Questione di sguardi - Capitolo 4

scritto il 2026-06-01 tempo di lettura 20 min

di
genere
etero
cura
A+

Dopo esserci ripresi e rilassati, accompagnai Sara a casa, ma il viaggio di ritorno fu silenzioso. C'era solo il rumore dei tergicristalli che spazzavano via la pioggia dal parabrezza. L'abitacolo era saturo degli odori di quella serata: il malto torbato del Lagavulin, il profumo denso, inequivocabile, del sesso che ci aveva appena travolti. Sara teneva la testa appoggiata al finestrino, guardando le luci arancioni dei lampioni di Milano scorrere via. Aveva un'espressione rilassata. Quando accostai davanti al suo portone, spensi il motore e mi voltai a guardarla, aspettandomi il solito congedo rapido, quello di chi non vuole concedere aperture e lasciare tutto fuori. Invece, non scese subito. Si voltò verso di me, sfilandosi una ciocca di capelli dal viso.
«I ragazzi sono via fino a domenica sera,» disse, la voce ancora leggermente roca. I suoi occhi mi guardavano con una calma e un desiderio che nascondeva un invito precisissimo.

«Domani a pranzo. Cucinare è una delle poche cose che mi rilassa davvero, e non ho voglia di farlo solo per me.»
Non era una proposta per un altro appuntamento al buio. Era un invito diretto. Di giorno. A casa sua.
«A che ora?» risposi semplicemente.
Sara sorrise, un sorriso piccolo ma che le illuminò il viso.
«All'una. Non fare tardi.»
Si slacciò la cintura e si sporse verso di me, dandomi un semplicissimo bacio a stampo. «Allora, a domani.»
«A domani, ore tredici. Ricevuto.»

Quella sera passai gran parte della notte pensando a lei, pensando a tutti gli scenari possibili che sarebbero potuti accadere tra noi. In realtà stavo solo fantasticando, non poteva essere di più di una scappatella clandestina.

Il giorno dopo, quando suonai il campanello del suo appartamento, ero più agitato del solito, ma cercai di tenere tutto dentro.
Sara mi aprì tranquilla e rilassata. Sapeva mantenere il controllo a differenza mia. Indossava un paio di pantaloni della tuta grigi, morbidi e aderenti al punto giusto, e una maglietta nera, leggermente attillata, che scolpiva bene le sue forme. Era scalza. Niente trucco, i capelli raccolti in una coda disordinata da cui sfuggiva qualche ciocca ribelle. Eppure, in quella sua versione casalinga, mi sembrò ancora più seducente che con i tacchi e un abito da sera.

«Puntuale,» commentò, facendosi da parte per farmi entrare.
«Odio chi fa aspettare,» risposi, chiudendo la porta alle mie spalle.
L'appartamento, inondato dalla luce fredda di una classica giornata milanese. Dalla cucina a vista arrivava un profumo inebriante di un ragù fatto in casa. Questa volta non c'era nel il Jazz del locale, né il Blues del vecchio giradischi. Si sentivano solo il profumo e il rumore delle pentole sui fornelli. Mi tolsi la giacca, rimanendo con i miei jeans scuri e una semplice maglietta a maniche corte aderente, e la seguii in cucina. La tavola era già apparecchiata per due, con tovaglioli di lino e un paio di calici. Quella normalità stonava con i nostri ultimi incontri e mi fece sentire ancor più fuori luogo. Stavo camminando sul filo del rasoio: il confine tra la pura evasione e la quotidianità domestica si stava assottigliando sempre di più, e la cosa peggiore era che in fondo ci speravo.

Mi appoggiai allo stipite della porta, incrociando le braccia, e rimasi a guardarla mentre si muoveva tra i fornelli. Poi prese una bottiglia di Ribolla Gialla dal frigo, versò due calici e me ne porse uno, senza dire una parola. Bevvi un sorso, gustando il sapore fresco e minerale del vino, mentre lei tornava a controllare la pentola con il sugo. Sul fuoco accanto, una grande pentola d'acqua aveva appena iniziato a bollire con rabbia, sollevando nuvole di vapore che le inumidivano i capelli vicino alla nuca. Sara prese un pacco di paccheri artigianali e li versò nell'acqua bollente. Diede una mescolata con il cucchiaio di legno, poi prese il suo telefono dal bancone dell'isola e impostò il timer.

«Tredici minuti,» mormorò, più a se stessa che a me.
Posò il cucchiaio e si allontanò dai fornelli. Fece un paio di passi e si appoggiò con la pancia contro il bordo di marmo freddo del lavandino, davanti alla grande finestra che dava sui tetti del quartiere. Sospirò piano, incrociando le caviglie l'una sull'altra, godendosi per un istante il tepore della cucina e la vista della città. Il silenzio in quella stanza era denso, pesante, carico di un'elettricità diversa da quella del garage. Era un'attesa dilatata. La guardai da dietro: la linea morbida del collo scoperta, la curva dei fianchi segnata dal tessuto leggero dei pantaloni. Sentii una pressione prepotente irradiarsi dal basso ventre. Il cuore accelerò i battiti, pompando un mix di possesso e puro desiderio.

Posai il calice sul tavolo, senza fare rumore. Accorciai la distanza che ci separava in tre passi lenti. Mi fermai dietro di lei. Potevo sentire il calore del suo corpo emanare attraverso la maglietta.
Le passai entrambe le braccia attorno alla vita e mi incollai alla sua schiena. Sara non sussultò; si limitò a piegare la testa all'indietro, appoggiandola contro la mia spalla. Chinai il mio viso nell'incavo del suo collo, inspirando l'odore del suo bagnoschiuma mescolato a quello del basilico e della sua pelle calda. Feci scivolare lentamente le mani verso il basso, accarezzandole il ventre piatto sopra il tessuto, per poi scendere lungo i fianchi. Afferrai i suoi glutei, stringendoli con forza, sentendo quel culo morbido riempirmi i palmi. Sara spinse il bacino all'indietro, premendosi esattamente contro l'erezione dura che premeva già contro la cerniera dei miei jeans. Un gemito basso le morì in gola.

Avvicinai le labbra al suo orecchio. Sentivo il vapore della pentola mescolarsi al nostro respiro.
«Ce la fai a svuotarmi in tredici minuti?» le sussurrai, la voce carica di desiderio.
Sara non smise di guardare fuori dalla finestra. Un sorriso lento, incredibilmente malizioso, le incurvò le labbra. Girò appena il viso verso di me, quel tanto che bastava per far sfiorare le nostre bocche, e con il suo solito sarcasmo mi rispose in un soffio.
«Anche più di una volta.»
Quella risposta fu la scintilla che fece saltare definitivamente le barriere. Non le diedi il tempo di fare altro. Le afferrai il bordo dei pantaloni della tuta, agganciando anche il tessuto sottile degli slip, e li tirai giù con forza, facendoli scivolare lungo le sue gambe fino al pavimento. Con un movimento altrettanto rapido, sbottonai i miei jeans e li abbassai, liberando la mia erezione.
​Sara capì immediatamente le mie intenzioni. Non si voltò. Allargò leggermente le gambe e si piegò in avanti, appoggiando gli avambracci sul marmo gelido del lavandino. Inarcò la schiena in una curva perfetta, offrendosi completamente a me, esposta alla luce chiara della finestra che inondava la cucina.

​Mi feci avanti, le afferrai i fianchi con entrambe le mani per tenerla salda contro di me. Sentivo il suo respiro accelerare. Era già fradicia. Mi allineai alla sua entrata e mi spinsi dentro di lei con un'unica spinta.
​Sara gettò la testa all'indietro, i capelli scompigliati che mi sfiorarono il viso, e un gemito le sfuggì dalla bocca.
«Aahh! Sìì!»
L'impatto fu travolgente. Entrai in lei senza troppa fatica, scivolai dentro di lei in meno di un secondo.
​«Cristo, Sara...» sussurrai contro il suo orecchio, il respiro spezzato, mentre iniziavo a ritrarmi per poi affondare di nuovo.
​Iniziai con un ritmo lento, per farle sentire ogni singolo centimetro che la riempiva. Ma la sua reazione — il modo in cui spinse il bacino all'indietro per cercare un contatto ancora più profondo — cancellò ogni mia intenzione di mantenere il controllo.

​Abbandonai ogni freno. Il ritmo diventò pesante. Il suono umido e inequivocabile dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro riempì la cucina, mescolandosi al rumore rabbioso dell'acqua che bolliva sui fornelli a pochi passi da noi. Ogni mia spinta era così forte da sollevarla quasi sulle punte dei piedi; lei si aggrappò con forza sul bordo del davanzale di marmo per non perdere l'equilibrio sotto i miei colpi.
​Spostai una mano dai suoi fianchi, caricai il colpo senza rendermi conto della forza con cui stavo per sferrare quello schiaffo. Un CIAF deciso e forte riempì la stanza. Stampai la mia mano aperta sulla sua chiappa destra.
«Ahii!» esclamò lei, girando la testa verso di me. «Ti credevo un gentiluomo.»
«Non ho resistito, mi dispiace. Questo culo desiderava una sculacciata da troppo tempo.»
Presi la sua coda, stringendo la presa. Le tirai delicatamente la testa all'indietro per esporre la linea del collo. Vi affondai i denti, mordicchiandole la pelle sudata, succhiandola mentre sentivo il battito impazzito della sua giugulare contro le mie labbra. Con l'altra mano scivolai lungo il suo addome contratto, raggiungendo il centro del suo piacere per accarezzarla seguendo il ritmo implacabile delle mie spinte.

​A quel doppio stimolo, Sara andò in cortocircuito.
«Sì... oh cazzo, Michael, sì! Così! Così! Così!» gridò, perdendo definitivamente ogni compostezza e dignità.

Mi sfilai da lei di scatto, presi i suoi fianchi facendola girare, e la spinsi con la schiena contro il bordo del davanzale di marmo. Sara emise un piccolo sospiro sorpreso, ma non fece un passo indietro. Anzi, piantò le mani sul davanzale dietro di sé, inarcando la schiena e offrendosi al mio sguardo.
Feci scivolare le mani sotto l'orlo della sua maglietta. La sua pelle era bollente. Gliela sfilai dalla testa in un unico movimento, gettandola senza curarmene su una sedia vicina. Sotto, non indossava il reggiseno. I suoi seni, pieni e perfetti, si sollevavano al ritmo del suo respiro accelerato, i capezzoli erano già tesi.

Fu in quel momento che incrociai il suo sguardo. E mi bloccai per una frazione di secondo. C'era un bisogno disperato in quelle iridi, una connessione invisibile che andava ben oltre la semplice urgenza fisica. Stava crollando ogni barriera. Non mi stava guardando come uno svago per sfuggire alla noia del divorzio; mi stava guardando come l'unica cosa di cui avesse bisogno in quel momento.
Le presi il viso tra le mani, i pollici che le accarezzavano gli zigomi, e la baciai. Un bacio profondo, le sue labbra sapevano di Ribolla Gialla e di desiderio trattenuto. Lei rispose aprendo la bocca, la sua lingua che cercava la mia con una fame disperata, le sue mani che scivolavano tra i miei capelli per tirarmi ancora più vicino.

Senza interrompere il bacio, le afferrai le cosce e la sollevai. Sara capì al volo: si diede una piccola spinta e si sedette sul davanzale di marmo, proprio accanto al lavandino.

Ora era completamente nuda davanti a me, le gambe divaricate, esposta alla luce cruda e chiara del sabato mattina.

Mi inginocchiai sul pavimento, posizionandomi tra le sue cosce aperte. Il profumo del sugo sui fornelli e il vapore dell'acqua che bolliva a pochi passi da noi si mescolarono all'odore intenso, dolce e pungente della sua intimità. Era già fradicia.
Quando appoggiai le labbra su di lei, Sara sussultò violentemente. Iniziai a lavorarla con la lingua. Prima lentamente, assaporandola, tracciando i contorni del suo sesso con precisione, poi in modo sempre più insistente.

Le sue mani scesero a stringermi le spalle, le unghie che mi graffiavano attraverso la maglietta.
«Cristo, Michael... così,» ansimò, la voce che tremava in un modo che non le avevo mai sentito prima. I suoi fianchi si muovevano contro la mia bocca, assecondando ogni mio movimento, cercando un attrito maggiore. Tremava. Tutta la sua muscolatura era in tensione, percorsa da scosse incontrollabili.
Mentre la mia lingua affondava e scivolava su di lei, mi resi conto di una verità: era troppo eccitata. La reazione del suo corpo, l'abbandono totale, i suoni spezzati che le uscivano dalla gola... non era roba da scappatella clandestina. Nessuna donna si affida in questo modo, con questa intensità, a qualcuno che considera solo un passatempo. E il problema, era che io provavo esattamente la stessa cosa.

Mi alzai di scatto. I miei polmoni bruciavano d'aria e di desiderio. Non volevo solo farla godere, avevo bisogno di sentirla intorno a me.
Feci un passo avanti, incastrandomi perfettamente tra le sue gambe aperte. Sara mi prese per i fianchi, tirandomi verso di sé. Non ci fu bisogno di prepararla ulteriormente.
La guardai negli occhi, le afferrai i glutei per tenerla ferma contro il marmo, e mi spinsi dentro di lei con un'unica, profonda botta decisa.
«Ah! Sì!» gridò lei, inarcando la schiena. La sua figa mi accolse senza opporre resistenza.
Iniziai a muovermi. Non c'era dolcezza ora. C'era un ritmo duro, implacabile. Ogni volta che i nostri corpi sbattevano l'uno contro l'altro, il suono della carne riecheggiava nella cucina, coprendo quasi il rumore dell'acqua che ribolliva nella pentola.
Le mie spinte erano lunghe, andavano a cercare il fondo, e ogni volta Sara rispondeva stringendomi le braccia intorno al collo e baciandomi con una violenza affamata. Ci divoravamo a vicenda. Le nostre lingue si scontravano, i denti si sfioravano. Era un sesso disperato, sporco, meraviglioso.
«Sì... così, amore, così...» sussurrò lei contro le mie labbra, e quella parola — amore — sfuggita forse per caso dal suo inconscio, mi fece esplodere il cervello, facendomi spingere ancora più forte.
«Michael, sì! Mmmh... Sìì... non fermarti!»
«Ti piace, eh? Porcona mia.»
«Dioo! Sì! Ancora, ancora!» ansimava sempre più forte, ma aveva una resistenza da far paura, mentre io ero già quasi al limite.
Poi, all'improvviso, il telefono di Sara, appoggiato sull'isola della cucina a un paio di metri da noi, iniziò a vibrare e suonare insistentemente.
Il corpo di Sara si irrigidì sotto le mie mani. Smise di baciarmi, staccando le labbra dalle mie, il respiro spezzato. Il display del telefono si era illuminato, e persino da lì riuscii a leggere il nome a caratteri cubitali:
Alessandro. Il suo ex marito.


«Cazzo,» sibilò Sara, gli occhi spalancati dal panico. «È Alessandro. È con i ragazzi in Trentino... se mi chiama a quest'ora potrebbe essere successo qualcosa. Devo rispondere.»

Fece per scivolare giù dal davanzale, ma io strinsi la presa sui suoi fianchi, bloccandola sul posto. Non mi mossi di un millimetro. Ero ancora completamente sepolto dentro di lei, pulsante e duro come la roccia. I nostri sguardi si incrociarono. Lei capì immediatamente le mie intenzioni.

«Michael, sei pazzo...» sussurrò, con un misto di terrore e di un'eccitazione improvvisa e perversa.
Mi sporsi fino a prendere il suo telefono e glielo porsi.
«Rispondi,» le dissi, a voce bassissima.
«Dai, riprendiamo dopo,» ansimò lei.
«Farò il bravo, promesso. Rispondi tranquillamente, sarà solo una chiamata di cortesia, fidati.»
Il telefono continuava a squillare. Sara afferrò lo smartphone e fece scorrere il dito sul display. Si portò l'apparecchio all'orecchio, schiarendosi la gola, cercando di riprendere fiato.
«Pronto? Alessandro? Tutto bene?» La sua voce era leggermente più acuta del normale, ma stranamente controllata.

Dall'altro lato della linea, una voce maschile, profonda e rilassata, rispose. Non capivo le parole esatte, ma il tono era pacato. Nessuna emergenza medica. Solo una telefonata da padre separato. Appena capii che la situazione era tranquilla, feci la mia mossa. Senza staccare gli occhi dai suoi, arretrai i fianchi di pochi centimetri, sfilandomi quasi del tutto. Sara sgranò gli occhi, trattenendo il fiato. Poi, lentamente, inesorabilmente, mi spinsi di nuovo in fondo, affondando in lei.

«...sì, sì, tutto bene. Ero... ero in cucina, stavo buttando la pasta,» riuscì a dire Sara al telefono, chiudendo gli occhi con forza. Le sue unghie si conficcarono nel marmo ai lati delle sue cosce per non aggrapparsi a me. Ritrassi di nuovo i fianchi e mi spinsi dentro un'altra volta. Un micro-gemito, poco più di un respiro strozzato, le sfuggì dalle labbra chiuse.

«Mh-mhm...» mormorò al telefono, mascherandolo come un suono di assenso a qualcosa che l'ex marito le stava dicendo.
Ero ipnotizzato. Vederla lì, nuda sul davanzale della sua cucina, inondata dalla luce del giorno, mentre cercava di parlare civilmente con l'uomo con cui aveva condiviso ventisei anni di vita, avendo dentro di sé un ventiquattrenne che la stava scopando al rallentatore... era lo spettacolo più erotico a cui avessi mai assistito.

«Sì, d'accordo... salutameli tanto. Divertitevi,» disse lei, la voce ora incrinata, la fronte imperlata di sudore.
Continuai a muovermi dentro di lei, ruotando leggermente il bacino, sfregando di proposito contro il suo punto più sensibile. La sua mano libera si aggrappò ai miei capelli, stringendoli in un pugno disperato.
«A-anche a te... ciao.»

Non appena chiuse la chiamata e lanciò il telefono sul bancone, il timer della pasta iniziò a suonare, stridulo e meccanico, segnando la fine dei tredici minuti. Ma a nessuno dei due importava più nulla del pranzo. Sara mi guardò, gli occhi infuocati e il viso stravolto dal piacere negato e dalla tensione.
«Sei veramente uno stronzo bastardo, sai?» sibilò, prima di afferrarmi il viso con entrambe le mani e stamparmi le sue labbra sulle mie, mentre mi stringeva le cosce attorno ai fianchi, esigendo che riprendessi esattamente da dove ci eravamo interrotti.

Sara si liberò dalla mia presa. Si allungò per spegnere il fornello e, prima che potessi reagire, si inginocchiò sul pavimento duro della cucina. I suoi occhi mi fissarono, un sorriso malizioso e spudorato dipinto sul viso. Prese il mio cazzo, che batteva violentemente contro la pancia, con entrambe le mani.
«Dobbiamo sbrigarci,» sussurrò, e poi mi inghiottì.
La sensazione fu devastante. La sua lingua calda avvolse la testa, mentre le sue labbra scivolarono lungo l'asta, creando di nuovo quel vuoto perfetto. Le sue mani lavoravano in sincrono, segando la base mentre la bocca si prendeva cura del resto. La sua testa si muoveva avanti e indietro, spingendomi fino in gola, ignorando il riflesso del vomito, completamente concentrata nel farmi esplodere.
Non riuscii a trattenermi. Il piacere mi colpì all'improvviso senza che potessi rimandare l'orgasmo.
«Sara... cazzo! Che troia che sei!»
Lei non si tirò indietro. Anzi, affondò, prendendomi tutto mentre le inondavo la bocca. Sentii i muscoli della sua gola contrarsi mentre ingoiava, non perdendo una goccia, le guance gonfie che si ritraevano a ogni ondata che le sparava dentro. Continuò a succhiare dolcemente mentre mi svuotavo, prolungando l'orgasmo fino a quando non ebbi più nulla da darle.
«Oh, sìì! I tuoi pompini sono decisamente il mio punto debole,» le dissi.
Quando si tirò indietro, si pulì le labbra con un dito, leccandolo con noncuranza, come se fosse stato il condimento per il pranzo. Mi guardò dall'alto in basso, i suoi occhi lucidi e soddisfatti.
«Non fai più lo spavaldo?» disse ridendo, la voce roca.

L'aiutai ad alzarsi. Mentre mi sistemavo i pantaloni e lei si raddrizzava la maglietta, rimasi a guardarla. C'era qualcosa nel modo in cui si era appena comportata, una disinibizione totale, una voglia di vivere che la faceva sembrare più giovane di me, eppure le rughe sottili attorno ai suoi occhi mi riportavano alla realtà. Eravamo due mondi che non avrebbero dovuto combaciare. Lei, una donna matura che poteva essere quasi mia madre, e io, un ragazzo con ancora tutta la vita davanti. Ma mentre l'acqua continuava a bollire rumorosamente nella pentola, riempiendo la cucina di vapore, realizzai che questo non era più solo un gioco. Quello che avevamo appena fatto, l'intensità del suo sguardo, il modo in cui aveva preso il mio piacere come suo, stava diventando qualcosa di molto più pericoloso e profondo di quanto avessimo pianificato.

Si chinò a raccogliere i pantaloni della tuta dal pavimento, infilandoseli con una lentezza quasi pigra, per poi recuperare la maglietta dalla sedia.

Scolammo i paccheri. Ci sedemmo al tavolo dell'isola. Riempii di nuovo i calici con la Ribolla Gialla perfettamente fredda. Il sugo era delizioso, ma credo che in quel momento avremmo potuto mangiare cartone e ci sarebbe sembrato squisito. Mangiavamo lentamente, sfiorandoci le ginocchia sotto il tavolo. La luce illuminava il viso di Sara. Senza trucco, con i capelli scompigliati e le labbra ancora gonfie per i baci, era di una bellezza disarmante. Guardandola arrotolare distrattamente la pasta sulla forchetta, mi resi conto di quanto tutto il resto della mia vita mi sembrasse improvvisamente scialbo. Ero fottuto. E ne ero perfettamente consapevole.

«Sei un sadico manipolatore, lo sai?» ruppe il silenzio lei, ma il suo tono non aveva nulla di accusatorio. Anzi, c'era un velo di ammirazione nella sua voce. Prese il calice, facendolo roteare. «Avrebbe potuto capire tutto dalla mia voce.»
«Ma non l'ha fatto,» risposi, sostenendo il suo sguardo mentre appoggiavo i gomiti sul tavolo. «E tu non volevi che io mi fermassi. Se avessi voluto, mi avresti spinto via. Invece ti sei tenuta al marmo per non saltarmi addosso.»
Un sorriso obliquo e colpevole le increspò le labbra. Bevve un sorso di vino, chiudendo gli occhi per un istante.
«Touché.»

Finimmo di mangiare parlando del più e del meno, ma ogni parola, ogni pausa, ogni sguardo era un filo invisibile che si stringeva sempre di più attorno a noi.
Quando finimmo, mi alzai per prendere i piatti, ma lei mi fermò posando la sua mano fredda sul mio polso. L'atmosfera nella stanza cambiò impercettibilmente. L'ironia e la sicurezza che le avevano fatto da scudo fino a quel momento sembrarono evaporare, lasciando il posto a una stanchezza silenziosa e antica. Sara ritirò la mano e iniziò a tracciare il contorno del suo calice vuoto con l'indice. Fissava il cristallo del bicchiere, ostinatamente, rifiutandosi di alzare lo sguardo verso di me.

«C'è un problema, Michael,» disse, la voce improvvisamente più bassa, quasi un sussurro.
Rimasi immobile, in piedi accanto alla sua sedia.
«Dimmi.»
«Questa casa è bellissima di giorno,» continuò lei, il tono venato di un'ironia triste, amara. «Ma di notte, quando i ragazzi non ci sono, diventa un mausoleo. C'è un silenzio insopportabile.»
Smise di scorrere il dito sul bicchiere. Fece un respiro profondo, impercettibilmente tremante.
«Fermati qui stanotte.»
La richiesta rimase sospesa nell'aria della cucina, pesante come un blocco di piombo. Non stava parlando del letto del figlio, la "zona franca" dove avevamo consumato il nostro primo incontro. Stava parlando della sua camera da letto. Il letto matrimoniale dove aveva dormito per anni con l'uomo che l'aveva appena chiamata al telefono, il letto in cui si svegliava sola da quando aveva firmato le carte del divorzio.

«Sono stanca di sentire quel letto enorme così vuoto,» aggiunse, sempre senza guardarmi, quasi temesse di leggere un rifiuto o, peggio, pietà nei miei occhi.
«E siccome non so fin dove arriverà questa cosa... tra di noi... voglio godermi ogni momento. Sono sicura che vale lo stesso per te.»
Silenzio. Sentivo il ticchettio dell'orologio a muro. Sapevamo entrambi cosa significava quella frase. Era la linea di confine. Fino a quel momento, eravamo due adulti consenzienti che si concedevano un'evasione. Ma entrare in quella stanza, dormire tra le sue lenzuola, passare l'intera notte abbracciati e svegliarsi insieme la domenica mattina... quello era il punto di non ritorno.

Non dissi nulla per diversi secondi. Mi chinai verso di lei, allungai la mano e le presi delicatamente il mento tra le dita, costringendola ad alzare lo sguardo e a piantare i suoi occhi nocciola nei miei. Non c'era più traccia della donna inafferrabile e padrona del gioco; c'era solo Sara, spogliata di ogni difesa.

[CONTINUA...]
2.3K
visite
82
voti
valutazione
7.5
il tuo voto

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.