Maledetta tentazione - Spin-Off - Finale

di
genere
tradimenti

L'aeroporto di Fiumicino era un via vai di gente, annunci metallici e rumore di rotelle sui pavimenti lucidi. Mancava esattamente un'ora al mio volo.
La mia gamba andava decisamente meglio. Le due settimane di riabilitazione avevano fatto miracoli. Zoppicavo a malapena.
Eravamo in piedi vicino ai controlli di sicurezza. Asia aveva le mani infilate nelle tasche del suo giubbotto di pelle nero. Non piangeva, non faceva scene. Aveva tirato di nuovo su quella sua corazza, con cui si proteggeva dal mondo, e da me in particolare.

«Allora vai,» mi disse, fissandomi dritto negli occhi.

«Vado. Lei torna domani da Exeter.»
Asia annuì lentamente, la mascella contratta.

«Ascoltami bene, Michael. Voglio solo che tu capisca una cosa: se arrivi lì e non hai le palle di farlo, se la guardi in faccia e ti fai prendere dai sensi di colpa... non scrivermi più. Cambia numero. Cambia vita. Perché io un'altra delusione non la reggo.»

«Lo farò, Asia. Voglio stare con te.»
Mi avvicinai, passandole una mano dietro il collo, sotto i capelli neri, e la baciai. Quando mi staccai, lei si voltò e si incamminò verso l'uscita a passo svelto, senza voltarsi indietro.
Il giorno dopo, la Germania mi accolse con il suo solito cielo grigio e compatto.
Entrare in casa mia a Kaiserslautern fu come mettere piede in una sala operatoria. Dopo il disordine vitale e caldo di Roma, il parquet immacolato, le pareti bianche e i mobili minimalisti mi diedero un senso di vertigine. Era la casa perfetta di una coppia perfetta.
Chloe arrivò nel tardo pomeriggio.
Sentii la chiave girare nella serratura, poi il rumore sordo dei suoi stivaletti sul pavimento dell'ingresso. Andai ad accoglierla nel corridoio. Sembrava stanca, i capelli biondi legati in una coda morbida, gli occhi chiari velati da quell'apatia che ormai ci faceva compagnia da mesi.

«Ehi,» mi disse, abbozzando un mezzo sorriso stanco.

«Ehi. Com'è andato il viaggio?»

«Lungo. Il volo e poi il treno per arrivare qui stancano.»
Mi diede un bacio rapido sulla guancia, sfiorandomi appena. Il tipo di bacio che si scambiano due coinquilini che si dividono le bollette. Afferrai i manici delle sue due valigie e le trascinai in salotto.
L'aria tra noi era densa, pesante. Erano settimane che la nostra relazione si trascinava per inerzia. Quando io ero a Roma, lei era fuggita dai suoi genitori in Inghilterra. Ci sentivamo a malapena, messaggi formali, chiamate di tre minuti in cui parlavamo del tempo o della mia riabilitazione, chiudendo sempre con un "ti voglio bene" che suonava come una condanna.
La sera calò in fretta. Chloe non disfece le valigie. Le lasciò in un angolo del salotto, vicine al divano di design. Lei ordinò del cibo Thailandese, io mi preparai un insalata con due petti di pollo. Mangiammo in silenzio, seduti al bancone della cucina. Il rumore delle posate sui piatti di ceramica era l'unico suono nella stanza.

Quando finimmo di mangiare, Chloe si versò un bicchiere di vino bianco e si sedette sul divano, rannicchiando le gambe sotto di sé. Fissava il vuoto oltre la grande vetrata.

Sapevo che era il momento. Mi alzai, lasciai il mio bicchiere d'acqua sul bancone e la raggiunsi. Non mi sedetti dall'altra parte. Mi sedetti vicino a lei, abbastanza da non lasciarle spazio per equivocare quello che stava per succedere.

Lei girò lentamente la testa verso di me. I suoi occhi incontrarono i miei e qualcosa le cambiò nel viso — non paura, non rabbia. Il tipo di consapevolezza che arriva quando la testa capisce che c'è qualcosa.

«Cosa c'è?»

«Dobbiamo parlare.»

Chloe abbassò gli occhi sul bicchiere. Lo tenne stretto con entrambe le mani, come se avesse bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi. «Okay.»

«Chloe, noi stiamo insieme da cinque anni.» Mi fermai. Non esisteva una versione buona di questa frase.
«E non sono stato onesto con te.»

Lei non disse niente. Aspettò, immobile.

«C'è un'altra persona.»

Il silenzio che seguì fu assoluto. Chloe rimase perfettamente ferma per qualche secondo, come se stesse aspettando che la frase si trasformasse in qualcosa di diverso. Poi appoggiò il bicchiere sul tavolino con una lentezza innaturale.

«Cosa?» La voce era piatta. Il suo cervello non aveva ancora elaborato e il corpo non sapeva come reagire.

«Ho tradito la tua fiducia. Mi dispiace—»

«Aspetta.» Alzò una mano. «Stai scherzando, spero.»

«No.»

«Da quanto?»

«Non è stata una cosa continua. È successa tre anni fa, per un periodo. Poi è finita. E poi adesso, a Roma, è ricominciata.»

La vidi deglutire. Lentamente si girò a guardarmi — e fu allora che vidi le prime lacrime, silenziose, che le scivolarono sulle guance senza che il viso le cambiasse espressione. Non stava piangendo nel senso convulso del termine. Le lacrime semplicemente uscivano, come se il corpo avesse preso una decisione indipendente dalla testa.

«Tre anni fa,» ripeté sottovoce. Si alzò e andò verso la finestra.

«Sì.»

Mi alzai e feci un passo verso di lei. Allungai una mano per posarla sulla sua spalla.

«Non mi toccare.» Non urlò. Si limitò a spostarsi di lato, mettendo distanza. Non mi guardò mentre lo faceva, come se il contatto fisico fosse una cosa che non riusciva a gestire in quel momento.

Mi fermai dove ero.

«Eravamo a Roma a luglio, tre anni fa,» disse, la voce che usciva sottile, controllata a fatica.
«Dimmi che non è lei... quella che abbiamo incontrato a Trastevere, la tua "vecchia amica"» Le lacrime continuavano a scenderle, lente, mentre parlava. Non le asciugava. «Quella che ha anche fatto una battutina su di me.»

Rimasi in silenzio.

«Com'è che si chiama? Asia, se non sbaglio. É lei?»

«Si» risposi, ero riuscito a dire solo quel si.

Chloe chiuse gli occhi per un secondo. Quando li riaprì erano gonfi, arrossati, ma la voce rimase ferma.
«Ci sei andato a letto con lei?»

La domanda cadde mi fece più male del previsto, la stavo ferendo e non volevo farlo.

«Sì.»

Fu quella parola a distruggerla. Non il tradimento astratto, non il sapere che c'era un'altra persona — fu quella conferma concreta, fisica, a farle perdere il controllo che aveva tenuto fino a quel momento. Un singhiozzo le spezzò il respiro, uno solo, poi si coprì la bocca con la mano cercando di trattenersi. Non ci riuscì del tutto.

Mi avvicinai di nuovo. «Chloe—»

«Ho detto non toccarmi!» Questa volta la voce le salì, incrinata dal pianto. Si alzò in piedi, mettendo il tavolino tra noi, le braccia strette attorno al petto. Le lacrime le rigavano il viso senza sosta adesso, ma gli occhi erano pieni di qualcosa che andava oltre la rabbia. Era dolore puro, il tipo che non ha ancora trovato la forma giusta per uscire.

«Cinque anni, Michael,» disse, la voce spezzata. «Cinque anni. Ho lasciato il mio lavoro per seguirti in Germania. Ho lasciato le mie amiche, la mia famiglia, la mia vita.» Si fermò, cercando il respiro. «E quella sera a Roma, te lo ricordi cosa ti ho detto tornando a casa? Ti ho detto che non mi piaceva come la guardavi. E tu mi hai risposto che ero stanca, che mi stavo inventando le cose.»

Rimasi in silenzio. Parlare avrebbe solo peggiorato la situazione.

«Io ti ho creduto. Ho pensato di essere io il problema. Ho passato settimane a chiedermi se ero diventata paranoica, se avevo qualcosa che non andava.» Si passò il dorso della mano sulle guance in un gesto rapido, quasi rabbioso verso sé stessa. «E intanto tu eri già stato con lei.»

Feci un passo verso di lei.

«Non avvicinarti.» Non urlava più. Era peggio — la voce le era tornata bassa, piatta, esausta. Si girò verso la finestra, la schiena rivolta verso di me.

«La ami?»

«Sì.»

Rimase in silenzio per qualche secondo. Poi scosse la testa, piano, come se stesse elaborando qualcosa di troppo grande per trovare le parole giuste.

«Sono stata così stupida,» disse sottovoce. Non verso di me — verso sé stessa, verso il buio oltre la vetrata. «Così stupida. Ogni volta che qualcosa non andava mi dicevo che dovevo avere più pazienza, che stavi attraversando un momento difficile. Ogni volta che ti guardavo e sentivo che eri distante mi convincevo che esageravo.» Le lacrime le tornarono, silenziose. «Invece tu te ne fregavi, andavi a letto con un'altra. La cena con gli amici, certo. Io mi sarei annoiata avevi detto. Ma non ti fai schifo da solo?.»

«Hai tutto il diritto di odiarmi, Chloe.»

«Non ti odio.» La voce le si spezzò su quell'ultima parola. «Vorrei, ma non riesco ancora. Sono solo— sono distrutta, Michael. E mi fa schifo sentirmi così per qualcuno che non lo merita.»

Si avvicinò alle valigie nell'ingresso. Le afferrò per i manici.

«Chloe. Non devi andartene stanotte, posso dormire sul divano stanotte, io—»

«Smettila.» Non si girò. «Non resterò un minuto di più nella stessa casa con te. Non fare il premuroso.» Si infilò il cappotto con movimenti rigidi, meccanici.
«Vado in un hotel. Domani chiamo qualcuno per la roba.»

Feci un ultimo passo verso di lei. «Mi dispiace.»

Si fermò con la mano sulla maniglia. Rimase ferma qualche secondo, la schiena rivolta verso di me.

«Spero che ne sia valsa la pena, Michael. Davvero. Fammi solo un piacere... non cercarmi, cancella il mio numero, cancella tutto di me. Hai fatto la tua scelta e mi auguro che sia quella giusta per te. Addio.»

Aprì la porta e uscì. Non sbatté — la richiuse con la stessa cura metodica con cui faceva tutto, come se anche in quel momento non riuscisse a smettere di essere precisa e gentile.

Il clic della serratura fu il rumore più definitivo che avessi mai sentito.

I giorni successivi furono un purgatorio necessario.
Chloe aveva mantenuto la sua fredda compostezza britannica. Aveva ripreso la sua roba, portando via tutta la nostra storia.
Improvvisamente, la mia grande casa a Kaiserslautern si era svuotata. Niente più profumi costosi in bagno, niente più riviste sul tavolino di vetro, niente più vestiti nell'armadio a muro. Era rimasto solo un'eco, che nei primi giorni mi aveva tolto il sonno per il senso di colpa, ma che poi, lentamente, si era dissolta, lasciando spazio a un'attesa febbrile.

Non c'erano voli diretti da Roma. Asia aveva preso un aereo per Francoforte e poi un treno ICE.
Quando parcheggiai al piazzale della Hauptbahnhof di Kaiserslautern, l'aria tedesca tagliava la faccia. Era un tardo pomeriggio, grigio, come sempre, con quel freddo umido che ti entra nelle ossa. Zoppicavo ancora un po', ma l'adrenalina che mi scorreva nelle vene azzerava qualsiasi dolore fisico.
Mi piazzai davanti al binario 3, le mani affondate nelle tasche del giaccone. Sentii il fischio del treno prima ancora di vederne i fari fendere la nebbia. Le porte si aprirono sbuffando aria compressa, e una folla di pendolari stanchi iniziò a riversarsi sulla banchina.
E poi, la vidi.
Spiccava in mezzo a quel mare di giacche tecniche e facce pallide. Indossava un lungo cappotto nero lasciato aperto, una sciarpa scura e tirava un grosso trolley rigido come se pesasse una tonnellata, camminando con la sua solita falcata decisa.
Non alzai la mano. Non ce ne fu bisogno. I suoi occhi mi trovarono quasi subito.
Si bloccò per una frazione di secondo. Lasciò andare il manico della valigia, disinteressandosi totalmente del fatto che fosse in mezzo al passaggio, e venne verso di me.
Non mi diede nemmeno il tempo di dire una parola. Mi afferrò per i risvolti del giaccone, si alzò sulle punte e mi baciò con quella sua foga che mi faceva impazzire ogni volta. Le passai le braccia intorno alla vita, stringendola a me, sollevandola da terra di qualche centimetro, affondando il viso nel suo collo freddo per respirare il suo profumo.
Quando si staccò, aveva il respiro corto. Mi guardò, appoggiando le mani piatte sul mio petto.

«Finalmente sei riuscito a mantenere qualcosa,» disse.
Le sue parole avrebbero potuto suonare come una frecciatina, ma il tono era morbido, quasi un sussurro. E i suoi occhi... non c'era traccia della ragazza rabbiosa e cinica che mi aveva insultato sul pianerottolo a Roma. Non c'era lo sguardo tagliente della stronza ferita, pronta a colpire prima di essere colpita. Era lei nella sua strana semplicità. Era lo sguardo di una ragazza follemente innamorata, che per la prima volta non aveva più paura di esserlo.

«Te l'avevo giurato,» risposi, accarezzandole uno zigomo freddo con il pollice.
«Andiamo a casa.»

Il tragitto in macchina fu strano, avvolto in un silenzio comodo che non avevamo mai sperimentato. Asia teneva una mano appoggiata sulla mia coscia, guardando le strade ordinate, le villette perfette e i boschi scuri che circondavano Kaiserslautern scorrere fuori dal finestrino. Entrare nel mio mondo, nella vita da cui l'avevo tenuta fuori per anni, doveva farle un effetto strano.
Quando infilai la macchina nel vialetto di casa e spensi il motore, la guardai.

«Benvenuta nel mio bunker,» le dissi, abbozzando un sorriso.
Entrammo. L'aria all'interno era calda, la casa illuminata dalle luci soffuse che avevo programmato prima di uscire. Il contrasto tra il disordine caotico e artistico dell'appartamento in via Monte Zebio e il minimalismo clinico, quasi esasperato, del mio salotto tedesco era netto.
Asia posò la valigia all'ingresso, vicino all'attaccapanni, sfilandosi il cappotto e la sciarpa. Indossava un maglione attillato grigio e un paio di jeans neri. Si guardò intorno, studiando lo spazio aperto, il parquet chiaro, la vetrata immensa.
Iniziai a parlare, forse per riempire l'emozione che mi stava stringendo la gola, forse per un po' di sano nervosismo.

«Com'è stato il viaggio? Sei stanca? Ho fatto la spesa stamattina, pensavo che potremmo farci qualcosa di veloce, magari ordinare, non lo so... e domani se ti va ti faccio vedere un po' il centro, anche se non c'è molto, ma...»
Mi incamminai verso l'isola della cucina, voltandole le spalle per posare le chiavi della macchina sul marmo.
Non rispose. Sentii i suoi passi leggeri sul parquet. Non stava guardando la casa, stava guardando me. Mi seguì, silenziosa, azzerando la distanza.
Mi voltai appena in tempo.
Asia era lì, a un millimetro da me. Con un movimento fluido e bellissimo della testa, spostò all'indietro i capelli neri che le erano ricaduti sulla spalla. Mi mise le braccia intorno al collo, intrecciando le dita dietro la mia nuca. I suoi occhi azzurri brillarono in quella luce calda, carichi di una promessa che non aveva niente a che fare con la rabbia del passato. Era desiderio puro, romantico.
Mi baciò, aprendo le labbra contro le mie con una dolcezza famelica, e un istante dopo mi saltò addosso.
La presi al volo per istinto, stringendole le mani sotto le cosce mentre lei mi avvolgeva la vita con le gambe. L'impatto mi fece fare un mezzo passo indietro, ma la tenni salda contro il mio petto.
Si staccò dalla mia bocca solo per un secondo, il viso a pochi centimetri dal mio, il respiro caldo che mi accarezzava la pelle.

«Non mi va neanche di cenare,» mi sussurrò sulle labbra, stringendo la presa intorno al mio collo. «Portami a letto.»

Non seppi se fu l'adrenalina, il tono della sua voce o il senso di liberazione totale, ma la fitta alla gamba scomparve del tutto. La strinsi più forte contro di me e attraversai il salotto a grandi passi, dirigendomi verso le scale.
«Come comandi,» risposi, rubandole un altro bacio mentre salivo i gradini.
La camera da letto era in penombra. La lasciai scivolare giù, ma lei non si staccò. Continuò a baciarmi mentre le mie mani andavano a cercare l'orlo del suo maglione, sfilandoglielo in un colpo solo. Questa volta non c'era urgenza. Non stavamo cercando di cancellare i fantasmi di una lite o i sensi di colpa. Stavamo celebrando il fatto di essere finalmente soli, noi due, senza nessuno in mezzo.
La spinsi dolcemente verso il bordo del letto. I suoi occhi non mi lasciavano un istante, limpidi, fieri, innamorati. Quando le slacciai i jeans e la spogliai del tutto, la guardai alla luce dei lampioni della strada che filtrava dalle persiane. Era perfetta. Ed era lì, per me.
Mi spogliai a mia volta, rimanemmo solo in intimo, sotto il suo sguardo attento che non aveva paura di divorarmi. Quando mi sdraiai sopra di lei, la pelle calda di Asia contro il mio petto freddo fu la sensazione migliore del mondo.

Io indossavo solo i boxer, il tessuto che si aderiva alla pelle sudata, mentre Asia era lì sotto ai miei occhi, un'opera d'arte di pelle chiara e curve perfette. Indossava un reggiseno di pizzo nero che incorniciava il suo seno piccolo e perfetto, e un perizoma che lasciava ben poco all'immaginazione. I suoi capelli neri, spettinati dal nostro arrivo precipitoso, si spargevano sul cuscino come inchiostro scuro. I suoi occhi azzurri mi fissavano, catturando ogni mia indecisione, ogni mio respiro affannoso.

Non c'era bisogno di parole. Il senso di colpa non era più li a farmi male allo stomaco, ma si era trasformato in un desiderio irrefrenabile che provavo per lei. Mi avvicinai, le mie labbra cercarono le sue in un bacio che voleva essere esplorazione, non solo riconciliazione. Era dolce all'inizio, un tocco lieve, ma la fame sottostante era troppo forte per essere contenuta. Le mie mani scivolarono sulla sua pelle liscia, sentendo il calore che emanava, i suoi muscoli che si tendevano sotto le mie dita.

«Ti sono mancato,» sussurrai contro la sua bocca, la voce roca.

Asia non rispose con parole, ma con un mugolio che fece vibrare ogni mia fibra. Le sue mani mi afferrarono i fianchi, tirandomi più vicino. Il contatto dei nostri corpi, anche attraverso il tessuto, era elettrico. La mia mano scese lungo il suo fianco, fino all'elastico delle sue mutandine. Con un movimento lento, le spostai di lato, esponendo la sua figa già bagnata.

Mi posi tra le sue gambe, il cuore che martellava nel petto. La vista di lei, aperta e vulnerabile solo per me, mi tolse il fiato. Mi avvicinai, respirando il suo odore, intenso e femminile, prima di posare le labbra sulla sua pelle calda. Leccai lentamente, assaporando ogni singolo punto, dalle sue grandi labbra carnose fino al clitoride pulsante. Asia arcuò la schiena, un sussulto incontrollabile che la percorse tutta.

«Sì... amore mio...» ansimò, la voce spezzata.

Infilai la lingua dentro, sentendo i suoi muscoli contrarsi attorno a me, caldi e accoglienti. Non mi accontentai di quello. Aggiunsi due dita, affondandole lentamente mentre la mia lingua continuava il suo lavoro sul clitoride. La reazione fu immediata. Asia impazzì. Le sue mani si intrecciarono tra i miei capelli, premendo la mia testa con tutta la forza che aveva contro di sé, come se volesse farmi sparire dentro di lei. Le sue gambe si chiusero attorno al mio collo, una prigione di pelle liscia e muscoli tesi che non volevo lasciare.

«Amore, si cosi! Non fermarti!» urlò, il corpo che tremava.

L'altra mano se la portò al seno, tirando giù le coppe del reggiseno ma senza toglierlo, esponendo i suoi seni piccoli e i capezzoli duri. Si strinse il petto, le dita che affondavano nella carne pallida, mentre io continuavo a leccarla, sentendo i suoi succhi bagnarmi il mento e il collo.

Era il suo turno. Con una mossa improvvisa, Asia si liberò dalla mia presa e mi spinse indietro, ribaltando le parti. Scivolò giù lungo il mio corpo, i suoi capelli che mi accarezzavano il petto e lo stomaco, creando una scia di formicolio. Si fermò tra le mie gambe, il suo sguardo fisso sull'erezione che tentava di lottare contro il tessuto delle mie mutande.

«Adesso tocca a me,» disse, con un sorriso malizioso e predatorio.

Sollevò l'orlo dei boxer, liberando il mio cazzo che saltò fuori, duro e pulsante. Asia sputò sopra, una grossa goccia di saliva che cadde sulla cappella. Lo afferrò con la mano, spalmandola bene su tutta la lunghezza, dal fondo alla punta, con movimenti lenti e viscosi. La sensazione della sua mano calda e scivolosa fu quasi insopportabile.

Poi, senza preavviso, si chinò e inghiottì tutto. La sua bocca era calda e umida. Cominciò a succhiarmi in maniera divina, la lingua che girava vorticosa attorno alla punta mentre le labbra scivolavano giù per il fusto. Io gemetti, la testa che si gettava all'indietro contro il cuscino, le mani che si aggrappavano alle lenzuola.

«Sei incredibile, Asia... così...» riuscii a dire, il fiato corto.

Lei emise un suono di approvazione, le vibrazioni della sua gola che si trasmettevano al mio cazzo, aumentando il piacere. Accelerò il ritmo, la testa che si muoveva su e giù con forza. Mi eccitava più guardarla che il piacere stesso del pompino.

«Ti piace eh?» mormorò, staccandosi giusto il tempo per parlare, poi riprendendo con più vigore, le sue labbra che si stringevano attorno alla mia asta come in un morso.

«Sì, cazzo, sì...» gridai, sentendo l'orgasmo avvicinarsi come un treno in corsa.

Asia non si fermò. Continuò a succhiarmi, a leccarmi, a farmi impazzire.

Asia si staccò da me con uno schiocco rumoroso, le labbra lucide e gonfie, il respiro affannoso che increspava il suo petto. Senza darmi il tempo di riprendere fiato, si spostò in avanti, le cosce robuste ai lati del mio bacino, pronta a scavalcare la mia erezione ancora bagnata della sua saliva. I suoi occhi bruciavano di quella luce famelica che conoscevo troppo bene, la voglia di comandare, di guidare la danza.
«Scopami» sibilò, le mani piantate sul mio petto per cercare equilibrio.

Ma non c’era spazio per i suoi giochi di potere, non stasera. Qualcosa si ruppe dentro di me, un argine che trattenne il fiume in piena della mia frustrazione e del mio bisogno primordiale. Le afferrai i fianchi con forza, le dita affondando nella pelle morbida ma fredda, e con un movimento scattante e brusco, la ribaltai.

La foga del momento mi annebbiò la vista, cancellando ogni dettaglio della stanza tranne lei. Asia perse l'equilibrio, le sue mani scivolarono via dal mio petto e cadde all'indietro. Un tonfo secco riempì la stanza quando la sua schiena e le sue spalle colpirono lo schienale rigido del letto.
«Ahia! Cazzo!» gridò, gli occhi spalancati dal dolore improvviso, mentre un tremito percorreva il suo corpo.

«Stai attento, cazzo. Stronzo!» mi insultò, ma la sua voce non aveva rabbia. Non cercò di allontanarsi, anzi; notai i suoi capezzoli indurirsi, il respiro che si faceva ancora più corto. Il dolore l’aveva accesa, aveva trasformato l'urlo in una preghiera muta.

«Sei un animale questa sera...» mormorò, le labbra tremolanti, e quella debolezza fu la mia benzina.

Non le lasciai il tempo di riprendersi. Mi lanciai su di lei, afferrando i suoi polsi sottili e bloccandoli sopra la sua testa, schiacciandoli contro il cuscino e la struttura del letto.

«E tu sei la mia cagna,» sibilai contro il suo collo, sentendo il suo profumo. Con un movimento preciso, divaricai le sue gambe e mi posizionai all'ingresso della sua figa, già bagnata e pronta.

Entrai in lei di prepotenza, senza preavviso, affondando fino in fondo in un solo colpo deciso. Asia urlò, un suono pieno.
«Aaah Sì! Dio, siiì!» Le sue gambe si avvolsero istintivamente attorno alla mia vita, cercando di trarmi ancora più a fondo, mentre io iniziavo a muovermi sempre più veloce. Ogni spinta era una cancellazione di ogni momento passato lontano da lei. Il letto scricchiolava sotto di noi, un ritmo frenetico che rispecchiava il battito del mio cuore.

«Più forte! Non fermarti! Sì, sììì!» implorava, la testa gettata all'indietro, i capelli neri un tappeto disordinato sul cuscino.
«Scopami cosi sii, Michael, amoree! Fammi godere!» Le sue parole erano benzina. La sentii contrarsi attorno a me, i muscoli interni che stringevano la mia lunghezza in una morsa soffocante. La sua pelle era bagnata di sudore, scivolosa sotto le mie mani, e il calore che emanava era febbrile. Rallentai di colpo, lei fece per protestare, ma non le diedi tempo. Mi abbassai su di lei baciandola, mordicchiando il suo labbro inferiore. Poi ripresi a scoparla

Sentii il calore crescere alla base della schiena, il piacere che si accumulava come una molla pronta a scattare. Se avessi continuato a quel ritmo, sarei venuto subito, e non potevo permetterlo. Non ancora. Mi fermai di colpo, rimanendo piantato dentro di lei, il respiro affannoso che le sfiorava il viso. Asia protestò, agitando i fianchi, cercando la frizione che le avevo negato, ma la bloccai con il peso del mio corpo.

Mi chinai su di lei, catturando di nuovo le sue labbra in un bacio che era più un morso, le nostre lingue che si combattevano, i denti che si scontravano. Era un bacio disperato, pieno di saliva e fiato, l'unico modo per comunicare quello che le parole non potevano dire.
«Ti voglio,» mormorai contro la sua bocca, «sei mia.»

«Tua» rispose.

Mi staccai, afferrandola per i fianchi e girandola con decisione. Asia capì immediatamente, assumendo la posizione a quattro zampe, il culo alto in aria, offertomi come un sacrificio. Era una vista che mi aveva sempre fatto impazzire: le curve perfette, la pelle chiara che contrastava con il pizzo nero del perizoma che le stringeva i fianchi. Le scostai la biancheria di lato, esponendola completamente, e senza esitazione mi guidai dentro di lei da dietro.

La penetrazione fu profonda, toccando le profondità che altre posizioni non raggiungevano. Asia emise un gemito lungo e strascicato, affondando il viso nel cuscino. Le presi la nuca con una mano, le dita intrecciate nei capelli neri e sudati, e spinsi la sua testa contro il materasso, immobilizzandola.

«Stai così,» ordinai, e lei obbedì, arrendendosi totalmente alla mia volontà.

Iniziai a spingere, ritmando i colpi con la cadenza di un martello. Ogni spinta la faceva avanzare sul materasso, ma la tenevo ferma, dominandola completamente. «Sei mia,» grugnivo a ogni affondo, sentendo le sue chiappe sbattere contro la mia pelle. «Tutta mia.»

La sensazione di controllo era assoluta. La sua figa era calda, stretta, incredibilmente viva attorno a me. Sentii il mio orgasmo avvicinarsi come un treno in corsa, inevitabile e devastante. Non potevo trattenerlo oltre, nemmeno se volessi.
«Asia...» sibilai, i denti serrati.

«Sì! Sborra dentro! Dammi tutto!» gridò lei, la voce soffocata dal cuscino ma chiara come un ordine.

L'esplosione mi travolse. Il mio corpo si irrigidì, e con un urlo strozzato mi svuotai dentro di lei, ondate di caldo denso che la riempirono. I colpi si fecero brevi e irregolari mentre la mia erezione pulsava, scaricando ogni goccia di energia accumulata. Rimasi piantato dentro di lei per alcuni secondi, il cuore che batteva all'impazzata.

Ma non avevo finito. Asia si sciolse dalla mia presa, crollando sul fianco con un respiro che era quasi un singhiozzo. Si voltò verso di me, il viso contratto in una maschera di frustrazione e bisogno. «Non hai... non hai finito,» disse, la voce bassa e imperiosa. «Non ancora.»

Mi guardò, scendendo con lo sguardo verso la sua figa, dove il mio sperma iniziava a colare fuori, mescolandosi ai suoi fluidi.
«Mi hai riempita... ma io non sono venuta.» sibilò, afferrandomi il polso. «Devi finire il lavoro.»

La sua mano guidò la mia tra le sue cosce. Le sue labbra erano gonfie, ipersensibili, il clitoride duro e prominente. Non esitai. Infilai due dita dentro di lei, sentendo la scivolosità del nostro miscuglio, e iniziai a massaggiare il clitoride, con movimenti rapidi e circolari.

«Sì... così...» ansimò, chiudendo gli occhi, le sopracciglia aggrottate in un'espressione di pura concentrazione. «Non fermarti.»

Aumentai la pressione, le dita che le penetravano a cercare il suo punto mentre il pollice continuava la sua tortura dolce. Asia si mise a gemere in modo continuo, un suono acuto che saliva di tono con ogni secondo che passava. Le sue mani afferrarono le lenzuola, strappando il tessuto, le cosce che tremavano violentemente.

«Michael! Vengo! Vengo!» urlò, improvvisamente rigida.

Il suo corpo si arcuò come un arco teso, la schiena che si sollevò dal materasso mentre l'orgasmo la devastava. Sentii i suoi muscoli contrarsi intorno alle mie dita in una serie di spasmi violenti, una scarica elettrica che la percorse da capo a piedi. Gridò il mio nome, una supplica e un ringraziamento insieme, mentre il suo corpo si abbandonava, esausto e soddisfatto, sul letto.

Crollai accanto a lei, il respiro che cercava una normalità che sembrava lontana anni luce. La stanza era immersa nel silenzio rotto solo dalla pioggia che iniziò a cadere e dai nostri respiri affannosi. Asia si voltò verso di me, i suoi occhi azzurri che cercavano i miei. Non c'erano più parole, solo la consapevolezza pesante e definitiva tra noi. Avevo lasciato tutto indietro, ogni incertezza, ogni altro legame. C’eravamo solo noi.

Ore dopo, il silenzio della casa tedesca non faceva più paura.
Asia dormiva profondamente, con il viso a pochi centimetri dal mio, un braccio abbandonato sul mio stomaco e una gamba intrecciata alla mia. Il suo respiro si scontrava contro la mia spalla.
Accesi l'abat-jour sul comodino, tenendo la luce al minimo. Le passai una mano tra i capelli arruffati, togliendole una ciocca dal viso per guardarla meglio. Sembrava una bambina. Tutta la durezza che il mondo l'aveva costretta a mettersi addosso era scivolata via su quel materasso.
Avevo distrutto un'apparente perfezione, avevo spezzato il cuore a un'altra donna, avevo messo a rischio il mio equilibrio in un momento cruciale della mia carriera. Avrei dovuto sentirmi spaventato per il caos che stavo per abbracciare.
Invece, mentre la guardavo dormire nel mio letto, con il profumo della sua pelle che aveva invaso ogni millimetro della stanza, capii che Asia voleva semplicemente avere qualcosa di serio e stabile.

...FINE
scritto il
2026-06-29
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