Tra 9.5 e 4.5:quando il paragone non esiste nemmeno

di
genere
confessioni

Mi è capitato di rivedere le nostre foto di anni fa insieme.
Quando guardo quella foto oggi,una in particolare tra le tante la prima cosa che vedo non sono i fili dorati sulla fronte, né la festa alle spalle, né i sorrisi che sembrano spontanei agli occhi di chi la guarda. La prima cosa che vedo è la prova di un confronto che mi avrebbe accompagnata per undici anni. Io ero la mora, lei la bionda, entrambe diciottenni, entrambe chiamate Lucia, entrambe felici, mentre io già allora cominciavo a costruire nella mia testa una battaglia che nessuno, tranne me, avrebbe mai notato. Il mio problema non era il peso, non erano le gambe, non erano i capelli: era una cosa molto più specifica, molto più evidente, e per anni ho cercato di negarla a me stessa. Era il suo sedere. Tondo, voluminoso, impressionante, un panettone che sembrava sfidare tutte le leggi della genetica e della fisica.
Subito dopo quella foto, la prima volta che lo percepii davvero fu in una giornata di shopping da Zara. Avevamo deciso di prendere delle camicie, ma io non potevo fare a meno di controllare anche i pantaloni. Lei entrò in un camerino senza esitazioni, provò un paio di jeans a caso, uscì cinque minuti dopo e io rimasi paralizzata. Quei jeans le calzavano come se fossero stati creati da un designer apposta per il suo corpo. Io avevo passato venti minuti a scegliere tessuti, tagli, cuciture e dettagli, e quando uscii dal camerino cercando di sembrare disinvolta mi sentii sconfitta in partenza. La mia risposta fu immediata, automatica, una frase che oggi mi fa ridere: “Secondo me i sederi piccoli stanno meglio nei jeans”. Era il mio mantra, il mio scudo, la mia filosofia costruita per non ammettere la realtà: il suo panettone era impressionante e io non avrei mai potuto raggiungerlo.
Le settimane successive furono una serie di tentativi, illusioni e autoinganni. Passavo ore in palestra, facevo squat fino a sentire le gambe implodere, affondi, step, tutto ciò che prometteva di modellare i glutei. Guardavo i video tutorial, leggevo articoli, salvavo schede di allenamento, sperando che il lavoro costante potesse ridurre la differenza. Ogni volta che la incontravo, però, la realtà mi colpiva come un pugno: lei entrava in un paio di pantaloni qualsiasi, una semplice tuta, una gonna, e il panettone era sempre lì, tondo, perfetto, immutabile. Io cercavo angolazioni favorevoli, inclinazioni strategiche, pose studiati, come se la posizione potesse annullare la differenza. Ma era impossibile.
Ricordo un pomeriggio in cui ero convinta di aver recuperato terreno. Avevo appena completato sei settimane intense di allenamento e finalmente avevo dei risultati visibili. Mi sentivo soddisfatta, sicura, pronta a credere che potevo essere alla pari. Ci incontrammo al centro commerciale per un caffè e indossavo il mio nuovo paio di pantaloni aderenti. Per la prima volta pensai che forse non sarebbe stato così brutale. Poi camminammo fianco a fianco e vidi il movimento naturale del suo corpo, l’equilibrio perfetto, la naturalezza con cui quei pantaloni le calzavano: la mia vittoria mentale evaporò in un istante. Cercai scuse: la luce, l’angolazione, il tessuto… qualsiasi cosa pur di non ammettere che la differenza era ancora lì.
L’estate successiva arrivò il mare. Le prove costume furono un’esperienza quasi traumatica. Io cercavo di gestire i miei piccoli progressi, mentre lei camminava come se niente fosse, il panettone tondo e perfetto in piena vista. Alcune ragazze commentarono a voce alta il suo fisico. Io cambiavo argomento, ridendo, cercando di minimizzare, mentre dentro di me stavo negoziando una crisi diplomatica con la mia autostima. Anche i social non aiutarono: ogni foto pubblicata, ogni like ricevuto, ogni commento innocente diventava un test mentale, un confronto costante, un promemoria che il mio mantra “piccolo è meglio” non aveva potere reale.
Ci furono anche momenti più comici: le foto di gruppo, quando cercavo il lato giusto da cui mettermi; le serate con amici, quando qualcuno faceva un complimento innocente e io correvo subito a correggere con un “eh, ma piccolo è più elegante”; i vestiti scelti per occasioni speciali, i jeans acquistati con la speranza che finalmente valorizzassero il mio corpo; ogni uscita, ogni risata, ogni gesto diventava un piccolo episodio di confronto silenzioso.
Lucia non ha mai chiesto confronti. Mai. Questo è stato uno degli aspetti più incredibili della nostra amicizia. Non ha mai detto nulla per mettermi in difficoltà, non si è mai vantata del suo corpo, non ha mai fatto commenti sulle mie forme o sul mio fisico. Io, invece, vivevo in un mondo fatto di autoconvincimenti, filosofie e scuse.
Era un pomeriggio piuttosto lento e noioso in classe, e alcuni dei ragazzi decisero di inventarsi un gioco assurdo: assegnare voti ai sederi di alcune ragazze della classe basandosi su volume e proporzioni, e calcolare una media finale. Non era un confronto diretto tra me e Lucia, ma la dinamica inevitabilmente mi colpì: le partecipanti erano Lucia bionda, io, Ari, Nao e Rossy, cinque ragazze tra cui il divario sarebbe stato subito evidente. Quando i ragazzi iniziarono a discutere e a scrivere i voti, io cercai di ridere, fingere indifferenza, ma dentro di me sentivo un misto di tensione e curiosità. Lucia, come sempre, era serena, rilassata, la solita naturalezza che mi lasciava sempre un po’ spiazzata. Non cercava confronti, non faceva commenti su di me, non rideva alle mie spalle, eppure il suo corpo era impossibile da ignorare.
I ragazzi decisero di assegnare due voti per ciascuna: uno per il volume e uno per le proporzioni, poi avrebbero calcolato la media.
Si iniziò con Ari. I ragazzi discutevano animatamente: qualcuno sosteneva che il volume fosse equilibrato, altri pensavano che le proporzioni fossero più importanti. Alla fine Ari ricevette Volume 7, Proporzioni 7, Media 7,0. Lei sorrise leggermente, senza prendersela troppo, come se fosse del tutto normale essere giudicata in quel modo. Poi toccò a Rossy. La discussione fu simile: Volume 6, Proporzioni 6, Media 6,0. Anche Rossy rise, scrollando le spalle, mostrando leggerezza e accettazione.
Poi fu il mio turno. Avevo diciotto anni e credevo davvero che il mio piccolo fosse migliore secondo i miei criteri: armonioso, discreto, proporzionato. Cercai di ridere e apparire tranquilla, ma dentro sentivo il cuore battere forte. I voti furono coerenti con quello che pensavo: Volume 4, Proporzioni 5, Media 4,5. Mi consolai mentalmente pensando che le proporzioni contavano più del volume, che il piccolo era elegante e armonioso.
Quando arrivò il turno di Lucia bionda, la classe si animò. Tutti convennero subito che il volume fosse massimo: 10. Sulle proporzioni ci fu una breve discussione, ma alla fine fu stabilito 9, Media 9,5. Per un attimo, lei mostrò sorpresa: non si aspettava di essere così in alto secondo i criteri degli altri. Non c’era arroganza né competizione, solo leggerezza. Rideva, ascoltava le battute dei ragazzi, scuoteva la testa davanti alle esagerazioni e tornava a parlare d’altro senza prendersi sul serio.
Infine toccò a Nao, la migliore tra le altre medie. I ragazzi discutevano se darle 6 o 7 per il volume e 7 o 8 per le proporzioni; alla fine decisero Volume 6, Proporzioni 7, Media 6,5.
Quando arrivò il momento di tirare le somme, i ragazzi iniziarono a riassumere le loro impressioni in modo molto diretto, come fanno spesso i diciottenni. Secondo loro c'erano alcune ragazze che si collocavano nella media, altre che risultavano leggermente migliori della media generale, qualcuna che riceveva giudizi meno entusiasti e una che, a loro dire, era semplicemente fuori categoria rispetto alle altre.
La frase che ricordo meglio non riguardava un voto preciso ma proprio quell'espressione: "fuori categoria". Fu pronunciata quasi scherzando, tra le risate generali, ma rimase impressa nella mia memoria. Non perché la prendessi come un'offesa verso qualcuno o come un trionfo per qualcun altro, ma perché riassumeva perfettamente il modo in cui il gruppo stava leggendo la situazione.
Solo uno ricordo che si trovava in disaccordo sui voti a Lucia ma fu completamente ignorato.
Il risultato era chiaro,chi piu chi meno navigavamo tra il 5 e il 7,con una che non poteva essere nemmeno paragonata.
Sul profilo di Noe c è ancora la foto del bigliettino,riguardarlo ora a distanza di anni fa ancora più impressione.

VOTI:

Ari: volume 7, proporzioni 7
Rossy: volume 6, proporzioni 6
Lucia (mora): volume 4, proporzioni 5
Lucia (bionda): volume 10, proporzioni 9
Nao: volume 6, proporzioni 7

CLASSIFICA FINALE:

Lucia(bionda) 9,5
Ari 7
Nao 6,5
Rossy. 6
Lucia(mora) 4,5

Gli anni passarono. A ventuno, l’università: il confronto diventava mentale e strategico. Gli allenamenti più seri, le foto che studiavo prima di pubblicarle, le vacanze con amiche, ogni episodio sociale era un’occasione per misurare il divario. A ventitré anni, la fase scientifica: schede, tutorial, piani alimentari, tutto per colmare una differenza che nessun allenamento poteva annullare. A venticinque, provavo momenti di autoconvincimento, dicendo a me stessa che la genetica non era tutto, che il carattere contava più del fisico, che l’armonia del corpo piccolo era più elegante.
"Lucia, credo di aver passato undici anni a sostenere che piccolo e non voluminoso fosse meglio. Alcune volte lo dicevo agli altri. Molto più spesso lo dicevo a me stessa. Oggi, guardando questa foto, posso finalmente ammettere una cosa senza sentirmi in difetto: la differenza era enorme e io ho passato anni a fingere che non lo fosse. Non perché fossi gelosa di te, ma perché era più facile convincermi che non mi importasse piuttosto che accettare che certe cose non si ottengono con l'impegno. Tu avevi un sedere tondo e impressionante a diciotto anni, ce l'hai ancora oggi, e la verità è che l'ho sempre saputo. Ci ho messo undici anni solo ad ammetterlo.
È bastato guardare i numeri 9.5 e 4.5.
Non serve nemmeno commentare"
scritto il
2026-06-07
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