Ornella (seconda parte)
di
Massimo FKR
genere
dominazione
I due si imbatterono in un piccolo bar semi-deserto, entrarono accomodandosi a un tavolo d'angolo al riparo dalla luce diretta della sala. L'uomo aspettò che si sedessero, poi infilò la mano nella tasca interna del cappotto e tirò fuori un piccolo pacchetto rettangolare, avvolto in carta lucida scura e chiuso da un nastro sottile. Lo tese a Ornella con un sorriso enigmatico. Lei sciolse il nastro con cura: sotto la luce calda dei lampioni che filtrava dalle vetrate, il contenuto si rivelò in tutta la sua fredda precisione. Erano tre piccole pinzette di metallo lucido, collegate tra loro da una catenella d'argento fine ma resistente.
L'uomo ordinò due drink al bancone e, appena tornato, si chinò verso Ornella e le chiese con voce ferma di andare in bagno a indossare il regalo appena scartato.
Ornella prese l'oggetto di metallo dal tavolo e attraversò la sala. Il bagno del bar era una stanza stretta con pareti di ceramica grigia. Si sbottonò la giacca di pelle corta e la appese dietro la porta, restando con la sola blusa semitrasparente. Poi fece scivolare l'allacciatura della gonna incrociata, lasciando che il tessuto si aprisse sui fianchi e scoprisse la pelle nuda sopra la balza di pizzo delle calze autoreggenti.
Lavorando di fronte allo specchio, applicò la prima pinzetta sul capezzolo sinistro e la seconda sul destro, stringendo le viti zigrinate. Infine afferrò la terza pinzetta e la fissò al centro, nella parte inferiore del monte di Venere, proprio dove la pelle nuda era più tesa.
Mentre si guardava allo specchio per controllare il posizionamento, il telefono nella tasca della giacca vibrò. Ricevette un primo SMS in cui lui le chiedeva di stringere meglio le pinzette, esigendo il massimo della sopportazione prima di tornare in sala. Ornella ripose il cellulare, afferrò le piccole viti zigrinate e le svitò con decisione, stringendo il metallo sulla carne finché la sensazione non divenne una fitta acuta e profonda. Subito dopo, arrivò un secondo messaggio che le impose di accorciare la catenella d’argento, staccando la terza pinza e riattaccandola alla catena tre anelli più in alto. La trazione divenne feroce, costringendola a una postura flessa e sinuosa.
Quando rientrò nella sala, l'impatto visivo fu magnetico. La sua camminata era diventata lenta e misurata, con il busto leggermente inclinato in avanti. Sotto la giacca aperta, la blusa semitrasparente rivelava chiaramente la forma netta delle due pinzette e il riflesso metallico della catenella tesa. Raggiunto il tavolo, l'uomo le fece segno di sedersi sul divanetto di pelle, allentando temporaneamente la tensione della catena, e le chiese se preferisse avere piacere lì o andare via subito.
Ornella decise di restare. Prima che il cameriere si avvicinasse, l'uomo si sporse in avanti e infilò un dito direttamente tra due asole della blusa semitrasparente, agganciando la catenella d'argento e tirandola verso di sé in una trazione costante. Mantenne la presa rigida anche mentre ordinava un secondo giro di drink, costringendo Ornella all'immobilità.
Appena il cameriere si allontanò, le ordinò di aprire le gambe e portare la testa indietro. Ornella obbedì, allontanando le ginocchia e abbandonando la testa contro lo schienale: il doppio movimento contrapposto tese l'argento come una corda di violino. L'uomo si avvicinò molto in avanti per fare scudo con il corpo, coprendo interamente la visuale del divanetto. Il cameriere posò i nuovi drink sul piano di legno e si congedò. Non appena l'impiegato fu a distanza di sicurezza, l'uomo si spinse contro di lei nell'oscurità protetta dal tavolo e la penetrò con decisione con due dita proprio lì dove la terza pinzetta sotto il monte di Venere spingeva la sensibilità al massimo. Ornella sussultò violentemente, stringendo le dita sulla giacca di pelle corta fino a sbiancare le nocche, completamente travolta da un'ondata di piacere intenso.
Solo a questo punto, dopo il raggiungimento del piacere, si notarono gli effetti visibili di quel contatto profondo. Il tessuto scuro della gonna incrociata, rimasto schiacciato e teso sotto la spinta dei loro corpi sul divanetto di pelle, si era visibilmente bagnato al centro, impregnandosi degli umori secreti durante l'atto. La chiazza lucida metteva nettamente in evidenza l'intensità del momento appena consumato.
L'uomo si scostò leggermente e sfilò il dito dalle asole della blusa, rilasciando la catenella. Estrasse dalla tasca un secondo oggetto pesante d'acciaio lucido, un plug dalle dimensioni medie e dalla base circolare ampia, e lo appoggiò sul tavolo di legno. Sussurrando all'orecchio di Ornella, le diede l'ultima disposizione: «Ti puoi rilassare ora. Tra poco andrai in bagno ad allentare la tensione della catena e ad indossare questo plug».
Ornella prese il plug d’acciaio dal tavolo con dita ancora scosse, avvertendone il peso notevole. Si alzò dal divanetto e camminò verso il fondo del locale. I suoi passi lenti mettevano in risalto la chiazza lucida e bagnata al centro della gonna incrociata, segno evidente dell'intensità del momento appena vissuto.
Entrata nel bagno, fece scattare la serratura e si appoggiò al lavandino. Tolse di nuovo la giacca di pelle corta e la blusa semitrasparente. Lavorando di fronte allo specchio, strinse le viti zigrinate delle prime due pinzette sui capezzoli, poi aprì l'allacciatura della gonna e rimosse la terza clip posizionata sul clitoride. Un profondo sospiro di sollievo le sfuggì dalle labbra quando la catenella d’argento si staccò definitivamente dal suo corpo, lasciando la pelle arrossata e sensibilizzata.
Subito dopo, lo sguardo di Ornella scese sul plug appoggiato sul marmo bianco del lavabo. L’acciaio freddo rifletteva la luce del neon. La base circolare era ampia e il corpo anatomico dell'oggetto si allargava in modo importante per il suo buchetto. Si posizionò davanti allo specchio, allargò le gambe sopra le calze autoreggenti e inclinò il busto in avanti. Afferrò il plug, lo bagnò mettendolo in bocca con la saliva e ne appoggiò l’estremità contro l'intimità ancora calda e umida. Il corpo dell'oggetto si fece spazio, dilatando i tessuti con una pressione piena e costante che le riempì il ventre. Quando la parte più larga superò la resistenza iniziale, il plug scivolò completamente all'interno, fino a far aderire la base piatta contro la pelle nuda. Una sensazione di totale e pesante pienezza la pervase.
Mentre riprendeva fiato di fronte allo specchio, il telefono nella tasca della giacca di pelle corta emise un nuovo segnale acustico. Il messaggio di lui conteneva una nuova disposizione: “Ricordati che non ti ho detto di togliere le pinze. Rimettile con la catena senza tensione ma in modo che mordano bene la tua carne. Poi torna da me.”
Ornella prese la catenella d'argento. Allentò la terza pinzetta e la fece scorrere indietro lungo le maglie di metallo, riposizionandola all'estremità originaria della catena per annullare l'accorciamento. A quel punto, riapplicò le prime due morse sui capezzoli e fissò l'ultimo morsetto sul clitoride. Ora la catena pendeva morbida, senza esercitare alcuna trazione dolorosa mentre lei rimaneva ferma, ma sfiorava la sua pelle a ogni millimetrico movimento. Ornella si ricompose e tornò in sala. Senza la trazione della catenella il suo busto era tornato eretto, ma il plug d’acciaio le imponeva di calibrare ogni passo. Raggiunto il tavolo d'angolo, l'uomo le tese la mano e le disse: «Ora usciamo. La nostra serata è tutt'altro che finita». Mentre sorseggiava gli ultimi sorsi del drink, Ornella realizzò che tutto era programmato. Quel bar specifico e silenzioso era stato scelto apposta. «E ora?», chiese. L'uomo rispose a bassa voce: «Ora usciamo. Andiamo a fare una passeggiata lungo i vicoli illuminati. Ma ad ogni lampione che incontreremo sul nostro cammino, tu dovrai fare un passo indietro e io tenderò la catena, prima di poterne fare tre in avanti».
Usciti dal locale, l'aria fresca e umida di Roma li avvolse. I vicoli intorno a via Nazionale erano deserti. Pochi metri dopo l'uscita, la luce gialla del primo lampione tagliò l'oscurità. L'uomo si fermò. Ornella ricordò la regola: fece un lento passo all'indietro. L’uomo infilò un dito nell’asola e agganciò la catenella che si tese facendo tirare le pinzette sui capezzoli e sul clitoride. Trattennne il fiato prima di compiere i tre passi in avanti.
La ripetizione metodica di quella regola trasformò la passeggiata in un'esperienza totalizzante. L’intensità di quel contrasto accelerò il suo battito e Ornella si inumidì progressivamente per l'eccitazione, bagnando la pelle nuda sopra la balza di pizzo delle calze autoreggenti. Arrivati all'altezza del sesto lampione, l'ombra di un portone monumentale in legno scuro si aprì alla loro destra: era l'accesso a un club esclusivo e riservato ai soci.
Oltre il portone, scesero una scalinata sotterranea che conduceva a una sala interna arredata con divani di velluto scuro. Si accomodarono a un tavolo basso di cristallo, situato in una nicchia profonda e avvolta dalla penombra. L'uomo si sedette accanto a lei, ordinò due calici di vino rosso e poi, avvicinando le labbra al suo orecchio, le diede il nuovo comando: «Alza la gonna e siediti direttamente sul divanetto». Ornella sollevò il tessuto scuro e si riposizionò, appoggiando la carne nuda e bagnata dall'eccitazione direttamente contro il velluto scuro del divanetto. La pressione del plug si fece sentire. Subito dopo, l'uomo aggiunse: «Ora allarga le gambe». Ornella allontanò le ginocchia sul divanetto, aprendosi completamente. L'apertura tese la pelle del pube, e la terza pinzetta sembrò mordere ancora di più il clitoride.
Senza allentare la pressione del suo sguardo, l'uomo le diede il comando successivo: «Apri la camicia completamente». Ornella sbottonò la blusa semitrasparente da cima a fondo, rivelando le pinzette sul petto e la catenella d’argento nuda sul ventre che scompariva tra le gambe divaricate. Proprio mentre l'ombra del cameriere riappariva con i calici, l'uomo sussurrò: «Rimani immobile». Ornella congelò ogni muscolo. Il cameriere posò i calici a pochi centimetri da loro facendo finta di non notare nulla e si allontanò. Solo allora, Ornella lasciò andare un respiro profondo.
L'uomo le diede la disposizione successiva: «Ora girati e fammi vedere il sedere». Ornella si posizionò carponi sul divanetto, dando le spalle all'uomo e offrendo il bacino inarcato. In quella posizione, la gonna sollevata rivelò completamente il posteriore, dove la base circolare del plug d'acciaio lucido spiccava nettamente tra le natiche. L'uomo si sporse in avanti e la penetrò con due dita proprio lì dove la carne era più sensibile e bagnata. Oltre alla spinta profonda delle dita, utilizzo l’altra mano per prendere la catenella, trasmettendo una scossa simultanea fino ai capezzoli. Successivamente, lui le ordinò: «Prendi il plug». Ornella afferrò la base del metallo e lo estrasse lentamente, sopportando una sensazione di vuoto profondo. Tenendo l'oggetto nel pugno, ricevette il comando: «E’ sporco, puliscilo con la bocca». Ornella portò lo strumento d'acciaio alle labbra, pulendone la superficie con la lingua. Subito dopo, lui le ordinò di rimettere il plug nel sedere. Ornella lo reinserì millimetro dopo millimetro, ritrovando la pesante pienezza.
Infine, l'uomo ordinò: «Ora datti piacere». Ornella fece scivolare le dita tra le cosce, stimolandosi proprio lì dove la pinzetta manteneva la sensibilità al massimo, venendo travolta da un nuovo e incontrollato orgasmo silenzioso. Quando il ritmo del respiro rallentò, lui le disse: «Ricomponiti poi vai in bagno e togli le pinzette». Ornella si risedette, allacciò la blusa e risistemò la gonna. Sentendo anche il bisogno di liberare la vescica, andò nel bagno dove rimosse le tre pinzette. La rimozione le strappò una fitta di dolore acuto e bruciante sul petto e sul pube, lasciando la pelle arrossata ma finalmente libera dal morso e dalla trazione, mentre il plug rimaneva inserito. Dopo essersi liberata, tornò al tavolo, e a quel punto l'uomo le fece scivolare accanto un secondo pacchetto, avvolto in carta color cremisi e sigillato da ceralacca nera. Ornella aprì il pacchetto e vide un ovetto di silicone di notevoli dimensioni, liscio e pesante. L'uomo glielo tolse di mano, le impose di allargare le gambe e lo inserì nella sua intimità, mettendolo a contatto con il plug d'acciaio. Poi, tirò fuori il cellulare e aprì un applicazione di controllo dell’ometto. Modificando l'intensità sullo schermo, lo attivò a pulsazioni intermittenti e profonde, che iniziarono a rimbalzare contro il metallo del plug.
Subito dopo, l'uomo le ordinò di dargli la prima catena con le pinze e tirò fuori dalla tasca altre tre pinzette identiche. Sotto la luce della candela, unì le strutture creando una perfetta forma a V in cima alla catena, disponendo le sei pinzette in modo simmetrico: tre a sinistra e tre a destra. Con voce ferma, le ordinò: «Apri le gambe, in modo che io ti possa mettere le sei pinzette sulle piccole labbra. La catena che resta la farò uscire sopra la gonna». Si chinò sotto il tavolo e applicò le sei morse speculari sulla carne ultrasensibile delle piccole labbra. La parte restante della catena d'argento pendeva davanti come un guinzaglio.
L'uomo si alzò dal divanetto, afferrando saldamente l'estremità della catena, e le ordinò: «Andiamo a ballare». Raggiunsero il centro della pista del club sotto le luci stroboscopiche fucsia e blu. L'uomo la teneva per la catena e, muovendosi a tempo di musica, ogni movimento del ballo tendeva bruscamente il filo d'argento, trasmettendo uno strattone feroce sulle sei pinzette, mentre l'ovetto continuava a scuoterla dall'interno. Quell'intreccio perfetto di stimoli provocò a Ornella un nuovo, incontrollato e travolgente orgasmo sulla pista da ballo e per non cadere abbracciò il suo torturatore finché le contrazioni non ebbero fine.
Tornati alla nicchia del tavolo, l'uomo si riposizionò accanto a lei. A quel punto Ornella scivolò sul pavimento, inginocchiandosi nello spazio d'ombra per dargli piacere con la bocca. Mentre lei eseguiva l'atto, l'uomo afferrò la catenella d'argento e diede uno strattone verso l'alto, trasmettendo una trazione feroce sulle sei pinzette che le riempì gli occhi di lacrime per il dolore acuto. Nonostante la scarica, Ornella continuò con devozione finché lui non si scaricò completamente nella sua bocca. Riponendo il calice, l'uomo le accarezzò i capelli e le disse: «Brava. Hai fatto un buon lavoro. Ora andiamo a casa, prendiamo un taxi».
Saliti sul taxi notturno, l'uomo le ordinò di tenere le gambe aperte sul sedile posteriore e iniziò a titillarla con le dita tra le sei pinzette e la base del plug. Poi, avvicinandosi al suo orecchio, le sussurrò: «A casa sarai punita, e tu sai il perché».
Arrivati a casa, la guidò verso il piano interrato, aprendo la porta blindata del dungeon privato, una stanza in pietra scura attrezzata con una croce di Sant'Andrea. Le ordinò di togliersi la giacca e la blusa, la fece appoggiare di schiena alla croce e le legò i polsi e le caviglie ai cinturini di cuoio. Subito dopo, le tolse anche la gonna incrociata, lasciandola in totale nudità con le sole calze autoreggenti.
Prima di iniziare, l'uomo si chinò, sganciò le sei pinzette ormai affondate nella carne. Questa operazione provocò un dolore lancinante ad Ornella che gridò. Per questo l’uomo riposizionò le sei pinzette in punti diversi delle piccole labbra e poi afferrò l'estremità della catenella e la tirò verso il basso con decisione, legandola saldamente a un gancio metallico, mettendo così le piccole labbra in massima trazione. Poi prese dalla rastrelliera una canna di bambù flessibile. Inizialmente le stimolò i capezzoli e il sesso con la punta della canna, poi diede inizio alla punizione vera e propria. Sferrò colpi precisi che si abbatterono sulle cosce scoperte, sulla pancia e sulla parte inferiore del seno. Ogni sussulto di Ornella per l'impatto si scontrava con la trazione inferiore della catena. L'uomo aggiunse due nuovi colpi mirati direttamente sui capezzoli e sulla parte alta del petto: i punti colpiti cominciarono visibilmente a gonfiarsi e a diventare rossi in rilievo.
Terminati i colpi, l'uomo prese dal frigo un calice metallico con una bibita limpida e gliela fece bere, annunciando che sarebbe servita a pulirla, considerando quanto successo al club, ma che il grande plug d’acciaio inserito avrebbe impedito l’uscita del liquido. Poi, riprese il cellulare, attivò l’ovetto vibrante a frequenza costante e le disse: «Tornerò tra un'ora». Uscì chiudendo la porta blindata.
Rimasta sola, Ornella affrontò i sessanta minuti di isolamento. A metà del tempo, la bibita iniziò a fare effetto nell'intestino, scatenando intense e dolorose fitte viscerali. La pressione interna, unita al ronzio costante dell'ovetto e al blocco del plug, costrinse l'addome a violente contrazioni involontarie che stiravano la catena in basso. Questo intreccio intollerabile di stimoli determinò una nuova, devastante reazione. Durante lo spasmo culminante, la pressione interna e la forza della stimolazione della vagina divennero così violente da spingere tutto verso l'esterno: il plug d’acciaio venne espulso violentemente dal suo corpo, seguito dall'ovetto di silicone che continuò a vibrare sul pavimento di pietra, liberando liquidi maleodoranti che colarono lungo le sue cosce. Ornella rimase immobile e sporca nei suoi pensieri, in attesa della fine dell'ora.
Allo scadere del tempo, l'uomo rientrò nel dungeon e trovò il disastro sul pavimento, accompagnato da un odore insopportabile e pungente. Avanzò verso di lei e pronunciò la sentenza finale: «Domani verrai punita per quanto hai fatto, non hai saputo controllarti». Poi la slegò dalle cinghie e le disse che prima di potersi lavare avrebbe dovuto pulire a perfezione il dungeon. Ornella pulì meticolosamente ogni cosa e, quasi all’alba, salì a farsi la doccia, sentendo l'acqua calda bruciare sulle linee rosse e gonfie del petto e delle cosce, con il pensiero fisso su cosa l'avrebbe aspettata.
Alle dieci del mattino successivo, domenica, l’uomo la svegliò togliendole le coperte e le annunciò la punizione: «Oggi non ci sarà il dungeon. La tua punizione si consumerà qui, alla luce del giorno. Tra un'ora ti posizionerai carponi al centro del salone, di fronte alla grande vetrata aperta sulla via». Ornella eseguì l'ordine, rimanendo per un'ora in quella posizione sul parquet. Allo scadere del tempo, l'uomo la fece alzare e le ordinò: «Appoggia i seni alla vetrata». Ornella premette il petto nudo e i capezzoli sensibili contro il cristallo freddo della finestra, esposta alla luce del sole e alla visuale della strada sottostante.
Dietro di lei risuonò il sibilo di un frustino di pelle. L'uomo le sussurrò sulla spalla: «Avrai trenta colpi con il frustino sul sedere, così non potrai sederti facilmente nei prossimi giorni. Conta ogni colpo a voce alta».
La punizione iniziò con cadenza metodica. Il frustino si abbatté ripetutamente sul posteriore completamente esposto. Ornella contò ogni sferzata a voce alta, con la fronte e i seni schiacciati sul vetro, mentre le lacrime le rigavano il viso mescolandosi alla condensa sul cristallo. Ogni colpo lasciava linee bianche che diventavano subito rosse e calde, iniziando a gonfiarsi in rilievo esattamente come i segni della notte precedente. Al trentesimo colpo, la superficie del sedere era un'unica mappa infuocata e pulsante. L'uomo abbassò lo strumento e le diede l'ultimo ordine: «La punizione è finita. Torna nella tua stanza, lavati e mettiti solo il vestito di lana grezza che abbiamo comprato in montagna». Ornella si allontanò dalla vetrata a passi corti e misurati, rientrando nella camera da letto per affrontare la giornata, consapevole che il contatto del vestito con la pelle segnata avrebbe mantenuto vivo il ricordo della sua sottomissione.
L'uomo ordinò due drink al bancone e, appena tornato, si chinò verso Ornella e le chiese con voce ferma di andare in bagno a indossare il regalo appena scartato.
Ornella prese l'oggetto di metallo dal tavolo e attraversò la sala. Il bagno del bar era una stanza stretta con pareti di ceramica grigia. Si sbottonò la giacca di pelle corta e la appese dietro la porta, restando con la sola blusa semitrasparente. Poi fece scivolare l'allacciatura della gonna incrociata, lasciando che il tessuto si aprisse sui fianchi e scoprisse la pelle nuda sopra la balza di pizzo delle calze autoreggenti.
Lavorando di fronte allo specchio, applicò la prima pinzetta sul capezzolo sinistro e la seconda sul destro, stringendo le viti zigrinate. Infine afferrò la terza pinzetta e la fissò al centro, nella parte inferiore del monte di Venere, proprio dove la pelle nuda era più tesa.
Mentre si guardava allo specchio per controllare il posizionamento, il telefono nella tasca della giacca vibrò. Ricevette un primo SMS in cui lui le chiedeva di stringere meglio le pinzette, esigendo il massimo della sopportazione prima di tornare in sala. Ornella ripose il cellulare, afferrò le piccole viti zigrinate e le svitò con decisione, stringendo il metallo sulla carne finché la sensazione non divenne una fitta acuta e profonda. Subito dopo, arrivò un secondo messaggio che le impose di accorciare la catenella d’argento, staccando la terza pinza e riattaccandola alla catena tre anelli più in alto. La trazione divenne feroce, costringendola a una postura flessa e sinuosa.
Quando rientrò nella sala, l'impatto visivo fu magnetico. La sua camminata era diventata lenta e misurata, con il busto leggermente inclinato in avanti. Sotto la giacca aperta, la blusa semitrasparente rivelava chiaramente la forma netta delle due pinzette e il riflesso metallico della catenella tesa. Raggiunto il tavolo, l'uomo le fece segno di sedersi sul divanetto di pelle, allentando temporaneamente la tensione della catena, e le chiese se preferisse avere piacere lì o andare via subito.
Ornella decise di restare. Prima che il cameriere si avvicinasse, l'uomo si sporse in avanti e infilò un dito direttamente tra due asole della blusa semitrasparente, agganciando la catenella d'argento e tirandola verso di sé in una trazione costante. Mantenne la presa rigida anche mentre ordinava un secondo giro di drink, costringendo Ornella all'immobilità.
Appena il cameriere si allontanò, le ordinò di aprire le gambe e portare la testa indietro. Ornella obbedì, allontanando le ginocchia e abbandonando la testa contro lo schienale: il doppio movimento contrapposto tese l'argento come una corda di violino. L'uomo si avvicinò molto in avanti per fare scudo con il corpo, coprendo interamente la visuale del divanetto. Il cameriere posò i nuovi drink sul piano di legno e si congedò. Non appena l'impiegato fu a distanza di sicurezza, l'uomo si spinse contro di lei nell'oscurità protetta dal tavolo e la penetrò con decisione con due dita proprio lì dove la terza pinzetta sotto il monte di Venere spingeva la sensibilità al massimo. Ornella sussultò violentemente, stringendo le dita sulla giacca di pelle corta fino a sbiancare le nocche, completamente travolta da un'ondata di piacere intenso.
Solo a questo punto, dopo il raggiungimento del piacere, si notarono gli effetti visibili di quel contatto profondo. Il tessuto scuro della gonna incrociata, rimasto schiacciato e teso sotto la spinta dei loro corpi sul divanetto di pelle, si era visibilmente bagnato al centro, impregnandosi degli umori secreti durante l'atto. La chiazza lucida metteva nettamente in evidenza l'intensità del momento appena consumato.
L'uomo si scostò leggermente e sfilò il dito dalle asole della blusa, rilasciando la catenella. Estrasse dalla tasca un secondo oggetto pesante d'acciaio lucido, un plug dalle dimensioni medie e dalla base circolare ampia, e lo appoggiò sul tavolo di legno. Sussurrando all'orecchio di Ornella, le diede l'ultima disposizione: «Ti puoi rilassare ora. Tra poco andrai in bagno ad allentare la tensione della catena e ad indossare questo plug».
Ornella prese il plug d’acciaio dal tavolo con dita ancora scosse, avvertendone il peso notevole. Si alzò dal divanetto e camminò verso il fondo del locale. I suoi passi lenti mettevano in risalto la chiazza lucida e bagnata al centro della gonna incrociata, segno evidente dell'intensità del momento appena vissuto.
Entrata nel bagno, fece scattare la serratura e si appoggiò al lavandino. Tolse di nuovo la giacca di pelle corta e la blusa semitrasparente. Lavorando di fronte allo specchio, strinse le viti zigrinate delle prime due pinzette sui capezzoli, poi aprì l'allacciatura della gonna e rimosse la terza clip posizionata sul clitoride. Un profondo sospiro di sollievo le sfuggì dalle labbra quando la catenella d’argento si staccò definitivamente dal suo corpo, lasciando la pelle arrossata e sensibilizzata.
Subito dopo, lo sguardo di Ornella scese sul plug appoggiato sul marmo bianco del lavabo. L’acciaio freddo rifletteva la luce del neon. La base circolare era ampia e il corpo anatomico dell'oggetto si allargava in modo importante per il suo buchetto. Si posizionò davanti allo specchio, allargò le gambe sopra le calze autoreggenti e inclinò il busto in avanti. Afferrò il plug, lo bagnò mettendolo in bocca con la saliva e ne appoggiò l’estremità contro l'intimità ancora calda e umida. Il corpo dell'oggetto si fece spazio, dilatando i tessuti con una pressione piena e costante che le riempì il ventre. Quando la parte più larga superò la resistenza iniziale, il plug scivolò completamente all'interno, fino a far aderire la base piatta contro la pelle nuda. Una sensazione di totale e pesante pienezza la pervase.
Mentre riprendeva fiato di fronte allo specchio, il telefono nella tasca della giacca di pelle corta emise un nuovo segnale acustico. Il messaggio di lui conteneva una nuova disposizione: “Ricordati che non ti ho detto di togliere le pinze. Rimettile con la catena senza tensione ma in modo che mordano bene la tua carne. Poi torna da me.”
Ornella prese la catenella d'argento. Allentò la terza pinzetta e la fece scorrere indietro lungo le maglie di metallo, riposizionandola all'estremità originaria della catena per annullare l'accorciamento. A quel punto, riapplicò le prime due morse sui capezzoli e fissò l'ultimo morsetto sul clitoride. Ora la catena pendeva morbida, senza esercitare alcuna trazione dolorosa mentre lei rimaneva ferma, ma sfiorava la sua pelle a ogni millimetrico movimento. Ornella si ricompose e tornò in sala. Senza la trazione della catenella il suo busto era tornato eretto, ma il plug d’acciaio le imponeva di calibrare ogni passo. Raggiunto il tavolo d'angolo, l'uomo le tese la mano e le disse: «Ora usciamo. La nostra serata è tutt'altro che finita». Mentre sorseggiava gli ultimi sorsi del drink, Ornella realizzò che tutto era programmato. Quel bar specifico e silenzioso era stato scelto apposta. «E ora?», chiese. L'uomo rispose a bassa voce: «Ora usciamo. Andiamo a fare una passeggiata lungo i vicoli illuminati. Ma ad ogni lampione che incontreremo sul nostro cammino, tu dovrai fare un passo indietro e io tenderò la catena, prima di poterne fare tre in avanti».
Usciti dal locale, l'aria fresca e umida di Roma li avvolse. I vicoli intorno a via Nazionale erano deserti. Pochi metri dopo l'uscita, la luce gialla del primo lampione tagliò l'oscurità. L'uomo si fermò. Ornella ricordò la regola: fece un lento passo all'indietro. L’uomo infilò un dito nell’asola e agganciò la catenella che si tese facendo tirare le pinzette sui capezzoli e sul clitoride. Trattennne il fiato prima di compiere i tre passi in avanti.
La ripetizione metodica di quella regola trasformò la passeggiata in un'esperienza totalizzante. L’intensità di quel contrasto accelerò il suo battito e Ornella si inumidì progressivamente per l'eccitazione, bagnando la pelle nuda sopra la balza di pizzo delle calze autoreggenti. Arrivati all'altezza del sesto lampione, l'ombra di un portone monumentale in legno scuro si aprì alla loro destra: era l'accesso a un club esclusivo e riservato ai soci.
Oltre il portone, scesero una scalinata sotterranea che conduceva a una sala interna arredata con divani di velluto scuro. Si accomodarono a un tavolo basso di cristallo, situato in una nicchia profonda e avvolta dalla penombra. L'uomo si sedette accanto a lei, ordinò due calici di vino rosso e poi, avvicinando le labbra al suo orecchio, le diede il nuovo comando: «Alza la gonna e siediti direttamente sul divanetto». Ornella sollevò il tessuto scuro e si riposizionò, appoggiando la carne nuda e bagnata dall'eccitazione direttamente contro il velluto scuro del divanetto. La pressione del plug si fece sentire. Subito dopo, l'uomo aggiunse: «Ora allarga le gambe». Ornella allontanò le ginocchia sul divanetto, aprendosi completamente. L'apertura tese la pelle del pube, e la terza pinzetta sembrò mordere ancora di più il clitoride.
Senza allentare la pressione del suo sguardo, l'uomo le diede il comando successivo: «Apri la camicia completamente». Ornella sbottonò la blusa semitrasparente da cima a fondo, rivelando le pinzette sul petto e la catenella d’argento nuda sul ventre che scompariva tra le gambe divaricate. Proprio mentre l'ombra del cameriere riappariva con i calici, l'uomo sussurrò: «Rimani immobile». Ornella congelò ogni muscolo. Il cameriere posò i calici a pochi centimetri da loro facendo finta di non notare nulla e si allontanò. Solo allora, Ornella lasciò andare un respiro profondo.
L'uomo le diede la disposizione successiva: «Ora girati e fammi vedere il sedere». Ornella si posizionò carponi sul divanetto, dando le spalle all'uomo e offrendo il bacino inarcato. In quella posizione, la gonna sollevata rivelò completamente il posteriore, dove la base circolare del plug d'acciaio lucido spiccava nettamente tra le natiche. L'uomo si sporse in avanti e la penetrò con due dita proprio lì dove la carne era più sensibile e bagnata. Oltre alla spinta profonda delle dita, utilizzo l’altra mano per prendere la catenella, trasmettendo una scossa simultanea fino ai capezzoli. Successivamente, lui le ordinò: «Prendi il plug». Ornella afferrò la base del metallo e lo estrasse lentamente, sopportando una sensazione di vuoto profondo. Tenendo l'oggetto nel pugno, ricevette il comando: «E’ sporco, puliscilo con la bocca». Ornella portò lo strumento d'acciaio alle labbra, pulendone la superficie con la lingua. Subito dopo, lui le ordinò di rimettere il plug nel sedere. Ornella lo reinserì millimetro dopo millimetro, ritrovando la pesante pienezza.
Infine, l'uomo ordinò: «Ora datti piacere». Ornella fece scivolare le dita tra le cosce, stimolandosi proprio lì dove la pinzetta manteneva la sensibilità al massimo, venendo travolta da un nuovo e incontrollato orgasmo silenzioso. Quando il ritmo del respiro rallentò, lui le disse: «Ricomponiti poi vai in bagno e togli le pinzette». Ornella si risedette, allacciò la blusa e risistemò la gonna. Sentendo anche il bisogno di liberare la vescica, andò nel bagno dove rimosse le tre pinzette. La rimozione le strappò una fitta di dolore acuto e bruciante sul petto e sul pube, lasciando la pelle arrossata ma finalmente libera dal morso e dalla trazione, mentre il plug rimaneva inserito. Dopo essersi liberata, tornò al tavolo, e a quel punto l'uomo le fece scivolare accanto un secondo pacchetto, avvolto in carta color cremisi e sigillato da ceralacca nera. Ornella aprì il pacchetto e vide un ovetto di silicone di notevoli dimensioni, liscio e pesante. L'uomo glielo tolse di mano, le impose di allargare le gambe e lo inserì nella sua intimità, mettendolo a contatto con il plug d'acciaio. Poi, tirò fuori il cellulare e aprì un applicazione di controllo dell’ometto. Modificando l'intensità sullo schermo, lo attivò a pulsazioni intermittenti e profonde, che iniziarono a rimbalzare contro il metallo del plug.
Subito dopo, l'uomo le ordinò di dargli la prima catena con le pinze e tirò fuori dalla tasca altre tre pinzette identiche. Sotto la luce della candela, unì le strutture creando una perfetta forma a V in cima alla catena, disponendo le sei pinzette in modo simmetrico: tre a sinistra e tre a destra. Con voce ferma, le ordinò: «Apri le gambe, in modo che io ti possa mettere le sei pinzette sulle piccole labbra. La catena che resta la farò uscire sopra la gonna». Si chinò sotto il tavolo e applicò le sei morse speculari sulla carne ultrasensibile delle piccole labbra. La parte restante della catena d'argento pendeva davanti come un guinzaglio.
L'uomo si alzò dal divanetto, afferrando saldamente l'estremità della catena, e le ordinò: «Andiamo a ballare». Raggiunsero il centro della pista del club sotto le luci stroboscopiche fucsia e blu. L'uomo la teneva per la catena e, muovendosi a tempo di musica, ogni movimento del ballo tendeva bruscamente il filo d'argento, trasmettendo uno strattone feroce sulle sei pinzette, mentre l'ovetto continuava a scuoterla dall'interno. Quell'intreccio perfetto di stimoli provocò a Ornella un nuovo, incontrollato e travolgente orgasmo sulla pista da ballo e per non cadere abbracciò il suo torturatore finché le contrazioni non ebbero fine.
Tornati alla nicchia del tavolo, l'uomo si riposizionò accanto a lei. A quel punto Ornella scivolò sul pavimento, inginocchiandosi nello spazio d'ombra per dargli piacere con la bocca. Mentre lei eseguiva l'atto, l'uomo afferrò la catenella d'argento e diede uno strattone verso l'alto, trasmettendo una trazione feroce sulle sei pinzette che le riempì gli occhi di lacrime per il dolore acuto. Nonostante la scarica, Ornella continuò con devozione finché lui non si scaricò completamente nella sua bocca. Riponendo il calice, l'uomo le accarezzò i capelli e le disse: «Brava. Hai fatto un buon lavoro. Ora andiamo a casa, prendiamo un taxi».
Saliti sul taxi notturno, l'uomo le ordinò di tenere le gambe aperte sul sedile posteriore e iniziò a titillarla con le dita tra le sei pinzette e la base del plug. Poi, avvicinandosi al suo orecchio, le sussurrò: «A casa sarai punita, e tu sai il perché».
Arrivati a casa, la guidò verso il piano interrato, aprendo la porta blindata del dungeon privato, una stanza in pietra scura attrezzata con una croce di Sant'Andrea. Le ordinò di togliersi la giacca e la blusa, la fece appoggiare di schiena alla croce e le legò i polsi e le caviglie ai cinturini di cuoio. Subito dopo, le tolse anche la gonna incrociata, lasciandola in totale nudità con le sole calze autoreggenti.
Prima di iniziare, l'uomo si chinò, sganciò le sei pinzette ormai affondate nella carne. Questa operazione provocò un dolore lancinante ad Ornella che gridò. Per questo l’uomo riposizionò le sei pinzette in punti diversi delle piccole labbra e poi afferrò l'estremità della catenella e la tirò verso il basso con decisione, legandola saldamente a un gancio metallico, mettendo così le piccole labbra in massima trazione. Poi prese dalla rastrelliera una canna di bambù flessibile. Inizialmente le stimolò i capezzoli e il sesso con la punta della canna, poi diede inizio alla punizione vera e propria. Sferrò colpi precisi che si abbatterono sulle cosce scoperte, sulla pancia e sulla parte inferiore del seno. Ogni sussulto di Ornella per l'impatto si scontrava con la trazione inferiore della catena. L'uomo aggiunse due nuovi colpi mirati direttamente sui capezzoli e sulla parte alta del petto: i punti colpiti cominciarono visibilmente a gonfiarsi e a diventare rossi in rilievo.
Terminati i colpi, l'uomo prese dal frigo un calice metallico con una bibita limpida e gliela fece bere, annunciando che sarebbe servita a pulirla, considerando quanto successo al club, ma che il grande plug d’acciaio inserito avrebbe impedito l’uscita del liquido. Poi, riprese il cellulare, attivò l’ovetto vibrante a frequenza costante e le disse: «Tornerò tra un'ora». Uscì chiudendo la porta blindata.
Rimasta sola, Ornella affrontò i sessanta minuti di isolamento. A metà del tempo, la bibita iniziò a fare effetto nell'intestino, scatenando intense e dolorose fitte viscerali. La pressione interna, unita al ronzio costante dell'ovetto e al blocco del plug, costrinse l'addome a violente contrazioni involontarie che stiravano la catena in basso. Questo intreccio intollerabile di stimoli determinò una nuova, devastante reazione. Durante lo spasmo culminante, la pressione interna e la forza della stimolazione della vagina divennero così violente da spingere tutto verso l'esterno: il plug d’acciaio venne espulso violentemente dal suo corpo, seguito dall'ovetto di silicone che continuò a vibrare sul pavimento di pietra, liberando liquidi maleodoranti che colarono lungo le sue cosce. Ornella rimase immobile e sporca nei suoi pensieri, in attesa della fine dell'ora.
Allo scadere del tempo, l'uomo rientrò nel dungeon e trovò il disastro sul pavimento, accompagnato da un odore insopportabile e pungente. Avanzò verso di lei e pronunciò la sentenza finale: «Domani verrai punita per quanto hai fatto, non hai saputo controllarti». Poi la slegò dalle cinghie e le disse che prima di potersi lavare avrebbe dovuto pulire a perfezione il dungeon. Ornella pulì meticolosamente ogni cosa e, quasi all’alba, salì a farsi la doccia, sentendo l'acqua calda bruciare sulle linee rosse e gonfie del petto e delle cosce, con il pensiero fisso su cosa l'avrebbe aspettata.
Alle dieci del mattino successivo, domenica, l’uomo la svegliò togliendole le coperte e le annunciò la punizione: «Oggi non ci sarà il dungeon. La tua punizione si consumerà qui, alla luce del giorno. Tra un'ora ti posizionerai carponi al centro del salone, di fronte alla grande vetrata aperta sulla via». Ornella eseguì l'ordine, rimanendo per un'ora in quella posizione sul parquet. Allo scadere del tempo, l'uomo la fece alzare e le ordinò: «Appoggia i seni alla vetrata». Ornella premette il petto nudo e i capezzoli sensibili contro il cristallo freddo della finestra, esposta alla luce del sole e alla visuale della strada sottostante.
Dietro di lei risuonò il sibilo di un frustino di pelle. L'uomo le sussurrò sulla spalla: «Avrai trenta colpi con il frustino sul sedere, così non potrai sederti facilmente nei prossimi giorni. Conta ogni colpo a voce alta».
La punizione iniziò con cadenza metodica. Il frustino si abbatté ripetutamente sul posteriore completamente esposto. Ornella contò ogni sferzata a voce alta, con la fronte e i seni schiacciati sul vetro, mentre le lacrime le rigavano il viso mescolandosi alla condensa sul cristallo. Ogni colpo lasciava linee bianche che diventavano subito rosse e calde, iniziando a gonfiarsi in rilievo esattamente come i segni della notte precedente. Al trentesimo colpo, la superficie del sedere era un'unica mappa infuocata e pulsante. L'uomo abbassò lo strumento e le diede l'ultimo ordine: «La punizione è finita. Torna nella tua stanza, lavati e mettiti solo il vestito di lana grezza che abbiamo comprato in montagna». Ornella si allontanò dalla vetrata a passi corti e misurati, rientrando nella camera da letto per affrontare la giornata, consapevole che il contatto del vestito con la pelle segnata avrebbe mantenuto vivo il ricordo della sua sottomissione.
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