Aveva solo una camicia. Abbastanza per rendere impossibile concentrarsi su altro
di
fexalox
genere
incesti
Sara era tornata a casa da due settimane e la convivenza stava diventando una tortura lenta e deliziosa. Quella sera ero stravaccato sul divano quando la vidi arrivare dal corridoio.
Aveva appena fatto la doccia, ma non si era vestita del tutto. Indossava solo una delle mie camicie bianche oxford, quella che le arrivava appena sotto il culo. Sotto, però, non era nuda. Portava ancora le calze nere che aveva tenuto tutto il giorno: calze corte da ginnastica, leggermente sporche, con la pianta un po’ ingiallita e l’elastico segnato dopo ore di lavoro.
Il mio sguardo scese immediatamente lì. Sui suoi piedi. Sul rigonfiamento delle dita sotto la stoffa sottile.
«Hai visto il mio telefono?» chiese con voce innocente, camminando lentamente verso di me. Ogni passo faceva aderire la pianta del piede alla calza, lasciando intravedere l’impronta umida del sudore.
Quando mi passò davanti, l’odore arrivò come uno schiaffo caldo: un mix intenso di pelle femminile sudata, camicia pulita e quel profumo intimo, leggermente acido, che saliva dalle sue cosce. Il mio cazzo si indurì all’istante.
Sara se ne accorse. Invece di allontanarsi, si sedette sul tavolino basso proprio di fronte a me, gambe leggermente aperte. La camicia si aprì sul davanti. I seni pesanti erano liberi, capezzoli già turgidi. Ma i miei occhi tornavano sempre alle sue calze.
«Lo so che ti piacciono» mormorò. Sollevò lentamente un piede e me lo appoggiò sul petto. «Hai sempre fissato i miei piedi da quando eravamo ragazzini.»
L’odore era fortissimo. Caldo, intenso, leggermente salato, con quella nota pungente tipica di una giornata intera dentro le scarpe. Affondai il naso contro la pianta del piede, inspirando profondamente. Sara gemette piano quando sentì il mio respiro caldo attraverso la calza.
«Cazzo… annusale bene, fratellino.»
Le afferrai la caviglia e premetti il viso contro entrambe le piante, strofinando il naso tra le dita coperte dalla stoffa umida. L’odore era denso, quasi animale. Leccai la calza, sentendo il sapore salato del suo sudore accumulato. Sara sospirò di piacere e spinse il piede più forte contro la mia faccia.
«Senti quanto puzzano dopo tutto il giorno? Sono le stesse che ho tenuto in ufficio…»
Mi slacciai i pantaloni e tirai fuori il cazzo già bagnato di liquido preseminale. Mentre continuavo a odorare e leccare un piede, presi l’altro e me lo avvolsi intorno all’asta. La calza ruvida e umida creava una frizione perfetta. Sara muoveva il piede su e giù, masturbandomi lentamente mentre io affondavo il naso tra le dita dell’altro.
«Sei proprio un pervertito… ti eccita l’odore dei piedi di tua sorella.»
Non risposi. Ero troppo occupato a inspirare quel profumo proibito. Mi tolsi la calza dal piede destro con i denti e lo avvicinai direttamente alla mia faccia. Pelle calda, leggermente appiccicosa di sudore. Leccai tra le dita, succhiandole una ad una mentre lei gemeva.
Sara si alzò, si voltò e si piegò in avanti sul tavolino, offrendomi il culo. La camicia risalì completamente. Sotto non aveva niente. La figa era gonfia e lucida. Ma fu l’odore che mi fece impazzire: un mix potente di eccitazione femminile, sudore e quel sentore muschiato che saliva dal suo perineo fino al culo.
Mi inginocchiai dietro di lei e affondai il viso tra le sue natiche, leccando tutto. Dalla figa fradicia fino all’ano, respirando il suo odore più profondo e sporco. Sara spinse indietro il culo contro la mia faccia.
«Leccami… annusami tutta…»
Le infilai due dita nella figa mentre continuavo a leccare. Era bagnatissima. Poi presi di nuovo uno dei suoi piedi, ancora con la calza rimasta, e me lo premetti sul viso mentre la scopavo con le dita.
Non resistetti più. Mi alzai e le entrai dentro con un colpo solo. La figa era rovente e strettissima. Iniziai a sbatterla con forza, tenendole un piede contro la mia faccia. L’odore delle sue calze mi riempiva le narici a ogni affondo.
«Più forte… sfondami» ansimava Sara. «Voglio sentire il tuo cazzo mentre annusi i miei piedi sudati.»
La girai sulla schiena sul divano, le gambe alzate. Le tolsi anche l’altra calza e mi premetti entrambe le piante calde e umide direttamente sulla faccia mentre la penetravo profondamente. Il suo odore mi avvolgeva completamente: piedi, figa, sudore, eccitazione.
Accelerai, martellandola. I suoi seni ballavano a ogni colpo. Sara venne per prima, urlando, la figa che pulsava violentemente intorno al mio cazzo. Non rallentai. Continuai a scoparla mentre lei tremava, premendole i piedi sulla bocca e sul naso.
Quando sentii che stavo per esplodere, le ringhiai:
«Sto per venire…»
«Dentro… riempimi tutta, fratello.»
Venni con un grugnito animale, scaricando getti spessi e caldi dentro di lei. Continuai a spingere mentre venivo, mescolando il mio sperma al suo succo. Quando uscii, un rivolo denso le colò lungo la figa e fino al buco del culo.
Sara prese una delle sue calze usate, la passò tra le gambe raccogliendo il mix di nostri umori e me la porse.
«Annusala domani mattina prima di andare al lavoro» sussurrò con un sorriso malizioso. «Così ricorderai esattamente cosa mi hai fatto stanotte.»
Mi baciò profondamente, poi mi mise la calza sporca sul viso come una maschera oscena.
«Buonanotte, fratellino.»
Aveva appena fatto la doccia, ma non si era vestita del tutto. Indossava solo una delle mie camicie bianche oxford, quella che le arrivava appena sotto il culo. Sotto, però, non era nuda. Portava ancora le calze nere che aveva tenuto tutto il giorno: calze corte da ginnastica, leggermente sporche, con la pianta un po’ ingiallita e l’elastico segnato dopo ore di lavoro.
Il mio sguardo scese immediatamente lì. Sui suoi piedi. Sul rigonfiamento delle dita sotto la stoffa sottile.
«Hai visto il mio telefono?» chiese con voce innocente, camminando lentamente verso di me. Ogni passo faceva aderire la pianta del piede alla calza, lasciando intravedere l’impronta umida del sudore.
Quando mi passò davanti, l’odore arrivò come uno schiaffo caldo: un mix intenso di pelle femminile sudata, camicia pulita e quel profumo intimo, leggermente acido, che saliva dalle sue cosce. Il mio cazzo si indurì all’istante.
Sara se ne accorse. Invece di allontanarsi, si sedette sul tavolino basso proprio di fronte a me, gambe leggermente aperte. La camicia si aprì sul davanti. I seni pesanti erano liberi, capezzoli già turgidi. Ma i miei occhi tornavano sempre alle sue calze.
«Lo so che ti piacciono» mormorò. Sollevò lentamente un piede e me lo appoggiò sul petto. «Hai sempre fissato i miei piedi da quando eravamo ragazzini.»
L’odore era fortissimo. Caldo, intenso, leggermente salato, con quella nota pungente tipica di una giornata intera dentro le scarpe. Affondai il naso contro la pianta del piede, inspirando profondamente. Sara gemette piano quando sentì il mio respiro caldo attraverso la calza.
«Cazzo… annusale bene, fratellino.»
Le afferrai la caviglia e premetti il viso contro entrambe le piante, strofinando il naso tra le dita coperte dalla stoffa umida. L’odore era denso, quasi animale. Leccai la calza, sentendo il sapore salato del suo sudore accumulato. Sara sospirò di piacere e spinse il piede più forte contro la mia faccia.
«Senti quanto puzzano dopo tutto il giorno? Sono le stesse che ho tenuto in ufficio…»
Mi slacciai i pantaloni e tirai fuori il cazzo già bagnato di liquido preseminale. Mentre continuavo a odorare e leccare un piede, presi l’altro e me lo avvolsi intorno all’asta. La calza ruvida e umida creava una frizione perfetta. Sara muoveva il piede su e giù, masturbandomi lentamente mentre io affondavo il naso tra le dita dell’altro.
«Sei proprio un pervertito… ti eccita l’odore dei piedi di tua sorella.»
Non risposi. Ero troppo occupato a inspirare quel profumo proibito. Mi tolsi la calza dal piede destro con i denti e lo avvicinai direttamente alla mia faccia. Pelle calda, leggermente appiccicosa di sudore. Leccai tra le dita, succhiandole una ad una mentre lei gemeva.
Sara si alzò, si voltò e si piegò in avanti sul tavolino, offrendomi il culo. La camicia risalì completamente. Sotto non aveva niente. La figa era gonfia e lucida. Ma fu l’odore che mi fece impazzire: un mix potente di eccitazione femminile, sudore e quel sentore muschiato che saliva dal suo perineo fino al culo.
Mi inginocchiai dietro di lei e affondai il viso tra le sue natiche, leccando tutto. Dalla figa fradicia fino all’ano, respirando il suo odore più profondo e sporco. Sara spinse indietro il culo contro la mia faccia.
«Leccami… annusami tutta…»
Le infilai due dita nella figa mentre continuavo a leccare. Era bagnatissima. Poi presi di nuovo uno dei suoi piedi, ancora con la calza rimasta, e me lo premetti sul viso mentre la scopavo con le dita.
Non resistetti più. Mi alzai e le entrai dentro con un colpo solo. La figa era rovente e strettissima. Iniziai a sbatterla con forza, tenendole un piede contro la mia faccia. L’odore delle sue calze mi riempiva le narici a ogni affondo.
«Più forte… sfondami» ansimava Sara. «Voglio sentire il tuo cazzo mentre annusi i miei piedi sudati.»
La girai sulla schiena sul divano, le gambe alzate. Le tolsi anche l’altra calza e mi premetti entrambe le piante calde e umide direttamente sulla faccia mentre la penetravo profondamente. Il suo odore mi avvolgeva completamente: piedi, figa, sudore, eccitazione.
Accelerai, martellandola. I suoi seni ballavano a ogni colpo. Sara venne per prima, urlando, la figa che pulsava violentemente intorno al mio cazzo. Non rallentai. Continuai a scoparla mentre lei tremava, premendole i piedi sulla bocca e sul naso.
Quando sentii che stavo per esplodere, le ringhiai:
«Sto per venire…»
«Dentro… riempimi tutta, fratello.»
Venni con un grugnito animale, scaricando getti spessi e caldi dentro di lei. Continuai a spingere mentre venivo, mescolando il mio sperma al suo succo. Quando uscii, un rivolo denso le colò lungo la figa e fino al buco del culo.
Sara prese una delle sue calze usate, la passò tra le gambe raccogliendo il mix di nostri umori e me la porse.
«Annusala domani mattina prima di andare al lavoro» sussurrò con un sorriso malizioso. «Così ricorderai esattamente cosa mi hai fatto stanotte.»
Mi baciò profondamente, poi mi mise la calza sporca sul viso come una maschera oscena.
«Buonanotte, fratellino.»
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