Maledetta tentazione - Spin-Off - Parte 1

di
genere
tradimenti

Tre anni sono un'unità di misura ingannevole. Se guardi indietro sembrano un battito di ciglia, ma se li misuri in silenzi, sguardi evitati e cene consumate fissando il vuoto, tre anni sono un'agonia lenta e inesorabile.

Manchester, la promessa di quel portachiavi d'argento, la foga di quelle notti in hotel… era tutto evaporato, inghiottito da una routine che si era fatta prima tiepida e poi glaciale. L'anestetico aveva smesso di funzionare.

Da quattro mesi eravamo a Kaiserslautern, in Germania. 2. Bundesliga. Un calcio ruvido, operaio, fatto di scivolate nel fango, stadi di cemento e cieli perennemente color piombo. Quando il mio procuratore mi aveva portato l'offerta, avevo firmato senza pensarci. Era una sfida, mi ero detto. La verità era che avevo solo bisogno di muovermi, di scappare da un'Inghilterra in cui mi sentivo sempre più in gabbia.

A Chloe, il trasferimento non era mai andato giù. Aveva dovuto lasciare il suo lavoro, le sue amicizie, per ritrovarsi isolata in una città industriale della Renania dove a malapena riusciva a ordinare un caffè in tedesco. E io, invece di esserle d'aiuto, mi ero rinchiuso in me stesso.

Quella sera, il freddo del Palatinato sferzava contro le ampie vetrate del nostro attico in centro, ma il gelo vero era tutto dentro le mura.

Spinsi la porta d'ingresso e mollai il borsone dell'allenamento nell'ingresso. Chloe era in cucina. Sedeva sullo sgabello dell'isola di marmo, illuminata solo dalla luce a led della cappa. Davanti a sé aveva un bicchiere di Riesling mezzo vuoto e lo schermo del telefono acceso. Non alzò lo sguardo quando entrai. Nemmeno un secondo.

«Com'è andata?»

«Solita merda. Due ore di tattica sotto l'acqua.»

Mi sfilai il cappotto. Andai a versarmi un bicchiere d'acqua. Il silenzio tra noi era di quel tipo specifico — non il silenzio di due persone a proprio agio, ma quello di due persone che hanno smesso di sforzarsi di riempirlo.

«E dopo l'allenamento?»

Mi fermai con il bicchiere a metà strada.

«Dopo?»

«Sì. Dopo.»

Mi voltai. I suoi occhi chiari erano fissi su di me, e capii prima ancora che aprisse bocca. Non dalla voce, non dalle parole — dal modo in cui stringeva il telefono in grembo, con le nocche quasi bianche.

Lo fece scivolare sul marmo verso di me senza dire niente.

Sullo schermo c'era un video preso dalle storie Instagram di qualche fanpage del Kaiserslautern. Ero io, fuori dai cancelli del campo di allenamento, appoggiato al finestrino della mia macchina. Stavo firmando delle sciarpe a un gruppo di ragazze tedesche sui vent'anni. Nel video ridevo — un sorriso aperto, senza sforzo, il tipo di sorriso che non riuscivo a tirare fuori in questa cucina da quanto? Sei mesi? Un anno?

«Sono tifose, Chloe.»

«Lo so.» Sottovoce. E fu quella calma a togliermi il fiato. «Lo so che sono solo tifose.»

«Allora qual è il problema?»

Si alzò dallo sgabello lentamente, come se avesse già deciso tutto prima che arrivassi. «Il problema è che in quel video sembri felice.»

Aprii la bocca. La richiusi.

«Sei sempre in vetrina,» continuò, la voce che iniziava a incresparsi ai bordi. «Con chiunque ti sorrida per strada, con i tifosi, con le cameriere. Con chiunque tranne che con me. Con me fai il fantasma.»

«Faccio il fantasma? Sono qui, no?»

«Essere in casa non vuol dire essere qui!»

La sua voce si spezzò sull'ultima parola. Si portò una mano alla bocca, come se volesse riprendersela. Non ci riuscì. Le lacrime le arrivarono agli occhi con la velocità di chi le teneva indietro da ore.

«Non ti chiedo niente di straordinario, Michael. Ti chiedo di guardarmi. Di tanto in tanto. Di guardarmi come guardavi quella ragazza nel video, anche solo per cinque secondi.»

«Stai delirando.»

«Certo. Sto delirando.» Una risata corta, amara, che non assomigliava a una risata. «Sto delirando da tre anni, allora.»

«Cosa vuoi che ti dica? Non ho fatto niente!»

«Lo so che non hai fatto niente!» gridò. Lo sgabello strisciò sul pavimento con un rumore stridulo. «Questo è il punto. Non mi hai tradita, non mi hai mentito — o almeno non in un modo che riesco a dimostrare — e allora tutti i giorni mi chiedo cosa c'è che non va in me. Perché mi sento così.»

«Chloe—»

«Non mi toccare.» Un passo indietro. Piccolo, preciso. «Quando mi tocchi sento che stai recitando. Anche quando facciamo l'amore — lo sento che sei da qualche altra parte. Non lo so dove.» Si interruppe. Abbassò gli occhi un secondo, poi li rialzò.
«A volte penso che vorrei trovarti con un'altra.»

Mi gelai.

«Almeno avrei un motivo. Almeno potrei odiarti e avrebbe senso, invece di stare qui a chiedermi cosa sto sbagliando.»

Non dissi niente.

Lei scosse la testa, piano. Poi, quasi tra sé, come se stesse mettendo a fuoco qualcosa che le girava in testa da settimane senza trovare forma: «Mi sembri tornato quello di Roma»

Il nome mi atterrò nello stomaco con una precisione che non si meritava.

Sentii il caldo salirmi alla nuca.

«Cosa c'entra Roma?»

«Hai fatto una faccia.»

«Non ho fatto nessuna faccia.»

«Michael.» La sua voce... Piatta, definitiva, stanca di qualcosa che durava da troppo tempo. «Sei più distante anche di quando eravamo a Roma»

Il silenzio si allargò tra noi come una crepa in un muro portante.

«Clhoe... calmati.» dissi. Controllato. Troppo controllato, e lo sapevamo entrambi.

Lei mi fissò ancora qualche secondo. Poi smise di fissarmi. Fu peggio di qualsiasi urlo.

Prese il telefono dal bancone e si diresse verso il corridoio.

«Dove vai?»

«A preparare il letto nella stanza degli ospiti.» Non si voltò. «Non riesco più a dormire accanto a qualcuno che conosco a memoria e non conosco per niente.»

La porta in fondo al corridoio si chiuse. Non sbatté — fu peggio. Si chiuse con un clic morbido, definitivo, come la fine di una frase.

Rimasi appoggiato all'isola della cucina. Il bicchiere di Riesling era ancora lì, nel cerchio di condensa che aveva lasciato sul marmo. Lo fissai senza toccarlo.

Avrebbe dovuto farmi male. Avrei dovuto correrle dietro, dirle qualcosa che valesse la pena di essere detto. Invece ero lì, immobile, con la strana sensazione di chi è stato quasi scoperto e si ritrova ancora in piedi — non sollevato. Solo sospeso.

Presi il telefono dalla tasca. Nessuna notifica. Le avevo disattivate tutte... una di quelle piccole architetture della menzogna che si costruiscono un mattone alla volta, senza mai prendersi la briga di guardare cosa si sta edificando.

Rimisi il telefono in tasca senza sbloccare lo schermo.

Fuori, i lampioni di Kaiserslautern svanivano nella nebbia. Una città che non mi aveva chiesto di venire e non mi avrebbe pianto dietro.

Chiusi gli occhi.

Roma.

Non un pensiero. Non una decisione. Solo un nome, caldo e sbagliato, che prendeva tutto lo spazio disponibile.

Nei giorni successivi mi feci male, era da tanto che non avevo un infortunio.
Lo strappo al bicipite femorale era arrivato come una sentenza. Ma in fondo lo sapevo già... il corpo non mente, anche quando la mente ci prova. I medici parlavano di lesione di secondo grado, quattro o cinque settimane di stop, rientro a ridosso della ripresa invernale. Ero sulla soglia giusta: la stagione non era finita, ma l'anno sì.

Ero disteso sul divano del nostro attico a Kaiserslautern, il ghiaccio che mi bruciava la coscia attraverso il panno umido e l'odore pungente della canfora nell'aria. Chloe stava in piedi vicino alla porta della camera da letto. Accanto ai suoi piedi c'era un trolley nero, piccolo, troppo piccolo per un viaggio lungo, abbastanza grande per dire tutto quello che non stavamo dicendo.

«Il volo per Bristol è alle sei.»

Mi sollevai sui gomiti, ignorando la fitta alla gamba. «Quindi è così. Torni a Exeter.»

«Torno dai miei. È Natale.» Fece una pausa. Guardava un punto sul muro sopra la mia testa. «Credo che stare qui a guardarci in faccia per due settimane ci ucciderebbe. Non definitivamente, peggio. Ci anestetizzerebbe ancora un po'.»

«È solo per le vacanze.»

Mi guardò. Fu breve, tagliente. «Si... per le vacanze.» Si spostò la tracolla della borsa sulla spalla, un gesto meccanico, quasi automatico.
«Curati la gamba. Tu torni dai tuoi no? Poi vediamo.» Si interruppe, come se stesse scegliendo con cura le ultime parole. «Quando chiudi gli occhi la notte, Michael, pensa a chi vedi. E dimmi se sono ancora io.»

Non le risposi. Avrei dovuto alzarmi, zoppicare verso di lei, dirle qualcosa di vero. Le gambe non si mossero e non solo per il bicipite femorale.

Quando la porta d'ingresso si chiuse con uno scatto secco, rimasi a fissare il soffitto. Fuori cominciava a nevicare.

Due giorni dopo, ero su un volo per Fiumicino.

Roma a fine dicembre era un acquitrino. L'umidità ti entrava nelle ossa appena scendevi dall'aereo, appiccicandosi addosso come una seconda pelle. Mi rintanai in casa, passando le giornate tra la clinica per la riabilitazione e il divano, con la coscia fasciata e la testa vuota. Un animale ferito che si leccava le ferite nel posto in cui era nato.

Avrei voluto confidarmi con Marta, ma non c'era. Da un anno si era trasferita a Castel Volturno con il suo ragazzo. Avrei potuto chiamarla, ma non l'ho fatto.

Il pomeriggio del trenta dicembre, il frigo era vuoto. Mia madre mi chiese se potessi farle il favore di passare a prendere due cose per cena. Misi un giaccone pesante, presi le chiavi della macchina di mio padre e guidai fino a un supermercato sulla Flaminia. Non avevo voglia di vedere nessuno, non avevo voglia di spiegare né la gamba né la faccia. Volevo solo uscire un attimo.

Le luci al neon erano fredde, asettiche. Mi trascinai lungo le corsie appoggiando il peso sulla gamba sana, misi le poche cose nel cestino e mi accodai alla cassa tre. Davanti a me, una signora anziana stava discutendo di un prezzo sbagliato. Il rumore dei codici a barre, il brusio, una canzone di Natale a volume bassissimo.

Poi sentii qualcosa. Non un suono. Una presenza — il tipo di cosa che non sai come spiegare e per cui non ti sbatti nemmeno a trovare un nome.

Alzai la testa verso la cassa quattro.

Lei stava mettendo la spesa in una borsa di tela riutilizzabile, di spalle per tre quarti. Il cappotto di panno cammello, i capelli neri sciolti e leggermente increspati dall'umidità. Non serviva che si voltasse.

Asia.

Non la Asia di Villa Ada — non le maschere perfette, non l'armatura costruita millimetro per millimetro. Questa era diversa. Spogliata di tutto lo show, quasi dimessa. Spaventosamente uguale a sé stessa.

Il pacco di bottiglie d'acqua mi rimase sospeso a mezz'aria.

Si girò per prendere qualcosa dal nastro trasportatore.

E mi vide.

Tre secondi. Forse quattro. I suoi occhi si dilatarono — quell'onda d'urto che arriva prima che la mente possa censurare il corpo. Poi vidi il dolore. Non la rabbia: il dolore era più antico, più fondo, stava lì sotto come un livido che non era mai guarito del tutto. Si mischiò alla sorpresa e poi scomparve dietro una maschera di tensione che le indurì i lineamenti in un secondo.

Si voltò. Finì di riempire la borsa. Appoggiò il bancomat al pos.

«Signore? La tessera ce l'ha?»

Mi voltai di scatto verso la mia cassiera. «No, niente tessera. » Avvicinai il telefono al lettore senza guardare il totale, raccolsi la roba alla rinfusa — niente buste — e uscii oltre le casse.

«Asia!»

La voce mi uscì roca, coperta dal freddo. Lei era già a dieci metri, camminava verso il parcheggio. Quando sentì il mio passo trascinato sull'asfalto bagnato, la vidi irrigidire le spalle sotto il cappotto e accelerare.

Cercai di fare uno scatto. Il bicipite femorale mi disse di no con una fitta che mi mozzò il respiro a metà. Mi fermai, appoggiai una mano al carrello vuoto di uno stallo, aspettai che il dolore scendesse di livello.

Alzai la testa.

Era a trenta metri, stava svoltando dietro un SUV parcheggiato. Un secondo prima di sparire alla mia vista, la vidi abbassare il mento verso il petto. La mano libera si sollevò verso il viso, veloce, quasi furtiva, e la passò sotto l'occhio.

La lacrima che non voleva che vedessi.

Poi scomparve tra le auto.

Rimasi dov'ero. Il respiro che si condensava nell'aria fredda, la spesa in mano, la gamba che pulsava.

Cercai la rabbia. La cercai come si cerca un interruttore nel buio — quella rabbia fredda e lucida che avevo alimentato per tre anni come una brace, la vendetta che avevo architettato e costruito ed eseguito con una precisione quasi chirurgica. Tutta quella distanza sicura tra me e lei.

Non trovai niente di tutto questo.

Trovai solo quella mano che le passava sotto l'occhio.

Tirai fuori il telefono dalla tasca. Il suo numero era ancora lì — non lo avevo mai cancellato, mi ero detto per non rischiare di salvarlo di nuovo per sbaglio, ma era una bugia comoda e lo sapevo da sempre. Lo fissai sullo schermo per qualche secondo. Poi misi via il telefono.

Non stasera.

Il freddo di fine dicembre a Roma non è neve o ghiaccio, è un'umidità bastarda che ti entra nelle ossa e non esce più. Ero appoggiato al muretto di mattoni sbreccati che costeggiava la rampa della palestra, in zona Fleming.

Indossavo un piumino della Moncler scuro e un paio di pantaloni di velluto bianco immacolato. Mi sentivo un idiota. Sembravo il manichino di una vetrina di lusso piazzato nel mezzo del grigiore cittadino, l'esatta rappresentazione di quello che ero diventato: apparenza pura, zero sostanza. La coscia mi pulsava sotto il tessuto. Lo strappo tirava a ogni minimo movimento, ma ero lì da venti minuti. Fermo. Ad aspettare.

Sapevo che la palestra chiudeva solo per i festivi. Sapevo che, se c'era una cosa che Asia non avrebbe mai smesso di fare, era distruggersi di fatica sui tapis roulant per spegnere il cervello.

Quando la porta a vetri in fondo alla rampa si aprì, smisi di respirare.

Era lei. Il borsone nero a tracolla, una tuta grigia pesante, oversize, e sopra un piumino tecnico invernale chiuso fino al mento. I capelli erano umidi alle radici, raccolti alla meno peggio. Nessun filo di trucco. Solo una stanchezza cruda e bellissima incisa sui lineamenti.

Iniziò a salire la rampa a testa bassa. Quando arrivò a tre metri da me, alzò lo sguardo. I suoi occhi incrociarono i miei. Vidi il passo esitare per un millesimo di secondo, poi la sua espressione si chiuse come una saracinesca di metallo. Tirò dritto. Mi passò accanto sfiorandomi con la manica del giubbotto, fingendo che fossi trasparente.

Mi staccai dal muretto, la fitta alla gamba mi fece stringere i denti.

«So di non avere nessun diritto di venire da te,» dissi alla sua schiena. «Non mi aspetto che mi saluti. Ti chiedo solo cinque minuti.»

Asia si fermò a fine rampa. Le spalle si alzarono in un respiro profondo. Si girò.

«Mi stai seguendo da giorni?» La voce era bassa, raschiata. Non urlava, ed era quasi peggio. «Il supermercato, ora la palestra. Mi stai seguendo.»

«Non pensavo ti avrei rivista in un supermercato. Però ti ho vista e volevo parlarti. Non sapevo dove altro cercarti. Mi hai bloccato ovunque.»

«C'è un concetto affascinante dietro la funzione blocca, Michael. Si chiama sparisci dalla mia vita. Credevo che uno con i tuoi mezzi intellettuali potesse arrivarci da solo.»

Si voltò e riprese a camminare verso il parcheggio adiacente, quello stretto e buio tra i palazzi, dove anni prima ci eravamo scannati. La seguii, zoppicando pesantemente.

«Ieri al supermercato—»

«Ieri non è successo niente,» mi tagliò corto, senza voltarsi. «Io stavo facendo la spesa. Tu stavi facendo la spesa. Fine. Non ti fare i film.»

Arrivò davanti a una Yaris grigia segnata da qualche strusciata sul paraurti. Premette il telecomando. Le frecce lampeggiarono nel buio. Afferrò la maniglia.

«Non ti avrei cercata se non ti avessi vista piangere, Asia.»

La mano si fermò sulla maniglia.

Lasciò andare il metallo. Si girò, appoggiò la schiena allo sportello, braccia conserte al petto. Eravamo a trenta centimetri. Il vapore del suo respiro si condensava nell'aria tra noi.

«Vuoi sapere perché stavo piangendo?» La voce le tremava di una rabbia trattenuta a stento. «Non per te. Per lo schifo. Perché stavo comprando il latte e mi sono trovata davanti l'uomo che mi ha presa per il culo, che mi ha scopata sotto una doccia mentre mio padre stava per morire. E che poi mi ha lasciata su una panchina per andare a fare il bravo ragazzo a Manchester.»

«Hai ragione,» dissi.

Aprì la bocca. La richiuse. Si aspettava qualcos'altro.

«Su tutto. Quella doccia, quel pomeriggio a Villa Ada. Sono un coglione, ok? È vero, ho sbagliato.» Feci una pausa. «Ma ti chiedo una cosa sola. Sai da dove venivo, quando sono arrivato da te in quel modo? Sai cosa c'era prima di tutto questo?»

I suoi occhi si fecero improvvisamente cauti. Qualcosa le attraversò la faccia — veloce, poco gestibile.

«Non fare questa cosa,» disse, sottovoce.

«Non sto cercando scuse. Ti sto chiedendo se ti ricordi come è cominciata.»

Silenzio. Le mascelle strette. Guardava un punto fisso sulla mia spalla destra, non i miei occhi.

«Sei venuto fin qui per parlare ancora di me?»

«No, per parlare di noi due. Rispondi.»

Un muscolo alla mascella le pulsò visibilmente. «Vuoi che ti dica che anch'io ho sbagliato? Okay. L'ho fatto. Ma quello che hai fatto tu viene dopo. E le cose che vengono dopo contano.»

«Lo so che contano,» dissi. «Lo so meglio di chiunque altro.»

Restammo fermi un secondo, uno di fronte all'altra nel buio umido. Poi le braccia le scivolarono dai fianchi, un gesto impercettibile, quasi involontario.

«Ma su una cosa avevi ragione... Chloe non è per me.» dissi.

La frase cadde nel parcheggio con il peso di un macigno.

Asia non si mosse. Ma vidi qualcosa spostarsi nei suoi occhi... non la ricerca di una bugia, qualcosa di diverso. Come quando senti una parola che speravi, in qualche angolo remoto, di non dover sentire mai.

«Ah... e sentiamo, da quanto lo hai capito?»

Le uscì prima che potesse fermarla. Se ne accorse subito. Una leggera tensione attorno alle labbra, il tipo di tensione di chi ha detto una parola di troppo.

«Da settimane,» risposi. «Mesi, forse, se sono onesto. Non c'è stato un momento preciso.»

Annuì, lentamente, come se stesse elaborando qualcosa di complicato. Poi la maschera tornò al suo posto.

«E quindi sei tornato qua,» mormorò. «Hai spaccato tutto di là e torni qua, pensando che io sia una fessa che aspetta il ritorno del principe azzurro.»

«Non lo so cosa penso,» ammisi. Era la verità più assoluta che avevo. «So solo che l'altro giorno ero un automa che comprava acqua. E quando ti ho vista ai registratori di cassa... è come se mi avessero attaccato la corrente. Ho sentito male. Ho sentito paura. Ho sentito qualcosa.»

Asia abbassò lo sguardo per un secondo. Solo un secondo, poi lo rialzò.

«Tu non mi vuoi, Michael.» La voce era quieta, lucida.
«Tu vuoi solo sentirti vivo senza dover gingere di stare bene... per questo sei qui.»

«Forse,» dissi. «O forse dopo anni riconosco ancora la differenza tra quello che sentivo con te e quello che non ho sentito con nessun altra.»

Qualcosa le passò sul viso, veloce, poco controllato. Non era la vipera pronta a mordere. Era la ragazza che avevo conosciuto, prima di tutto il resto. Rimase a galla per meno di un secondo, poi scomparve.

«Ho raccolto i miei pezzi da sola,» disse infine. La frase suonava meno come un attacco e più come un confine che si stava ricordando di tenere. «Ci ho messo anni. Non ho nessuna intenzione di rimetterli in gioco.»

«Lo so,» risposi. «Si vede.»

Non era un complimento generico, e lei lo capì. La vidi deglutire. Le guance, già rosse per il freddo, si colorarono di qualcosa di diverso.

«Allora sai anche perché devi toglierti da quella portiera,» disse. La voce, adesso, era leggermente meno ferma di prima.

Feci un passo indietro, liberandole il passaggio.

Asia aprì lo sportello, salì, mise in moto. Non mi guardò dal finestrino. Ingranò la retromarcia e uscì dallo stallo.

Si fermò all'uscita del parcheggio, dove il vialetto si immetteva sulla strada.

Non c'era traffico.

Restò ferma cinque secondi. Forse sei. Il motore che girava basso nell'aria gelida, i fari rossi dei freni accesi nel buio.

Poi ingranò la prima e sparì.

Rimasi solo in mezzo all'asfalto. Il dolore alla coscia pulsava, ma era diventato un rumore di fondo — l'unica cosa che sentivo davvero era quella sosta all'uscita del parcheggio.

Cinque secondi in cui non era andata via.

La Yaris grigia sparì inghiottita dal traffico serale, lasciandomi solo nel parcheggio buio della palestra. L'aria umida di Roma mi gelava il sudore freddo sulla fronte. Feci per voltarmi e trascinarmi verso la mia macchina, quando il riflesso dei lampioni stradali catturò qualcosa sull'asfalto sbeccato, proprio dove lei era stata appoggiata fino a due minuti prima.

Zoppicai fino a quel punto, chinandomi a fatica con una smorfia per la fitta alla gamba. Era un piccolo mazzo di chiavi. Due chiavi dorate blindate, un paio più piccole, e un ciondolo di cuoio consumato con incisa l'iniziale A.

Lo strinsi nel pugno, sentendo il metallo freddo contro il palmo.

Passò una notte intera. E poi quasi tutto il giorno successivo.

Fissai il telefono per ore, aspettando. Sapevo che il momento sarebbe arrivato: se perdi un mazzo di chiavi, l'istinto ti porta a chiedere all'ultima persona che hai visto quel giorno.

Alle 18:43, lo schermo si illuminò.

L'immagine del profilo WhatsApp di Asia — prima un cerchio grigio anonimo — era riapparsa. Uno scatto in bianco e nero: lei appoggiata al bordo di un lavandino, le braccia tese sul marmo, lo sguardo rivolto allo specchio davanti a sé. La foto l'aveva scattata qualcun altro — si capiva dall'inquadratura, da come lei era decentrata verso il bordo sinistro del frame. Il suo viso, splendido e immobile, appariva solo nel riflesso. Non nell'obiettivo. Come se anche in una fotografia fosse riuscita a non mostrarsi direttamente.

«Hai trovato delle chiavi ieri nel parcheggio? Dimmi di sì, per favore, sono di casa di mia nonna.»

Nessun convenevole. Solo una necessità pratica mascherata da freddezza.

Risposi dopo dieci minuti esatti, per non sembrare il disperato che ero.

«Si, le ho io. Dimmi dove sei e te le porto.»

La risposta arrivò quasi istantanea.

«Piazzale Socrate, alla Balduina. Ci passo tra una quarantina di minuti. Dammele e te ne vai.»

Piazzale Socrate. Sorrisi amaramente mentre infilavo il giaccone. Non era un posto a caso — non era un bar affollato di Ponte Milvio o un angolo di strada trafficata. Era uno dei belvedere più nascosti di Roma, una terrazza sospesa tra i palazzi signorili che dominava tutta la città, lontana da qualsiasi posto in cui avrebbe rischiato di incontrare qualcuno. Il suo inconscio l'aveva tradita, o forse no. Forse lo sapeva esattamente quello che stava facendo.

Quando arrivai, il sole era già sceso oltre Monte Mario, lasciando il cielo tinto di un viola livido che sfumava nel buio. La Yaris era accostata lungo il marciapiede. Asia era appoggiata al cofano anteriore, la schiena rivolta alla città, una mano affondata nella tasca di un lungo cappotto nero. Stava fumando. Il braciere della sigaretta era l'unica cosa viva in quell'ombra.

Parcheggiai a qualche metro di distanza, spensi il motore e scesi. Il silenzio della piazzetta era interrotto solo dai miei passi strascicati sui sampietrini e dal vento tra gli alberi.

Mi fermai a due passi da lei. Nessuno dei due disse niente per un momento. Roma si stendeva sotto di noi — un mare di luci gialle e arancioni che pulsavano in silenzio fino all'orizzonte.

Senza dire niente, allungai la mano e le sfilai la sigaretta dalle dita.

«Ridammela.»

«No.» La lasciai cadere sui sampietrini e la spensi con la punta della scarpa.

Asia mi guardò con un'espressione che conoscevo a memoria — a metà tra l'esasperazione e il non sapere se ridere o urlare.

«Non hai nessun diritto.»

«Quante ne hai fumate oggi?»

Una pausa. Le guance le si colorarono leggermente. «Abbastanza.»
Annuii. Non aggiunsi altro.


«Potevi portarmele direttamente a casa, sapevi che erano le mie,» disse

Asia alzò lo sguardo. Non c'era la maschera dura del giorno prima. C'era una stanchezza diversa — una resa momentanea che la luce fioca dei lampioni accentuava, disegnandole ombre morbide sotto gli zigomi.

«Me le dai o no?»

Infilai la mano nella tasca e tirai fuori il mazzo di chiavi, tenendolo sospeso per il ciondolo di cuoio. Il metallo tintinnò nel freddo.

Asia fece un passo avanti e allungò la mano. Le sue dita gelate sfiorarono il mio palmo. Ma io non aprii le dita.

«Lasciale, Michael.»

«Ho bisogno di un minuto.»

«Non ho niente da dirti.»

«Io sì.»

Lei tentò di strattonare la mano. La presi per il polso con la mano libera — non violentemente, ma saldamente. Asia si irrigidì.

«Michael, lasciami.. lascismi subito» disse. «Non funziona più.»

«Lo so.» Feci una pausa. «Perché qui?»

«Ci passavo davanti.»

«A Roma ci sono duemila posti dove passi per tornare a casa tua. Hai scelto questo.»

La mascella le si contrasse. Non disse niente, e il silenzio era già una risposta.

Mi voltai verso la città per un secondo — poi di nuovo verso di lei.
«Da quando avevamo diciassette anni mi fai questo effetto. Lo sai, vero? Prima ancora di tutto il casino che ci siamo combinati. Prima della doccia, di Villa Ada, di Manchester. C'era già qualcosa, e tu lo sapevi meglio di me.»

«Non rincominciare adesso.»

«Perché no? È l'unica storia vera che abbiamo.»

«Michael—»

«Tutto il resto — il male che ci siamo fatti — è venuto dopo. Quando eravamo già abbastanza stupidi da usare quello che sentivamo come un'arma invece di farci qualcosa di buono.»

Asia abbassò gli occhi sul mio pugno chiuso attorno alle chiavi. Quando li rialzò, c'era qualcosa che non riusciva a smettere di fare capolino — non rabbia, non la sua fredda determinazione. Qualcosa di più vecchio.

«Non funziona così,» disse. La voce era meno piatta di quanto volesse.
«Non puoi tornare con gli anni in mano come se fossero un argomento. Ho un passato con te, Michael. Non un futuro.»

«Come lo sai?»

«Perché ti conosco.» Le parole le uscirono veloci, calde, prima che potesse fermarle.
«Ti conosco meglio di quanto mi piaccia ammettere. E so come va a finire. Lo sai anche tu.»

«Forse stavolta no.»

Scosse la testa, guardando la città sotto di noi. «Smettila.»

«Dimmelo guardandomi negli occhi che questo incontro non è voluto,» dissi, sottovoce. «Dimmelo e sparisco.»

Asia chiuse gli occhi.

Il silenzio che seguì fu il tipo di silenzio che ha un peso specifico.

«Perché non riesci a sparire dalla mia vita?» disse alla fine, la voce bassa, quasi tra sé.
«Gli altri spariscono. Tu no. Torni sempre. E io...» Si interruppe. «Ci casco sempre.»

«Non è cascarci.»

«E allora cos'è?»

Non risposi subito. Le allentai la presa sul polso — non per lasciarla andare, ma perché smettesse di essere una presa. La sua mano rimase lì, nella mia.

«È quello che non è mai partito davvero,» dissi. «Ci siamo sempre fermati un secondo prima. Per paura, per orgoglio, perché uno dei due stava già rovinando tutto. E ogni volta che ci siamo riavvicinati, avevamo troppa merda addosso per farlo in modo pulito.»

Asia aprì gli occhi. Li aveva lucidi, e la cosa la faceva chiaramente incazzare con sé stessa.

«Non siamo stati buoni l'uno con l'altro,» disse piano.

«No,» ammisi. «Tu per prima. Poi io. E poi ancora tu, e ancora io, finché non abbiamo perso il conto.»

Un silenzio. Il vento spostava i suoi capelli.

«Non ti sto chiedendo di dimenticare,» continuai. «Non ti sto chiedendo di fidarti di me — sarebbe una cosa idiota da chiederti adesso. Lo so.» Le aprii lentamente la mano, e le misi il mazzo di chiavi nel palmo. Le sue dita si chiusero istintivamente attorno al ciondolo consumato. «Ti sto chiedendo solo di non andare. Per stasera.»

Asia fissò le chiavi in mano per un momento lungo. Poi alzò lo sguardo sulla città.

«Vaffanculo» disse.

«Va bene, ci andrò... ma—»

«Ma niente, Michael»

Rimase in silenzio. Il filo di fumo della sigaretta consumata si disperdeva nell'aria fredda. Roma brillava sotto di noi, indifferente.

Poi si voltò verso di me.

Non c'era nessuna maschera. Solo lei — stanca, incazzata, lucida, presente. Mi prese il bavero del giaccone con entrambe le mani. Non per tenermi a distanza.

E mi lasciò fare il resto.

Non fu un bacio dolce. Non c'era niente di romantico nel senso pulito del termine — fu un impatto, sì, ma anche un riconoscimento. Qualcosa di disperato e familiare insieme, antico, come una parola che si aspetta di dire da troppo tempo. Le mie labbra schiacciarono le sue, e Asia rispose con la stessa intensità — schiuse le labbra, gemendo piano nella mia bocca, le mani che scivolavano dietro il mio collo.

La spinsi contro la carrozzeria della Yaris. Il tonfo sordo dei nostri corpi contro la lamiera si perse nel vento. La baciai fino a toglierle il respiro, assaporando il gusto del fumo, del freddo e di una necessità assoluta che non aveva mai trovato il momento giusto. A un certo punto aprii gli occhi, un secondo solo e dietro la sua testa, nel cielo viola scuro, c'era il Cupolone illuminato. Fermo. Antico. Come se stesse guardando anche lui da sempre.

Quando ci fermammo, rimasi con la fronte appoggiata alla sua. Respiravamo entrambi affannosamente.

«Questo non vuol dire che saeà semplice,» disse, gli occhi ancora chiusi.

«No,» dissi. «Non lo è e non lo sarà.»

«E non vuol dire che mi fido di te.»

«Lo so. Neanche io di te.»

Asia aprì gli occhi. Li aveva ancora lucidi, ma adesso mi guardava in modo diverso. Con quello sguardo che avevo visto la prima volta quando eravamo ragazzini e che non mi aveva mai abbandonato del tutto, nemmeno quando avrei dovuto lasciarglielo fare.

«Allora non farti illusioni,» disse sottovoce. Ma non si mosse.

«Per adesso basta questo.»

Un silenzio. Il vento tra gli alberi.

Poi la sua mano scivolò dal mio collo al mio petto — e si appoggiò lì. Non mi spinse via. Rimase ferma, il palmo piatto sul giubbotto, come chi ha smesso di combattere qualcosa e non sa ancora come chiamare la cosa che ha smesso di combattere.

Rimasi fermo con lei tra le braccia. In lontananza, oltre i tetti e le cupole minori, il Cupolone teneva la sua posizione nel buio — illuminato, immobile, lo stesso da quattrocento anni. Sapevo che quello che avevamo appena riaperto non aveva nessuna garanzia. Che ci saremmo fatti del male ancora. Che la fiducia si costruisce lentamente e si rompe in un secondo, e che io avevo già dimostrato di saperla rompere bene.
Ma per la prima volta in anni, la fiamma tra noi non bruciava per fare del male.
Bruciava e basta.

CONTINUA... . .
scritto il
2026-06-05
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