Sotto il tavolo dentro il desiderio

di
genere
tradimenti

Mentre il party di Ferragosto è in pieno
svolgimento, Alidiana e il narratore cedono
a una passione proibita, iniziando con un
gioco di piedi sotto il tavolo che porta a un
incontro segreto e infuocato nella camera
da letto dei padroni di casa.
L'aria di Ferragosto era pesante, densa del profumo di carne grigliata e di cloro salato che si alzava dalla piscina in
fondo al giardino. Il ronzio insistente delle cicale era la colonna sonora di quel pomeriggio torpido, un
sottofondo costante alle risate e al tintinnio dei bicchieri. Ero seduto a un tavolo lungo di legno grezzo, tra amici
che non vedevo da troppo tempo, ma i miei occhi non seguivano le braci ardenti del barbecue o le mosse goffe
di qualcuno a bocce. Erano fissi su di lei.
Alidiana. La moglie di Marco, uno dei miei più vecchi amici. Brasiliana, con quella pelle che il sole sembrava aver
modellato apposta per essere toccata. Era alta, almeno un metro e settanta, e si muoveva con una grazia che
stonava con la goffaggine allegria del resto di noi. Indossava una minigonna di jeans bianca che le stringeva i
fianchi e metteva in mostra un culo che era un'opera d'arte, rotondo e sodo, tipico delle sue latitudini. Sopra, un
top nero aderente lasciava intravedere il profilo di un seno prorompente, una quarta abbondante che oscillava
leggermente a ogni suo passo. Era una bomba, e lo sapeva.
Mentre mangiavamo, le mie gambe si allungarono sotto il tavolo, un gesto quasi inconscio, un tentativo di
trovare un po' di spazio nell'affollamento di sedie e gambe. La punta del mio piede scalzo sfiorò qualcosa di
caldo e liscio. La pelle di Alidiana. Non era un incidente. Il mio piede si fermò, posandole leggermente sulla
caviglia. Lei non si mosse. Continuò a parlare con la donna di fronte a lei, sorseggiando la sua birra, ma un lampo
nei suoi occhi scuri mi disse che aveva notato. Spinsi un po' più in là, facendo scivolare il mio piede lungo il suo
polpaccio, sentendo la muscolatura contrarsi sotto la mia carezza. La sua conversazione ebbe una piccola
esitazione, impercettibile per chiunque non stesse prestando la massima attenzione.
Il mio piede proseguì la sua ascesa, superando il ginocchio, fino a posarsi sulla parte interna della sua coscia. La
sua pelle era vellutata, rovente. Lì, sotto il tavolo, nel caos del pranzo, stava succedendo un'altra festa. Con un
movimento lento, deliberato, il mio piede salì ancora, fino a quando non incontrò il calore umido che emanava da
tra le sue gambe. E lì capii. Non indossava niente sotto quella gonna. Nessun perizoma, nessun slip. Solo lei, la
sua pelle e il calore che cresceva. La sentii bagnarsi, un'umidità che si trasferì sulla mia pelle, un segnale
inequivocabile che il mio gioco non solo era stato notato, ma era anche apprezzato. Il mio cazzo si indurì
all'istante nei pantaloni, una pressione scomoda e esaltante.
Mi alzai di scatto, mormorando qualcosa sulla necessità di una telefonata. Mi allontanai dal tavolo, dirigendomi
verso un piccolo salottino sul retro della casa, una zona d'ombra più appartata dove un vecchio divano di pelle
crepata attendeva invaso. Mi lasciai cadere lì, il cuore che martellava nel petto. Non passò nemmeno un minuto.
Sentii i suoi passi leggeri sul legno del patio e poi lei apparì in piedi davanti a me, le braccia conserte, il seno che
si alzava e abbassava con il respiro affannoso.
"Stronzo," sibilò, la voce bassa e carica di una rabbia che sapeva di desiderio. "Mi hai fatto bagnare come una
troia. Se mio marito vede..."
Non la lasciai finire la frase. Mi alzai in un balzo, afferrai il suo viso tra le mie mani e la baciai, violentemente. Le
mie labbra si schiusero sulla sua, la mia lingua invase la sua bocca, bloccando le sue parole, le sue proteste.
Mentre la baciavo, le mie mani scesero, trovando l'orlo della sua minigonna e infilandosi sotto. Non incontrarono
alcuna resistenza, solo il caldo torrido della sua pelle e, subito dopo, la figa fradicia. Le mie dita la trovarono
aperta, pronta. La stuzzicai, passandole il dito lungo le grandi labbra, poi piantandolo dentro, sentendola
contrarsi attorno a me. Lei emise un gemito soffocato dalla mia bocca.
Lei reagì allo stesso modo. Le sue mani abili slacciarono la cintura dei miei pantaloni, abbassarono la zip e, senza
esitazione, estrassero il mio cazzo. Era durissimo, pulsante, la cappella già lucida di pre-cum. Lei lo afferrò
saldamente, iniziando a muovere la mano su e giù, con un ritmo che mi fece mancare il fiato. Eravamo due
animali in calore, dimentichi di tutto, del party, dei coniugi, del rischio. Volevamo solo scopare.
"Non qui," sussurrai, la voce roca. La presi per un polso e la trascinai dietro di me, lungo un corridoio buio, fino
alla porta della camera da letto dei miei amici. La aprii, la spinsi dentro e la chiudemmo a chiave. La stanza era al
buio, ma la luce della luna filtrava dalla finestra, disegnando contatti argentei sul letto grande e disfatto. Senza
dire una parola, la spinsi sul materasso. Le sollevai la gonna, esponendo quella figa perfetta, bagnata e
desiderosa. Mi gettai su di lei, il mio cazzo trovò la sua entrata in un solo, colpo profondo. Lei gridò, un suono
che mischiava dolore e piacere assoluto.
La scopai come non l'avevo mai fatto nessuno, con la furia di chi sa di stare rubando un momento di paradiso. Le
sue gambe si avvinghiarono alla mia vita, spingendomi più a fondo dentro di lei. Ogni colpo era una bestemmia,
una promessa, una negazione del mondo fuori da quella stanza. Le sentii venire, il suo corpo che si arcava sotto
di me, la figa che si stringeva attorno al mio cazzo in una serie di spasmi violenti. Quello fu il segnale.
Rimanemmo bloccati lì, uniti, mentre io la riempivo di tutta la mia sborra, un'ondata calda e infinita che sembrava
non voler finire mai.
Rimanemmo sdraiati per un'oretta, abbracciati, ascoltando i nostri respiri che tornavano normali. Poi, con la
stessa furtività con cui eravamo entrati, ci sistemammo i vestiti e tornammo in giardino. Il party era ancora nel
pieno del suo caos allegro. Nessuno si era accorto di nulla. Nessuno ci aveva cercati. Ci sedemmo di nuovo al
tavolo, come se nulla fosse. Ma qualcosa era cambiato. Mentre tornavo al tavolo, sentivo ancora la mia sborra
colarle lentamente dalla sua figa, bagnandole le cosce, e un po' le scendeva anche lungo il culo. Lei mi guardò, un
sorriso sornione sulle labbra, e capii che quella non sarebbe stata l'ultima volta. Da quel giorno, ce ne sarebbero
state molte altre, all'insaputa di mia moglie e di suo marito.
scritto il
2026-05-25
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