illuminando lo schermo.
Sara, che in quel momento stava tracciando con l'indice il contorno del mio tatuaggio sul petto, si bloccò.
Guardai il display. Mamma.
Non feci una piega. Allungai il braccio, presi il telefono e accettai la chiamata, rimanendo esattamente nella stessa posizione, con l'altro braccio stretto attorno alla vita di Sara.
«Ciao, ma',» risposi, il tono tranquillo e annoiato di sempre.
Dall'altra parte, la voce di mia madre arrivò chiara, coperta dal rumore di piatti in sottofondo.
«Ciao tesoro. Senti, ma stasera torni per cena o ti considero disperso?»
A ventiquattro anni, vivere ancora a casa dei genitori era la normalità assoluta per uno studente universitario a Milano, ed essere indipendente non significava non dover avvisare per i pasti. Ma in quel preciso momento, disteso sul divano di una donna di quarantotto anni, nuda sotto un maglione di cashmere, la banalità di quella domanda creò un contrasto quasi brutale.
«No, mangio fuori. Non aspettarmi,» risposi senza esitazioni.
«Anzi, mi fermo a dormire da un amico. Ci vediamo direttamente domani in giornata.»
«Va bene. Mi raccomando, se prendi la macchina non bere troppo.»
«Sì, tranquilla. Ciao.»
Chiusi la chiamata e buttai il telefono sul cuscino accanto a me.
Quando abbassai lo sguardo, Sara mi stava fissando. Aveva un'espressione indecifrabile, a metà tra il divertito e il profondamente malinconico. Si sollevò leggermente, appoggiando il mento sul mio petto.
«Tua madre?» chiese, la voce venata di una sottile ironia.
«Sì. Voleva sapere se tornavo per cena» risposi, accarezzandole i capelli.
Sara fece un piccolo sorriso amaro, abbassando gli occhi.
«Ti rendi conto, vero, Michael?» sussurrò, passandosi una mano sul viso.
«Io potrei essere tua madre. Mentre io questa sera mi godo il fatto che i miei figli siano via per potermi scopare in pace un ragazzo fantastico... tua madre ti aspetta a casa per cena e ti raccomanda di non bere alla guida.»
La sua voce tremò impercettibilmente sull'ultima parola. Il peso dei ventiquattro anni di differenza, che fino a quel momento avevamo ignorato sotto le lenzuola o nel buio di un garage, le era appena crollato addosso, crudo e reale.
Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi.
«Ma non lo sei» le dissi, il tono duro e deciso, senza lasciare spazio a obiezioni.
«Quello che c'è qui, adesso, tra noi, non ha un cazzo a che fare con l'età. Se siamo qui, se prima di pranzo ti ho scopata sul davanzale della cucina, è perché lo abbiamo voluto e lo vogliamo entrambi.»
I suoi occhi nocciola mi scrutarono in silenzio. Cercava una debolezza, un'esitazione, ma trovò solo una determinazione assoluta. Il suo respiro si fece più irregolare. La tensione della differenza d'età, invece di dividerci, finì per alimentare un'attrazione ancora più feroce.
«Sei un arrogante presuntuoso,» mormorò, ma il suo tono si era ammorbidito.
«Sono esattamente quello che vuoi,» le risposi, sfiorandole le labbra con le mie.
Ordiniamo giapponese a domicilio. Cenammo in salotto, dividendo sushi e bevendo birra fredda. La tensione era tornata a salire, goccia dopo goccia. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano sopra i piatti di ceramica, c'era una tacita promessa che aleggiava nell'aria. Nessuno dei due faceva mosse affrettate. Stavamo prolungando l'attesa in modo quasi masochistico.
Quando finimmo di mangiare e sparecchiammo rapidamente, le luci della città filtravano dalle tapparelle abbassate a metà. La casa era sprofondata nel buio e in quel silenzio denso che lei aveva definito insopportabile.
Ero in piedi vicino all'isola della cucina, con in mano un bicchiere d'acqua, quando Sara si fermò a un metro da me. Aveva tolto i pantaloni della tuta, rimanendo solo con il maglione di cashmere che le scendeva a malapena a coprire l'inizio delle cosce e il perizoma nero.
Non disse una parola. Allungò la mano verso di me.
Posai il bicchiere. Presi la sua mano. Le sue dita erano fredde, le mie bollenti.
Mi guidò lungo il corridoio, superando la porta chiusa della camera dei ragazzi. La casa sembrava trattenere il fiato. Arrivammo in fondo, davanti all'ultima porta, quella padronale.
Sara abbassò la maniglia e la spinse.
Entrammo. L'interruttore vicino allo stipite accese due abat-jour dai toni caldi ai lati del letto. Mi fermai un secondo sulla soglia, scrutando l'ambiente. Era una stanza enorme, elegante e impersonale al tempo stesso. Dominata dai toni del panna e del tortora, con armadi a muro perfetti e tende di lino pesante. Al centro, imponente, c'era il letto matrimoniale. Un'isola enorme, ordinata in modo maniacale, con quattro cuscini perfettamente allineati.
Era il letto di una coppia sposata per quasi tre decenni. Si sentiva il vuoto lasciato da un uomo che non dormiva più lì, un'assenza che faceva sembrare la stanza un museo.
«Non ti senti pronto?» sussurrò Sara, intuendo i miei pensieri. Rimase a un passo da me, le braccia conserte, guardando quel letto come se fosse un nemico da sconfiggere.
«A volte, quando mi sveglio di notte, mi sembra che questo spazio mi stia inghiottendo.»
Feci un passo avanti, lasciando la sua mano e posizionandomi dietro di lei. Le sfiorai i capelli, spostandoli di lato per lasciarle scoperto il collo.
«Allora cambiamo la prospettiva,» le dissi all'orecchio.
Le mie mani scivolarono sulle sue spalle, scendendo lungo le braccia per far scivolare via l'ultimo indumento che le era rimasto. Il maglione di cashmere cadde ai nostri piedi.
Non ci fu la furia animalesca della cucina. Questa volta era un rito. Era il momento in cui io reclamavo quel territorio e scacciavo i fantasmi del suo passato.
La feci voltare lentamente. I suoi occhi erano dilatati, velati di un'emozione pura e cruda. Mi slacciai la cintura dei jeans con gesti lenti, misurati. Mi spogliai, lasciando i vestiti sparsi sul tappeto immacolato ai piedi del letto, vidi il suo sguardo percorrere il mio corpo con un misto di desiderio e reverenza.
Presi Sara per i fianchi e la spinsi delicatamente all'indietro. Le sue ginocchia toccarono il bordo del materasso, e si lasciò cadere all'indietro sulle lenzuola fresche.
Il contrasto della sua pelle dorata contro il bianco perfetto del copriletto fu un'immagine che mi si incise nel cervello. Mi arrampicai su di lei, spostandomi proprio al centro di quel letto enorme. Mi posizionai sopra il suo corpo, sostenendo il mio peso sugli avambracci, guardandola dritta negli occhi.
Nessuna fretta. Nessuna urgenza da ragazzini. Volevo che sentisse il mio peso, la mia presenza costante, volevo che ogni singolo centimetro di quel letto sapesse di noi.
«Sei mia, stanotte. Tutta la notte,» mormorai, prima di abbassarmi e prendere possesso della sua bocca, mentre le mie ginocchia le aprivano le cosce in un invito che aveva il sapore di un patto definitivo.
Il mio bacio iniziò come una promessa, ma si trasformò in pochi secondi in una richiesta assoluta. Le nostre lingue si intrecciavano con una foga nuova, radicalmente diversa da quella esplosa in cucina. Lì c'era l'adrenalina sporca dell'imprevisto e del limite; qui, sul materasso perfetto e intoccabile della sua vita passata, c'era una fame scura, viscerale, un bisogno quasi feroce di consumarci a vicenda per cancellare ogni altro ricordo che quelle quattro mura contenessero.
Mi staccai dalle sue labbra solo per scendere sul collo, mordicchiando la pelle sensibile sotto la linea della mascella, mentre le mie mani le accarezzavano i seni, stringendo i capezzoli già duri come pietre. Sara si inarcò contro di me, emettendo un gemito lungo, vibrante, che spezzò definitivamente l'aria pesante e silenziosa di quel fottuto mausoleo.
Mi allungai verso i miei jeans abbandonati sul tappeto, frugando alla cieca nella tasca fino a trovare l'involucro di un preservativo. Lo scartai con i denti, un po' goffamente per la fretta, e lo srotolai sul mio sesso pulsante. Non appena tornai su di lei, Sara mi prese per i fianchi e mi guidò, spalancando le gambe e offrendosi completamente.
Entrai con una spinta decisa, affondando fino in fondo.
«Sii, Dio...» ansimò, buttando la testa all'indietro e affondando le unghie nella mia schiena.
Iniziai a muovermi. I primi affondi furono lenti, deliberati, un modo per abituarci a quella nuova dimensione. Ma il controllo durò pochissimo. La tensione accumulata per tutto il pomeriggio, l'alcol, le confessioni, il peso di quel letto... tutto confluì in un'energia animale che ci travolse.
Aumentai il ritmo, trasformando le spinte in colpi duri e ritmici. Il rumore dei nostri bacini che sbattevano l'uno contro l'altro rimbombava nella stanza, accompagnato dai cigolii sommessi del letto matrimoniale.
«Ah! Si, sii, cosii Michael... AAH!»
«Si, come piace a te... mmhh, porca.. Sii»
Sudavamo. La pelle di Sara era scivolosa sotto le mie mani. Mi stringeva con le gambe attorno alla vita, assecondando ogni mio movimento, venendomi incontro per prendere ogni singolo centimetro. Era una lotta disperata a chi riusciva a dare e prendere di più.
«Più forte...» sibilò tra i denti, i capelli sparsi in modo caotico sul cuscino bianco.
«Michael, ti prego... Ah, siii»
Non me lo feci ripetere. La afferrai per le cosce, tirandola ancora più vicino, e spinsi con una brutalità che le fece spalancare la bocca in un urlo muto.
«Ti piace cosi, eh?»
«Sii, Oddio... ti prego... Ah, aah. Sfondami»
Eravamo al limite. Sentivo l'orgasmo montare dalla base dello stomaco, cieco e inarrestabile.
Fu allora che Sara si mosse.
Mi spinse improvvisamente il petto con entrambe le mani. Ero così preso dal ritmo che persi l'equilibrio e mi lasciai cadere all'indietro, con la schiena contro il materasso, sfilandomi da lei.
La guardai, confuso, col fiato corto.
«Che cazzo fai?» ansimai.
Sara non rispose subito. Si alzò in ginocchio, sovrastandomi. Era uno spettacolo da togliere il respiro: nuda, la pelle lucida di sudore, i seni sollevati dal respiro affannoso, gli occhi infiammati da una lussuria che non aveva più nulla di razionale. Il suo sguardo, oscuro e deciso, scese verso il mio inguine.
Allungò la mano. Le sue dita sottili afferrarono il bordo del preservativo di lattice e, con un movimento fluido e spietato, lo sfilò, gettandolo via. Atterrò da qualche parte sul pavimento, dimenticato.
Il mio cervello andò in cortocircuito. Mi tirai su sui gomiti.
«Sara... ferma. Che stai facendo? Sei impazzita?»
Si spostò in avanti, mettendosi a cavalcioni sulle mie cosce. Afferrò la mia erezione, ora completamente esposta, calda e pulsante, e se la appoggiò proprio all'ingresso della sua figa umida.
«Voglio sentirti,» sussurrò, la voce roca, carica di una vibrazione che mi fece tremare i polsi.
«Senza questa merda di plastica di mezzo. Voglio sentirti tutto»
«Sara, non è sicuro...» provai a dire, ma la mia voce era debole, tradita da un'eccitazione che stava raggiungendo picchi folli alla sola idea di entrare in lei nudo.
«Non sono nei miei giorni fertili,» mi interruppe, guardandomi dritta negli occhi con una spavalderia magnifica.
«A quarantotto anni le probabilità sono vicine allo zero. E sai una cosa? Non me ne frega un cazzo in ogni caso. Voglio questo brivido. Ti voglio dentro, in tutti i sensi»
Senza darmi il tempo di aggiungere una sillaba, si sollevò leggermente sulle ginocchia e si lasciò scivolare giù.
«Porca puttana... Sara. Ah Dio... sai essere veramente una gran porca quando ti ci metti»
«Trattamento speciale, dovresti ritenerti fortunato»
Il contatto diretto fu devastante. La sentii stringersi attorno a me, un anello di calore puro, umido e strettissimo, che mi inghiottì fino alla base. Chiusi gli occhi di scatto, buttando la testa all'indietro sul cuscino ed emettendo un ringhio strozzato. Era mille volte più intenso, mille volte più intimo.
«Cazzo... non fermarti Sara» Dissi.
Sara iniziò a cavalcarmi. Lentamente all'inizio, alzandosi quasi fino a farmi uscire e poi ricadendo giù con tutto il suo peso. Il contrasto tra l'attrito della sua pelle contro la mia e la morbidezza con cui mi accoglieva era una tortura celestiale.
Afferrai i suoi fianchi morbidi, piantando i pollici nella sua carne per aiutarla a dettare il ritmo. Aprì gli occhi e mi guardò, le labbra dischiuse.
«Sì... stringimi più forte» gemette, accelerando. Le sue mani scesero a premersi contro il mio petto per darsi la spinta, mentre i suoi seni sussultavano a ogni affondo.
«Cristo, Michael... ti adoro, tesoro»
Il ritmo divenne frenetico, disperato. La stanza, il letto enorme, l'assenza del suo ex marito, la differenza di età... tutto scomparve, bruciato vivo dall'attrito dei nostri corpi. C'eravamo solo io e lei, fusi insieme in un incastro perfetto. Sara cavalcava come se da quello dipendesse la sua stessa vita, i gemiti si trasformavano in urla senza freno, disinibite, che riempivano l'aria della stanza.
Sara si Chinò verso di me, i suoi capezzoli turgidi e bagnati dalla mia saliva mi sfioravano il petto, accentuando l'eccitazione. Il suo viso si fermò a pochi centimetri dal mio, mi guardava negli occhi, gemeva come una matta. Il suo respiro che si infrangeva contro il mio viso, il suo sguardo, i suoni del nostro sesso... ci portarono al limite in pochi minuti.
«Vengo,» urlò all'improvviso, stringendo gli occhi, i muscoli del collo tesi fino allo spasimo.
«Michael, vengo! Diooo... AAH SIII!»
Le sue pareti si contrassero violentemente attorno al mio sesso nudo in una morsa d'acciaio. Quella sensazione fisica, unita alla visione della sua faccia stravolta dal piacere assoluto, mi diede il colpo di grazia.
Sentivo il suo orgasmo bagnarmi gli inguini e non ce la feci più.
Non ci provai nemmeno a tirarmi fuori. Non lo volevo.
«Anche io... sto per venirti dentro,» ringhiai, spingendo il bacino verso l'alto con un'ultima, brutale spinta.
Esplosi dentro di lei. Un'ondata di calore liquido e inarrestabile le inondò l'utero, spasmo dopo spasmo. La stringevo per i fianchi, ancorandola a me, mentre il mio corpo si svuotava completamente, lasciandomi tremante e svuotato di ogni singola stilla di energia. Sentivo le sue contrazioni mungermi, assorbendo ogni goccia, mischiando i nostri fluidi in un'unione che sigillava quel punto di non ritorno che avevamo varcato ore prima in cucina.
Sara crollò in avanti. Il suo petto sudato si schiantò contro il mio, il viso affondato nell'incavo del mio collo. Il suo respiro era un mantice rotto, il cuore le batteva contro le mie costole come un martello impazzito.
Rimanemmo così fino a qianfo i nostri respiri si calmarono. I nostri corpi incollati, inondati di sudore, il respiro che lentamente tornava a una parvenza di normalità. Avvolsi le braccia attorno alla sua schiena nuda, stringendola forte, seppellendo il viso tra i suoi capelli sfatti.
Ero ancora dentro di lei, e non avevo nessuna intenzione di muovermi.
Il silenzio scese di nuovo sulla stanza, ma questa volta non c'erano fantasmi, né spazi vuoti da riempire. Non era più il mausoleo di un matrimonio fallito. In quella notte senza barriere, in mezzo alle lenzuola stropicciate e all'odore denso del nostro sesso, quel letto era diventato nostro. E non c'era forza al mondo che potesse farci tornare indietro.
Rimanemmo incastrati l'uno nell'altra per quello che sembrò un tempo infinito. Il battito frenetico del cuore di Sara contro il mio petto rallentò gradualmente, sincronizzandosi con il mio. L'aria fredda della stanza cominciò ad asciugare il sudore sui nostri corpi, ma sotto le lenzuola stropicciate il calore era ancora denso, quasi asfissiante.
Scivolai lentamente fuori da lei. Sara emise un piccolo lamento di protesta, un suono basso e gutturale, ma si voltò su un fianco, rannicchiandosi contro di me. Le passai un braccio sotto il collo, tirandola vicina, mentre con l'altra mano le accarezzavo distrattamente il fianco nudo, tracciando la linea morbida della sua schiena fino alla curva dell'anca.
Il buio della stanza era rotto solo dalla luce ambrata delle due abat-jour. Fissai il soffitto per qualche istante, sentendo la lucidità farsi lentamente strada attraverso la nebbia fitta dell'orgasmo e dell'adrenalina.
Eravamo andati oltre. Oltre il limite fisico, oltre la prudenza, oltre il buonsenso. L'assenza di quel preservativo buttato chissà dove sul pavimento era il simbolo perfetto di quello che avevamo appena fatto: avevamo abbattuto ogni cazzo di barriera.
Sara si mosse. Sollevò il viso dal mio petto e appoggiò il mento sul mio sterno, guardandomi dal basso verso l'alto. I suoi occhi nocciola erano lucidi, l'espressione rilassata, ma c'era un'ombra di cruda consapevolezza che le attraversava lo sguardo.
«Siamo completamente pazzi,» sussurrò, la voce ancora graffiata.
«Probabilmente,» risposi, continuando ad accarezzarle la schiena con un movimento ipnotico.
«Ma non credo che nessuno dei due si sia pentito.»
Un sorriso asimmetrico, un po' amaro, le comparve sulle labbra.
«No. Nessun pentimento. È stato...» Si fermò, cercando la parola giusta, per poi scuotere la testa.
«È stato perfetto. Ma sai benissimo che tutto questo è un casino fuori scala, Michael.»
Mi voltai su un fianco per fronteggiarla. I nostri visi erano a pochi centimetri di distanza. Potevo sentire il suo respiro caldo sulla pelle.
«Parlami chiaro, Sara.»
Sospirò, chiudendo gli occhi per un secondo. Quando li riaprì, c'era la donna adulta, la madre, la professionista che doveva fare i conti con la luce del sole.
«Parlo chiaro. Mi fai impazzire. Quello che mi fai a letto... quello che mi fai sentire, non lo provavo da anni. Forse non l'ho mai provato così,» ammise, con una sincerità che mi colpì allo stomaco.
«Ma là fuori c'è il mondo reale. Io ho quasi cinquant'anni, un divorzio fresco, due figli grandi. Tu hai ventiquattro anni, l'università da finire e tutta la vita da scrivere. Una relazione tra noi... uscire allo scoperto, le cene con gli amici, le presentazioni ufficiali... sarebbe uno scandalo grottesco. Diventerei il cliché della donna di mezza età in crisi che si sbatte il toy-boy, e tu ti ritroveresti incastrato in dinamiche familiari che non ti appartengono.»
Le sue parole erano lame affilate, ma chirurgiche. Non c'era cattiveria, solo una spietata lettura della realtà. E, per quanto il mio ego volesse ribellarsi, sapevo che aveva fottutamente ragione. Non ero pronto a fare il patrigno a dei ragazzi poco più giovani di me, e lei non aveva bisogno di difendere le sue scelte sessuali davanti alla borghesia milanese.
Le presi il viso con una mano, il pollice che le accarezzava lo zigomo.
«Nessuno ti sta chiedendo di scegliermi le tende nuove per il salotto o di venire al pranzo di Natale con mia madre,» le dissi, la voce calma, bassa.
«Non mi servono le etichette, Sara. Non mi serve portarti a cena in centro per farmi vedere. Mi serve questo.» Feci scivolare la mano giù, lungo il suo collo, fino a sfiorarle il seno.
«Mi serve sapere che quando chiudi quella cazzo di porta, ci siamo solo io e te.»
Sara trattenne il respiro, gli occhi inchiodati nei miei.
«Quindi?» mi sfidò, un angolo della bocca che si incurvava.
«Cosa mi stai proponendo? Una tresca clandestina a tempo indeterminato?»
«Ti sto proponendo di non rovinare l'unica cosa che funziona perfettamente nelle nostre vite in questo momento,» replicai, avvicinandomi fino a sfiorare le sue labbra.
«Niente paranoie, niente pressioni. Ci vediamo, stiamo insieme, chiudiamo il mondo fuori. Finché ci va. Finché nessuno dei due trova qualcosa di "serio" là fuori.»
Pronunciai l'ultima parola con una punta di sarcasmo, sapendo bene che dopo stanotte, il "serio" là fuori mi sarebbe sembrato dannatamente noioso.
«Se incontri un uomo della tua età che ti vuole portare a teatro, ci stringiamo la mano. Se io mi innamoro di una compagna di corso, te lo dico. Patti chiari, amicizia lunga.»
«Amicizia,» ripeté lei, con una risata secca e ironica. «Chiamiamola così.»
«È un accordo?»
Sara mi guardò in silenzio per un lungo momento. La tensione si sciolse. Mi baciò, un bacio lento, profondo, che sapeva di promessa e di complicità.
«È un accordo,» sussurrò sulle mie labbra.
Rimanemmo abbracciati, godendoci la leggerezza che quella confessione aveva portato. Avevamo tracciato i confini. Eravamo al sicuro, almeno per ora, nel nostro accordo cinico e perfetto.
«Però a Milano è difficile,» mormorò lei dopo un po', giocando con i peli del mio petto.
«Dovremo stare sempre rintanati qui, o a casa tua quando i tuoi non ci sono. Prima o poi rischiamo di farci beccare.»
«Allora dovremmo andarcene,» buttai lì, senza pensarci troppo.
Lei alzò un sopracciglio.
«Andarcene? Intendi scappare? Molto maturo, per uno che non vuole fare il ragazzino.»
«Non scappare. Andare in vacanza,» corressi il tiro, sorridendo.
«Che ne so, una settimana. Un posto dove non ci conosce nessuno. Niente figli, niente ex mariti, niente università. Solo io, te, una stanza d'albergo e un fottio di tempo da perdere a letto.»
Sara sorrise, un sorriso genuino, quasi sognante.
«Una settimana da amanti in incognito. Sei diabolico, Michael.»
«Mai negato. Chissà... magari se riusciamo a incastrare i giorni di ferie, i ragazzi dal padre. Ci pensiamo.»
«Un'idea pericolosa,» commentò lei, ma non disse di no. La lasciò lì, sospesa nell'aria, una remota possibilità che sapeva di sale e di lenzuola sconosciute.
Con un sospiro, si staccò da me e si sedette sul bordo del letto. La sua schiena nuda era un capolavoro di luci e ombre.
«Vado a darmi una sistemata. Mi sento letteralmente ricoperta di te.»
«Non è un difetto,» le feci notare, mettendomi le mani dietro la nuca.
Mi lanciò un cuscino addosso prima di alzarsi e sparire nel corridoio verso il bagno padronale.
La seguii pochi minuti dopo. La trovai davanti allo specchio, la luce al neon che illuminava in modo impietoso l'assenza di trucco e i capelli arruffati. Ma ai miei occhi, in quel momento, era la creatura più viva che avessi mai visto.
Mi misi dietro di lei. Ci guardammo nello specchio. Il ragazzo alto, in forma, con il tatuaggio sul petto, e la donna matura, bellissima, segnata dalla vita ma ancora capace di bruciare. Un contrasto assurdo, totalmente sbagliato per le regole del mondo, eppure così fottutamente giusto in quel riflesso.
Aprii l'acqua del lavandino. Ci demmo una ripulita veloce, in silenzio, usando le mani l'uno dell'altra, una lavata sommaria giusto per toglierci di dosso l'odore forte del sesso e il sudore appiccicoso. Un'intimità domestica, rapida, priva di imbarazzo.
Quando tornammo in camera, spensi la luce centrale, lasciando accesa solo un'abat-jour.
Ci infilammo sotto le coperte pesanti. Sara si voltò dandomi le spalle e io mi incastrai perfettamente contro di lei, passando il braccio attorno alla sua vita e seppellendo il viso tra i suoi capelli, nel profumo fresco di sapone neutro.
Sentii i suoi muscoli rilassarsi completamente contro di me. Il suo respiro si fece profondo, regolare. Stava cedendo al sonno, sicura, protetta in quel letto che non le faceva più paura.
Io rimasi sveglio ancora un po', ascoltando il silenzio di Milano oltre i doppi vetri. Avevamo messo un punto, avevamo tracciato delle linee di confine razionali per proteggerci. Eppure, mentre la stringevo nel buio, sentendo il calore della sua pelle contro la mia, sapevo perfettamente che stavamo mentendo a noi stessi. Le regole erano fatte per farti sentire al sicuro prima dello schianto.
E noi stavamo viaggiando a duecento all'ora verso un muro. Ma per quella notte, andava benissimo così.
. . ...FINE
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Mi chinai lentamente verso di lei. Poggiai una mano sul bracciolo della sua sedia e l'altra sul bordo del tavolo, intrappolandola dolcemente. Avvicinai il viso al suo, finché non fu costretta a sollevare gli occhi lucidi nei miei.
«Non avevo nessuna intenzione di andarmene,» le sussurrai a un millimetro dalle labbra.
Le diedi un bacio casto, leggero, sulla fronte, poi mi raddrizzai. Ma invece di portarla subito di là, decisi che volevo prendermi tutto il tempo del mondo.
Passammo l'intero pomeriggio rintanati nel suo salotto. Fuori, il cielo sopra Milano aveva iniziato a rannuvolarsi di nuovo, tingendo l'appartamento di una luce grigia e pigra, perfetta per isolarci dal resto del mondo. Evitammo accuratamente l'idea di uscire: niente passeggiate, niente caffè al bar. Il rischio di incrociare qualcuno che conoscesse lei, o me, o peggio ancora Alessandro, era troppo alto per una giornata in cui volevamo solo fingere che là fuori non esistesse niente.
Ci sdraiammo sul grande divano a penisola. Avevamo acceso la televisione, mettendo su un vecchio film di Scorsese su Netflix, ma nessuno dei due stava davvero seguendo la trama. Sara era rannicchiata contro di me, la testa appoggiata sul mio petto, le gambe intrecciate alle mie. Le mie dita disegnavano cerchi invisibili sulla sua spalla nuda, scivolando sotto il tessuto del maglione.
Il silenzio tra noi era cambiato. Non era più l'attesa febbrile di chi sta per saltarsi addosso, ma una calma densa, quasi irreale. Parlammo per ore. Mi raccontò dei suoi primi anni di matrimonio, di come la città le sembrasse immensa quando ci si era trasferita da ragazza, e di come, impercettibilmente, le pareti di quella stessa casa le si fossero strette addosso anno dopo anno. Io le parlai dei miei dubbi sull'università, della paura di finire intrappolato in una routine aziendale che mi avrebbe prosciugato, e di come la mia chitarra fosse l'unica vera valvola di sfogo che avevo.
Ero stupito dalla naturalezza con cui riuscivamo a incastrare i nostri pensieri. Non mi sentivo un ragazzino che cercava di impressionare una donna matura, e lei non mi trattava con condiscendenza. Eravamo semplicemente Michael e Sara, due persone che si stavano scoprendo a un livello che ci terrorizzava entrambi.
Verso le sette e mezza, l'illusione della nostra bolla perfetta subì un piccolo contraccolpo.
Il mio telefono, appoggiato sul tavolino di vetro davanti al divano, vibrò insistentemente, illuminando lo schermo.
Sara, che in quel momento stava tracciando con l'indice il contorno del mio tatuaggio sul petto, si bloccò.
Guardai il display. Mamma.
Non feci una piega. Allungai il braccio, presi il telefono e accettai la chiamata, rimanendo esattamente nella stessa posizione, con l'altro braccio stretto attorno alla vita di Sara.
«Ciao, ma',» risposi, il tono tranquillo e annoiato di sempre.
Dall'altra parte, la voce di mia madre arrivò chiara, coperta dal rumore di piatti in sottofondo.
«Ciao tesoro. Senti, ma stasera torni per cena o ti considero disperso?»
A ventiquattro anni, vivere ancora a casa dei genitori era la normalità assoluta per uno studente universitario a Milano, ed essere indipendente non significava non dover avvisare per i pasti. Ma in quel preciso momento, disteso sul divano di una donna di quarantotto anni, nuda sotto un maglione di cashmere, la banalità di quella domanda creò un contrasto quasi brutale.
«No, mangio fuori. Non aspettarmi,» risposi senza esitazioni.
«Anzi, mi fermo a dormire da un amico. Ci vediamo direttamente domani in giornata.»
«Va bene. Mi raccomando, se prendi la macchina non bere troppo.»
«Sì, tranquilla. Ciao.»
Chiusi la chiamata e buttai il telefono sul cuscino accanto a me.
Quando abbassai lo sguardo, Sara mi stava fissando. Aveva un'espressione indecifrabile, a metà tra il divertito e il profondamente malinconico. Si sollevò leggermente, appoggiando il mento sul mio petto.
«Tua madre?» chiese, la voce venata di una sottile ironia.
«Sì. Voleva sapere se tornavo per cena» risposi, accarezzandole i capelli.
Sara fece un piccolo sorriso amaro, abbassando gli occhi.
«Ti rendi conto, vero, Michael?» sussurrò, passandosi una mano sul viso.
«Io potrei essere tua madre. Mentre io questa sera mi godo il fatto che i miei figli siano via per potermi scopare in pace un ragazzo fantastico... tua madre ti aspetta a casa per cena e ti raccomanda di non bere alla guida.»
La sua voce tremò impercettibilmente sull'ultima parola. Il peso dei ventiquattro anni di differenza, che fino a quel momento avevamo ignorato sotto le lenzuola o nel buio di un garage, le era appena crollato addosso, crudo e reale.
Le presi il viso tra le mani, costringendola a guardarmi.
«Ma non lo sei» le dissi, il tono duro e deciso, senza lasciare spazio a obiezioni.
«Quello che c'è qui, adesso, tra noi, non ha un cazzo a che fare con l'età. Se siamo qui, se prima di pranzo ti ho scopata sul davanzale della cucina, è perché lo abbiamo voluto e lo vogliamo entrambi.»
I suoi occhi nocciola mi scrutarono in silenzio. Cercava una debolezza, un'esitazione, ma trovò solo una determinazione assoluta. Il suo respiro si fece più irregolare. La tensione della differenza d'età, invece di dividerci, finì per alimentare un'attrazione ancora più feroce.
«Sei un arrogante presuntuoso,» mormorò, ma il suo tono si era ammorbidito.
«Sono esattamente quello che vuoi,» le risposi, sfiorandole le labbra con le mie.
Ordiniamo giapponese a domicilio. Cenammo in salotto, dividendo sushi e bevendo birra fredda. La tensione era tornata a salire, goccia dopo goccia. Ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano sopra i piatti di ceramica, c'era una tacita promessa che aleggiava nell'aria. Nessuno dei due faceva mosse affrettate. Stavamo prolungando l'attesa in modo quasi masochistico.
Quando finimmo di mangiare e sparecchiammo rapidamente, le luci della città filtravano dalle tapparelle abbassate a metà. La casa era sprofondata nel buio e in quel silenzio denso che lei aveva definito insopportabile.
Ero in piedi vicino all'isola della cucina, con in mano un bicchiere d'acqua, quando Sara si fermò a un metro da me. Aveva tolto i pantaloni della tuta, rimanendo solo con il maglione di cashmere che le scendeva a malapena a coprire l'inizio delle cosce e il perizoma nero.
Non disse una parola. Allungò la mano verso di me.
Posai il bicchiere. Presi la sua mano. Le sue dita erano fredde, le mie bollenti.
Mi guidò lungo il corridoio, superando la porta chiusa della camera dei ragazzi. La casa sembrava trattenere il fiato. Arrivammo in fondo, davanti all'ultima porta, quella padronale.
Sara abbassò la maniglia e la spinse.
Entrammo. L'interruttore vicino allo stipite accese due abat-jour dai toni caldi ai lati del letto. Mi fermai un secondo sulla soglia, scrutando l'ambiente. Era una stanza enorme, elegante e impersonale al tempo stesso. Dominata dai toni del panna e del tortora, con armadi a muro perfetti e tende di lino pesante. Al centro, imponente, c'era il letto matrimoniale. Un'isola enorme, ordinata in modo maniacale, con quattro cuscini perfettamente allineati.
Era il letto di una coppia sposata per quasi tre decenni. Si sentiva il vuoto lasciato da un uomo che non dormiva più lì, un'assenza che faceva sembrare la stanza un museo.
«Non ti senti pronto?» sussurrò Sara, intuendo i miei pensieri. Rimase a un passo da me, le braccia conserte, guardando quel letto come se fosse un nemico da sconfiggere.
«A volte, quando mi sveglio di notte, mi sembra che questo spazio mi stia inghiottendo.»
Feci un passo avanti, lasciando la sua mano e posizionandomi dietro di lei. Le sfiorai i capelli, spostandoli di lato per lasciarle scoperto il collo.
«Allora cambiamo la prospettiva,» le dissi all'orecchio.
Le mie mani scivolarono sulle sue spalle, scendendo lungo le braccia per far scivolare via l'ultimo indumento che le era rimasto. Il maglione di cashmere cadde ai nostri piedi.
Non ci fu la furia animalesca della cucina. Questa volta era un rito. Era il momento in cui io reclamavo quel territorio e scacciavo i fantasmi del suo passato.
La feci voltare lentamente. I suoi occhi erano dilatati, velati di un'emozione pura e cruda. Mi slacciai la cintura dei jeans con gesti lenti, misurati. Mi spogliai, lasciando i vestiti sparsi sul tappeto immacolato ai piedi del letto, vidi il suo sguardo percorrere il mio corpo con un misto di desiderio e reverenza.
Presi Sara per i fianchi e la spinsi delicatamente all'indietro. Le sue ginocchia toccarono il bordo del materasso, e si lasciò cadere all'indietro sulle lenzuola fresche.
Il contrasto della sua pelle dorata contro il bianco perfetto del copriletto fu un'immagine che mi si incise nel cervello. Mi arrampicai su di lei, spostandomi proprio al centro di quel letto enorme. Mi posizionai sopra il suo corpo, sostenendo il mio peso sugli avambracci, guardandola dritta negli occhi.
Nessuna fretta. Nessuna urgenza da ragazzini. Volevo che sentisse il mio peso, la mia presenza costante, volevo che ogni singolo centimetro di quel letto sapesse di noi.
«Sei mia, stanotte. Tutta la notte,» mormorai, prima di abbassarmi e prendere possesso della sua bocca, mentre le mie ginocchia le aprivano le cosce in un invito che aveva il sapore di un patto definitivo.
Il mio bacio iniziò come una promessa, ma si trasformò in pochi secondi in una richiesta assoluta. Le nostre lingue si intrecciavano con una foga nuova, radicalmente diversa da quella esplosa in cucina. Lì c'era l'adrenalina sporca dell'imprevisto e del limite; qui, sul materasso perfetto e intoccabile della sua vita passata, c'era una fame scura, viscerale, un bisogno quasi feroce di consumarci a vicenda per cancellare ogni altro ricordo che quelle quattro mura contenessero.
Mi staccai dalle sue labbra solo per scendere sul collo, mordicchiando la pelle sensibile sotto la linea della mascella, mentre le mie mani le accarezzavano i seni, stringendo i capezzoli già duri come pietre. Sara si inarcò contro di me, emettendo un gemito lungo, vibrante, che spezzò definitivamente l'aria pesante e silenziosa di quel fottuto mausoleo.
Mi allungai verso i miei jeans abbandonati sul tappeto, frugando alla cieca nella tasca fino a trovare l'involucro di un preservativo. Lo scartai con i denti, un po' goffamente per la fretta, e lo srotolai sul mio sesso pulsante. Non appena tornai su di lei, Sara mi prese per i fianchi e mi guidò, spalancando le gambe e offrendosi completamente.
Entrai con una spinta decisa, affondando fino in fondo.
«Sii, Dio...» ansimò, buttando la testa all'indietro e affondando le unghie nella mia schiena.
Iniziai a muovermi. I primi affondi furono lenti, deliberati, un modo per abituarci a quella nuova dimensione. Ma il controllo durò pochissimo. La tensione accumulata per tutto il pomeriggio, l'alcol, le confessioni, il peso di quel letto... tutto confluì in un'energia animale che ci travolse.
Aumentai il ritmo, trasformando le spinte in colpi duri e ritmici. Il rumore dei nostri bacini che sbattevano l'uno contro l'altro rimbombava nella stanza, accompagnato dai cigolii sommessi del letto matrimoniale.
«Ah! Si, sii, cosii Michael... AAH!»
«Si, come piace a te... mmhh, porca.. Sii»
Sudavamo. La pelle di Sara era scivolosa sotto le mie mani. Mi stringeva con le gambe attorno alla vita, assecondando ogni mio movimento, venendomi incontro per prendere ogni singolo centimetro. Era una lotta disperata a chi riusciva a dare e prendere di più.
«Più forte...» sibilò tra i denti, i capelli sparsi in modo caotico sul cuscino bianco.
«Michael, ti prego... Ah, siii»
Non me lo feci ripetere. La afferrai per le cosce, tirandola ancora più vicino, e spinsi con una brutalità che le fece spalancare la bocca in un urlo muto.
«Ti piace cosi, eh?»
«Sii, Oddio... ti prego... Ah, aah. Sfondami»
Eravamo al limite. Sentivo l'orgasmo montare dalla base dello stomaco, cieco e inarrestabile.
Fu allora che Sara si mosse.
Mi spinse improvvisamente il petto con entrambe le mani. Ero così preso dal ritmo che persi l'equilibrio e mi lasciai cadere all'indietro, con la schiena contro il materasso, sfilandomi da lei.
La guardai, confuso, col fiato corto.
«Che cazzo fai?» ansimai.
Sara non rispose subito. Si alzò in ginocchio, sovrastandomi. Era uno spettacolo da togliere il respiro: nuda, la pelle lucida di sudore, i seni sollevati dal respiro affannoso, gli occhi infiammati da una lussuria che non aveva più nulla di razionale. Il suo sguardo, oscuro e deciso, scese verso il mio inguine.
Allungò la mano. Le sue dita sottili afferrarono il bordo del preservativo di lattice e, con un movimento fluido e spietato, lo sfilò, gettandolo via. Atterrò da qualche parte sul pavimento, dimenticato.
Il mio cervello andò in cortocircuito. Mi tirai su sui gomiti.
«Sara... ferma. Che stai facendo? Sei impazzita?»
Si spostò in avanti, mettendosi a cavalcioni sulle mie cosce. Afferrò la mia erezione, ora completamente esposta, calda e pulsante, e se la appoggiò proprio all'ingresso della sua figa umida.
«Voglio sentirti,» sussurrò, la voce roca, carica di una vibrazione che mi fece tremare i polsi.
«Senza questa merda di plastica di mezzo. Voglio sentirti tutto»
«Sara, non è sicuro...» provai a dire, ma la mia voce era debole, tradita da un'eccitazione che stava raggiungendo picchi folli alla sola idea di entrare in lei nudo.
«Non sono nei miei giorni fertili,» mi interruppe, guardandomi dritta negli occhi con una spavalderia magnifica.
«A quarantotto anni le probabilità sono vicine allo zero. E sai una cosa? Non me ne frega un cazzo in ogni caso. Voglio questo brivido. Ti voglio dentro, in tutti i sensi»
Senza darmi il tempo di aggiungere una sillaba, si sollevò leggermente sulle ginocchia e si lasciò scivolare giù.
«Porca puttana... Sara. Ah Dio... sai essere veramente una gran porca quando ti ci metti»
«Trattamento speciale, dovresti ritenerti fortunato»
Il contatto diretto fu devastante. La sentii stringersi attorno a me, un anello di calore puro, umido e strettissimo, che mi inghiottì fino alla base. Chiusi gli occhi di scatto, buttando la testa all'indietro sul cuscino ed emettendo un ringhio strozzato. Era mille volte più intenso, mille volte più intimo.
«Cazzo... non fermarti Sara» Dissi.
Sara iniziò a cavalcarmi. Lentamente all'inizio, alzandosi quasi fino a farmi uscire e poi ricadendo giù con tutto il suo peso. Il contrasto tra l'attrito della sua pelle contro la mia e la morbidezza con cui mi accoglieva era una tortura celestiale.
Afferrai i suoi fianchi morbidi, piantando i pollici nella sua carne per aiutarla a dettare il ritmo. Aprì gli occhi e mi guardò, le labbra dischiuse.
«Sì... stringimi più forte» gemette, accelerando. Le sue mani scesero a premersi contro il mio petto per darsi la spinta, mentre i suoi seni sussultavano a ogni affondo.
«Cristo, Michael... ti adoro, tesoro»
Il ritmo divenne frenetico, disperato. La stanza, il letto enorme, l'assenza del suo ex marito, la differenza di età... tutto scomparve, bruciato vivo dall'attrito dei nostri corpi. C'eravamo solo io e lei, fusi insieme in un incastro perfetto. Sara cavalcava come se da quello dipendesse la sua stessa vita, i gemiti si trasformavano in urla senza freno, disinibite, che riempivano l'aria della stanza.
Sara si Chinò verso di me, i suoi capezzoli turgidi e bagnati dalla mia saliva mi sfioravano il petto, accentuando l'eccitazione. Il suo viso si fermò a pochi centimetri dal mio, mi guardava negli occhi, gemeva come una matta. Il suo respiro che si infrangeva contro il mio viso, il suo sguardo, i suoni del nostro sesso... ci portarono al limite in pochi minuti.
«Vengo,» urlò all'improvviso, stringendo gli occhi, i muscoli del collo tesi fino allo spasimo.
«Michael, vengo! Diooo... AAH SIII!»
Le sue pareti si contrassero violentemente attorno al mio sesso nudo in una morsa d'acciaio. Quella sensazione fisica, unita alla visione della sua faccia stravolta dal piacere assoluto, mi diede il colpo di grazia.
Sentivo il suo orgasmo bagnarmi gli inguini e non ce la feci più.
Non ci provai nemmeno a tirarmi fuori. Non lo volevo.
«Anche io... sto per venirti dentro,» ringhiai, spingendo il bacino verso l'alto con un'ultima, brutale spinta.
Esplosi dentro di lei. Un'ondata di calore liquido e inarrestabile le inondò l'utero, spasmo dopo spasmo. La stringevo per i fianchi, ancorandola a me, mentre il mio corpo si svuotava completamente, lasciandomi tremante e svuotato di ogni singola stilla di energia. Sentivo le sue contrazioni mungermi, assorbendo ogni goccia, mischiando i nostri fluidi in un'unione che sigillava quel punto di non ritorno che avevamo varcato ore prima in cucina.
Sara crollò in avanti. Il suo petto sudato si schiantò contro il mio, il viso affondato nell'incavo del mio collo. Il suo respiro era un mantice rotto, il cuore le batteva contro le mie costole come un martello impazzito.
Rimanemmo così fino a qianfo i nostri respiri si calmarono. I nostri corpi incollati, inondati di sudore, il respiro che lentamente tornava a una parvenza di normalità. Avvolsi le braccia attorno alla sua schiena nuda, stringendola forte, seppellendo il viso tra i suoi capelli sfatti.
Ero ancora dentro di lei, e non avevo nessuna intenzione di muovermi.
Il silenzio scese di nuovo sulla stanza, ma questa volta non c'erano fantasmi, né spazi vuoti da riempire. Non era più il mausoleo di un matrimonio fallito. In quella notte senza barriere, in mezzo alle lenzuola stropicciate e all'odore denso del nostro sesso, quel letto era diventato nostro. E non c'era forza al mondo che potesse farci tornare indietro.
Rimanemmo incastrati l'uno nell'altra per quello che sembrò un tempo infinito. Il battito frenetico del cuore di Sara contro il mio petto rallentò gradualmente, sincronizzandosi con il mio. L'aria fredda della stanza cominciò ad asciugare il sudore sui nostri corpi, ma sotto le lenzuola stropicciate il calore era ancora denso, quasi asfissiante.
Scivolai lentamente fuori da lei. Sara emise un piccolo lamento di protesta, un suono basso e gutturale, ma si voltò su un fianco, rannicchiandosi contro di me. Le passai un braccio sotto il collo, tirandola vicina, mentre con l'altra mano le accarezzavo distrattamente il fianco nudo, tracciando la linea morbida della sua schiena fino alla curva dell'anca.
Il buio della stanza era rotto solo dalla luce ambrata delle due abat-jour. Fissai il soffitto per qualche istante, sentendo la lucidità farsi lentamente strada attraverso la nebbia fitta dell'orgasmo e dell'adrenalina.
Eravamo andati oltre. Oltre il limite fisico, oltre la prudenza, oltre il buonsenso. L'assenza di quel preservativo buttato chissà dove sul pavimento era il simbolo perfetto di quello che avevamo appena fatto: avevamo abbattuto ogni cazzo di barriera.
Sara si mosse. Sollevò il viso dal mio petto e appoggiò il mento sul mio sterno, guardandomi dal basso verso l'alto. I suoi occhi nocciola erano lucidi, l'espressione rilassata, ma c'era un'ombra di cruda consapevolezza che le attraversava lo sguardo.
«Siamo completamente pazzi,» sussurrò, la voce ancora graffiata.
«Probabilmente,» risposi, continuando ad accarezzarle la schiena con un movimento ipnotico.
«Ma non credo che nessuno dei due si sia pentito.»
Un sorriso asimmetrico, un po' amaro, le comparve sulle labbra.
«No. Nessun pentimento. È stato...» Si fermò, cercando la parola giusta, per poi scuotere la testa.
«È stato perfetto. Ma sai benissimo che tutto questo è un casino fuori scala, Michael.»
Mi voltai su un fianco per fronteggiarla. I nostri visi erano a pochi centimetri di distanza. Potevo sentire il suo respiro caldo sulla pelle.
«Parlami chiaro, Sara.»
Sospirò, chiudendo gli occhi per un secondo. Quando li riaprì, c'era la donna adulta, la madre, la professionista che doveva fare i conti con la luce del sole.
«Parlo chiaro. Mi fai impazzire. Quello che mi fai a letto... quello che mi fai sentire, non lo provavo da anni. Forse non l'ho mai provato così,» ammise, con una sincerità che mi colpì allo stomaco.
«Ma là fuori c'è il mondo reale. Io ho quasi cinquant'anni, un divorzio fresco, due figli grandi. Tu hai ventiquattro anni, l'università da finire e tutta la vita da scrivere. Una relazione tra noi... uscire allo scoperto, le cene con gli amici, le presentazioni ufficiali... sarebbe uno scandalo grottesco. Diventerei il cliché della donna di mezza età in crisi che si sbatte il toy-boy, e tu ti ritroveresti incastrato in dinamiche familiari che non ti appartengono.»
Le sue parole erano lame affilate, ma chirurgiche. Non c'era cattiveria, solo una spietata lettura della realtà. E, per quanto il mio ego volesse ribellarsi, sapevo che aveva fottutamente ragione. Non ero pronto a fare il patrigno a dei ragazzi poco più giovani di me, e lei non aveva bisogno di difendere le sue scelte sessuali davanti alla borghesia milanese.
Le presi il viso con una mano, il pollice che le accarezzava lo zigomo.
«Nessuno ti sta chiedendo di scegliermi le tende nuove per il salotto o di venire al pranzo di Natale con mia madre,» le dissi, la voce calma, bassa.
«Non mi servono le etichette, Sara. Non mi serve portarti a cena in centro per farmi vedere. Mi serve questo.» Feci scivolare la mano giù, lungo il suo collo, fino a sfiorarle il seno.
«Mi serve sapere che quando chiudi quella cazzo di porta, ci siamo solo io e te.»
Sara trattenne il respiro, gli occhi inchiodati nei miei.
«Quindi?» mi sfidò, un angolo della bocca che si incurvava.
«Cosa mi stai proponendo? Una tresca clandestina a tempo indeterminato?»
«Ti sto proponendo di non rovinare l'unica cosa che funziona perfettamente nelle nostre vite in questo momento,» replicai, avvicinandomi fino a sfiorare le sue labbra.
«Niente paranoie, niente pressioni. Ci vediamo, stiamo insieme, chiudiamo il mondo fuori. Finché ci va. Finché nessuno dei due trova qualcosa di "serio" là fuori.»
Pronunciai l'ultima parola con una punta di sarcasmo, sapendo bene che dopo stanotte, il "serio" là fuori mi sarebbe sembrato dannatamente noioso.
«Se incontri un uomo della tua età che ti vuole portare a teatro, ci stringiamo la mano. Se io mi innamoro di una compagna di corso, te lo dico. Patti chiari, amicizia lunga.»
«Amicizia,» ripeté lei, con una risata secca e ironica. «Chiamiamola così.»
«È un accordo?»
Sara mi guardò in silenzio per un lungo momento. La tensione si sciolse. Mi baciò, un bacio lento, profondo, che sapeva di promessa e di complicità.
«È un accordo,» sussurrò sulle mie labbra.
Rimanemmo abbracciati, godendoci la leggerezza che quella confessione aveva portato. Avevamo tracciato i confini. Eravamo al sicuro, almeno per ora, nel nostro accordo cinico e perfetto.
«Però a Milano è difficile,» mormorò lei dopo un po', giocando con i peli del mio petto.
«Dovremo stare sempre rintanati qui, o a casa tua quando i tuoi non ci sono. Prima o poi rischiamo di farci beccare.»
«Allora dovremmo andarcene,» buttai lì, senza pensarci troppo.
Lei alzò un sopracciglio.
«Andarcene? Intendi scappare? Molto maturo, per uno che non vuole fare il ragazzino.»
«Non scappare. Andare in vacanza,» corressi il tiro, sorridendo.
«Che ne so, una settimana. Un posto dove non ci conosce nessuno. Niente figli, niente ex mariti, niente università. Solo io, te, una stanza d'albergo e un fottio di tempo da perdere a letto.»
Sara sorrise, un sorriso genuino, quasi sognante.
«Una settimana da amanti in incognito. Sei diabolico, Michael.»
«Mai negato. Chissà... magari se riusciamo a incastrare i giorni di ferie, i ragazzi dal padre. Ci pensiamo.»
«Un'idea pericolosa,» commentò lei, ma non disse di no. La lasciò lì, sospesa nell'aria, una remota possibilità che sapeva di sale e di lenzuola sconosciute.
Con un sospiro, si staccò da me e si sedette sul bordo del letto. La sua schiena nuda era un capolavoro di luci e ombre.
«Vado a darmi una sistemata. Mi sento letteralmente ricoperta di te.»
«Non è un difetto,» le feci notare, mettendomi le mani dietro la nuca.
Mi lanciò un cuscino addosso prima di alzarsi e sparire nel corridoio verso il bagno padronale.
La seguii pochi minuti dopo. La trovai davanti allo specchio, la luce al neon che illuminava in modo impietoso l'assenza di trucco e i capelli arruffati. Ma ai miei occhi, in quel momento, era la creatura più viva che avessi mai visto.
Mi misi dietro di lei. Ci guardammo nello specchio. Il ragazzo alto, in forma, con il tatuaggio sul petto, e la donna matura, bellissima, segnata dalla vita ma ancora capace di bruciare. Un contrasto assurdo, totalmente sbagliato per le regole del mondo, eppure così fottutamente giusto in quel riflesso.
Aprii l'acqua del lavandino. Ci demmo una ripulita veloce, in silenzio, usando le mani l'uno dell'altra, una lavata sommaria giusto per toglierci di dosso l'odore forte del sesso e il sudore appiccicoso. Un'intimità domestica, rapida, priva di imbarazzo.
Quando tornammo in camera, spensi la luce centrale, lasciando accesa solo un'abat-jour.
Ci infilammo sotto le coperte pesanti. Sara si voltò dandomi le spalle e io mi incastrai perfettamente contro di lei, passando il braccio attorno alla sua vita e seppellendo il viso tra i suoi capelli, nel profumo fresco di sapone neutro.
Sentii i suoi muscoli rilassarsi completamente contro di me. Il suo respiro si fece profondo, regolare. Stava cedendo al sonno, sicura, protetta in quel letto che non le faceva più paura.
Io rimasi sveglio ancora un po', ascoltando il silenzio di Milano oltre i doppi vetri. Avevamo messo un punto, avevamo tracciato delle linee di confine razionali per proteggerci. Eppure, mentre la stringevo nel buio, sentendo il calore della sua pelle contro la mia, sapevo perfettamente che stavamo mentendo a noi stessi. Le regole erano fatte per farti sentire al sicuro prima dello schianto.
E noi stavamo viaggiando a duecento all'ora verso un muro. Ma per quella notte, andava benissimo così.
. . ...FINE
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