La lunga notte 4.4- Il chicco di melograno

di
genere
dominazione

Idra è accanto a me, ci avviamo insieme a casa sua, il respiro si condensa nell’aria fresca di dicembre. Le luci appese ai balconi sono filo spinato, ci separano dal mondo della gente normale.
Elena entra, scintillante come sempre; il vestito riflette la luce e Idra si sporge verso di lei. “Ho trovato lavoro in pescheria per Angela.”
Elena si sfila un guanto nero e si versa qualcosa di dorato. “Allora tu ti occuperai del pesce. E noi, invece, dei polli.”
Idra ha una vetrina di liquori molto fornita. La mia spirale alcolica non finisce mai.
“Polli?” sono perplessa.
“Ieri sera c’era una fila incredibile al locale. Abbiamo fatto un sacco di soldi. E tu?”
Idra stende la tovaglia. “A parte la stanchezza, pure io ho spennato parecchi polli. Ultimamente viene una donna cicciotta, sulla quarantina, madre di figli, ossessionata dall’idea che io l’aiuti a conquistare un ragazzo di ventitré anni. Ogni venerdì le appioppo un sale colorato che vendo come filtro d’amore. Me lo paga un sacco di quattrini e se ne va baciandomi le mani.”
Appoggia i piatti: “La gente è davvero disposta a comprare qualsiasi cosa, se il prezzo gli pare giusto.”
Guardo le luci fredde oltre la finestra, intrappolate nelle inferriate dei balconi, sembrano le sbarre di tante gabbie.
Mi viene in mente quel sabato, la gabbia si era chiusa davvero.
***
Ho dormito appena due ore. Mi ha strappato dal sonno una sveglia che ho da quando ero bambina. La melodia mi avvolge come un abbraccio lontano, è una sequenza di note sempre uguale.
Mi infilo nel box doccia, l’acqua è calda addosso.
Un orrore sottile mi attraversa: qualcosa può inghiottirmi da un momento all’altro.
Mentre mio marito sta tornando, un messaggio mi avvisa che arriverà solo la sera. Così decido di andare dalla dottoressa da cui ho portato Liveta.
Si chiama A. Canai e ha una criniera bionda che mi fa invidia. I suoi occhi blu leggono dentro di me, penso anche nella mia testa oltre che nel mio corpo, quindi appena termina la visita, le parlo cercando di non tradirmi. Poi, con un’audacia che mi sorprende, le chiedo:
“Che contraccettivo invisibile ha dato a Liveta?”
Lei solleva un sopracciglio. “Stai tranquilla, sei pulita.”
Non risponde davvero.
Insisto. “Nulla per darmi un’indicazione?”
Ormai è tornata al suo posto dietro la scrivania, si appoggia allo schienale. “Ho un segreto professionale io, anche se Liveta è una poveraccia.”
Poveraccia.
Quella parola rimbalza circolando nel mio cervello, scende giù, disegna una spirale. Non mi aspettavo che parlasse così.
“Tanto ho capito,” dico, “era una spirale.”
Lei accenna appena col capo, come se quella risposta muta bastasse.
La mia curiosità non è a posto. “La spirale... può applicarsi a donne che non hanno mai partorito?”
Lei dice: “In passato si evitava più spesso, ma dipende dai casi. Ogni corpo ha la sua storia.”
Il cuore mi fa un tuffo.
Povera Liveta... forse è una cosa da bambini ma io voglio la sua storia, sono sicura di non aver ancora vista il punto più buio.
Pago e mi alzo, ma una sensazione spaventosa mi trattiene mentre la saluto, e lei ricambia con uno sguardo che sembra concedermi il permesso di andare.
I polmoni mi si sono riempiti di colpa mentre venivo qui... Ma proprio qui, osservandola, ho l’illuminazione.
Lo studio è spoglio. Gli arredi costano ma sono stati scelti senza gusto. Né fiori, né foto. Dalla finestra si vede soltanto il panorama cittadino: piccioni che sembrano topi del cielo, mezzi gracchianti. L’odore di smog della città non sparisce sotto il deodorante alla lavanda.
La dottoressa? Ha occhi come vetri rotti. Tutt’intorno a lei c’è solo squallore e per questo lei risalta.
Molti altri professionisti hanno studi più raffinati, in zone migliori. Non che questa sia una cattiva zona — anzi, la clientela è buona — però ora lo so.
Quando l’ho scelta, mi avevano attirata i suoi occhi, incastonati in questo brutto luogo.
***
Mi giro verso Idra.
“Perché mi hai attratta?”
Glielo chiedo, tanto se legge la mente, può dirmi anche questo.
“Perché hai una ferita che vibra”, risponde. “E quello è il tuo male interno. E per quanto brutto sia, pensi che il male esterno non potrà mai davvero farti una sorpresa peggiore. Non più brutta di quella che troveresti se ti guardassi dentro sul serio.”
Elena ha finito di addobbare l’albero di Natale.
***
Rientro a casa a piedi, è pomeriggio inoltrato. La città mi scivola accanto, indifferente. Vorrei chiamare Liveta, ma sono quasi arrivata e qualsiasi cosa potrebbe dirmi mi manderebbe in un posto oscuro e invece io, ora, devo fare finta di essere molto contenta di vedere mio marito.
Apro la porta. Matteo è già in soggiorno, sta mangiando un dolce pieno di marmellata di fragole che sua madre aveva lasciato in frigo, mentre mi saluta cerca di togliersela dalle labbra e si imbratta tutta la guancia di rosso.
Sul tavolo c’è una scatola coperta di brillantini dorati.
Getto via le scarpe. Sono stanca. Lui è stanco.
“Ho pensato di portarti qualcosa da Roma”, dice con la voce svuotata.
— Sì, è colpa mia... quanto poco l’ho chiamato questa settimana? E non ci avrà fatto caso?
Tiro il nastro e il fiocco si scioglie.
Un profumo a forma di tacco a spillo. Carolina Herrera.
So quanto costa. È nero come le notti che Matteo non deve conoscere. Lucido come le scarpe di Irina.
Il mio stomaco si contrae come se dovessi rimettere tutto il mare di sporcizia che l’onda azzurra ha portato nella nostra vita. Lo spingo in fondo al cuore, così è tutto nascosto. Tutto sotto il tappeto. Bagno un tovagliolino con la saliva per pulirgli la faccia, ma Matteo si alza e si avvicina. Ho paura che si veda che mi sono spaventata troppo, e la carta si strappa. Mi accorgo di quant’è appiccicoso tutto questo rosso, tiro verso il suo occhio e le ciglia gli appiccicano. In mezzo ci sono anche dei grumi, pezzi di fragole che sembrano frammenti di cuore. Non è così il rosso di qualcosa che si mangia. L’odore è troppo dolce e la sua pelle è troppo calda. Sento le sue dita che mi stringono il viso. La mia lingua spunta dalle labbra da sola e si mette a raccogliere la marmellata sulla sua guancia. Evito di baciarlo e intanto di convincermi che questa cosa sulla sua faccia che sembra sangue è invece qualcosa di commestibile. Il suo dito mi si posa sul labbro inferiore, non mi muovo. Lo guardo negli occhi.
Il suo indice mi entra in bocca, succhio leggermente riabbassando il viso.
È un bacio lungo. Tra le ciglia ho quel calore di lacrime che si sente quando si ha la febbre.
Se potessi vedere la mia faccia nello specchio ora penso che sarebbe scialba, come nella più brutta delle foto segnaletiche.
Tutto si sta spegnendo. Mio marito dice: “Angela...”
Sono un’angela sì... con l’aureola di ferro che mi si sta stringendo intorno alla fronte e mi fa venire l’emicrania.
“Mi sei mancato”, dico. “Ti amo.”
Io recito male.
“Anche io ti amo.”
Grazie, Dio. Mi sbagliavo.
Il nostro bacio sta cominciando a scaldarsi.
Sul pavimento si stanno abbracciando i nostri vestiti, il suo colletto e la mia maglietta, sono imbrattati di rosso.
Il sale che ho negli fa di tutto per iniziare a scorrere, lo ricaccio indietro inspirando ed espirando. Se inspiri e poi soffi le lacrime si soffocano. Tiro su col naso. Non voglio stare qui, ma non voglio neppure perdere la mia casa. Ci siamo appoggiati al tavolo e la mia borsa è caduta, vedo le monete rovesciate.
Matteo ha le mani sul mio petto, dice: “Sento il tuo cuore.”
Il mio cuore rallenta, ha capito anche lui che tutto è carne e soldi. Non c’è molto spazio per quell’organo che batte e si gonfia chiedendo di avere ancora un posticino.
Le labbra di Matteo mi scorrono veloci sul collo, dice: “Batte così forte. Hai un cuore molto grande.”
Sì, grande come quello di una vacca.
Andiamo in camera. Non vedo l’ora di mettergli le mani sul suo corpo, almeno in questo sento qualcosa di vero.
Mi metto a lucidarlo con la lingua millimetro per millimetro, ormai so fare una pulizia perfetta meglio di quella che farebbe un assassino sul luogo del delitto. E il suo lui cresce nella mia bocca. Risalendo sento che nei suoi capelli c’è ancora l’odore di tutta questa settimana, copre il mio.
Vedo che i suoi occhi fanno avanti e indietro sulla mia faccia, forse cercano qualcosa che ci unisce ancora. Il suo naso affonda nei miei capelli che sanno dello sporco della città.
Mi aggiusto sotto di lui. Basta che mi entri dentro e questa fica umida farà sparire ogni traccia di amaro. Nessun segreto può sfuggire da lì.
Ma lui si sta comportando come chi prende le misure prima di un taglio perfetto: sfiora l’orlo, si ritira per controllare l’effetto, poi torna a premere appena e di nuovo si ferma.
Lo afferro per la radice dei capelli, sopra la nuca, in modo che torni al suo posto. Gli succhio la pelle del collo. L’amore resta stampato lì.
“Scopami.”
“No.”
Lo guardo in un modo abbastanza curioso, credo.
“Perché no?”
“Perché sei una puttana.”
Mi scosto abbastanza da guardarlo meglio negli occhi. Per un secondo ho il terrore che abbia scoperto l’autoporto, il furgone, l’androne.
È quasi l’ora di cena e la luce del tramonto invade la stanza: strano contrasto quel rosso col nostro divano e i tappeti blu. Ride come quella volta in cui ho iniziato a innamorarmi di lui.
“Mi sa che quella notte ha fatto finire definitivamente il nostro gioco,” dice, “da una parte mi dispiace, la sceneggiata della puttana ti piaceva tanto.”
Gli occhi gli brillano come quando credi ancora alla fata che ti porta i soldi perché ti sono caduti i denti.
La testa mi si svuota mentre lui parla e ricordo che ho vuoto anche lo stomaco.
Il rossore sale al viso.
“Sembri un chicco di melograno”, mentre dice così so spinge dentro di me.
Mentre i nostri movimenti diventano sempre più intensi mi chiedo se mi ha mai detto prima una cosa così bella. E se qualcuno potrà mai dirmene una più bella.
La magia della fiducia incondizionata funziona ancora, l’incantesimo finisce con un caldo getto bianco. Il sole si è abbassato completamente dietro i palazzi, la penombra è salita al soffitto.
Tutto si spegne.
scritto il
2026-06-07
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