Questione di sguardi - Capitolo 4

di
genere
etero

Il tragitto dal garage a casa sua fu avvolto in un silenzio irreale, spezzato solo dal fruscio metodico dei tergicristalli che spazzavano via la pioggia sottile dal parabrezza. L'abitacolo della mia auto era saturo degli odori di quella serata: il malto torbato del Lagavulin, il profumo denso, inequivocabile, del sesso che ci aveva appena travolti.
Sara teneva la testa appoggiata al finestrino, guardando le luci arancioni dei lampioni di Milano scivolare via. Aveva un'espressione distesa, quasi pacificata, un contrasto netto con la donna famelica che mi aveva spinto al limite poco prima. Quando accostai davanti al suo portone, spensi il motore e mi voltai a guardarla, aspettandomi il solito congedo rapido, quello di chi deve tornare alla propria vita chiudendo il capitolo fuori dalla porta.
Invece, non scese subito. Si voltò verso di me, sfilandosi una ciocca di capelli dal viso.

«I ragazzi sono via fino a domani sera,» disse, la voce ancora leggermente roca. I suoi occhi nocciola mi scrutarono con una calma che nascondeva un invito precisissimo.
«Domani a pranzo. Cucinare è una delle poche cose che mi rilassa davvero, e non ho voglia di farlo solo per me.»

Non era una proposta per un altro giro clandestino al buio. Era un invito alla luce del sole. Era il rischio di guardarci in faccia di giorno, senza l'alibi dell'alcol o della notte.

«A che ora?» risposi semplicemente.

Sara sorrise, un sorriso piccolo ma che le illuminò il viso.

«All'una. Non fare tardi.»

Si slacciò la cintura e si sporse verso di me, dandomi un semplicissimo bacio a stampo. Poi si staccò leggermente.

«Allora, a domani»

«A Domani, ore tredici. Ricevuto»

Quella sera passai gran parte della notte pensando a lei, all'atmosfera che si era creata quella sera in quel garage e a come le cose stiano cambiando in modo pericoloso.

Il giorno dopo, quando suonai il campanello del suo appartamento, l'impatto fu totalmente diverso rispetto alla nostra prima volta. Nessuna fretta, nessuna giacca strappata in corridoio, nessuna porta chiusa a chiave con il fiato corto.
Sara mi aprì con un'espressione tranquilla, rilassata. Indossava un paio di pantaloni di tuta grigi, morbidi e aderenti al punto giusto, e una maglietta nera, leggermente attillata, che scolpiva bene le sue forme.

Era scalza. Niente trucco, i capelli raccolti in una coda disordinata da cui sfuggiva qualche ciocca ribelle. Eppure, in quella sua versione casalinga e diurna, mi sembrò ancora più devastante che con i tacchi e la seta nera.

«Puntuale,» commentò, facendosi da parte per farmi entrare.

«Odio chi fa aspettare,» risposi, chiudendomi la porta alle spalle.

L'appartamento, inondato dalla luce fredda ma limpida del sabato milanese, aveva un aspetto completamente diverso. Il grande salone era ordinato, caldo. Dalla cucina a vista arrivava un profumo inebriante di aglio, olio sfrigolante e pomodorini freschi. Non c'era musica in sottofondo questa volta, la casa era avvolta nel silenzio. Si sentiva solo il profumo e il rumore delle pentole in cucina.
Mi tolsi la giacca, rimanendo con i miei jeans scuri e una semplice maglietta a maniche corte aderente, e la seguii in cucina. La tavola era già apparecchiata per due, con tovaglioli di lino e un paio di calici.
Era tutto così maledettamente normale. Stavo camminando sul filo del rasoio: il confine tra la pura evasione e la quotidianità domestica si stava sgretolando sotto i miei piedi, e la cosa peggiore era che non mi dispiaceva affatto.
Mi appoggiai allo stipite della porta, incrociando le braccia, e rimasi a guardarla. Sara si muoveva tra i fornelli con una sicurezza ipnotica. Prese una bottiglia di Ribolla Gialla dal frigo, versò due calici e me ne porse uno, senza dire una parola. Le nostre dita si sfiorarono sul gambo del bicchiere. Nessuna scintilla aggressiva, solo un calore complice e silenzioso.
Bevvi un sorso, gustando il sapore fresco e minerale del vino, mentre lei tornava a controllare la padella con il sugo. Sul fuoco accanto, una grande pentola d'acqua aveva appena iniziato a bollire con rabbia, sollevando nuvole di vapore che le inumidivano i capelli vicino alla nuca.
Sara prese un pacco di paccheri artigianali e li versò nell'acqua bollente. Diede una mescolata con il cucchiaio di legno, poi prese il suo telefono dal bancone dell'isola e impostò il timer.

«Tredici minuti,» mormorò, più a se stessa che a me.
Posò il cucchiaio e si allontanò dai fornelli. Fece un paio di passi e si appoggiò con la pancia contro il bordo di marmo freddo del lavandino, davanti alla grande finestra che dava sui tetti del quartiere. Sospirò piano, incrociando le caviglie nude l'una sull'altra, godendosi per un istante il tepore della cucina e la vista della città.
Il silenzio in quella stanza era denso, pesante, carico di un'elettricità diversa da quella del garage. Era un'attesa dilatata. La guardai di schiena: la linea morbida del collo scoperta, la curva dei fianchi segnata dal tessuto leggero dei pantaloni. Sentii un calore prepotente irradiarsi dal basso ventre e risalirmi lungo il petto. Il cuore accelerò i battiti, pompando un mix di possesso e puro desiderio.
Posai il calice sul tavolo, senza fare rumore.
Accorciai la distanza che ci separava in tre passi lenti. Mi fermai dietro di lei. Potevo sentire il calore del suo corpo emanare attraverso la maglietta.

Le passai entrambe le braccia attorno alla vita e mi incollai alla sua schiena. Sara non sussultò; si limitò a piegare la testa all'indietro, appoggiandola contro la mia spalla con naturalezza disarmante, rilasciando un respiro tremante.
Il mio viso era affondato nell'incavo del suo collo, inspirando l'odore del suo bagnoschiuma mescolato a quello del basilico e della sua pelle calda. Feci scivolare lentamente le mani verso il basso, accarezzandole il ventre piatto sopra il tessuto, per poi scendere lungo i fianchi. Afferrai i suoi glutei, stringendoli con decisione, sentendo la sua morbidezza riempirmi i palmi.
Sara spinse il bacino all'indietro, premendo la sua intimità esattamente contro l'erezione dura che premeva già contro la cerniera dei miei jeans. Un gemito basso le morì in gola.

Avvicinai le labbra al suo orecchio. Sentivo il vapore della pentola mescolarsi al nostro respiro.
«Ce la fai a svuotarmi in tredici minuti?» le sussurrai, la voce roca, graffiata dal desiderio.
Sara non smise di guardare fuori dalla finestra. Un sorriso lento, incredibilmente malizioso, le incurvò le labbra. Girò appena il viso verso di me, quel tanto che bastava per far sfiorare le nostre bocche, e con il suo solito e letale sarcasmo mi rispose in un soffio.

«Anche più di una volta.»

Quella risposta fu la scintilla che fece saltare definitivamente in aria il deposito di polvere da sparo.
Non le diedi nemmeno il tempo di voltarsi. Le afferrai i fianchi con forza, facendola girare di scatto, e la spinsi con la schiena contro il bordo del lavandino. Il marmo freddo contrastò con il calore dei nostri corpi. Sara emise un piccolo sospiro sorpreso, ma non fece un passo indietro. Anzi, piantò le mani sul davanzale dietro di sé, inarcando la schiena e offrendosi al mio sguardo.
Feci scivolare le mani sotto l'orlo della sua maglietta. La sua pelle era bollente, un contrasto netto con l'aria fresca che entrava dalla fessura della finestra. Gliela sfilai dalla testa in un unico movimento fluido, gettandola senza curarmene su una sedia vicina. Sotto, non indossava il reggiseno. I suoi seni, pieni e perfetti, si sollevavano al ritmo del suo respiro accelerato, i capezzoli già tesi e scuri.
Fu in quel momento che incrociai il suo sguardo. E mi bloccai per una frazione di secondo.
Non c'era più l'ombra della donna arrogante e predatrice della nostra prima notte. Non c'era nemmeno la malizia giocosa di pochi minuti prima. I suoi occhi nocciola erano dilatati, scuri, quasi liquidi, e mi guardavano con una vulnerabilità che mi disarmò. C'era un bisogno disperato in quelle iridi, una connessione silenziosa che andava ben oltre la semplice urgenza fisica. Stava crollando ogni barriera. Non mi stava guardando come uno svago per sfuggire alla noia del divorzio; mi stava guardando come l'unica cosa di cui avesse fottutamente bisogno in quel momento.

Le presi il viso tra le mani, i pollici che le accarezzavano gli zigomi, e la baciai. Un bacio profondo, carnale, che sapeva di Ribolla Gialla e di desiderio trattenuto. Lei rispose aprendo la bocca, la sua lingua che cercava la mia con una fame disperata, le sue mani che scivolavano tra i miei capelli per tirarmi ancora più vicino.
Senza interrompere il bacio, le afferrai le cosce e la sollevai. Sara capì immediatamente al volo: si diede una piccola spinta e si sedette sul davanzale di marmo, proprio accanto al lavandino. Infilai le dita nell'elastico dei suoi pantaloni della tuta, agganciando anche il tessuto sottile degli slip, e tirai tutto giù con un colpo secco, sfilandole i pantaloni lungo le gambe fino a farli cadere sul pavimento della cucina.
Ora era completamente nuda davanti a me, le gambe divaricate, esposta alla luce cruda e chiara del sabato mattina.

Mi inginocchiai sul pavimento freddo, posizionandomi tra le sue cosce aperte. Il profumo del sugo sui fornelli e il vapore dell'acqua che bolliva a pochi passi da noi si mescolarono all'odore intenso, dolce e pungente della sua intimità. Era già fradicia.

Quando appoggiai le labbra su di lei, Sara sussultò violentemente, la nuca che andò a sbattere leggermente contro il vetro della finestra. Allungò leggermente il braccio per chiudere la veneziana. Iniziai a lavorarla con la lingua. Prima lentamente, assaporandola, tracciando i contorni del suo sesso con precisione, poi in modo sempre più insistente.

Le sue mani scesero a stringermi le spalle, le unghie che mi graffiavano attraverso la maglietta.

«Cristo, Michael... cosi» ansimò, la voce che tremava in un modo che non le avevo mai sentito prima. I suoi fianchi si muovevano contro la mia bocca, assecondando ogni mio movimento, cercando un attrito maggiore. Tremava. Tutta la sua muscolatura era in tensione, percorsa da scosse incontrollabili.
Mentre la mia lingua affondava e scivolava su di lei, mi resi conto di una verità che mi colpì come un pugno allo stomaco: era troppo eccitata. La reazione del suo corpo, l'abbandono totale, i suoni spezzati che le uscivano dalla gola... non era roba da scappatella clandestina. Nessuna donna si affida in questo modo, con questa intensità viscerale, a qualcuno che considera solo un passatempo. E il problema, il vero, fottuto problema, era che io provavo esattamente la stessa cosa.
Mi alzai di scatto. I miei polmoni bruciavano d'aria e di desiderio. Non volevo solo farla godere, avevo bisogno di sentirla intorno a me.

Mi sbottonai i jeans con mani febbrili, abbassando la cerniera e liberando il mio sesso rigido. Feci un passo avanti, incastrandomi perfettamente tra le sue gambe aperte. Sara mi prese per i fianchi, tirandomi verso di sé. Non ci fu bisogno di prepararla ulteriormente.
La guardai negli occhi, le afferrai i glutei per tenerla ferma contro il marmo, e mi spinsi dentro di lei con un'unica, profonda botta decisa.

«Ah! Sii!» gridò lei, inarcando la schiena. La sua figa mi accolse come una morsa bollente e strettissima.
Iniziai a muovermi. Non c'era dolcezza ora. C'era un ritmo duro, implacabile. Ogni volta che i nostri corpi sbattevano l'uno contro l'altro, il suono della carne riecheggiava nella cucina, coprendo quasi il rumore dell'acqua che ribolliva nella pentola.
Le mie spinte erano lunghe, andavano a cercare il fondo, e ogni volta Sara rispondeva stringendomi le braccia intorno al collo e baciandomi con una violenza affamata. Ci divoravamo a vicenda. Le nostre lingue si scontravano, i denti si sfioravano. Era un sesso disperato, sporco, meraviglioso.

«Sì... così, amore, così...» sussurrò lei contro le mie labbra, e quella parola — amore — sfuggita forse per caso dal suo inconscio, mi fece esplodere il cervello, facendomi spingere ancora più forte.

Poi, come una secchiata di ghiaccio, un suono acuto e fastidioso squarciò l'aria.
Il telefono di Sara, appoggiato sull'isola della cucina a un paio di metri da noi, iniziò a vibrare e suonare insistentemente.
Il corpo di Sara si irrigidì sotto le mie mani. Smise di baciarmi, staccando le labbra dalle mie, il respiro spezzato. Il display del telefono si era illuminato, e persino da lì riuscii a leggere il nome a caratteri cubitali.
Alessandro. Il suo ex marito.

«Cazzo,» sibilò Sara, gli occhi spalancati dal panico.
«È Alessandro. È con i ragazzi in Trentino... se mi chiama a quest'ora potrebbe essere successo qualcosa. Devo rispondere.»

Fece per scivolare giù dal davanzale, ma io strinsi la presa sui suoi fianchi, bloccandola sul posto. Non mi mossi di un millimetro. Ero ancora completamente sepolto dentro di lei, pulsante e duro come la roccia.
I nostri sguardi si incrociarono. Lei capì immediatamente le mie intenzioni.

«Michael, sei pazzo...» sussurrò, con un misto di terrore e di un'eccitazione improvvisa e perversa.

Mi sporsi fino a prendere il suo telefono e glielo porsi.

«Rispondi,» le dissi, a voce bassissima.

«Dai, riprendiamo dopo» ansimò lei.

«Farò il bravo, promesso. Rispondi tranquillamente, sarà solo una chiamata di cortesia, fidati.»

Il telefono continuava a squillare. Sara afferrò lo smartphone e fece scorrere il dito sul display. Si portò l'apparecchio all'orecchio, schiarendosi la gola, cercando di riprendere fiato.
«Pronto? Alessandro? Tutto bene?» La sua voce era leggermente più acuta del normale, ma stranamente controllata.
Dall'altro lato della linea, una voce maschile, profonda e rilassata, rispose. Non capivo le parole esatte, ma il tono era pacato. Nessuna emergenza medica. Solo una telefonata da padre separato.
Appena capii che la situazione era tranquilla, feci la mia mossa.
Senza staccare gli occhi dai suoi, arretrai i fianchi di pochi centimetri, sfilandomi quasi del tutto dalla sua morsa bollente. Sara sgranò gli occhi, trattenendo il fiato. Poi, lentamente, inesorabilmente, mi spinsi di nuovo in fondo, affondando in lei con una lentezza estenuante e profonda.

«...sì, sì, tutto bene. Ero... ero in cucina, stavo buttando la pasta,» riuscì a dire Sara al telefono, chiudendo gli occhi con forza. Le sue unghie si conficcarono nel marmo ai lati delle sue cosce per non aggrapparsi a me.
Ritrassi di nuovo i fianchi, e mi spinsi dentro un'altra volta. Lento. Deliberato. Pieno.
Un micro-gemito, poco più di un respiro strozzato, le sfuggì dalle labbra chiuse.

«Mh-mhm...» mormorò al telefono, mascherandolo come un suono di assenso a qualcosa che l'ex marito le stava dicendo.

Ero ipnotizzato. Vederla lì, nuda sul davanzale della sua cucina, inondata dalla luce del giorno, mentre cercava di parlare civilmente con l'uomo con cui aveva condiviso ventisei anni di vita, avendo dentro di sé un ventiquattrenne che la stava scopando a rallentatore... era lo spettacolo più erotico a cui avessi mai assistito.

«Sì, d'accordo... salutameli tanto. Divertitevi,» disse lei, la voce ora incrinata, la fronte imperlata di sudore.

Continuai a muovermi dentro di lei, ruotando leggermente il bacino, sfregando di proposito contro il suo punto più sensibile. Il petto di Sara si alzava e si abbassava freneticamente. La sua mano libera si aggrappò ai miei capelli, stringendoli in un pugno disperato.

«A-anche a te... ciao.»

Non appena chiuse la chiamata e lanciò il telefono sul bancone, il timer della pasta iniziò a suonare, stridulo e meccanico, segnando la fine dei tredici minuti.
Ma a nessuno dei due importava più nulla del pranzo.
Sara mi guardò, gli occhi infuocati e il viso stravolto dal piacere negato e dalla tensione.

«Sei veramente uno stronzo bastardo, sai?» sibilò, prima di afferrarmi il viso con entrambe le mani e stamparmi le labbra sulle sue, mentre mi stringeva le cosce attorno ai fianchi, esigendo che riprendessi esattamente da dove ci eravamo interrotti.

Sara si liberò dalla mia presa con un movimento fluido. Si allungò per spegnere il fornello e, prima che potessi reagire, si inginocchiò sul pavimento duro della cucina. I suoi occhi mi fissarono, un sorriso malizioso e spudorato dipinto sul viso. Prese il mio cazzo, che batteva violentemente contro la pancia, con entrambe le mani.

«Dobbiamo sbrigarci» sussurrò, e poi mi inghiottì.

La sensazione fu devastante. La sua lingua calda avvolse la testa, mentre le sue labbra scivolarono lungo l'asta, creando di nuovo quel vuoto perfetto. Le sue mani lavoravano in sincrono, segando la base mentre la bocca si prendeva cura del resto. La sua testa si muoveva avanti e indietro, spingendomi fino in gola, ignorando il riflesso di vomito, completamente concentrata nel farmi esplodere.

Non riuscii a trattenermi. Il piacere mi colpì come un pugno allo stomaco.

«Sara... cazzo! Che troia che sei»

Lei non si tirò indietro. Anzi, affondò, prendendomi tutto mentre la mia sborra le inondava la bocca. Sentii i suoi muscoli della gola contrarsi mentre ingoiava, non perdendo una goccia, le guance gonfie che si ritraevano ad ogni ondata che le sparava dentro. Continuò a succhiare dolcemente mentre mi svuotavo, prolungando l'orgasmo fino a quando non ebbi più nulla da darle.

Quando si tirò indietro, si pulì le labbra con un dito, leccandolo con noncuranza, come se fosse stato il condimento per il pranzo. Mi guardò dall'alto in basso, i suoi occhi lucidi e soddisfatti.

«Non fai più lo spavaldo?» disse ridendo, la voce roca.

La aiutai ad alzarsi. Mentre mi sistemavo i pantaloni e lei raddrizzava la tunica, rimasi a guardarla. C'era qualcosa nel modo in cui si era appena comportata, una disinibizione totale, una voglia di vivere che la faceva sembrare più giovane di me, eppure le rughe sottili attorno ai suoi occhi mi riportavano alla realtà. Eravamo due mondi che non avrebbero dovuto collidere. Lei, una donna matura che poteva essere quasi mia madre, e io, un ragazzo con ancora tutta la vita davanti. Ma mentre l'acqua continuava a bollire rumorosamente nel lavandino, riempiendo la cucina di vapore, realizzai che questo non era più solo un gioco. Quello che avevamo appena fatto, l'intensità del suo sguardo, il modo in cui aveva preso il mio piacere come suo, stava diventando qualcosa di molto più pericoloso e profondo di quanto avessimo pianificato.

Si chinò a raccogliere i pantaloni della tuta dal pavimento, infilandoseli con una lentezza quasi pigra, per poi recuperare il maglietta dalla sedia.

Scolammo i paccheri in un silenzio carico di un'elettricità nuova, densa. Non era più la tensione nervosa del desiderio inappagato, ma il ronzio profondo e costante di una complicità che aveva appena superato ogni limite logico.
Ci sedemmo al tavolo dell'isola. Riempii di nuovo i calici con la Ribolla Gialla ormai perfettamente fredda.
Il sugo era delizioso, ma credo che in quel momento avremmo potuto mangiare cartone e ci sarebbe sembrato squisito. Mangiavamo lentamente, sfiorandoci le ginocchia sotto il tavolo. La luce cruda e chiara del pomeriggio milanese inondava la cucina, illuminando il viso di Sara. Senza trucco, con i capelli scompigliati dai miei ripieghi e le labbra ancora gonfie per i baci, era di una bellezza disarmante. Guardandola arrotolare distrattamente la pasta sulla forchetta, mi resi conto di quanto tutto il resto della mia vita mi sembrasse improvvisamente scialbo. Ero fottuto. E ne ero perfettamente consapevole.

«Sei un sadico manipolatore, lo sai?» ruppe il silenzio lei, ma il suo tono non aveva nulla di accusatorio. Anzi, c'era un velo di ammirazione scura nella sua voce. Prese il calice, facendolo roteare.
«Avrebbe potuto capire tutto dalla mia voce.»

«Ma non l'ha fatto,» risposi, sostenendo il suo sguardo mentre appoggiavo i gomiti sul tavolo.
«E tu non volevi che io mi fermassi. Se avessi voluto, mi avresti spinto via. Invece ti sei tenuta al marmo per non saltarmi addosso.»

Un sorriso obliquo e colpevole le increspò le labbra. Bevve un sorso di vino, chiudendo gli occhi per un istante.

«Touché.»

Finimmo di mangiare parlando del più e del meno, ma ogni parola, ogni pausa, ogni sguardo era un filo invisibile che si stringeva sempre di più attorno a noi. L'attrazione fisica, che fino a pochi giorni prima mi era sembrata l'unico motore di questa storia, si stava fondendo con qualcosa di molto più pericoloso. Mi piaceva ascoltarla. Mi piaceva il suo cinismo tagliente, la sua intelligenza svelta, il modo in cui non cercava di compiacermi.

Quando finimmo, mi alzai per prendere i piatti, ma lei mi fermò posando la sua mano fredda sul mio polso.
L'atmosfera nella stanza cambiò impercettibilmente. L'ironia e la sicurezza che le avevano fatto da scudo fino a quel momento sembrarono evaporare, lasciando il posto a una stanchezza silenziosa e antica.
Sara ritirò la mano e iniziò a tracciare il contorno del suo calice vuoto con l'indice. Fissava il cristallo del bicchiere, ostinatamente, rifiutandosi di alzare lo sguardo verso di me.

«C'è un problema, Michael,» disse, la voce improvvisamente più bassa, quasi un sussurro.

Rimasi immobile, in piedi accanto alla sua sedia.

«Dimmi.»

«Questa casa è bellissima di giorno,» continuò lei, il tono venato di un'ironia triste, amara.
«Ma di notte, quando i ragazzi non ci sono, diventa un fottuto mausoleo. C'è un silenzio insopportabile.»

Smise di scorrere il dito sul bicchiere. Fece un respiro profondo, impercettibilmente tremante.

«Fermati qui stanotte.»

La richiesta rimase sospesa nell'aria della cucina, pesante come un blocco di piombo. Non stava parlando del letto del figlio, la "zona franca" dove avevamo consumato il nostro primo incontro. Stava parlando della sua camera da letto. La stanza padronale. Il letto matrimoniale dove aveva dormito per anni con l'uomo che l'aveva appena chiamata al telefono, il letto in cui si svegliava sola da quando aveva firmato le carte del divorzio.

«Sono stanca di sentire quel letto enorme così vuoto,» aggiunse, sempre senza guardarmi, quasi temesse di leggere un rifiuto o, peggio, pietà nei miei occhi.

«E siccome non so fin dove arriverà questa cosa... tra di noi... voglio godermi ogni momento. Sono sicura che vale lo stesso per te.»
Il silenzio che seguì fu assordante. Potevo sentire il ticchettio dell'orologio a muro.
Sapevamo entrambi cosa significava quella frase. Era la linea di confine. Fino a quel momento, eravamo due adulti consenzienti che si concedevano un'evasione. Ma entrare in quella stanza, dormire tra le sue lenzuola, passare l'intera notte abbracciati e svegliarsi insieme la domenica mattina... quello era il punto di non ritorno. Se avessi accettato, non sarei più stato "il ragazzo di ventiquattro anni con cui distrarsi". Sarei diventato qualcosa di reale. Una presenza nella sua vita. Un rischio enorme per entrambi.

CONTINUA... . .

Per chi volesse scambiare due chiacchiere può farlo qui:
[ storieeraccontidim@gmail.com ]
scritto il
2026-06-01
8 8
visite
1
voti
valutazione
10
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

racconto precedente

Questione di sguardi - Capitolo 3

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.