Quartz-2. Capitolo 27. Ritorno sulla Terra.

di
genere
fantascienza

Capitolo 27

Alla mattina era già tutto pronto.
Sulla Terra i controllori di volo si stavano preparando a vivere le successive ore come ipnotizzati davanti agli schermi dei monitor per seguire le fasi del decollo della spedizione, anche se con una trasmissione differita di sei minuti che avrebbe potuto complicare parecchio le comunicazioni e gli eventuali interventi nel caso qualcosa fosse andato storto.
L'equipaggio si concesse una colazione ancora tutto unito, prima di consegnarsi alle incertezze del lungo viaggio, delle accelerazioni gravitazionali e del sonno refrigerato.
-Cosa farai, Yuko, quando saremo di nuovo sulla Terra?- Chiese Jeremia, per stemperare un silenzio che pesava più della gravità di Giove.
La giapponese rivolse lo sguardo al finestrino oltre il quale i diafani petali delle piante aliene scomponevano i colori della stella di Lalande.
-Hanami.- Rispose, sinteticamente. Poi tornò a guardare la platea rimasta in silenzio.
Di fronte allo sguardo interrogativo di Mauro, si sentì in dovere di esplicitare: -Andrò in Giappone a contemplare la fioritura dei ciliegi, nella mia città. Ho voglia di ramen e meditazione.-
La mente dei presenti andò alle effimere e impalpabili coreografie di fragili petali che decantavano accompagnati dalle carezze del vento leggero della primavera orientale.
-E tu, Andrei?- Continuò il comandante.
-Mi iscriverò a un torneo di scacchi. Ho bisogno di inabissare la mente in qualcosa di quasi esclusivamente teorico.-
Lo sguardo di Morr passò in rassegna tutto l'equipaggio.
-Io andrò ad ammirare ancora qualche aurora boreale nel nord della Svezia, per immaginare di essere ancora qui.- Fu il contributo di Wolff.
-Una settimana di canoa nelle calanques di Marsiglia-, si inserì Sugiton, -ho voglia di colori verdi e azzurri e in questo momento non me la sento ancora di affrontare la calca dei giornalisti e della folla francese. Anche se sarà inevitabile. Almeno coltivo il sogno.-
-Io un viaggio a cavallo in Patagonia: cerco graniti e ghiacciai e un rapporto intimo con animali terrestri, genere umano a parte, s'intende.- Snocciolò l'italiano.
-Io, invece, penso che tornerò a visitare la Alhambra, a Granada: ho necessità di antica cultura araba e prosciutto iberico.- Disse lo spagnolo suscitando risa e approvazione.
-E tu, Jeremia?- Domandò Nielsen quando le risa ebbero lasciato lo spazio al ronzio magnetico di Qz-2 che, per gli astronauti, rappresentava il silenzio più assoluto.
-Io credo che mi iscriverò a un corso di cultura orientale da frequentare con dedizione.- Rispose il tedesco, incrociando lo sguardo dolce della biologa. -Come minimo imparare a mangiare wurstel e crauti con le bacchette e sorseggiare birra da porcellane cinesi. Credo che sia un passo dovuto.-
L'ammissione fu accolta con entusiasmo, mentre sotto il tavolo le dita del teutonico si intrecciarono con quelle dell'asiatica, che gli sedeva di fianco.
-Dovremo tutti insieme fare tappa in Inghilterra-, riprese Morr con tono più grave, -non so se Vael avesse parenti, non mi risulta, ma a qualcuno dobbiamo raccontare una storia ed è meglio che sia dal vivo e partecipata da tutti quelli che hanno vissuto insieme al professore, negli ultimi suoi giorni.-
Nel silenzio generale che si creò, ognuno richiamò alla mente almeno un'immagine del collega che, a differenza loro, sarebbe per sempre rimasto su Qz-2.
Un profondo sospiro di Blue interruppe la meditazione: bisognava fare un ultimo controllo ai motori dei due lander.
La Emerald sarebbe partita per prima, come già concordato con la base in Europa.
Avrebbe pilotato il vicedirettore della missione e comandante della seconda navicella spaziale: Nielsen Wolff. A bordo la dottoressa Nikura e i due chimici, i dottori Krasnyj e Ochoa.
Lo spagnolo stava decisamente meglio, ma le precauzioni dovevano essere esasperate al massimo, a fronte del lungo viaggio che avrebbe coperto la distanza di oltre otto anni luce, nonostante la scorciatoia spazio-temporale, fino alla fascia degli asteroidi, tra Marte e Giove.
Un ultimo sguardo dagli oblò rivolto alle fragili strutture cristalline delle piante di silicio e di quarzo, l'ultimo respiro libero nell'atmosfera del pianeta straniero; pensieri consegnati ai campi magnetici di Qz-2.

L'astronave che portava il nome della speranza si alzò dal suolo, sollevando polveri bianche e lucenti, sospinta dai suoi motori, sotto gli occhi attenti di Morr e Sugiton che controllavano la traiettoria dalla sala di comando della Amethyst.
Cosmonauti vestiti di candide tute spaziali, ancorati ai sedili da resistenti cinture, scrutavano sui monitor, attraverso la superficie trasparente del loro casco, le immagini del suolo di Qz-2 che si allontanava dai loro occhi, probabilmente per sempre.
I tremori dei loro corpi tradivano emozioni più consistenti delle vibrazioni dovute ai propulsori.
Tensione e lacrime.
Il rumore e le scosse che tormentavano i corpi erano innaturali e fastidiosi e tutto l'equipaggio attraversò di nuovo la consapevolezza dell'esperienza interplanetaria che avevano vissuto, solo loro tra miliardi di persone che nelle migliaia di anni avevano composto il genere umano.
La Emerald si staccò dal suolo attraversando l'atmosfera del pianeta che ormai alle loro coscienze non si presentava più così alieno e sconosciuto. Appena fuori dal sottile guscio luminoso, il modulo di atterraggio, con una delicata manovra, si riagganciò alla stazione orbitante. Una delle fasi più critiche del loro viaggio di ritorno fu completata, tra le abili dita di Nielsen che manovravano leve e pulsanti con la precisione di un neurochirurgo. L'astronave, ricomposta, continuò a orbitare intorno al pianeta, mentre l'equipaggio della Amethyst, terminati gli ultimi controlli al suolo, ripeté le manovre di decollo ricongiungendosi a sua volta con il modulo che in quelle settimane aveva continuato a ruotare fuori dallo strato lucente di gas sotto il quale si svolgeva la vita quartziana.
Tra le piante di silicati, a livello zero, occhi curiosi, occhi di alieni ibridi, avevano seguito le fasi del decollo: un'esperienza di vivace novità per le loro strutture ricettive, le loro forme e i loro sensi sviluppati dall'incontro con la razza umana.
Le appendici tentacolari degli abitanti originari, sotto lo strato superficiale del terreno, registrarono vibrazioni e distorsioni magnetiche mentre i terrestri si allontanavano per sempre dal pianeta invaso ed esplorato impunemente.
Il contatto tra due civiltà differenti, tra forme di vita incompatibili, aveva lasciato una traccia indelebile e una spinta evolutiva che non sarebbe stata mai possibile senza il congiungimento tra i due differenti sistemi stellari.
La vita su Qz-2 era cambiata, si era irreversibilmente modificata e si preparava a proseguire la propria evoluzione turbolenta in assenza di altri contatti terrestri.
Mentre dalle radio di bordo delle due astronavi in cielo impazzavano le comunicazioni radio, tra i velivoli e la base nel Sistema Solare, producendo grossolane distorsioni nei campi elettromagnetici del pianeta, sul suolo palpitante di riflessi intorno ai cristalli di quarzo, Rinko sollevò una delle cassette di terriccio in cui cresceva un cospicuo cespo di lattuga.
La donna, fedele copia silicea della dottoressa di carbonio nata nell'arcipelago del Giappone, annusò le verdi e soffici strutture dell'insalata affondandoci profondamente il volto e rimanendovi immersa per alcuni minuti.
Quando si risollevò dalle foglie, la pelle dell'autoctona era dello stesso colore verde del vegetale che appariva sbiadito là dove era stato in contatto con l'indigena.
Con un processo di MEF abbreviato, l'aliena era riuscita a trasferire la clorofilla dalle foglie alla propria pelle, acquisendo la capacità di fissare lei stessa l'anidride carbonica attraverso le molecole verdi della pianta.
Giap-2 le prese di mano la cassetta col prezioso essere vivente. Segnali magnetici intercorrevano tra gli abitanti del pianeta. Quei vegetali venuti da un altro mondo sarebbero stati piantati e accuditi amorevolmente, per garantire alle specie animali una nuova vita sul loro stesso pianeta, attraverso forme ibride di silicio e carbonio, mix di specie quartziane e terrestri, in un nuovo equilibrio con i vegetali silicati del pianeta.
Mei, per loro, rappresentava ora una scheggia impazzita sfuggita al controllo dei quartziani originali. L'affetto di Yuko l'aveva modificata irreversibilmente; le onde magnetiche dell'amore avevano cambiato la sua struttura, rendendola cosciente e consapevole, dotata di una emotività inconsueta e inaccessibile per i suoi simili, ibridi e quartziani puri. Una variante mutante, una anomalia.
Quando giunse la notte, dopo il tramonto della stella di Lalande, nel cielo quartziano erano ancora visibili due punti molto luminosi che ruotavano intorno al pianeta, vicini e veloci. Dopo alcune orbite, i due puntini rosati sembrarono fermarsi, per poi ripartire verso una lontana stella gialla, subito sotto alla costellazione di Cassiopea.

La potente spinta dei motori ionici schiacciò gli astronauti alle loro poltrone imbottite, sotto un'accelerazione difficile da sostenere, ma finalmente, sfiorata la superficie del pianeta maggiore, Quartz-1, grazie all'effetto di fionda gravitazionale, le due astronavi furono proiettate verso il wormhole che li avrebbe riportati nel Sistema Solare.
Ora che la velocità si era stabilizzata, in viaggio verso la scorciatoia spazio-temporale, l'equipaggio si concesse del tempo per controllare se durante il decollo qualche oggetto o bagaglio si fosse staccato dai sostegni, e per rimirare il sistema stellare di Lalande che si allontanava.
Wolff rimase alla consolle di pilotaggio, comunicando con la Amethyst che seguiva a breve distanza, confrontando i dati con i sistemi di guida e le indicazioni che arrivavano dalla Terra.
Hodei si mise all'interferometro verificando le ultime osservazioni sul sistema che stavano abbandonando e i parametri orbitali dei due pianeti di Lalande, mentre Andrei ne approfittò per completare alcuni esperimenti scientifici in assenza di gravità.
Il chimico russo bussò alla stanzetta della biologa orientale, entrando nel suo spazio.
L'asiatica l'accolse con il suo sorriso candido.
-Pensavo che i tuoi capelli fossero molto più corti, Yuko.- Disse Krasnyj appena individuò la scienziata che fluttuava nell'aria, cercando di ancorarsi ai sostegni. -Ma non ti ho mai vista senza la tua cuffietta, o è l'assenza di gravità che ti forma questa chioma così folta e vaporosa?-
-Davvero non mi hai mai visto i capelli? Devi essere stato veramente l'unico.- Gli rispose la donna, allungando le mani per non andare a sbattere contro le pareti.
-Ero venuto a dirti che volevo verificare alcune proprietà delle piante di Qz-2 in assenza di gravità. Ti ricordi in quale cassa e in che laboratorio abbiamo messo le ultime piante di quarzite che abbiamo raccolto?-
-Non ne ho assolutamente idea.- Confessò la scienziata allargando le braccia e riprendendo a galleggiare nell'aria.
-Be'-, si arrese l'ex campione di scacchi, -vado al laboratorio 2.-
L'asiatica lo seguì, attenta a controllare la propria velocità, ancora poco avvezza ai movimenti nello spazio a G-zero, ma quando il chimico prese la direzione verso il proprio laboratorio, lei se ne distaccò, puntando allo studio contrassegnato dal numero 1.
Aprì la porta entrando nello studio che era rimasto con la luce dei led accesa.
Yuko si girò verso il rumore che aveva percepito, e la provetta che stava armeggiando le cadde di mano, rimanendo, però, sospesa davanti alle sue dita.
-Dio mio.- Sussurrò lentamente, rimanendo con gli occhi e la bocca spalancati. -Non posso crederci. È un sogno.-
Mei tacque disegnando sul proprio volto un sorriso che avrebbe potuto contenere l'Universo intero.
Una lacrima le si staccò dagli occhi, aleggiando, perfetta perla lucente, nello spazio davanti al suo volto. Sospinta da un leggero moto, il suo corpo continuò a muoversi, finendo tra le braccia della giapponese che la trattenne, guardandola in viso, sfiorando la sua fronte e le sue gote con i polpastrelli per accertarsi veramente che la figura davanti ai suoi occhi fosse reale.
-Mei, come hai fatto a entrare nella Emerald? Dove ti eri nascosta, creatura divina?-
L'altra non riuscì però a rispondere nulla. La fronte iniziò a corrugarsi e la bocca a stortarsi, quando la quartziana iniziò a piangere senza cercare di trattenersi.
La dottoressa la strinse subito tra le braccia, nascondendo il volto dell'amica contro il proprio collo e piangendo a sua volta, così, senza più bisogno di pronunciare alcuna parola.
Nell'ambiente a gravità zero le due donne rimasero a volteggiare lievemente, ruotando nell'aria, avvolte, avvinghiate, appiccicate in un abbraccio diventato una simbiosi di due corpi riuniti in un'unica entità, senza spazio né tempo, fuori dalle dimensioni fisiche e teoriche, scambiandosi baci appassionati, affamate dei loro corpi, fino a rimanere a guardarsi negli occhi, senza fiato, respirando una nella bocca dell'altra.
-Devo nasconderti, Mei. Nessuno deve sapere che sei su questa astronave.- Riprese a dire la nipponica, agitata da un incontenibile furore, un'ansia frenetica. -Tu puoi trattenere il fiato, vero?-
-Yuko, noi non abbiamo bisogno di respirare l'aria come fate voi. Mi basta un po' di acqua e di quarzo, ma credo di poter scomporre facilmente i vostri alimenti. Posso giacere come una roccia, inerme, senza consumare energie.-
Nella penombra dello spazio comune della Emerald, due angeli, due disegni scappati da una pittura di Chagall, attraversarono da parte a parte l'astronave in orbita verso la Terra, nascondendosi nella stanzetta della scienziata del Sol Levante.

Quattro settimane dopo, una donna attraversava faticosamente un piccolo giardino coltivato alla orientale, intorno a una casa nella periferia di Osaka, schiacciata dal peso di una gravità impietosa cui non era abituata da tempo.
-Mettetelo lì, ma fate molta attenzione, è molto fragile e contiene cose preziose.- Disse rivolta ad alcuni tecnici assoldati dall'ESA che trasportavano un grosso baule in alluminio.
Il bagaglio fu depositato con mille cautele in un luminoso soggiorno all'interno del locale, arredato in stile giapponese tradizionale.
Quando fu sola, la dottoressa specialista di esobiologia e medicina spaziale, fece scattare le serrature; il coperchio si sollevò da solo e una mano incerta uscì, afferrando il bordo del grosso contenitore.
-Amore, siamo a casa.-

* FINE *


Componenti della spedizione:
Jeremia Morr, tedesco, capo spedizione; comandante e secondo pilota della Amethyst, laureato in fisica atomica e astrofisica, serio ed efficiente;
Blue Sugiton, francese, primo pilota della Amethyst, il più esperto di navigazione spaziale, ingegnere nucleare e responsabile dei motori, allegro, socievole e goliardico;
dottor Andrei Krasnyj, russo, ex campione di scacchi, solitario e taciturno, chimico e biochimico;
professor Jason Vael, inglese, esobiologo, il più anziano, fumatore agguerrito, accanito bevitore di whisky, libertino e donnaiolo;
dottoressa Yuko Nikura, giapponese, pragmatica e sentimentale, esobiologa e medico specialista in medicina spaziale, unica donna della spedizione;
Nielsen Wolff, svedese, logista, comandante e pilota della Emerald, vicecomandante della missione; Mauro Vandal, italiano, tecnico di laboratorio e militare addestrato al combattimento;
dottor Hodei Ochoa, spagnolo, socievole e gioviale, chimico e biochimico.
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scritto il
2026-04-16
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