Il gioco pericoloso
di
minkanku91
genere
gay
Lavorare con lui era diventato un tormento elettrico. C’era Guido, c’erano i colleghi, e sapevamo entrambi che se qualcuno avesse scoperto la nostra relazione ci avrebbero massacrati. Ma era iniziato tutto quasi per gioco. Un giorno, tra un turno e l’altro, lui mi aveva raccontato con un tono tra il vanto e il disprezzo che una volta si era fatto un ragazzo. "Solo una volta," disse, "era una checca."
Quelle parole mi fecero salire il sangue al cervello. Mi arrabbiai e non glielo mandai a dire. Gli raccontai che a me era successo il contrario: lo avevo preso nel culo, e non per questo mi sentivo una "checca". Quella mia sfida, quel mio orgoglio, abbatté l'ultima barriera. Da lì il passo fu breve. Mi confessò che gli sarebbe piaciuto farlo con me. Proprio lì, sul posto di lavoro.
La soluzione erano le docce a fine turno. Ognuno di noi aveva il suo bagno personale, ma per stare insieme dovevamo essere invisibili. Fui io a proporre il piano: "Io entro per primo e chiudo a chiave, ma lascio la chiave fuori, appoggiata sulla finestrella. Quando arrivi tu, la prendi, entri e richiudi. Così non ci vedranno mai entrare insieme."
Il rischio era minimo, ma l'adrenalina era massima. Di solito succedeva una volta a settimana. Io entravo, mi spogliavo e aspettavo sotto l'acqua calda con il cuore che batteva all'impazzata.
Una volta rimasero due settimane senza che lui entrasse. Quattordici giorni in cui mettevo la chiave sulla finestrella e restavo sotto il getto d'acqua a sperare, per poi uscire da solo, deluso e preoccupato. Ero quasi in crisi, pensavo che avesse avuto paura o che fosse finita.
Poi, un giorno, mentre ero lì immerso nel vapore, sentii finalmente la serratura scattare. Era lui.
Entrò come un uragano. Si spogliò in un istante, posseduto da una fame che l'astinenza forzata aveva reso brutale. Sapevamo già cosa fare: io volevo restare passivo, volevo sentire la sua forza e lasciarmi prendere. Mi voltai contro le piastrelle, offrendogli la schiena bagnata.
Mi prese subito, con una fretta che toglieva il fiato. Non c'era tempo per la dolcezza; il suo era un bisogno animale. Mi teneva stretto, inchiodato al muro, mentre il rumore dell'acqua copriva i nostri respiri pesanti e i colpi sordi dei suoi affondi. Mi faceva impazzire con quel suo cazzo che entrava profondo, selvaggio, spinto dal terrore di essere scoperto e dalla voglia accumulata in quelle due settimane.
Era sempre così: un assalto rapido e violento. Appena sentiva il piacere esplodere dentro di me, restava immobile solo un secondo, schiacciandomi contro il muro. Poi, la paura riprendeva il sopravvento. Si staccava bruscamente, si sciacquava in fretta e, senza dire una parola, afferrava i vestiti e scappava via.
Uscendo, rimetteva la chiave nella finestrella e tornava a essere il collega di sempre. Io restavo lì, solo nel box doccia, con le gambe tremanti e il suo calore ancora dentro, a godermi gli ultimi istanti di quel segreto che ci stava consumando e legando sempre di più. Appagato, ma già in attesa del prossimo turno.
Quelle parole mi fecero salire il sangue al cervello. Mi arrabbiai e non glielo mandai a dire. Gli raccontai che a me era successo il contrario: lo avevo preso nel culo, e non per questo mi sentivo una "checca". Quella mia sfida, quel mio orgoglio, abbatté l'ultima barriera. Da lì il passo fu breve. Mi confessò che gli sarebbe piaciuto farlo con me. Proprio lì, sul posto di lavoro.
La soluzione erano le docce a fine turno. Ognuno di noi aveva il suo bagno personale, ma per stare insieme dovevamo essere invisibili. Fui io a proporre il piano: "Io entro per primo e chiudo a chiave, ma lascio la chiave fuori, appoggiata sulla finestrella. Quando arrivi tu, la prendi, entri e richiudi. Così non ci vedranno mai entrare insieme."
Il rischio era minimo, ma l'adrenalina era massima. Di solito succedeva una volta a settimana. Io entravo, mi spogliavo e aspettavo sotto l'acqua calda con il cuore che batteva all'impazzata.
Una volta rimasero due settimane senza che lui entrasse. Quattordici giorni in cui mettevo la chiave sulla finestrella e restavo sotto il getto d'acqua a sperare, per poi uscire da solo, deluso e preoccupato. Ero quasi in crisi, pensavo che avesse avuto paura o che fosse finita.
Poi, un giorno, mentre ero lì immerso nel vapore, sentii finalmente la serratura scattare. Era lui.
Entrò come un uragano. Si spogliò in un istante, posseduto da una fame che l'astinenza forzata aveva reso brutale. Sapevamo già cosa fare: io volevo restare passivo, volevo sentire la sua forza e lasciarmi prendere. Mi voltai contro le piastrelle, offrendogli la schiena bagnata.
Mi prese subito, con una fretta che toglieva il fiato. Non c'era tempo per la dolcezza; il suo era un bisogno animale. Mi teneva stretto, inchiodato al muro, mentre il rumore dell'acqua copriva i nostri respiri pesanti e i colpi sordi dei suoi affondi. Mi faceva impazzire con quel suo cazzo che entrava profondo, selvaggio, spinto dal terrore di essere scoperto e dalla voglia accumulata in quelle due settimane.
Era sempre così: un assalto rapido e violento. Appena sentiva il piacere esplodere dentro di me, restava immobile solo un secondo, schiacciandomi contro il muro. Poi, la paura riprendeva il sopravvento. Si staccava bruscamente, si sciacquava in fretta e, senza dire una parola, afferrava i vestiti e scappava via.
Uscendo, rimetteva la chiave nella finestrella e tornava a essere il collega di sempre. Io restavo lì, solo nel box doccia, con le gambe tremanti e il suo calore ancora dentro, a godermi gli ultimi istanti di quel segreto che ci stava consumando e legando sempre di più. Appagato, ma già in attesa del prossimo turno.
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