Terapia cuckold - capitolo 5

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Sofia chiuse la porta di casa e lasciò che il silenzio della sera la avvolgesse. La città fuori dalle finestre era un mare di luci lontane, ma dentro regnava una quiete densa, quasi sacra.
Si tolse le scarpe, rimase scalza sul parquet caldo e andò in soggiorno. Accese solo la lampada da terra, che proiettava una luce calda e bassa. Dal mobile dei dischi scelse un vinile dei The Sisters of Mercy – Floodland – e posò delicatamente la puntina sul solco. Le prime note di “Dominion” riempirono la stanza, oscure, ipnotiche, cariche di quella sensualità gotica che le era sempre piaciuta.
Versò un bicchiere abbondante di vino rosso, si lasciò cadere sulla grande poltrona di velluto nero e accavallò le gambe. La gonna del tailleur risalì sulle cosce, la camicetta bianca si tese sul seno prosperoso. Bevve un sorso lento, chiuse gli occhi e lasciò che la musica la penetrasse.
E la mente tornò indietro.
Aveva ventisei anni quando tutto era cominciato. Marco era un marito affettuoso, intelligente, un po’ troppo perfetto. Il loro matrimonio era iniziato con passione vera: notti intere a fare l’amore, risate, desiderio. Poi lui aveva iniziato a viaggiare spesso. Le serate da sola erano diventate lunghe. E Sofia aveva scoperto dentro di sé un bisogno più crudo, più animale.
La prima volta che aveva tradito Marco era stata impulsiva. La seconda consapevole. La terza… necessaria.
Quando lui lo aveva scoperto, non era esploso di rabbia. Si era eccitato. Terribilmente eccitato. Le aveva confessato di aver fantasticato per mesi su di lei con altri uomini. Di essersi segato immaginando scene che lei aveva vissuto davvero.
All’inizio Sofia era rimasta spiazzata. Poi incuriosita. Poi completamente coinvolta.
Avevano iniziato a parlarne. Marco le chiedeva dettagli sempre più precisi: quanto era grosso l’altro, come la toccava, come lei gemeva, se veniva più forte con lui. Ogni volta che Sofia raccontava, Marco diventava duro all’istante. Lei aveva cominciato a vestirsi in modo più provocante per gli incontri, a mandargli brevi messaggi mentre era fuori, a registrare audio dei suoi gemiti mentre veniva.
Per quasi due anni avevano vissuto in quel limbo eccitante e pericoloso. Sofia si sentiva potente, desiderata, libera. Marco si sentiva vivo come non mai. Il sesso tra loro era diventato più intenso proprio perché lei tornava da lui dopo essere stata con altri. Sofia aveva scoperto di amare quel potere: il potere di decidere cosa raccontare, quanto raccontare, di vedere suo marito tremare di desiderio e umiliazione allo stesso tempo.
Poi Marco aveva voluto di più.
«Voglio vedere,» le aveva detto una sera, la voce bassa e tremante. «Voglio essere lì. Voglio guardare mentre succede.»
Sofia aveva esitato. Una parte di lei era eccitata dall’idea. Un’altra sapeva che era rischioso. Ma alla fine aveva accettato.
La prima volta era stata intensa. Marco seduto in un angolo della stanza d’hotel, in penombra. Sofia a letto con l’amante di turno. Marco non aveva parlato. Aveva solo guardato. E si era segato in silenzio mentre Sofia gemeva e veniva sotto le spinte di un altro. Quella notte, quando erano tornati a casa, Marco l’aveva presa con una foga quasi disperata. Era stato bellissimo.
Ma era stato anche l’inizio della fine.
La seconda volta Marco aveva chiesto di stare più vicino. La terza volta aveva voluto partecipare: toccarla mentre l’altro la scopava, baciarla mentre lei veniva. Sofia aveva accettato perché lo amava, perché vedeva quanto lo eccitava. Ma qualcosa dentro di lei aveva iniziato a incrinarsi.
Più Marco assisteva, più il loro equilibrio si rompeva. Non era più solo un gioco di racconti e fantasia. Era diventato reale, concreto, invasivo. Marco non era più solo il marito che ascoltava. Era lo spettatore presente. E più guardava, più il suo desiderio si trasformava in qualcosa di ossessivo e fragile. Cominciava a chiedere di essere umiliato apertamente, di sentire l’altro uomo che gli diceva quanto fosse più bravo a scopare sua moglie, di guardare Sofia che baciava l’amante con passione vera.
Sofia aveva iniziato a sentirsi a disagio. Non per il sesso in sé, ma perché vedeva che Marco stava perdendo pezzi di sé. L’uomo gentile e sicuro che aveva sposato stava scomparendo, sostituito da una versione sempre più dipendente dal proprio disagio.
Il crollo era arrivato lentamente, ma inesorabile.
Una notte, dopo l’ennesimo incontro in cui Marco aveva assistito, erano tornati a casa in silenzio. Si erano sdraiati uno accanto all’altra senza toccarsi. Marco aveva cominciato a piangere piano. Sofia aveva sentito il peso di ciò che avevano fatto. Non era più un gioco eccitante. Era diventata una ferita aperta che stava consumando entrambi.
Si erano separati alcuni mesi dopo. Marco le aveva detto, con voce rotta: «Ti amo ancora, ma non riesco più a guardarti senza vederti con lui. E non riesco più a toccarti senza sentirmi inadeguato». Sofia aveva pianto quella sera come non piangeva da anni. Non solo per la fine del matrimonio, ma per aver visto quanto il loro gioco avesse ferito l’uomo che amava.
Ora, a trent’anni, seduta nella sua poltrona con il vino in mano e la voce di Andrew Eldritch che riempiva la stanza, Sofia sapeva la verità.
Non aveva mai davvero superato quel periodo. Il ricordo non la disgustava. La eccitava ancora. Si toccava ancora pensando a Marco che si segava mentre la guardava. Pensando al potere che aveva esercitato su di lui. Pensando al brivido di essere la donna che decideva quanto un uomo poteva sopportare prima di arrendersi completamente.
Era per questo che aveva scelto di specializzarsi in dinamiche cuckold.
Non per “guarire” gli altri, ma per rivivere, in modo controllato e professionale, quel senso di potere e intimità profonda. Lavorava con mariti sensibili, docili, intelligenti – uomini come Luca – perché le ricordavano Marco, ma senza il rischio di distruggerli. Li guidava con calma, con parole misurate, mantenendo sempre la cornice terapeutica che le permetteva di restare al sicuro.
Eppure, ogni volta che un paziente come Luca tirava fuori il cazzo davanti a lei, ogni volta che accettava di portare un video o di confessare alla moglie, una parte di Sofia tornava a quelle notti con Marco. Al potere. Al piacere. Al brivido di spingere un uomo oltre il limite della sua mascolinità.
Bevve l’ultimo sorso di vino. Il bicchiere era vuoto.
Domani Luca avrebbe portato il video. E lei sarebbe stata lì, seduta accanto a lui, a osservare con calma mentre sua moglie godeva per un altro. Avrebbe commentato con voce bassa, avrebbe guidato i suoi pensieri, avrebbe fatto in modo che ogni gemito di Giulia diventasse un passo ulteriore verso l’accettazione totale.
E mentre lo faceva, una parte di lei avrebbe rivissuto il passato. Non con rimpianto, ma con un desiderio quieto e profondo.
Sofia si alzò, tolse la puntina dal vinile e spense la luce.
La città fuori era silenziosa.
Domani sarebbe stato un giorno importante.
Per Luca.
E anche per lei.
scritto il
2026-04-09
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