Zia tanto colta quanto troia

di
genere
incesti

Nel cuore antico di Firenze, tra le pareti di un palazzo rinascimentale affacciato sull’Arno, viveva zia Elena. A quarantasette anni conservava la grazia severa di una statua di Canova: capelli castani raccolti in uno chignon che lasciava sfuggire qualche ciocca ribelle, occhiali dalla montatura sottile d’oro bianco, e una voce bassa, modulata come le pagine di un sonetto petrarchesco. Docente di Letteratura Comparata all’Università, traduceva Ovidio con la stessa disinvoltura con cui citava Bataille durante le cene accademiche. Tutti la consideravano un’intellettuale integerrima. Solo pochi, pochissimi, conoscevano l’altra Elena.
Suo nipote Matteo, ventotto anni, era tornato a Firenze per terminare la tesi di dottorato proprio in quella casa. La zia lo aveva accolto con il sorriso distante di chi concede un favore tra mille impegni. Ma la sera, quando il fiume rifletteva le luci dei Lungarni, le maschere cadevano.
Una notte di fine maggio, l’aria era impregnata del profumo di gelsomini e di antichi libri. Matteo non riusciva a dormire. Dalla biblioteca filtrava una luce calda. Si avvicinò senza fare rumore e la vide.
Elena era in piedi davanti alla grande scrivania di noce, vestita solo di una camicia di seta bianca sbottonata fino all’ombelico. Tra le dita teneva un volume aperto delle Metamorfosi. L’altra mano era infilata tra le cosce, lentamente, con metodo quasi studioso. Il respiro era controllato, ma le ginocchia tremavano appena.
«Nihil est ab omni parte beatum» mormorò lei, citando Orazio, mentre due dita scivolavano più a fondo. «Neppure io, caro nipote.»
Matteo rimase immobile sulla soglia, il cuore che batteva come un tamburo di guerra. Lei non si era voltata, eppure sapeva. Lo aveva sempre saputo.
«Vieni» disse Elena senza smettere di toccarsi. «Non è la prima volta che mi guardi. Ti sento, la notte, dietro la porta della mia camera. Respira più forte quando mi senti gemere in greco antico.»
Matteo entrò. La luce della lampada da tavolo gli illuminò il viso arrossato. Elena chiuse il libro, lo posò con delicatezza e si voltò. La camicia scivolò dalle spalle scoprendo seni pieni, capezzoli scuri già turgidi.
«Sai perché leggo tanto, Matteo?» gli chiese avvicinandosi. Gli sfiorò il petto con le dita ancora umide del proprio desiderio. «Perché la cultura mi ha insegnato che ogni tabù è solo un altro confine da violare con eleganza.»
Lo baciò. Non fu un bacio tenero: fu un assalto colto, la lingua che tracciava versi proibiti contro il palato del nipote. Sapeva di vino Chianti e di peccato raffinato. Le mani di lui, incerte, le afferrarono i fianchi. Elena rise piano, un suono basso e roco.
«Finalmente» sussurrò. «Tuo padre non ha mai avuto il coraggio. Tu sì.»
Lo spinse sulla poltrona di pelle Chesterfield. Si mise a cavalcioni su di lui con la naturalezza di chi ha già vissuto quella scena in mille fantasie letterarie. La camicia aperta le incorniciava il corpo come una cornice barocca. Matteo le strinse i seni, li baciò, li morse con reverenza. Elena inarcò la schiena, gli afferrò i capelli e lo guidò.
«Più forte. Non sono una delle tue studentesse timide. Sono la zia che legge de Sade a letto.»
Si abbassò su di lui con un movimento fluido, prendendolo tutto dentro di sé in un’unica, lenta discesa. Entrambi gemettero. Lei cominciò a muoversi con ritmo sapiente, come se stesse scandendo un endecasillabo. Ogni affondo era preciso, profondo, accompagnato da parole sussurrate:
«Incestum est quod non licet… ma quanto è dolce ciò che non è lecito…»
Matteo le stringeva le natiche, spingendosi più a fondo, ubriaco del suo profumo, del suo calore stretto e bagnato, della sua voce colta che si spezzava in gemiti sempre più animali. Elena si chinò su di lui, mordendogli il labbro inferiore mentre accelerava.
«Vieni dentro di me» gli ordinò. «Riempimi come solo un nipote può fare. Marchiami.»
L’orgasmo li travolse quasi insieme: lei che tremava, contratta intorno a lui in spasmi violenti, lui che esplodeva con un ringhio soffocato contro il suo collo. Elena rimase ferma qualche secondo, assaporando ogni goccia, poi rise piano, soddisfatta e feroce.
Si alzò lentamente, il seme del nipote che le scivolava lungo la coscia in una traccia lucida. Raccolse il libro dal tavolo, lo aprì di nuovo e lesse a voce alta, nuda e ancora pulsante:
«Mutatamque vides: sed amo… Mi vedi cambiata: eppure amo.»
Poi guardò Matteo, ancora sprofondato nella poltrona, il respiro corto, gli occhi pieni di lei.
«Domani sera, dopo cena, voglio che mi prendi sulla scrivania mentre traduco Properzio. E stavolta, caro nipote, sarai tu a recitarmi i versi mentre mi scopi.»
Chiuse il libro con un gesto secco. Sul suo viso tornò il sorriso colto e distante che tutti conoscevano.
Ma negli occhi brillava ancora la troia che solo la famiglia poteva soddisfare.
scritto il
2026-05-21
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