Quartz-2. Capitolo 23. Tempesta magnetica.

di
genere
fantascienza

Capitolo 23

A bordo della Amy-2 Sugiton si stava apprestando a somministrare qualche colpo anche alla seconda ibrida quando la radio gracchiò senza permesso.
"Blue, attenzione, Blue! Emergenza. Rientro immediato. Ripeto: rientro immediato. Emergenza. "
La voce di Jeremia, alla radio. Il tono perentorio che non ammetteva questioni.
"Ci sono, Morr. Ricevuto. Rientro subito."
"Non perdere un secondo. Si sta avvicinando una tempesta impressionante. Chiudo e resto in ascolto."
Come avevano fatto dalla base a comunicare via radio? Forse era uno di quei rari momenti in cui era transitata sopra di lui una delle due stazioni orbitanti che fungevano da ponte radio; chissà, allora, da quanto tempo stavano cercando di contattarlo.
Il pilota si rivesti immediatamente. Usci dal laboratorio e saltò sul rover abbandonando il proposito di recuperare la costruzione. Accese i motori e guardò verso la rossa stella di Lalande. L'astro era velato da nubi, evento mai osservato in tutta la loro permanenza. Sulla superficie schermata del globo vermiglio si notavano nettamente alcune macchie nere, confluenti. Un fenomeno del tutto simile alle macchie solari, spesso associate a gigantesche tempeste magnetiche nei pianeti interni del Sistema Solare.
Il pilota azionò il suo mezzo impostando la massima velocità, ma già davanti a lui un vento inconsueto stava alzando un vortice di sabbia silicea, una polvere di minutissimi cristalli di quarzo.
Sugiton imboccò la pista battuta dai precedenti passaggi con l'astromobile, chiudendo ermeticamente il casco sulla tuta spaziale, ma la visibilità già era vistosamente calata.
Accese subito i fari e accelerò l'andatura.
Il rover sbandava paurosamente, a una velocità per cui non era stato progettato, compiendo grossi balzi a causa della gravità ridotta di Qz-2, quando l'astronauta si trovò nel mezzo della tempesta.
La visibilità era nulla, solo un bagliore rossastro, offuscato.
Il francese dovette fermarsi per non ribaltarsi e per non schiantarsi contro le piante di granito.
Avrebbe voluto aspettare la fine del cataclisma, ma non sapeva quanto quel fenomeno sarebbe durato.
Sabbia e piccoli frammenti rocciosi lo colpivano in continuazione contro la tuta e il casco con un rumore assordante e le sabbie cominciavano a seppellire le ruote del suo trabiccolo.
La temperatura era calata significativamente e lui non aveva modo di proteggersi, il rover era aperto.
Non poteva stare fermo, ma non riusciva a vedere nulla. I fari illuminavano una cortina impenetrabile in cui corpi volanti sfrecciavano orizzontalmente, sottoposti a un vento eccezionale che continuava a scuotere l'astromobile.
Fu allora che sul cruscotto notò il segnale acceso del radiofaro, un sistema di guida via radar che su Qz-2 non aveva mai funzionato a causa dei campi magnetici eccessivi.
Anche l'ago della bussola di bordo aveva ripreso a indicare una direzione fissa, invece di girare pazzamente come aveva sempre fatto: lo strumento più inutile di tutta la spedizione.
L'astrofaro indicava una direzione fissa, ma che senso aveva affidarsi a quelle indicazioni, non avendo mai avuto la possibilità di sperimentare sull'esopianeta quel sistema di guida? Fra l'altro la freccia luminosa sullo schermo indicava una direzione assurda, praticamente perpendicolare alla sua andatura. Avrebbe significato schiantarsi contro le piante di silicio che correvano parallele alle linee di forza del campo magnetico.
Blue cercò di spegnere lo strumento. Aveva bisogno di risparmiare energia, quando le urla della tempesta lo fecero sobbalzare dal suo posto di guida.
-Bisogna muoversi-, si disse, notando la sabbia arrivare fin quasi al mozzo delle ruote. Mise cautamente in moto il veicolo spostandosi alla cieca di fronte a lui, ma cozzò contro una grossa pianta comparsa all'improvviso nel fascio di luce dei suoi fari.
-Qui si mette male.- Disse, scrollandosi di dosso la sabbia candida che stava coprendo il suo mezzo.
Arretrò di un metro.
-Emerald! Morr! Sono nei guai! Non vedo più nulla, la sabbia mi sta ricoprendo!-
Ma l'unica risposta furono i gemiti del vento, i fischi della tempesta che talvolta si imponevano sulla continua gragnuola di sassi che gli tempestava il casco.
Si mosse ancora di qualche metro per mantenere le ruote sopra la sabbia; la freccia luminosa del radiofaro lampeggiava e non c'era verso di spegnerla.
Il motore elettrico digrignava nello sforzo di mantenere i giri mentre i microcristalli di quarzo si infilavano in ogni fessura.
Provò a deviare verso sinistra, la direzione che supponeva di dover mantenere per lasciarsi alle spalle la Amy-2, ma dopo pochi metri urtò ancora contro un ostacolo, fermandosi.
Fu allora che percepì nettamente alla radio una voce di donna, dal timbro basso di contralto, imporsi perentoriamente sopra il frastuono dell'uragano: -Blue, vai a destra. A destra!-
-Yuko, sei tu? Ma che ci fai alla radio?- Urlò il pilota per coprire il frastuono del vento e dei sassi che lo bersagliavano impietosamente.
-Vai a destra!- Ripeté la voce, bassa e decisa.
-No, non sei Yuko.-
Il francese abbassò lo sguardo verso la luce lampeggiante sul cruscotto. La freccia del radar indicava la destra alla direzione di 105 gradi.
-E allora andiamo a destra.- Cedette il pilota che iniziava a sfiancarsi anche fisicamente oltre che psicologicamente.
Nella direzione della freccia il suo mezzo riuscì a procedere qualche metro, bloccandosi poco dopo.
-Putain merde!- Esclamò Sugiton, ma la freccia luminosa sotto il suo casco ora indicava 340 gradi.
-Ma che cazzo di strumento.-
Provò a seguire la nuova indicazione, tanto ormai era completamente perso e la tempesta non dava cenno di quietarsi. Riuscì ad avanzare ancora finché la freccia non indicò tutto a sinistra.
-Ma che razza... ma che sta succedendo?-
-A sinistra!- Si impose la voce di donna nel suo casco e al francese venne in mente la seconda parte del pezzo vocale della canzone 'The great gig in the sky' dei Pink Floyd, quella voce femminile calda e rassicurante, quel suono grave, dolce e avvolgente.
-Sono impazzito? Sto dunque morendo?- Pensò tra sé e sé.
-Sinistra, Blue. Vai a sinistra.-
Da dove veniva quella voce sconosciuta che non lo abbandonava, che lo ammansiva e obnubilava, come un flusso morbido e ambrato.
Girò a sinistra. Proseguì ancora. Il percorso era libero, ma il veicolo stentava a rimanere a galla sulle sabbie, il segnale della batteria era già sul giallo.
-Stavolta ci resto secco. Mi spiace per Morr, gli faranno un culo così.-
Il rover incedeva a fatica.
La freccia dell'astrofaro girò ancora a destra.
Sugiton ormai seguiva quelle indicazioni acriticamente, almeno finché l'astromobile riusciva a muoversi da qualche parte. Meglio che rimanere sepolto dalla sabbia.
Destra, poi dritto, poi ancora a destra. La freccia sembrava impazzita, continuando a cambiare direzione mano a mano che il mezzo si muoveva.
Il pilota si fermò.
Le giunture e i condotti di raffreddamento della macchina erano intasati di polveri silicee, la lancetta della temperatura del motore sul rosso.
L'ossigeno cominciava a finire, bruciato dalla sua respirazione affannata, nell'ansia, lo sforzo, la paura.
Tutto tacque, sovrastato da quel rumore insistente e opprimente.
Sassi e sabbia lo sferzavano contro il casco e la tuta, la grandinata di roccia che la tempesta quartziana gli urlava e vomitava addosso senza requie lo stava sfinendo. E quella canzone, quella musica dolce che lo cullava e lo avvolgeva, ormai ben percepibile, forte e decisa; quelle note che lo sfioravano come un pietoso drappo di seta sulla pelle.
Una melodia di contralto che progressivamente si impose su ogni altro rumore, sovrastando qualunque altro suono.
Lenta e tiepida, mentre la lancetta del livello del suo ossigeno, inesorabilmente raggiungeva lo zero.
Le sabbie stavano seppellendo il suo automezzo, coprendo il guidatore sopra le ginocchia, le anche, i fianchi, quando Blue si addormentò. La freccia rossa brillava ancora, pulsando davanti a lui, quando la vista si offuscò, consegnandolo alle tenebre.

-Blue! Blue, dove sei, dannazione eterna!-
Un mezzo cingolato avanzava a fatica, galleggiando in quel mare in burrasca di schegge ialine.
Nella buia tempesta squarciata da lampi azzurrini che interrompevano l'oscuro bagliore rossastro di sottofondo, un terrestre trascinava un grosso rover su un pianeta straniero.
Vandal sul semovente sbarcato dalla Emerald continuava a seguire quel debole segnale radio che affiorava debolmente dalla tempesta magnetica, sopra i vortici di sabbie e pietre sollevate dal vento impazzito.
I cingoli slittavano e stridevano sulla sabbia e sulle rocce nella disperata e ostinata ricerca del compagno disperso nella tenebra.
Quell'unico segnale, ultimo e definitivo, che aveva raggiunto le antenne della Amethyst, aveva innescato l'allarme. Morr alla radio aveva subito fatto scattare l'emergenza e Vandal era partito, alla ricerca di quel segnale pulsante di S.O.S., inseguendo delle incerte coordinate nel buio pesto dell'uragano.
Come, di colpo, avessero ripreso le comunicazioni radio, che quasi mai avevano funzionato, rimaneva un mistero che non necessitava di una spiegazione immediata.
Morr non esitò a mettere in gioco le ultime disperate strategie di salvataggio.
-Sta attento, Mauro-, si premurò Nielsen, -se non lo trovi entro mezzo chilometro torna indietro immediatamente. Non rischiare e tieni il contatto radio. Finché funziona.-
L'italiano lottava contro gli elementi, nella quasi totale cecità rotta solo dallo spettrale baluginare delle schegge di elettricità, seguendo ostinatamente quella pulsazione di vita, testardamente attaccato alla vita, irrazionalmente fiducioso di quella ritmica contrazione di un cuore stanco che lanciava ancora un S.O.S.
Finché lo vide.
Nel bagliore accecante di una rabbiosa unghiata magnetica, un casco bianco e lucido, un braccio che spuntava dalla sabbia vetrosa.
Non osò scendere dal cingolato. Le cinture di sicurezza gli garantivano un barlume di salvezza.
Col gancio, la grossa pinza meccanica, scostò la sabbia liberando il tronco di un astronauta che giaceva immobile. Lo prese, tenendolo sollevato, ma fermamente saldo nelle ganasce meccaniche.
Azionò la marcia indietro del suo rover finché non fu possibile ruotare i cingoli, facendo ritorno verso le loro dimore.
Mezz'ora dopo erano di nuovo tutti al sicuro nei due grossi moduli di atterraggio della missione terrestre.
Quando Sugiton aprì gli occhi la prima sensazione che provò fu quella di una forte luce in cui fluttuavano ombre incerte, solo sensazioni vaghe in un silenzio siderale. Suoni sfumati.
Tirò un profondo respiro, trovando finalmente tutto l'ossigeno di cui aveva bisogno.
'Sono dunque morto?' Un pensiero muto.
-Blue, stai bene? Blue, guardami. Mi senti?-
Con fatica, lentamente, il francese riuscì a mettere a fuoco.
Due occhi a mandorla lo stavano scrutando, vicinissimi. Iridi così scure da non riuscire quasi a riconoscere le pupille al loro centro, incorniciate dalla piega dell'epicanto caratteristica delle popolazioni dell'estremo oriente, in un lontano pianeta chiamato 'Terra'.
-Yuko.- sussurrò il pilota.
-L'abbiamo ripreso.- Un sospiro: la diagnosi della dottoressa, specialista di medicina spaziale ed esobiologia.
Quel volto, quella pelle dalle calde sfumature curcuma, si allontanò nel campo visivo del redivivo, lasciandolo spazio a un altro volto, decisamente più roseo. Capelli biondi a spazzola.
-Grazie al cielo. Ormai temevamo di averti perso. Come stai, cacasotto?-
-Jeremia! Stavolta me la sono vista davvero brutta. Appena ho sentito il tuo richiamo sono scappato subito, ma non è stato sufficiente.-
-Che richiamo?-
-Il tuo messaggio, l'allarme per la tempesta.-
-Ma io non ho inviato alcun segnale. La radio non funziona praticamente mai.-
-Bah, non so, qualcuno me lo ha inviato, pensavo fossi stato tu.-
Gli altri si guardarono senza capire.
-Piuttosto tu, hai avuto una felice intuizione ad azionare il 'tuo' radiosegnale di allarme. Se non avessi acceso il pulsar non ti avremmo mai trovato, nell'uragano.- Proseguì il teutonico.
-Che pulsar?- Bisbigliò il pilota.
-Ormai eri quasi completamente sepolto dalla sabbia, è stato un miracolo trovarti.- Spiegava il militare italiano.
-Non so.- Il francese rinunciò a capire. Poi, illuminandosi in volto all'improvviso: -Chi ha avuto la brillante idea di azionare il radiofaro? Non aveva mai funzionato qui.-
-Nessuno lo ha acceso.- Una voce dallo spiccato accento russo, alle sue spalle.
-Andrei!-
L'ex campione di scacchi gli strinse una mano sulla spalla.
-Infatti. Con questi campi magnetici non può funzionare quell'apparecchio.- Confermò il comandante.
-Eppure vi dico che un segnale magnetico mi ha guidato nella tempesta. Avevo appena lasciato la Amy-2, ed ero già perso nella bufera, non trovavo più la traccia, continuavo a urtare contro rocce e piante, la sabbia si infilava dappertutto, e quel frastuono, una continua grandine di sassolini contro lo schermo del casco. È stato allora che si è accesa la freccia del radiofaro. E ogni volta cambiava direzione indicandomi dove andare, come evitare gli ostacoli.-
-Ma il radiofaro non può funzionare così-, obiettò Morr. -Il segnale indica solo la direzione della sorgente emittente, non può modificare direzione.-
-Eppure quando ho deciso, irrazionalmente, di seguire le indicazioni, anche se cambiavano continuamente, sono riuscito ad avvicinarmi a casa.-
-Non potrebbe esserci stato una specie di corto circuito?- Suggerì Vandal. -Un'anomalia nel campo magnetico dovuta alla tempesta.-
-Non so cosa dirvi. Il sistema dev'essere andato in tilt, allora. E poi... e poi quella voce.- I ricordi affioravano gradualmente nella memoria del pilota, ad uno a uno, come gli gnocchi in un pentolone di acqua bollente.
-Che voce?- Chiese Nielsen.
-Non so. Una voce di donna. Calma, ma decisa. Un tono basso, suadente. Non sembrava Yuko. Forse eri tu, Yuko?-
-Non ero io, Blue.- Disse la dottoressa.
-E chi era allora?- Chiese Mauro.
-Non so.- Riprese il francese. -Allora ho sognato?-
-Forse no.- Concluse la giapponese.
Il silenzio calò sulla conversazione, come un velo pesante di stanchezza.
-Ma, invece, come ti sono venuti in mente quei nomi demenziali per le tre aliene?- Chiese poi, a sorpresa, la giapponese.
-Abbiate pazienza, non mi aspettavo di vederle, mi hanno colto di sorpresa.- Rise Sugiton. -Volevo prendere tempo per indagare la situazione, ho dovuto improvvisare. Ma tu come fai a saperlo?-
-Non lo hai comunicato alla radio?- Chiese la nipponica.
-Direi proprio di no.-
-Che nomi delle aliene?- Si intromise Morr.
-Quel mattacchione di Blue ha dato sfogo al suo proverbiale umorismo per rinominare le tre aliene che ancora continuavano indegnamente a chiamarsi Yuko.- Sorrise l'asiatica.
-Ma tu come fai a saperlo?- Chiese Wolff.
Yuko rimase pensosa, in silenzio, mentre gli altri si scambiavano sguardi imbarazzati: -In effetti non lo so.-
La donna si alzò, scrollando le spalle, allontanandosi dalla sala riunioni, lasciando un alone di mistero dietro di sé.
Il conciliabolo rimase in un silenzio saturo di presagi, ma poco dopo la scienziata riapparve sulla porta; si fermò un attimo guardando alle sue spalle e infine procedette decisamente nella sala. Dietro di lei alcuni rumori metallici annunciarono un uomo che incedeva incerto sostenendosi su due stampelle.
-Hodei!- Esclamò Sugiton, riconoscendo l'amico, zoppicante.
-Blue! Neanche tu ce l'hai fatta ad andare all'altro mondo?-
-Naaa. È andata male. Ci toccherà tornare tutti e due con quel viaggio infinito, in compagnia di Morr e Wolff!-
-Que mala suerte, amigo. Carajo!-
La risata generale stemperò l'ultima tensione residua. Mentre al di fuori dei moduli la tempesta sembrava essersi assopita, terminati gli ultimi controlli, l'equipaggio ritornò alle proprie stanzette.

Yuko si rinchiuse nello spazio a lei riservato. Aveva bisogno di pensare, riflettere, meditare; doveva respirare. Aprì la finestrella del piccolo spazio a lei dedicato, inspirando l'aria a pieni polmoni. La notte era piena di stelle che palpitavano, vividamente. Una di quelle era il Sole.
Chiuse gli occhi appoggiando i gomiti sul davanzale, gli indici e i medi sulle tempie. Fece silenzio nella sua mente e si concentrò.
* Sei stata tu, vero? * Pensò intensamente.
* Sì. * Un pensiero palpabile prese forma provenendo dall'oblio.
* Come hai fatto, amica mia? *
* Amore, per noi non è difficile governare i campi magnetici. È come un gioco. L'ho fatto per te, per i tuoi amici. *
Yuko aprì gli occhi e fece un lungo sospiro, guardandosi in giro, incredula. La stanzetta era vuota. La porta serrata.
Si rimise poi nella medesima posizione, concentrata.
* E com'è possibile che io e te comunichiamo con i pensieri? Noi umani non ne siamo capaci. *
* Sono io che te ne ho reso capace. *
La perla del Sol Levante aprì gli occhi di colpo e scosse la testa. 'Sto impazzendo? ' Si chiese preoccupata. Agitò ancora la testa, liberandosi della perenne cuffietta che ricopriva i suoi capelli, e andò a dormire.
di
scritto il
2026-03-28
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