Questione di sguardi - Capitolo 3
di
Michael035
genere
etero
I giorni successivi al nostro incontro furono un lento e inesorabile test di sopportazione.
Tornai alla mia routine, alle lezioni in università, ai caffè macchiati alle macchinette e alle pause studio in biblioteca. Ma c'era un problema: tutto mi sembrava improvvisamente sbiadito. Le ragazze della mia età, con cui fino a poco tempo prima scambiavo sguardi o battute veloci, mi apparivano quasi trasparenti, noiose. Sentivo i loro discorsi sulle dinamiche dei social, sui drammi universitari, sulle serate nei locali alla moda, e mi sembrava di ascoltare una lingua straniera.
Nella mia testa, come un disco incantato, continuava a girare l'immagine di una donna di quarantotto anni, nuda sul letto di suo figlio, che mi guardava con un misto di arroganza e fame pura.
Cercai di distrarmi tuffandomi sui libri di econometria, ma la sera, quando l'appartamento in cui vivevo si svuotava dai rumori, finivo sempre per prendere in mano la mia Fender Stratocaster. Mi sedevo sul bordo del letto, collegavo l'amplificatore e lasciavo che fossero le dita a parlare. Suonavo B.B. King, accennavo i riff viscerali di Albert King, ma soprattutto mi perdevo in Texas Flood di Stevie Ray Vaughan. Il blues era l'unica cosa che riusciva a tradurre l'urgenza e la frustrazione che mi portavo dentro. Era una musica cruda, fatta di silenzi pesanti e note tirate allo spasimo. Esattamente come mi sentivo io ogni volta che ripensavo al modo in cui Sara aveva sfiorato il pentagramma tatuato sul mio petto.
Passò un'intera settimana senza che ci sentissimo. Non un messaggio, non una chiamata. Era il nostro tacito accordo, il confine che impediva alla nostra evasione di diventare una complicazione.
Poi, arrivò il sabato pomeriggio.
Ero andato a fare un giro in un grande centro commerciale alle porte di Milano, per cercare un po' di tranquillità tra le corsie di una delle mie librerie preferite. Ero rimasto fedele al mio stile: un paio di pantaloni chino beige dal taglio pulito, una polo blu scura di un buon cotone che mi fasciava bene le spalle, e una cintura di pelle marrone elegante. Un abbigliamento semplice ma curato.
Ero appena uscito dal negozio, stringendo tra le mani il sacchetto di carta con il mio nuovo acquisto, quando la vidi.
Era ferma davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento sportivo.
Non c'erano luci soffuse, non c'erano calici di Pinot Nero, né seta nera a scivolarle addosso. Sara era in piena "modalità mamma". Indossava un paio di jeans dal lavaggio chiaro, sneakers bianche e un maglioncino di cotone leggero. I capelli erano raccolti in una coda morbida, sbrigativa, e il suo viso era quasi completamente struccato. Niente mascara pesante, e soprattutto, niente rossetto rosso fuoco.
Eppure, vederla così, illuminata dai neon freddi del centro commerciale, mi colpì con la stessa violenza della prima volta. Le sue labbra nude, al naturale, sembravano ancora più morbide, vulnerabili, quasi intime.
Accanto a lei c'erano Riccardo, che tirava il braccio di sua madre per entrare nel negozio, e il figlio più grande, un ragazzo sui sedici anni con l'aria annoiata di chi vorrebbe trovarsi ovunque tranne che lì.
Mi avvicinai con passo tranquillo. Fu Riccardo a notarmi per primo.
«Mamma, c'è lo zio di Leo!» esclamò il bambino, lasciando il braccio della madre.
Sara si voltò di scatto. Per un millesimo di secondo, i suoi occhi nocciola si spalancarono in un'espressione di pura sorpresa, prima di assestarsi in uno sguardo impenetrabile. Ma in quel millesimo di secondo c'era tutto: la memoria delle mie mani su di lei, il sapore della mia pelle, la stanza chiusa a chiave.
Ci fu una complicità silenziosa, un'elettricità che scoccò tra noi attraversando il rumore della folla. Nessun altro poteva vederla, ma per me era assordante.
«Ciao, campione,» risposi, battendo il cinque a Riccardo.
Poi spostai lo sguardo su di lei, sorridendo in modo composto.
«Ciao, Sara. Che combinazione.»
«Ciao, Michael,» rispose lei, con una calma impeccabile.
Passò lo sguardo sulla mia polo, registrando ogni dettaglio, per poi soffermarsi sul sacchetto della libreria.
«Pomeriggio di shopping?»
«Più che altro, una fuga per trovare qualcosa da leggere. Mi serviva staccare un po' dai manuali universitari.»
«E cos'hai comprato?» domandò, genuinamente curiosa.
Unclinò la testa di lato, un gesto che mi ricordò immediatamente la nostra cena.
Estrassi il libro dal sacchetto e glielo mostrai.
«Il Cappotto di Gogol.»
Sara corrugò appena la fronte, leggendo la copertina.
«Non credo di conoscerlo. Leggo molto, ma di solito vado sui romanzi contemporanei. La letteratura russa mi è sempre sembrata... impegnativa. Di cosa parla?»
«È più scorrevole di quanto sembri,» le spiegai, infilando le mani in tasca per evitare la tentazione di sfiorarla.
«È la storia di Akakij, un impiegato di San Pietroburgo incredibilmente povero e insignificante. Passa la vita a essere ignorato e deriso da tutti, finché un giorno non decide di sacrificare ogni singolo centesimo per farsi cucire un cappotto nuovo, su misura, costosissimo e bellissimo.»
Sara mi ascoltava in silenzio. Il figlio più grande continuava aguardare il telefono e, come sempre, non stava prestando attenzione.
«E poi?» chiese lei.
«Poi il cappotto cambia tutto. Per un giorno, la società inizia a rispettarlo. I colleghi lo invitano a cena, la gente lo guarda con ammirazione. Sembra che quel pezzo di stoffa gli abbia comprato la dignità. Ma la stessa notte, mentre torna a casa, viene rapinato e glielo rubano. E così l'impiegato muore, un po' per il freddo e un po' per la disperazione, tornando a essere invisibile.»
Feci una piccola pausa, sostenendo il suo sguardo.
«È un libro bellissimo. Quindi parla di come la società sia indifferente verso chi non ha nulla, giusto?»
«Si esatto, alienazione burocratica» Risposi.
Quando finii di parlare, ci fu un momento di silenzio. Sara mi guardava con un'espressione nuova, un misto di stupore e profondo rispetto. Potevo leggere nei suoi occhi che aveva appena aggiunto un altro tassello al puzzle che ero per lei. L'idea di un ragazzo di ventiquattro anni, curato, che al sabato pomeriggio non era rintanato in un bar a sbronzarsi ma comprava letteratura russa per puro piacere personale, la stava affascinando in un modo del tutto slegato dalla sola attrazione fisica.
Poi, con un guizzo di genialità materna e sadica ironia, Sara si voltò verso il figlio più grande.
«E tu prendi appunti,» gli disse, con un tono severo ma velato di sarcasmo.
Il ragazzo la guardò, perplesso.
«Cosa c'entro io adesso?»
«C'entri, perché invece di stare tutto il giorno rintanato in camera tua, incollato a quella PlayStation a rincoglionirti di partite online, dovresti prendere spunto da ragazzi come Michael. Che studia, si veste bene e ha perfino argomenti di conversazione intelligenti.»
A quella parola — PlayStation — il mio cervello subì un cortocircuito.
Abbassai lo sguardo per una frazione di secondo, mordendomi l'interno della guancia per impedire al mio viso di tradirmi. La scatola vuota dietro lo schermo del computer. I preservativi nascosti. Il letto cigolante in quella maledetta stanza.
Quando rialzai gli occhi, incrociai quelli di Sara. Lei manteneva un'espressione severa verso il figlio, ma i suoi occhi nocciola brillavano di una luce diabolica. Aveva usato quella frase di proposito. Sapeva perfettamente che significato avesse per me la parola PlayStation, ma la stava usando con una freddezza e una faccia tosta tali da farmi impazzire.
«Mamma, che palle,» sbuffò il ragazzo, rimettendosi le cuffiette nelle orecchie e tornando a fissare lo schermo del cellulare.
Una scossa di pura adrenalina scorrermi lungo la spina dorsale.
«Beh, io vi lascio ai vostri acquisti sportivi,» dissi, schiarendomi la voce per dissimulare il sorriso che premeva contro le mie labbra. Rimisi il libro nel sacchetto.
«È stato un piacere rivedervi. Ciao Riccardo.»
«Ciao Michael!»
«Buona lettura, allora,» mormorò Sara.
Il suo tono era tornato educato, distante, perfetto per le orecchie dei suoi figli. Ma quando i nostri sguardi si incrociarono un'ultima volta prima di voltarci le spalle, mi lanciò un messaggio fin troppo chiaro.
Non avevamo bisogno di scriverci. Non avevamo bisogno di chiederci niente.
Il secondo round non era una possibilità. Era una certezza. E stava per arrivare molto prima di quanto pensassi.
Mercoledì sera. Fuori pioveva, una di quelle piogge milanesi sottili e insistenti che ti fanno passare la voglia di uscire. Ero sdraiato sul letto, con il portatile appoggiato sulle ginocchia, a rileggere per la terza volta gli stessi appunti di statistica.
Lo schermo del telefono si illuminò sul comodino.
Allungai la mano distrattamente, ma quando lessi il nome sul display, sentii un tonfo sordo alla bocca dello stomaco.
Sara:"Ho sequestrato la scatola della PlayStation. Giusto per assicurarmi che non contenga altre sorprese."
Sorrisi, un sorriso lento e istintivo nel buio della mia stanza. Posai il portatile e presi il telefono con entrambe le mani.
«Saggia decisione. L'imprudenza dei giovani d'oggi è una piaga sociale.»
Sara:"Non me ne parlare. Anche se devo ammettere che a volte... l'imprudenza ha i suoi vantaggi."
Iniziò così. Pensavo che ci saremmo scambiati due battute taglienti per poi arrivare subito al punto, per fissare un altro incontro clandestino basato solo su quell'urgenza carnale che ci aveva travolti. E invece, senza rendercene conto, facemmo un errore madornale. Iniziammo a parlare davvero.
Nei due giorni successivi, la nostra chat divenne un filo invisibile e costante che ci teneva legati. Mi scrisse che il suo ex marito avrebbe preso i ragazzi per tutto il fine settimana.
Sara:"Li porta in gita in Trentino. Partono venerdì pomeriggio e tornano domenica sera. È un padre molto presente, su questo non posso dirgli assolutamente nulla. I ragazzi lo adorano."
«E come marito?»
Fu una domanda azzardata, lo sapevo. Stavo superando il confine del "puro svago". Ma la risposta tardò qualche minuto, e quando arrivò, capii che anche lei aveva abbassato le difese.
Sara:"Come marito era diventato un coinquilino."
Parlammo per ore. Io, con i miei ventiquattro anni, le raccontai delle pressioni dell'università, del fatto che mi sentissi spesso fuori sincrono rispetto ai miei coetanei, del mio bisogno di ritagliarmi spazi di solitudine. Lei mi parlò di come avesse dovuto ricostruire la sua identità pezzo per pezzo, di come a quarantotto anni la società si aspetti che tu sia una madre rassicurante e nulla più, e di quanto fosse frustrante dover nascondere la propria parte più viva e selvaggia.
Senza dircelo esplicitamente, stavamo scivolando in un territorio pericoloso. La complicità mentale stava facendo da amplificatore a un desiderio fisico che era già di per sé fuori scala. Continuavo a desiderarla disperatamente, ma ora non volevo solo spogliarla: volevo ascoltarla. E per un rapporto che doveva essere solo evasione, questo era l'errore più bello e letale che potessimo commettere. Il rischio che quell'attrazione si trasformasse in qualcosa di impossibile da gestire alla luce del sole stava diventando concreta.
Giovedì sera, la conversazione si fermò. Sara era online, ma non scriveva. Aveva steso le sue carte: il weekend era libero, la casa era vuota. Ora toccava a me. Era una donna, non una ragazzina, e pretendeva che fossi io a prendere in mano la situazione.
Non la delusi.
«Domani sera tieniti libera. Passo a prenderti alle 21:00.»
Sara:"Agli ordini. Qual è il dress code?"
«Niente tacchi a spillo stasera. Mettiti comoda. Ti porto nel mio mondo.»
Venerdì sera, spaccando il minuto, accostai la macchina davanti al suo portone. L'aria era fresca dopo la pioggia dei giorni precedenti.
La vidi uscire dal palazzo e, ancora una volta, mi lasciò senza fiato, ma in un modo completamente diverso. Niente seta, niente abiti formali. Indossava un paio di jeans neri aderenti che le fasciavano le gambe alla perfezione, stivaletti bassi e una giacca leggera marroncina sopra una maglietta bianca con uno scollo a V. I capelli erano sciolti, leggermente mossi, e il trucco era marcato solo sugli occhi, con un po' di matita scura. Sulle labbra, stavolta, aveva solo un gloss trasparente che le rendeva carnose e morbide.
Aprì la portiera e salì, portando con sé la sua solita fragranza agrumata.
«Ciao,» disse, chiudendo lo sportello e girandosi verso di me.
Il modo in cui mi guardò cambiò l'atmosfera nell'abitacolo in un secondo. Dopo giorni passati a scriverci e a denudarci mentalmente, ritrovarci fisicamente nello stesso spazio chiuso fu un impatto devastante. L'aria divenne improvvisamente troppo densa. Non eravamo più due sconosciuti attratti l'uno dall'altra; eravamo Michael e Sara.
«Sei bellissima,» mi uscì dalla bocca, senza filtri. Non era una frase fatta per portarmela a letto, era un dato di fatto oggettivo che il mio cervello sentì il bisogno di comunicare.
Sara sorrise, un sorriso che le arrivò fino agli occhi, ammorbidendo la sua espressione sicura di sé.
«Anche tu, non sei male, per essere uno che mi ha fatto aspettare fino a giovedì sera per invitarmi a uscire.»
«Dovevo preparare il terreno,» ribattei, ingranando la prima e immettendomi nel traffico serale.
«E sentiamo, dove mi porti?» chiese, appoggiando la testa al sedile e guardandomi guidare.
«Non ti piace cass mia stasera? Anche se ho i preservativi nuovi, ci tengo a precisarlo.»
Risi, sentendo una fitta all'inguine solo a immaginarla di nuovo sopra di me.
«No, non andiamo da te. L'ultima volta mi hai mostrato come sei quando hai il controllo della situazione in casa tua. Stasera giochiamo in trasferta.»
«Mh. Misterioso. Mi piace,» sussurrò lei. Allungò una mano e, con una naturalezza disarmante, la appoggiò sulla mia coscia destra. Non la strinse, non fece nulla di esplicito; lasciò semplicemente le sue dita lì, calde attraverso il tessuto dei jeans, vicino al mio ginocchio, mentre io cambiavo marcia. Quel contatto bastò a farmi salire il sangue alla testa. Il desiderio bruciava sotto pelle, ma questa volta c'era una strana e bellissima calma in quel fuoco. Sapevamo entrambi come sarebbe andata a finire.
Guidai per circa dieci minuti. Mi accostai davanti a una serranda di un garage, quello di mio padre che è diventato praticamente il mio rifugio musicale.
Sara guardò fuori dal finestrino, poi si voltò verso di me con un sopracciglio sollevato, divertita e vagamente perplessa.
«Un garage?,» commentò, incrociando le braccia al petto.
«Dimmi, Michael, è qui che porti le tue conquiste per farle a pezzi e nasconderne i resti, o devo aspettarmi un giro su una moto d'epoca?»
Sorrisi, tirando il freno a mano.
«Figa, mi sa che guardi un po' troppi film tu» scoppiammo a ridere
«Comununque no... molto meglio di una moto d'epoca,» risposi, estraendo dal giubbotto un mazzo di chiavi.
«Seguimi. E preparati, perché stai per entrare nel mio vero rifugio.»
Non alzai la serranda metallica. La aggirai, guidando Sara verso una massiccia porta di ferro sul retro, mezza nascosta dall'ombra del cortile. Infilai la chiave nella serratura, che scattò con un rumore sordo e metallico, e spinsi la porta.
«Benvenuta a casa,» mormorai, facendola passare.
Appena entrammo, premetti l'interruttore sul muro. Non ci fu nessuna luce fredda da neon a invadere lo spazio, ma un bagliore caldo, color ambra, emanato da una serie di lampade a terra e vecchie lampadine a bulbo Edison con il filamento a vista.
Sara fece un paio di passi avanti e si bloccò, guardandosi attorno in silenzio. Il respiro le si mozzò per una frazione di secondo.
Non era un semplice garage, era un santuario. L'odore era inconfondibile: carta vecchia, legno stagionato, tabacco dolce e un sentore lontano di cera per strumenti. Al centro della stanza c'era un divano Chesterfield in pelle marrone, consumato dal tempo, con davanti un baule da viaggio trasformato in tavolino. Su un lato, illuminate come opere d'arte, riposavano le mie quattro chitarre sui loro stand, e accanto a loro, imponente e lucidissimo, il sax baritono in ottone di mio padre. Il pezzo più pregiato in assoluto. Un Mark VI. Mio padre lo usava per suonare con il suo piccolo gruppo fino a una decina di anni fa. Girando per l'italia.
Ma fu la parete di destra a catturare l'attenzione di Sara. Non c'era nessuna libreria. Centinaia di libri erano accatastati direttamente sul pavimento, formando torri irregolari e precarie che salivano verso il soffitto, un disordine calcolato di classici, saggi, romanzi e manuali di musica molto vecchi, ingialliti. Volumi mai letti, apparte qualche eccezione. Messi li solo per decorazione. Nell'angolo opposto, su un mobiletto in legno massello, troneggiava il giradischi vintage di mio padre circondato da pile di vinili, dominati dalle copertine di B.B. King. E a vegliare su tutto, appesi alle pareti di mattoni grezzi, c'erano due quadri in bianco e nero: uno ritraeva proprio B.B. King con la sua "Lucille", ( L'idolo di mio padre ) l'altro Stevie Ray Vaughan immerso nel fumo del palcoscenico. ( questo inveve era il mio idolo, ma amavo entrambi )
«Michael...» sussurrò Sara, sfilandosi lentamente la giacca. Si voltò verso di me, gli occhi nocciola spalancati e lucidi nel riverbero ambrato.
«È... bellissimo.»
«È l'unico posto in cui non devo fingere di essere niente di diverso da ciò che sono,» risposi, prendendole la giacca dalle mani per appoggiarla su una sedia.
Mi avvicinai al tavolino accanto al giradischi, dove tenevo una bottiglia di Lagavulin e due bicchieri di cristallo basso, affiancati da un humidor in cedro per i sigari. Versai due dita di whisky puro per entrambi. Le porsi il bicchiere. Lei lo prese, sfiorandomi le dita, e bevve un piccolo sorso, socchiudendo gli occhi mentre il calore torbato le scendeva in gola.
«Mio dio... è fortissimo»
«Ti avevo fatto una promessa,» le dissi, posando il mio bicchiere intatto.
Andai verso l'angolo degli strumenti. Presi la mia Fender Stratocaster, quella con il manico in acero e il corpo graffiato dagli anni. Dallo stand del microfono staccai un cappello a tesa larga, nero, stile bolero, e me lo calcai in testa, abbassandolo leggermente sugli occhi in omaggio assoluto a Stevie. Collegai il jack all'amplificatore e feci partire una base ritmica, lenta e soffusa, dal computer nascosto dietro le casse.
«Siediti,» le dissi dolcemente.
Sara ubbidì, sprofondando nella pelle scura del divanetto vintage. Accavallò le gambe, il tessuto aderente dei jeans che si tese sulle sue cosce, e appoggiò il mento su una mano, fissandomi con un'attenzione assoluta.
Chiusi gli occhi per un istante, sintonizzandomi con il ritmo lento della batteria, poi feci scivolare le dita sulle corde.
Lenny.
Non era un pezzo per mettersi in mostra. Era una dichiarazione. La melodia nacque dolcissima, eterea. Usai la leva del vibrato per far letteralmente piangere gli accordi, creando quel suono liquido, cristallino e incredibilmente malinconico che Vaughan aveva scritto per sua moglie. Era una canzone che non aggrediva, ma accarezzava. Ogni bending, ogni nota scivolata era un sospiro.
Mentre suonavo, alzai lo sguardo da sotto la tesa del cappello e lo incatenai al suo. Sara era ipnotizzata. Vedevo il suo petto alzarsi e abbassarsi a un ritmo diverso, il gloss sulle sue labbra brillare nella penombra. Non era più la donna dominatrice e sarcastica di pochi giorni prima; era nuda, vulnerabile di fronte a quella melodia che le stava toccando corde che probabilmente nessuno sfiorava da anni. Quando l'ultima nota lunga sfumò nel silenzio del riverbero, sentii l'aria tra noi vibrare.
Mi tolsi il cappello, lo appoggiai sul manico della chitarra e misi via lo strumento. Mi andai a sedere accanto a lei sul divano.
«Non ho parole,» sussurrò Sara, la voce roca e carica di emozione.
«Sei... sei un disastro per il mio autocontrollo, Michael.»
«Era solo un po' di blues, te l'ho detto che lo avresti apprezzato» sorrisi, prendendo il mio bicchiere di whisky e avvicinandomi a lei.
«Non mentire a una donna che ha il doppio della tua età. Quello non era solo blues. Era un modo per farmi cedere definitivamente»
Passammo un'ora a parlare, sprofondati l'uno verso l'altra. Il whisky sciolse l'ultima resistenza razionale. Parlammo dei libri impilati a terra, del sax di mio padre, del suo divorzio, delle mie paure sul futuro. Le nostre ginocchia si cercarono, sfiorandosi. La sua mano si posò sulla mia spalla, il pollice che tracciava linee lente alla base del mio collo. Il suo profumo agrumato ora si fondeva con l'odore del tabacco, della pelle del divano e del malto torbato, creando una miscela inebriante. Eravamo due generazioni diverse, ma in quella stanza il tempo si era annullato. Eravamo solo un uomo e una donna, carichi di una tensione emotiva che stava per far saltare le valvole.
«Aspetta,» le sussurrai, posando il bicchiere vuoto.
Mi alzai lentamente. Andai verso il giradischi, sfilai un vinile dalla custodia consumata e lo posizionai sul piatto. Abbassai la puntina con estrema delicatezza. Il crepitio analogico e polveroso riempì la stanza, seguito un secondo dopo dal giro di basso lento, cadenzato e iconico. E poi, i violini disperati e la chitarra piangente di B.B. King.
The Thrill is Gone.
Ma per noi, il brivido stava appena iniziando.
Quando mi voltai, Sara si era alzata dal divano. Era lì, in piedi in mezzo alla stanza, illuminata dalla luce calda. Non disse una parola. Fece un passo verso di me, poi un altro, finché non ci trovammo a un centimetro di distanza. Alzò il viso verso il mio. I suoi occhi erano scuri, liquidi, colmi di una fame che non aveva più niente di ironico o di testardo. Era puro desiderio viscerale.
Le presi il viso tra le mani e la baciai.
Non ci fu urgenza rabbiosa come la prima volta nel corridoio buio. Fu un bacio lento, profondo, che sapeva di whisky e di promesse mantenute. Le nostre lingue si intrecciarono al ritmo del blues che riempiva la stanza. Un gemito basso vibrò nella sua gola quando feci scivolare le mani lungo la schiena, stringendola contro di me. Il calore del suo corpo attraverso la maglietta bianca mi incendiò il sangue.
Afferrai i lembi della maglia e la sfilai, gettandola sul pavimento di legno, su una pila di libri. Il suo seno, trattenuto da un reggiseno nero in pizzo leggero, si sollevò violentemente. La pelle dorata del suo décolleté risplendeva sotto la luce calda. Ci spogliammo completamente, li in piedi. La spinsi verso l'unica parete completamente libera. Infilai due dita dentro di lei, ma non serviva, era già fradicia.
«mmh, sii» Sibilò, la testa che indietreggiò fino a sbattere delicatamente contro il muro.
La sollevai con facilità, le sue gambe che si avvolsero istintivamente attorno alla mia vita. Mi alzai dal divano, tenendola saldamente, e la portai verso la parete più vicina, quella libera da attrezzi. La spinsi contro il muro, un po' bruscamente, e lei emise un suono di sorpresa mescolato al piacere.
"Mmm... sì," sibilò, la testa che indietreggiò contro il muro, i capelli sparsi come un'alone scuro.
La mia mano le afferrò una coscia, sollevandola più in alto, aprendola completamente a me. L'altra mano la piantai contro il muro per stabilizzarmi. Lei aprì un preservativo preso dalla tasca dei miei pantaloni, me lo infilò con gesti frenetici e mi posizionai all'entrata della sua figa, ora esposta e vulnerabile, e con un movimento deciso delle anche, mi infilai tutto dentro in un colpo solo.
«Cazzo!»gridò lei, le unghie che mi affondarono nelle spalle.
Iniziai a scoparla contro il muro con un ritmo brutale. Non c'era spazio per la gentilezza, solo per la forza pura. Il muro era freddo contro la sua schiena, un contrasto netto con il caldo dei nostri corpi in movimento. Il suono della pelle che sbatteva contro la pelle.
Slap, slap, slap.
Era ritmico e violento, echeggiando nel garage e mescolandosi alla chitarra blues che piangeva in sottofondo.
«Ancora... più forte,» sussurrò lei, il suo respiro corto e affannoso vicino al mio orecchio.
«Non trattarmi come una vent'enne, Michael. Scopami come si deve»
La presa sulle sue cosce si fece più ferrea. Le infilai il mio cazzo più a fondo possibile, sentendo le sue pareti vaginali che si contraevano attorno a me, che cercavano di trattenermi ad ogni spinta. Le sue tette grandi, libere dal reggiseno, oscillavano violentemente al ritmo delle mie spinte, e mi chinai per morderne un capezzolo, sentendolo indurire in bocca.
«Sei bellissima» le dissi, il sudore che mi colava sulla fronte.
«Sei una bellissima troia, Sara»
«Sono la tua troia,» rispose lei, gli occhi chiusi, il viso contorto in una maschera di puro godimento.
«Non smettere. Non fermarti. Mi fai sentire di nuovo giovane» mi disse
Ci staccammo dal muro. La spinsi dolcemente all'indietro, facendola cadere a sedere sul divano Chesterfield.
Mi inginocchiai tra le sue gambe. Sara mi guardava dall'alto, le labbra gonfie, il respiro corto.
«Ti voglio, Michael,» sussurrò, le dita che afferravano i miei capelli, tirandomi verso di lei.
«Torna dentro. Ti prego.»
Non aveva bisogno di ripeterlo. Mi chinai su di lei, seppellendo il viso tra i suoi seni, prendendo subito un capezzolo duro e scuro tra le labbra. Lo succhiai lentamente, mordicchiandolo, mentre B.B. King cantava il suo dolore dalle casse. Sara inarcò la schiena, le unghie che si conficcavano nelle mie spalle, lasciandomi leggeri graffi.
La mia mano scivolò lungo il suo addome. Mi alzai appena, posizionai di nuovo il mio sesso rigido e pulsante alla sua entrata. Sara lo guardò, afferrandolo alla base con una mano esperta. Mi segò per qualche istante.
«Sei un'opera d'arte,» le dissi, la voce roca, sovrastata da un assolo di Lucille.
Lei sorrise, un sorriso carico di malizia e abbandono.
Mi appoggiai alla sua entrata, godendo della sua umidità, e poi mi spinsi dentro, con una singola spinta lunga e profonda che ci unì fino alla base.
Sara gridò il mio nome, buttando la testa all'indietro sul bracciolo del divano, i capelli castani sparsi sulla pelle marrone scuro. La sensazione era devastante. Era stretta, bollente, e si muoveva con una consapevolezza che apparteneva solo a una donna che conosceva perfettamente il proprio corpo e il proprio piacere.
Iniziai a muovermi dentro di lei. Lento, all'inizio. Un ritmo cadenzato, pesante, in perfetta sincronia con la batteria del vinile che girava. Affondavo e mi ritraevo, guardandola negli occhi, vedendo il piacere esplodere sul suo viso a ogni colpo. Le nostre mani si intrecciarono, le dita incastrate l'una nell'altra, un contatto intimo quanto la penetrazione stessa.
Poi il ritmo cambiò. La sua fame prese il sopravvento. Sara sollevò le gambe, avvolgendomi i fianchi, tirandomi ancora più a fondo.
«Ti ho detto che non sono una ragazzina, Michael. Più forte...» ansimò, mordendosi il labbro.
«Michael, più forte, sì!»
Abbandonai la dolcezza. Le mie spinte diventarono decise, profonde, animalesche. Il rumore dei nostri corpi sudati che sbattevano l'uno contro l'altro riempì la stanza, coprendo quasi la musica. Baciai il suo collo sudato, succhiando la pelle, sentendo il battito frenetico del suo cuore. Ogni colpo era una scarica elettrica alla base della colonna vertebrale.
La stanza odorava di sesso, di whisky e di sudore. Lei si dimenava sotto di me, i seni che sussultavano, la voce rotta da gemiti incontrollabili.
«Sto venendo... Michael, ci sono...» gridò, stringendomi i fianchi con le cosce. Sentii le pareti del suo sesso contrarsi violentemente, per poi esplodere in un grido di piacere.
«Oohh.. siii cazzo, siii. Ah si!» ansimò, aggrappandosi con le unghie alle mie braccia. Il cuore mi batteva all'impazzata.
Il suo orgasmo mi fece perdere ogni residuo di lucidità. Le diedi tre spinte fortissime, chiudendo gli occhi e lasciandomi travolgere dall'esplosione che si scatenò nel mio bacino. Mi svuotai dentro di lei, il respiro spezzato in un ringhio strozzato contro il suo collo, mentre le note struggenti di B.B. King sfumavano verso la fine della traccia.
Crollai sul suo corpo, il petto madido di sudore incollato al suo. Rimanemmo così, intrecciati sul divano vintage, cullati solo dai nostri respiri affannosi e dal leggero, confortante fruscio della puntina arrivata alla fine del disco. Nessuno dei due disse niente per lunghi minuti. In quel garage nascosto dalla pioggia milanese, tra libri e chitarre, avevamo appena distrutto ogni regola che avevamo cercato di imporci. E, per quanto pericoloso potesse essere, non c'era nessun altro posto al mondo in cui avrei voluto trovarmi.
CONTINUA... . .
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Tornai alla mia routine, alle lezioni in università, ai caffè macchiati alle macchinette e alle pause studio in biblioteca. Ma c'era un problema: tutto mi sembrava improvvisamente sbiadito. Le ragazze della mia età, con cui fino a poco tempo prima scambiavo sguardi o battute veloci, mi apparivano quasi trasparenti, noiose. Sentivo i loro discorsi sulle dinamiche dei social, sui drammi universitari, sulle serate nei locali alla moda, e mi sembrava di ascoltare una lingua straniera.
Nella mia testa, come un disco incantato, continuava a girare l'immagine di una donna di quarantotto anni, nuda sul letto di suo figlio, che mi guardava con un misto di arroganza e fame pura.
Cercai di distrarmi tuffandomi sui libri di econometria, ma la sera, quando l'appartamento in cui vivevo si svuotava dai rumori, finivo sempre per prendere in mano la mia Fender Stratocaster. Mi sedevo sul bordo del letto, collegavo l'amplificatore e lasciavo che fossero le dita a parlare. Suonavo B.B. King, accennavo i riff viscerali di Albert King, ma soprattutto mi perdevo in Texas Flood di Stevie Ray Vaughan. Il blues era l'unica cosa che riusciva a tradurre l'urgenza e la frustrazione che mi portavo dentro. Era una musica cruda, fatta di silenzi pesanti e note tirate allo spasimo. Esattamente come mi sentivo io ogni volta che ripensavo al modo in cui Sara aveva sfiorato il pentagramma tatuato sul mio petto.
Passò un'intera settimana senza che ci sentissimo. Non un messaggio, non una chiamata. Era il nostro tacito accordo, il confine che impediva alla nostra evasione di diventare una complicazione.
Poi, arrivò il sabato pomeriggio.
Ero andato a fare un giro in un grande centro commerciale alle porte di Milano, per cercare un po' di tranquillità tra le corsie di una delle mie librerie preferite. Ero rimasto fedele al mio stile: un paio di pantaloni chino beige dal taglio pulito, una polo blu scura di un buon cotone che mi fasciava bene le spalle, e una cintura di pelle marrone elegante. Un abbigliamento semplice ma curato.
Ero appena uscito dal negozio, stringendo tra le mani il sacchetto di carta con il mio nuovo acquisto, quando la vidi.
Era ferma davanti alla vetrina di un negozio di abbigliamento sportivo.
Non c'erano luci soffuse, non c'erano calici di Pinot Nero, né seta nera a scivolarle addosso. Sara era in piena "modalità mamma". Indossava un paio di jeans dal lavaggio chiaro, sneakers bianche e un maglioncino di cotone leggero. I capelli erano raccolti in una coda morbida, sbrigativa, e il suo viso era quasi completamente struccato. Niente mascara pesante, e soprattutto, niente rossetto rosso fuoco.
Eppure, vederla così, illuminata dai neon freddi del centro commerciale, mi colpì con la stessa violenza della prima volta. Le sue labbra nude, al naturale, sembravano ancora più morbide, vulnerabili, quasi intime.
Accanto a lei c'erano Riccardo, che tirava il braccio di sua madre per entrare nel negozio, e il figlio più grande, un ragazzo sui sedici anni con l'aria annoiata di chi vorrebbe trovarsi ovunque tranne che lì.
Mi avvicinai con passo tranquillo. Fu Riccardo a notarmi per primo.
«Mamma, c'è lo zio di Leo!» esclamò il bambino, lasciando il braccio della madre.
Sara si voltò di scatto. Per un millesimo di secondo, i suoi occhi nocciola si spalancarono in un'espressione di pura sorpresa, prima di assestarsi in uno sguardo impenetrabile. Ma in quel millesimo di secondo c'era tutto: la memoria delle mie mani su di lei, il sapore della mia pelle, la stanza chiusa a chiave.
Ci fu una complicità silenziosa, un'elettricità che scoccò tra noi attraversando il rumore della folla. Nessun altro poteva vederla, ma per me era assordante.
«Ciao, campione,» risposi, battendo il cinque a Riccardo.
Poi spostai lo sguardo su di lei, sorridendo in modo composto.
«Ciao, Sara. Che combinazione.»
«Ciao, Michael,» rispose lei, con una calma impeccabile.
Passò lo sguardo sulla mia polo, registrando ogni dettaglio, per poi soffermarsi sul sacchetto della libreria.
«Pomeriggio di shopping?»
«Più che altro, una fuga per trovare qualcosa da leggere. Mi serviva staccare un po' dai manuali universitari.»
«E cos'hai comprato?» domandò, genuinamente curiosa.
Unclinò la testa di lato, un gesto che mi ricordò immediatamente la nostra cena.
Estrassi il libro dal sacchetto e glielo mostrai.
«Il Cappotto di Gogol.»
Sara corrugò appena la fronte, leggendo la copertina.
«Non credo di conoscerlo. Leggo molto, ma di solito vado sui romanzi contemporanei. La letteratura russa mi è sempre sembrata... impegnativa. Di cosa parla?»
«È più scorrevole di quanto sembri,» le spiegai, infilando le mani in tasca per evitare la tentazione di sfiorarla.
«È la storia di Akakij, un impiegato di San Pietroburgo incredibilmente povero e insignificante. Passa la vita a essere ignorato e deriso da tutti, finché un giorno non decide di sacrificare ogni singolo centesimo per farsi cucire un cappotto nuovo, su misura, costosissimo e bellissimo.»
Sara mi ascoltava in silenzio. Il figlio più grande continuava aguardare il telefono e, come sempre, non stava prestando attenzione.
«E poi?» chiese lei.
«Poi il cappotto cambia tutto. Per un giorno, la società inizia a rispettarlo. I colleghi lo invitano a cena, la gente lo guarda con ammirazione. Sembra che quel pezzo di stoffa gli abbia comprato la dignità. Ma la stessa notte, mentre torna a casa, viene rapinato e glielo rubano. E così l'impiegato muore, un po' per il freddo e un po' per la disperazione, tornando a essere invisibile.»
Feci una piccola pausa, sostenendo il suo sguardo.
«È un libro bellissimo. Quindi parla di come la società sia indifferente verso chi non ha nulla, giusto?»
«Si esatto, alienazione burocratica» Risposi.
Quando finii di parlare, ci fu un momento di silenzio. Sara mi guardava con un'espressione nuova, un misto di stupore e profondo rispetto. Potevo leggere nei suoi occhi che aveva appena aggiunto un altro tassello al puzzle che ero per lei. L'idea di un ragazzo di ventiquattro anni, curato, che al sabato pomeriggio non era rintanato in un bar a sbronzarsi ma comprava letteratura russa per puro piacere personale, la stava affascinando in un modo del tutto slegato dalla sola attrazione fisica.
Poi, con un guizzo di genialità materna e sadica ironia, Sara si voltò verso il figlio più grande.
«E tu prendi appunti,» gli disse, con un tono severo ma velato di sarcasmo.
Il ragazzo la guardò, perplesso.
«Cosa c'entro io adesso?»
«C'entri, perché invece di stare tutto il giorno rintanato in camera tua, incollato a quella PlayStation a rincoglionirti di partite online, dovresti prendere spunto da ragazzi come Michael. Che studia, si veste bene e ha perfino argomenti di conversazione intelligenti.»
A quella parola — PlayStation — il mio cervello subì un cortocircuito.
Abbassai lo sguardo per una frazione di secondo, mordendomi l'interno della guancia per impedire al mio viso di tradirmi. La scatola vuota dietro lo schermo del computer. I preservativi nascosti. Il letto cigolante in quella maledetta stanza.
Quando rialzai gli occhi, incrociai quelli di Sara. Lei manteneva un'espressione severa verso il figlio, ma i suoi occhi nocciola brillavano di una luce diabolica. Aveva usato quella frase di proposito. Sapeva perfettamente che significato avesse per me la parola PlayStation, ma la stava usando con una freddezza e una faccia tosta tali da farmi impazzire.
«Mamma, che palle,» sbuffò il ragazzo, rimettendosi le cuffiette nelle orecchie e tornando a fissare lo schermo del cellulare.
Una scossa di pura adrenalina scorrermi lungo la spina dorsale.
«Beh, io vi lascio ai vostri acquisti sportivi,» dissi, schiarendomi la voce per dissimulare il sorriso che premeva contro le mie labbra. Rimisi il libro nel sacchetto.
«È stato un piacere rivedervi. Ciao Riccardo.»
«Ciao Michael!»
«Buona lettura, allora,» mormorò Sara.
Il suo tono era tornato educato, distante, perfetto per le orecchie dei suoi figli. Ma quando i nostri sguardi si incrociarono un'ultima volta prima di voltarci le spalle, mi lanciò un messaggio fin troppo chiaro.
Non avevamo bisogno di scriverci. Non avevamo bisogno di chiederci niente.
Il secondo round non era una possibilità. Era una certezza. E stava per arrivare molto prima di quanto pensassi.
Mercoledì sera. Fuori pioveva, una di quelle piogge milanesi sottili e insistenti che ti fanno passare la voglia di uscire. Ero sdraiato sul letto, con il portatile appoggiato sulle ginocchia, a rileggere per la terza volta gli stessi appunti di statistica.
Lo schermo del telefono si illuminò sul comodino.
Allungai la mano distrattamente, ma quando lessi il nome sul display, sentii un tonfo sordo alla bocca dello stomaco.
Sara:"Ho sequestrato la scatola della PlayStation. Giusto per assicurarmi che non contenga altre sorprese."
Sorrisi, un sorriso lento e istintivo nel buio della mia stanza. Posai il portatile e presi il telefono con entrambe le mani.
«Saggia decisione. L'imprudenza dei giovani d'oggi è una piaga sociale.»
Sara:"Non me ne parlare. Anche se devo ammettere che a volte... l'imprudenza ha i suoi vantaggi."
Iniziò così. Pensavo che ci saremmo scambiati due battute taglienti per poi arrivare subito al punto, per fissare un altro incontro clandestino basato solo su quell'urgenza carnale che ci aveva travolti. E invece, senza rendercene conto, facemmo un errore madornale. Iniziammo a parlare davvero.
Nei due giorni successivi, la nostra chat divenne un filo invisibile e costante che ci teneva legati. Mi scrisse che il suo ex marito avrebbe preso i ragazzi per tutto il fine settimana.
Sara:"Li porta in gita in Trentino. Partono venerdì pomeriggio e tornano domenica sera. È un padre molto presente, su questo non posso dirgli assolutamente nulla. I ragazzi lo adorano."
«E come marito?»
Fu una domanda azzardata, lo sapevo. Stavo superando il confine del "puro svago". Ma la risposta tardò qualche minuto, e quando arrivò, capii che anche lei aveva abbassato le difese.
Sara:"Come marito era diventato un coinquilino."
Parlammo per ore. Io, con i miei ventiquattro anni, le raccontai delle pressioni dell'università, del fatto che mi sentissi spesso fuori sincrono rispetto ai miei coetanei, del mio bisogno di ritagliarmi spazi di solitudine. Lei mi parlò di come avesse dovuto ricostruire la sua identità pezzo per pezzo, di come a quarantotto anni la società si aspetti che tu sia una madre rassicurante e nulla più, e di quanto fosse frustrante dover nascondere la propria parte più viva e selvaggia.
Senza dircelo esplicitamente, stavamo scivolando in un territorio pericoloso. La complicità mentale stava facendo da amplificatore a un desiderio fisico che era già di per sé fuori scala. Continuavo a desiderarla disperatamente, ma ora non volevo solo spogliarla: volevo ascoltarla. E per un rapporto che doveva essere solo evasione, questo era l'errore più bello e letale che potessimo commettere. Il rischio che quell'attrazione si trasformasse in qualcosa di impossibile da gestire alla luce del sole stava diventando concreta.
Giovedì sera, la conversazione si fermò. Sara era online, ma non scriveva. Aveva steso le sue carte: il weekend era libero, la casa era vuota. Ora toccava a me. Era una donna, non una ragazzina, e pretendeva che fossi io a prendere in mano la situazione.
Non la delusi.
«Domani sera tieniti libera. Passo a prenderti alle 21:00.»
Sara:"Agli ordini. Qual è il dress code?"
«Niente tacchi a spillo stasera. Mettiti comoda. Ti porto nel mio mondo.»
Venerdì sera, spaccando il minuto, accostai la macchina davanti al suo portone. L'aria era fresca dopo la pioggia dei giorni precedenti.
La vidi uscire dal palazzo e, ancora una volta, mi lasciò senza fiato, ma in un modo completamente diverso. Niente seta, niente abiti formali. Indossava un paio di jeans neri aderenti che le fasciavano le gambe alla perfezione, stivaletti bassi e una giacca leggera marroncina sopra una maglietta bianca con uno scollo a V. I capelli erano sciolti, leggermente mossi, e il trucco era marcato solo sugli occhi, con un po' di matita scura. Sulle labbra, stavolta, aveva solo un gloss trasparente che le rendeva carnose e morbide.
Aprì la portiera e salì, portando con sé la sua solita fragranza agrumata.
«Ciao,» disse, chiudendo lo sportello e girandosi verso di me.
Il modo in cui mi guardò cambiò l'atmosfera nell'abitacolo in un secondo. Dopo giorni passati a scriverci e a denudarci mentalmente, ritrovarci fisicamente nello stesso spazio chiuso fu un impatto devastante. L'aria divenne improvvisamente troppo densa. Non eravamo più due sconosciuti attratti l'uno dall'altra; eravamo Michael e Sara.
«Sei bellissima,» mi uscì dalla bocca, senza filtri. Non era una frase fatta per portarmela a letto, era un dato di fatto oggettivo che il mio cervello sentì il bisogno di comunicare.
Sara sorrise, un sorriso che le arrivò fino agli occhi, ammorbidendo la sua espressione sicura di sé.
«Anche tu, non sei male, per essere uno che mi ha fatto aspettare fino a giovedì sera per invitarmi a uscire.»
«Dovevo preparare il terreno,» ribattei, ingranando la prima e immettendomi nel traffico serale.
«E sentiamo, dove mi porti?» chiese, appoggiando la testa al sedile e guardandomi guidare.
«Non ti piace cass mia stasera? Anche se ho i preservativi nuovi, ci tengo a precisarlo.»
Risi, sentendo una fitta all'inguine solo a immaginarla di nuovo sopra di me.
«No, non andiamo da te. L'ultima volta mi hai mostrato come sei quando hai il controllo della situazione in casa tua. Stasera giochiamo in trasferta.»
«Mh. Misterioso. Mi piace,» sussurrò lei. Allungò una mano e, con una naturalezza disarmante, la appoggiò sulla mia coscia destra. Non la strinse, non fece nulla di esplicito; lasciò semplicemente le sue dita lì, calde attraverso il tessuto dei jeans, vicino al mio ginocchio, mentre io cambiavo marcia. Quel contatto bastò a farmi salire il sangue alla testa. Il desiderio bruciava sotto pelle, ma questa volta c'era una strana e bellissima calma in quel fuoco. Sapevamo entrambi come sarebbe andata a finire.
Guidai per circa dieci minuti. Mi accostai davanti a una serranda di un garage, quello di mio padre che è diventato praticamente il mio rifugio musicale.
Sara guardò fuori dal finestrino, poi si voltò verso di me con un sopracciglio sollevato, divertita e vagamente perplessa.
«Un garage?,» commentò, incrociando le braccia al petto.
«Dimmi, Michael, è qui che porti le tue conquiste per farle a pezzi e nasconderne i resti, o devo aspettarmi un giro su una moto d'epoca?»
Sorrisi, tirando il freno a mano.
«Figa, mi sa che guardi un po' troppi film tu» scoppiammo a ridere
«Comununque no... molto meglio di una moto d'epoca,» risposi, estraendo dal giubbotto un mazzo di chiavi.
«Seguimi. E preparati, perché stai per entrare nel mio vero rifugio.»
Non alzai la serranda metallica. La aggirai, guidando Sara verso una massiccia porta di ferro sul retro, mezza nascosta dall'ombra del cortile. Infilai la chiave nella serratura, che scattò con un rumore sordo e metallico, e spinsi la porta.
«Benvenuta a casa,» mormorai, facendola passare.
Appena entrammo, premetti l'interruttore sul muro. Non ci fu nessuna luce fredda da neon a invadere lo spazio, ma un bagliore caldo, color ambra, emanato da una serie di lampade a terra e vecchie lampadine a bulbo Edison con il filamento a vista.
Sara fece un paio di passi avanti e si bloccò, guardandosi attorno in silenzio. Il respiro le si mozzò per una frazione di secondo.
Non era un semplice garage, era un santuario. L'odore era inconfondibile: carta vecchia, legno stagionato, tabacco dolce e un sentore lontano di cera per strumenti. Al centro della stanza c'era un divano Chesterfield in pelle marrone, consumato dal tempo, con davanti un baule da viaggio trasformato in tavolino. Su un lato, illuminate come opere d'arte, riposavano le mie quattro chitarre sui loro stand, e accanto a loro, imponente e lucidissimo, il sax baritono in ottone di mio padre. Il pezzo più pregiato in assoluto. Un Mark VI. Mio padre lo usava per suonare con il suo piccolo gruppo fino a una decina di anni fa. Girando per l'italia.
Ma fu la parete di destra a catturare l'attenzione di Sara. Non c'era nessuna libreria. Centinaia di libri erano accatastati direttamente sul pavimento, formando torri irregolari e precarie che salivano verso il soffitto, un disordine calcolato di classici, saggi, romanzi e manuali di musica molto vecchi, ingialliti. Volumi mai letti, apparte qualche eccezione. Messi li solo per decorazione. Nell'angolo opposto, su un mobiletto in legno massello, troneggiava il giradischi vintage di mio padre circondato da pile di vinili, dominati dalle copertine di B.B. King. E a vegliare su tutto, appesi alle pareti di mattoni grezzi, c'erano due quadri in bianco e nero: uno ritraeva proprio B.B. King con la sua "Lucille", ( L'idolo di mio padre ) l'altro Stevie Ray Vaughan immerso nel fumo del palcoscenico. ( questo inveve era il mio idolo, ma amavo entrambi )
«Michael...» sussurrò Sara, sfilandosi lentamente la giacca. Si voltò verso di me, gli occhi nocciola spalancati e lucidi nel riverbero ambrato.
«È... bellissimo.»
«È l'unico posto in cui non devo fingere di essere niente di diverso da ciò che sono,» risposi, prendendole la giacca dalle mani per appoggiarla su una sedia.
Mi avvicinai al tavolino accanto al giradischi, dove tenevo una bottiglia di Lagavulin e due bicchieri di cristallo basso, affiancati da un humidor in cedro per i sigari. Versai due dita di whisky puro per entrambi. Le porsi il bicchiere. Lei lo prese, sfiorandomi le dita, e bevve un piccolo sorso, socchiudendo gli occhi mentre il calore torbato le scendeva in gola.
«Mio dio... è fortissimo»
«Ti avevo fatto una promessa,» le dissi, posando il mio bicchiere intatto.
Andai verso l'angolo degli strumenti. Presi la mia Fender Stratocaster, quella con il manico in acero e il corpo graffiato dagli anni. Dallo stand del microfono staccai un cappello a tesa larga, nero, stile bolero, e me lo calcai in testa, abbassandolo leggermente sugli occhi in omaggio assoluto a Stevie. Collegai il jack all'amplificatore e feci partire una base ritmica, lenta e soffusa, dal computer nascosto dietro le casse.
«Siediti,» le dissi dolcemente.
Sara ubbidì, sprofondando nella pelle scura del divanetto vintage. Accavallò le gambe, il tessuto aderente dei jeans che si tese sulle sue cosce, e appoggiò il mento su una mano, fissandomi con un'attenzione assoluta.
Chiusi gli occhi per un istante, sintonizzandomi con il ritmo lento della batteria, poi feci scivolare le dita sulle corde.
Lenny.
Non era un pezzo per mettersi in mostra. Era una dichiarazione. La melodia nacque dolcissima, eterea. Usai la leva del vibrato per far letteralmente piangere gli accordi, creando quel suono liquido, cristallino e incredibilmente malinconico che Vaughan aveva scritto per sua moglie. Era una canzone che non aggrediva, ma accarezzava. Ogni bending, ogni nota scivolata era un sospiro.
Mentre suonavo, alzai lo sguardo da sotto la tesa del cappello e lo incatenai al suo. Sara era ipnotizzata. Vedevo il suo petto alzarsi e abbassarsi a un ritmo diverso, il gloss sulle sue labbra brillare nella penombra. Non era più la donna dominatrice e sarcastica di pochi giorni prima; era nuda, vulnerabile di fronte a quella melodia che le stava toccando corde che probabilmente nessuno sfiorava da anni. Quando l'ultima nota lunga sfumò nel silenzio del riverbero, sentii l'aria tra noi vibrare.
Mi tolsi il cappello, lo appoggiai sul manico della chitarra e misi via lo strumento. Mi andai a sedere accanto a lei sul divano.
«Non ho parole,» sussurrò Sara, la voce roca e carica di emozione.
«Sei... sei un disastro per il mio autocontrollo, Michael.»
«Era solo un po' di blues, te l'ho detto che lo avresti apprezzato» sorrisi, prendendo il mio bicchiere di whisky e avvicinandomi a lei.
«Non mentire a una donna che ha il doppio della tua età. Quello non era solo blues. Era un modo per farmi cedere definitivamente»
Passammo un'ora a parlare, sprofondati l'uno verso l'altra. Il whisky sciolse l'ultima resistenza razionale. Parlammo dei libri impilati a terra, del sax di mio padre, del suo divorzio, delle mie paure sul futuro. Le nostre ginocchia si cercarono, sfiorandosi. La sua mano si posò sulla mia spalla, il pollice che tracciava linee lente alla base del mio collo. Il suo profumo agrumato ora si fondeva con l'odore del tabacco, della pelle del divano e del malto torbato, creando una miscela inebriante. Eravamo due generazioni diverse, ma in quella stanza il tempo si era annullato. Eravamo solo un uomo e una donna, carichi di una tensione emotiva che stava per far saltare le valvole.
«Aspetta,» le sussurrai, posando il bicchiere vuoto.
Mi alzai lentamente. Andai verso il giradischi, sfilai un vinile dalla custodia consumata e lo posizionai sul piatto. Abbassai la puntina con estrema delicatezza. Il crepitio analogico e polveroso riempì la stanza, seguito un secondo dopo dal giro di basso lento, cadenzato e iconico. E poi, i violini disperati e la chitarra piangente di B.B. King.
The Thrill is Gone.
Ma per noi, il brivido stava appena iniziando.
Quando mi voltai, Sara si era alzata dal divano. Era lì, in piedi in mezzo alla stanza, illuminata dalla luce calda. Non disse una parola. Fece un passo verso di me, poi un altro, finché non ci trovammo a un centimetro di distanza. Alzò il viso verso il mio. I suoi occhi erano scuri, liquidi, colmi di una fame che non aveva più niente di ironico o di testardo. Era puro desiderio viscerale.
Le presi il viso tra le mani e la baciai.
Non ci fu urgenza rabbiosa come la prima volta nel corridoio buio. Fu un bacio lento, profondo, che sapeva di whisky e di promesse mantenute. Le nostre lingue si intrecciarono al ritmo del blues che riempiva la stanza. Un gemito basso vibrò nella sua gola quando feci scivolare le mani lungo la schiena, stringendola contro di me. Il calore del suo corpo attraverso la maglietta bianca mi incendiò il sangue.
Afferrai i lembi della maglia e la sfilai, gettandola sul pavimento di legno, su una pila di libri. Il suo seno, trattenuto da un reggiseno nero in pizzo leggero, si sollevò violentemente. La pelle dorata del suo décolleté risplendeva sotto la luce calda. Ci spogliammo completamente, li in piedi. La spinsi verso l'unica parete completamente libera. Infilai due dita dentro di lei, ma non serviva, era già fradicia.
«mmh, sii» Sibilò, la testa che indietreggiò fino a sbattere delicatamente contro il muro.
La sollevai con facilità, le sue gambe che si avvolsero istintivamente attorno alla mia vita. Mi alzai dal divano, tenendola saldamente, e la portai verso la parete più vicina, quella libera da attrezzi. La spinsi contro il muro, un po' bruscamente, e lei emise un suono di sorpresa mescolato al piacere.
"Mmm... sì," sibilò, la testa che indietreggiò contro il muro, i capelli sparsi come un'alone scuro.
La mia mano le afferrò una coscia, sollevandola più in alto, aprendola completamente a me. L'altra mano la piantai contro il muro per stabilizzarmi. Lei aprì un preservativo preso dalla tasca dei miei pantaloni, me lo infilò con gesti frenetici e mi posizionai all'entrata della sua figa, ora esposta e vulnerabile, e con un movimento deciso delle anche, mi infilai tutto dentro in un colpo solo.
«Cazzo!»gridò lei, le unghie che mi affondarono nelle spalle.
Iniziai a scoparla contro il muro con un ritmo brutale. Non c'era spazio per la gentilezza, solo per la forza pura. Il muro era freddo contro la sua schiena, un contrasto netto con il caldo dei nostri corpi in movimento. Il suono della pelle che sbatteva contro la pelle.
Slap, slap, slap.
Era ritmico e violento, echeggiando nel garage e mescolandosi alla chitarra blues che piangeva in sottofondo.
«Ancora... più forte,» sussurrò lei, il suo respiro corto e affannoso vicino al mio orecchio.
«Non trattarmi come una vent'enne, Michael. Scopami come si deve»
La presa sulle sue cosce si fece più ferrea. Le infilai il mio cazzo più a fondo possibile, sentendo le sue pareti vaginali che si contraevano attorno a me, che cercavano di trattenermi ad ogni spinta. Le sue tette grandi, libere dal reggiseno, oscillavano violentemente al ritmo delle mie spinte, e mi chinai per morderne un capezzolo, sentendolo indurire in bocca.
«Sei bellissima» le dissi, il sudore che mi colava sulla fronte.
«Sei una bellissima troia, Sara»
«Sono la tua troia,» rispose lei, gli occhi chiusi, il viso contorto in una maschera di puro godimento.
«Non smettere. Non fermarti. Mi fai sentire di nuovo giovane» mi disse
Ci staccammo dal muro. La spinsi dolcemente all'indietro, facendola cadere a sedere sul divano Chesterfield.
Mi inginocchiai tra le sue gambe. Sara mi guardava dall'alto, le labbra gonfie, il respiro corto.
«Ti voglio, Michael,» sussurrò, le dita che afferravano i miei capelli, tirandomi verso di lei.
«Torna dentro. Ti prego.»
Non aveva bisogno di ripeterlo. Mi chinai su di lei, seppellendo il viso tra i suoi seni, prendendo subito un capezzolo duro e scuro tra le labbra. Lo succhiai lentamente, mordicchiandolo, mentre B.B. King cantava il suo dolore dalle casse. Sara inarcò la schiena, le unghie che si conficcavano nelle mie spalle, lasciandomi leggeri graffi.
La mia mano scivolò lungo il suo addome. Mi alzai appena, posizionai di nuovo il mio sesso rigido e pulsante alla sua entrata. Sara lo guardò, afferrandolo alla base con una mano esperta. Mi segò per qualche istante.
«Sei un'opera d'arte,» le dissi, la voce roca, sovrastata da un assolo di Lucille.
Lei sorrise, un sorriso carico di malizia e abbandono.
Mi appoggiai alla sua entrata, godendo della sua umidità, e poi mi spinsi dentro, con una singola spinta lunga e profonda che ci unì fino alla base.
Sara gridò il mio nome, buttando la testa all'indietro sul bracciolo del divano, i capelli castani sparsi sulla pelle marrone scuro. La sensazione era devastante. Era stretta, bollente, e si muoveva con una consapevolezza che apparteneva solo a una donna che conosceva perfettamente il proprio corpo e il proprio piacere.
Iniziai a muovermi dentro di lei. Lento, all'inizio. Un ritmo cadenzato, pesante, in perfetta sincronia con la batteria del vinile che girava. Affondavo e mi ritraevo, guardandola negli occhi, vedendo il piacere esplodere sul suo viso a ogni colpo. Le nostre mani si intrecciarono, le dita incastrate l'una nell'altra, un contatto intimo quanto la penetrazione stessa.
Poi il ritmo cambiò. La sua fame prese il sopravvento. Sara sollevò le gambe, avvolgendomi i fianchi, tirandomi ancora più a fondo.
«Ti ho detto che non sono una ragazzina, Michael. Più forte...» ansimò, mordendosi il labbro.
«Michael, più forte, sì!»
Abbandonai la dolcezza. Le mie spinte diventarono decise, profonde, animalesche. Il rumore dei nostri corpi sudati che sbattevano l'uno contro l'altro riempì la stanza, coprendo quasi la musica. Baciai il suo collo sudato, succhiando la pelle, sentendo il battito frenetico del suo cuore. Ogni colpo era una scarica elettrica alla base della colonna vertebrale.
La stanza odorava di sesso, di whisky e di sudore. Lei si dimenava sotto di me, i seni che sussultavano, la voce rotta da gemiti incontrollabili.
«Sto venendo... Michael, ci sono...» gridò, stringendomi i fianchi con le cosce. Sentii le pareti del suo sesso contrarsi violentemente, per poi esplodere in un grido di piacere.
«Oohh.. siii cazzo, siii. Ah si!» ansimò, aggrappandosi con le unghie alle mie braccia. Il cuore mi batteva all'impazzata.
Il suo orgasmo mi fece perdere ogni residuo di lucidità. Le diedi tre spinte fortissime, chiudendo gli occhi e lasciandomi travolgere dall'esplosione che si scatenò nel mio bacino. Mi svuotai dentro di lei, il respiro spezzato in un ringhio strozzato contro il suo collo, mentre le note struggenti di B.B. King sfumavano verso la fine della traccia.
Crollai sul suo corpo, il petto madido di sudore incollato al suo. Rimanemmo così, intrecciati sul divano vintage, cullati solo dai nostri respiri affannosi e dal leggero, confortante fruscio della puntina arrivata alla fine del disco. Nessuno dei due disse niente per lunghi minuti. In quel garage nascosto dalla pioggia milanese, tra libri e chitarre, avevamo appena distrutto ogni regola che avevamo cercato di imporci. E, per quanto pericoloso potesse essere, non c'era nessun altro posto al mondo in cui avrei voluto trovarmi.
CONTINUA... . .
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