La mia doppia vita proibita – Parte 1
di
fexalox
genere
incesti
Mi chiamo Laura, ho 44 anni e sono divorziata da quattro. Vivo in una villetta tranquilla in periferia con mio figlio Alessandro, che ha appena compiuto 20 anni. È un ragazzo alto, sportivo, con un sorriso che fa sciogliere chiunque, e da quando suo padre se n’è andato ha preso il ruolo di “uomo di casa” con una naturalezza che mi ha sempre intenerita… e, ultimamente, anche eccitata.
Tutto è iniziato per caso, durante un periodo di grande stress per me. Il lavoro, la solitudine, le notti insonni. Una sera di febbraio, dopo una bottiglia di vino condivisa sul divano, Alessandro mi ha massaggiato le spalle per rilassarmi. Le sue mani erano forti, calde. Quando sono scese lungo la schiena, invece di fermarlo, ho chiuso gli occhi e ho lasciato che continuasse.
Da lì è successo tutto velocemente, ma non in modo volgare. Abbiamo parlato tanto quella notte: di quanto mi sentissi invisibile come donna, di quanto lui mi trovasse bella, di certi pensieri che aveva da anni. Gli ho confessato che da tempo notavo come mi guardava quando indossavo le calze, soprattutto quelle lucide e velate che metto sotto le gonne per lavoro. Lui è arrossito, ma non ha negato.
«Mi fanno impazzire, mamma» ha ammesso sottovoce.
Quella stessa sera ho deciso di regalargli un ricordo che non avrebbe mai dimenticato. Sono andata in camera, ho scelto con cura: una gonna grigia aderente appena sopra il ginocchio, una camicetta bianca semi-trasparente, e un paio di collant neri 10 denari ultra lucidi con la riga dietro. Tacchi alti neri. Mi sono guardata allo specchio e mi sono sentita di nuovo desiderabile, pericolosa, viva.
Quando sono tornata in salotto, Alessandro è rimasto senza parole. Si è alzato lentamente, gli occhi fissi sulle mie gambe.
«Mamma… sei stupenda. Sembri… una donna diversa.»
Mi sono avvicinata, gli ho preso una mano e l’ho appoggiata sulla mia coscia. Il nylon frusciava sotto le sue dita.
«Toccami come vuoi, amore. Stasera sono solo tua.»
L’abbiamo fatto sul tappeto del salotto, con lentezza e passione. L’ho spogliato io, baciando ogni centimetro del suo petto giovane e tonico. Quando gli ho abbassato i boxer, il suo cazzo era già durissimo, grosso e pulsante. L’ho accarezzato con le mani, poi con le labbra, sentendo il suo respiro farsi sempre più affannoso.
Alla fine mi sono messa sopra di lui, ho scostato il tassello dei collant e delle mutandine e l’ho guidato dentro di me. Era caldo, spesso, mi riempiva completamente. Abbiamo scopato con un’intensità che non provavo da anni: io che mi muovevo su di lui, lui che mi stringeva i fianchi e mi sussurrava quanto fossi bella, quanto fosse eccitante scopare la propria madre.
Quando è venuto, ha scaricato tutto dentro di me con un gemito lungo e profondo. Ho sentito il suo sperma caldo inondarmi e sono venuta anch’io, contraendomi intorno a lui, mordendogli una spalla per non urlare.
Da quella notte è diventata la nostra piccola, grande perversione. Di giorno eravamo madre e figlio come sempre: colazione insieme, chiacchiere, studio. Di sera, o quando la casa era vuota, diventavamo amanti. Mi vestivo per lui: collant di ogni tipo (lucidi, opachi, con la cucitura), tacchi, gonne corte. Lui impazziva soprattutto quando mi chiamavo “la sua troia privata” mentre mi prendeva da dietro sul tavolo della cucina o sul divano.
Una mattina, dopo l’ennesima scopata intensa (mi aveva svegliata con il cazzo già duro e mi aveva riempita di nuovo sul letto), mi sono ritrovata a pensare che non potevo più tenere tutto dentro. Avevo bisogno di parlarne con qualcuno di cui mi fidassi ciecamente.
Quella persona era mia sorella minore, Sofia. Aveva 39 anni, era divorziata anche lei, con un corpo morbido e sensuale che aveva sempre saputo valorizzare. Eravamo molto unite, ci raccontavamo quasi tutto… ma questo era diverso. Era il segreto più sporco e più eccitante della mia vita.
Verso le 14 ho preso il telefono con le mani che tremavano leggermente. Le ho scritto:
«Sofia, sei a casa oggi pomeriggio? Devo parlarti di una cosa che non posso dire a nessun altro. È importante… e molto privata.»
La risposta è arrivata dopo pochi minuti: «Certo, sono qui. Vieni quando vuoi, ti preparo il caffè.»
Il cuore mi batteva fortissimo. Mi sono inventata con Alessandro che uscivo per fare la spesa. Lui, ancora nudo sul letto, mi ha dato una pacca sul culo e ha sorriso:
«Vestiti da brava mamma, eh? Solo io posso vederti vestita da puttana.»
Mi sono messa jeans, maglione largo e scarpe comode. Non sembravo nemmeno io. Mentre camminavo verso casa di Sofia (venti minuti a piedi), l’ansia mi stringeva lo stomaco, ma tra le gambe sentivo già un calore traditore. Stavo per confessare a mia sorella che scopavo regolarmente con mio figlio. Che mi piaceva da morire sentirmi chiamare troia da lui. Che il suo sperma dentro di me mi faceva sentire viva come non mai.
E chissà… forse Sofia non si sarebbe limitata a giudicarmi. Forse anche lei avrebbe trovato tutta questa storia… eccitante.
Arrivata davanti alla sua porta, ho suonato il campanello con il fiatone.
Sofia mi ha aperto con il suo solito sorriso caldo. Indossava una gonna midi nera e collant velati scuri che le slanciavano le gambe generose. Mi ha abbracciata forte.
«Entra, Laura. Che faccia hai… dimmi tutto.»
Dopo il caffè e qualche chiacchiera di circostanza sul lavoro e sul tempo, ho preso coraggio. La voce mi usciva bassa, quasi un sussurro.
«Sofia… ho iniziato una relazione con Alessandro. Una relazione incestuosa. E non riesco a smettere.»
Lei mi ha guardata a lungo, gli occhi spalancati. Il silenzio è calato pesante tra noi.
Ora tocca a lei reagire.
Tutto è iniziato per caso, durante un periodo di grande stress per me. Il lavoro, la solitudine, le notti insonni. Una sera di febbraio, dopo una bottiglia di vino condivisa sul divano, Alessandro mi ha massaggiato le spalle per rilassarmi. Le sue mani erano forti, calde. Quando sono scese lungo la schiena, invece di fermarlo, ho chiuso gli occhi e ho lasciato che continuasse.
Da lì è successo tutto velocemente, ma non in modo volgare. Abbiamo parlato tanto quella notte: di quanto mi sentissi invisibile come donna, di quanto lui mi trovasse bella, di certi pensieri che aveva da anni. Gli ho confessato che da tempo notavo come mi guardava quando indossavo le calze, soprattutto quelle lucide e velate che metto sotto le gonne per lavoro. Lui è arrossito, ma non ha negato.
«Mi fanno impazzire, mamma» ha ammesso sottovoce.
Quella stessa sera ho deciso di regalargli un ricordo che non avrebbe mai dimenticato. Sono andata in camera, ho scelto con cura: una gonna grigia aderente appena sopra il ginocchio, una camicetta bianca semi-trasparente, e un paio di collant neri 10 denari ultra lucidi con la riga dietro. Tacchi alti neri. Mi sono guardata allo specchio e mi sono sentita di nuovo desiderabile, pericolosa, viva.
Quando sono tornata in salotto, Alessandro è rimasto senza parole. Si è alzato lentamente, gli occhi fissi sulle mie gambe.
«Mamma… sei stupenda. Sembri… una donna diversa.»
Mi sono avvicinata, gli ho preso una mano e l’ho appoggiata sulla mia coscia. Il nylon frusciava sotto le sue dita.
«Toccami come vuoi, amore. Stasera sono solo tua.»
L’abbiamo fatto sul tappeto del salotto, con lentezza e passione. L’ho spogliato io, baciando ogni centimetro del suo petto giovane e tonico. Quando gli ho abbassato i boxer, il suo cazzo era già durissimo, grosso e pulsante. L’ho accarezzato con le mani, poi con le labbra, sentendo il suo respiro farsi sempre più affannoso.
Alla fine mi sono messa sopra di lui, ho scostato il tassello dei collant e delle mutandine e l’ho guidato dentro di me. Era caldo, spesso, mi riempiva completamente. Abbiamo scopato con un’intensità che non provavo da anni: io che mi muovevo su di lui, lui che mi stringeva i fianchi e mi sussurrava quanto fossi bella, quanto fosse eccitante scopare la propria madre.
Quando è venuto, ha scaricato tutto dentro di me con un gemito lungo e profondo. Ho sentito il suo sperma caldo inondarmi e sono venuta anch’io, contraendomi intorno a lui, mordendogli una spalla per non urlare.
Da quella notte è diventata la nostra piccola, grande perversione. Di giorno eravamo madre e figlio come sempre: colazione insieme, chiacchiere, studio. Di sera, o quando la casa era vuota, diventavamo amanti. Mi vestivo per lui: collant di ogni tipo (lucidi, opachi, con la cucitura), tacchi, gonne corte. Lui impazziva soprattutto quando mi chiamavo “la sua troia privata” mentre mi prendeva da dietro sul tavolo della cucina o sul divano.
Una mattina, dopo l’ennesima scopata intensa (mi aveva svegliata con il cazzo già duro e mi aveva riempita di nuovo sul letto), mi sono ritrovata a pensare che non potevo più tenere tutto dentro. Avevo bisogno di parlarne con qualcuno di cui mi fidassi ciecamente.
Quella persona era mia sorella minore, Sofia. Aveva 39 anni, era divorziata anche lei, con un corpo morbido e sensuale che aveva sempre saputo valorizzare. Eravamo molto unite, ci raccontavamo quasi tutto… ma questo era diverso. Era il segreto più sporco e più eccitante della mia vita.
Verso le 14 ho preso il telefono con le mani che tremavano leggermente. Le ho scritto:
«Sofia, sei a casa oggi pomeriggio? Devo parlarti di una cosa che non posso dire a nessun altro. È importante… e molto privata.»
La risposta è arrivata dopo pochi minuti: «Certo, sono qui. Vieni quando vuoi, ti preparo il caffè.»
Il cuore mi batteva fortissimo. Mi sono inventata con Alessandro che uscivo per fare la spesa. Lui, ancora nudo sul letto, mi ha dato una pacca sul culo e ha sorriso:
«Vestiti da brava mamma, eh? Solo io posso vederti vestita da puttana.»
Mi sono messa jeans, maglione largo e scarpe comode. Non sembravo nemmeno io. Mentre camminavo verso casa di Sofia (venti minuti a piedi), l’ansia mi stringeva lo stomaco, ma tra le gambe sentivo già un calore traditore. Stavo per confessare a mia sorella che scopavo regolarmente con mio figlio. Che mi piaceva da morire sentirmi chiamare troia da lui. Che il suo sperma dentro di me mi faceva sentire viva come non mai.
E chissà… forse Sofia non si sarebbe limitata a giudicarmi. Forse anche lei avrebbe trovato tutta questa storia… eccitante.
Arrivata davanti alla sua porta, ho suonato il campanello con il fiatone.
Sofia mi ha aperto con il suo solito sorriso caldo. Indossava una gonna midi nera e collant velati scuri che le slanciavano le gambe generose. Mi ha abbracciata forte.
«Entra, Laura. Che faccia hai… dimmi tutto.»
Dopo il caffè e qualche chiacchiera di circostanza sul lavoro e sul tempo, ho preso coraggio. La voce mi usciva bassa, quasi un sussurro.
«Sofia… ho iniziato una relazione con Alessandro. Una relazione incestuosa. E non riesco a smettere.»
Lei mi ha guardata a lungo, gli occhi spalancati. Il silenzio è calato pesante tra noi.
Ora tocca a lei reagire.
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