Bendata per Mio Figlio

di
genere
incesti

Era una sera di fine autunno, di quelle in cui il vento fuori dalla finestra sembrava sussurrare segreti. Elena, cinquantadue anni appena compiuti, vedova da quasi sei, sedeva sul divano del salotto con un bicchiere di Chianti in mano. Il fuoco nel camino crepitava piano, e lei aveva già vuotato il terzo bicchiere, le guance leggermente arrossate, gli occhi castani più luminosi del solito. Indossava una camicetta di seta bianca che le aderiva morbida al seno generoso e una gonna stretta fino al ginocchio, con i collant neri velati che le avvolgevano le gambe ancora toniche e curate.
Accanto a lei, Matteo, suo figlio di ventidue anni, teneva in mano il bicchiere mezzo pieno. Alto, con i capelli scuri un po’ arruffati e un’aria da studente universitario ancora timido, la guardava con quel misto di affetto e imbarazzo che lo accompagnava da sempre. Erano soli in casa, come quasi tutte le sere da quando il padre se n’era andato.
Elena posò il bicchiere e si voltò verso di lui, un sorriso malizioso ma dolce sulle labbra. «Dimmi la verità, tesoro. Come baci tu?»
Matteo quasi si strozzò con il vino. «Mamma… che domanda è?»
Lei rise piano, una risata calda, premurosa, quella di sempre. «Dai, non fare il timido. Hai ventidue anni, dovresti baciare come si deve. Io, alla tua età, facevo impazzire i ragazzi. Voglio insegnarti. Solo per aiutarti, eh. Niente malizia.»
Matteo arrossì fino alle orecchie. «Ma… sei mia madre. Non… non si fa. È… strano.»
Elena si avvicinò un po’ di più sul divano, la mano che gli sfiorava il ginocchio con la stessa tenerezza con cui gli aveva rimboccato le coperte da piccolo. «Esatto, sono tua madre. E proprio per questo lo faccio con amore. È solo una lezione, Matteo. Come quando ti insegnavo ad andare in bici. Niente di più. Solo… pratica. Fidati di me.»
Lui esitò. Per due, tre minuti buoni restò lì, rigido, il cuore che batteva forte. «Non lo so… mi sento un idiota solo a pensarci.»
Elena gli prese il mento con due dita, dolcemente, costringendolo a guardarla negli occhi. «Sei il mio ragazzo. Il mio orgoglio. E voglio che tu sia felice, anche in queste cose. Un bacio istruttivo. Solo labbra. Poi, se vuoi, smettiamo. Promesso.»
La resistenza di Matteo si sciolse piano, come neve al sole. Annuì, timido.
Elena sorrise, si avvicinò ancora. Le loro labbra si sfiorarono prima leggere, quasi caste. Un contatto innocente. Poi lei inclinò appena la testa e premette di più. Matteo sentì il calore del suo respiro, il sapore dolce del vino sulla lingua di lei che, con una lentezza esasperante, scivolò a cercare la sua.
Il bacio cambiò. Da istruttivo diventò profondo. Le lingue si intrecciarono piano, poi con più urgenza. Elena emise un piccolo sospiro contro la sua bocca, una mano che gli accarezzava la nuca. Matteo, quasi senza accorgersene, le posò una mano sul fianco, stringendo la seta della camicetta. Il bacio si fece più caldo, più bagnato, più affamato. I respiri si mescolarono, i corpi si avvicinarono. Elena gli mordicchiò piano il labbro inferiore, ironica e sensuale allo stesso tempo.
«Vedi? Non è così difficile…» mormorò lei, la voce un po’ roca. «Ma devi usare anche le mani, amore. Non stare lì come un palo.»
Matteo, ormai perso, lasciò scivolare le dita lungo la sua schiena. Lei rabbrividì. Le mani di lui salirono, sfiorarono i seni pieni sotto la camicetta, i capezzoli già turgidi. Elena gemette piano contro la sua bocca, un suono che gli fece ribollire il sangue.
Il petting diventò inevitabile. Si baciarono per lunghi minuti sul divano, mani che esploravano, vestiti che si aprivano piano. Elena gli slacciò la camicia con gesti esperti, baciandogli il petto. Lui le abbassò la cerniera della gonna, scoprendo i collant e il pizzo delle mutandine. Risate leggere, ironiche, si mescolavano ai sospiri: «Mamma, sei… bellissima» balbettò lui. «Lo so, tesoro. E tu sei cresciuto proprio bene» rispose lei, con un sorriso complice.
Poi, senza parole, Elena si alzò, gli prese la mano e lo portò in camera da letto. La stanza era in penombra, solo la lampada sul comodino accesa. Si spogliarono lentamente, con cura, come se volessero assaporare ogni secondo. Il corpo di Elena, maturo e morbido, con i fianchi larghi e il seno pesante, fece perdere la testa a Matteo. Lei lo spinse sul letto, salendogli sopra.
La prima volta fu dolce, quasi romantica. Elena lo guidò dentro di sé con una lentezza esasperante, cavalcandolo piano, gli occhi negli occhi. «Così, amore… senti quanto è bello?» sussurrava. Matteo le stringeva i fianchi, spingendo dal basso, i gemiti di lei che riempivano la stanza. Vennero insieme, stretti, sudati, ridendo piano per l’assurdità meravigliosa di quel momento.
La notte era ancora giovane.
La seconda volta arrivò dopo mezz’ora, tra carezze e chiacchiere sussurrate. Elena era a quattro zampe, Matteo dietro di lei. Questa volta fu più intenso, più carnale. Lui le afferrò i capelli, lei inarcò la schiena, spingendo contro di lui. «Più forte, tesoro… non trattarmi come una vecchia» gli disse con ironia, e lui obbedì, scopandola con passione crescente finché non esplosero di nuovo, crollando abbracciati.
Erano le tre del mattino quando arrivò la terza volta. I corpi esausti ma ancora affamati. Matteo, sdraiato accanto a lei, le accarezzava una gamba, sentendo la seta dei collant ancora indosso – Elena non se li era tolti del tutto.
«Mamma…» disse piano, la voce roca. «Voglio chiederti una cosa. I tuoi collant… posso usarli? Per bendarti.»
Elena lo guardò, sorpresa. Un lampo di titubanza le attraversò gli occhi. «Bendarmi? Matteo… sei sicuro? È… diverso.»
Lui le baciò il collo. «Mi fido di te. E tu ti fidi di me, no? Voglio vederti così. Solo per questa volta. Per giocare.»
Lei restò in silenzio qualche secondo, poi sorrise, un sorriso dolce e un po’ malizioso. «Va bene. Perché sei tu. E perché stanotte abbiamo già infranto tutte le regole.»
Matteo prese i collant neri, li arrotolò con cura e glieli legò sugli occhi, annodandoli dietro la testa. Elena rimase lì, bendata, il respiro accelerato, vulnerabile e bellissima. Il corpo nudo, solo i collant sfilati a metà sulle cosce.
Fu un’esplosione.
Matteo la girò sulla schiena e la divorò con la bocca, lingua e dita, facendola urlare di piacere. Poi la penetrò con una spinta decisa, profonda. Elena, senza vista, sentiva tutto amplificato: ogni colpo, ogni respiro, ogni mano che la stringeva. Si aggrappò a lui, le unghie nella schiena, i gemiti più forti, più selvaggi. «Sì… così… non fermarti, amore!»
Lui la scopò con una passione feroce, cambiando posizione, prendendola da dietro mentre lei era a quattro zampe, bendata e completamente sua. I collant sugli occhi la rendevano folle: ogni tocco era una sorpresa, ogni spinta un’onda di piacere. Vennero insieme per la terza volta, urlando, tremando, un orgasmo lungo e violento che li lasciò stremati.
All’alba, Elena si tolse la benda, gli occhi lucidi. Lo attirò a sé, baciandolo sulla fronte come quando era bambino.
«Stanotte abbiamo fatto cose che non si dovrebbero fare» mormorò con un sorriso stanco ma felice. «Ma non mi pento di niente.»
Matteo le si strinse contro, il cuore ancora in tumulto. «Nemmeno io, mamma. Nemmeno io.»
E mentre il sole sorgeva fuori dalla finestra, restarono abbracciati, pelle contro pelle, consapevoli che quella notte aveva cambiato tutto. Per sempre.
scritto il
2026-04-20
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