Dominato da mia moglie. La storia di Karen e Mike Ventisettesimo episodio

di
genere
dominazione

Parlavo quindi di quel sabato mattina che cambiò ulteriormente, e forse definitivamente, il rapporto tra me e Karen. Mentre stavo ultimando le pulizie, riflettevo proprio su di lei, e sul fatto che, nella sua palestra, dove continuava ad allenarsi nelle arti marziali, le era stato proposto di fare dei combattimenti professionali che lei però aveva rifiutato. Non le interessava la gloria. Ciò che voleva era fare del suo corpo un’arma micidiale e, almeno secondo l’opinione che mi ero fatto, c’era già riuscita. E poi c’era il lavoro, le responsabilità sempre più gravose sulle sue spalle, che riusciva sempre a superare brillantemente grazie alle sue capacità fuori dal comune, ma che comunque non le avrebbero permesso di diventare agonista. E c’ero io. Per me trascorrere del tempo insieme a lei era meraviglioso. La guardavo come si poteva guardare una dea, la desideravo praticamente di continuo, e l’ascoltavo in religioso silenzio ogni volta che lei parlava. E, soprattutto, per qualche misterioso motivo che ancora mi era ignoto, le obbedivo con sempre maggiore entusiasmo. Ma anche Karen amava trascorrere il poco tempo libero che aveva con me. La vedevo sempre più soddisfatta, sempre più contenta di come ero diventato, ed ero sempre più convinto che lei amasse ogni istante trascorso con me, il suo schiavo, il suo devoto e obbediente marito. Pertanto, di tempo da dedicare all’agonismo ne avrebbe avuto ben poco. E tutto sommato, credo che le interessasse poco.
Quel giorno, come mi era accaduto diverse altre volte, avevo atteso che tornasse dal lavoro. Alternava la palestra agli allenamenti nella stanza in cui prima avevo il mio ufficio, e quel pomeriggio toccava, con mio grande piacere, proprio agli allenamenti casalinghi. Come avevo fatto fino ad allora, mi misi dietro la porta per osservarla. Indossava un paio di vecchi shorts di cotone che lasciavano scoperte le natiche e le sue cosce muscolose e abbronzate. Sopra aveva indossato una minuscola T-shirt, così corta che lasciava scoperto il suo addome che sembrava scolpito nel marmo. Pensai che se avessi dato un pugno a quegli addominali mi sarei rotto la mano, e credo che la mia fantasia non dovesse discostarsi molto dalla realtà. Portava quella magliettina con le maniche arrotolate fino alle ascelle e la visione era irresistibile. Stava facendo degli esercizi di piegamento alla panca, e il sudore aveva incollato la sua magliettina ai seni, mostrandomeli in tutto il suo splendore. Inoltre, quell’esercizio che stava effettuando aumentava il volume dei suoi bicipiti in modo strepitoso, rendendo la sua muscolatura praticamente perfetta. A dimostrazione di quanto mi piacesse quello spettacolo, il mio cazzo era balzato sull’attenti. Negli ultimi tempi, da quando cioè avevo capito quanto fossi succube sessualmente dello splendido corpo di mia moglie, avevo iniziato a farmi delle domande e, naturalmente, anche di questo ne avevo parlato con Andrea per comprendere meglio.
Il mio amico aveva sorriso. “Vedi, Mike, tanti uomini dicono di apprezzare le donne con un fisico atletico. Non parlo di quegli obbrobri muscolari che tutto hanno tranne che femminilità, ma di quelle donne come Karen che posseggono muscoli duri e tonici su un corpo estremamente femminile. Ma quel tipo di donna crea imbarazzo nel classico maschio che si sente in difficoltà e non all’altezza. Tu hai superato questo tipo di difficoltà e non ti fai problemi nell’ammirare tua moglie e posso garantirti che qualsiasi uomo ci lascerebbe gli occhi sopra.”
Beh, se volevo un’ulteriore prova di quanto Andrea fosse preso da Karen, dopo quel discorso ne ebbi la certezza assoluta. E credevo che fosse solo uno dei tanti. Me la vedevo al lavoro e immaginavo i suoi colleghi sbavare per lei, soprattutto da quando aveva rivoluzionato il suo look.
Terminai i miei pensieri e tornai a concentrarmi sulla splendida visione di Karen che si allenava. Aveva intanto terminato i suoi esercizi alla panca e iniziò a sfogarsi contro il punching bag. I suoi colpi erano potenti, e tremai al solo pensiero di poterci stare io al posto di quell’attrezzo. Un pugno di quella portata mi avrebbe mandato dritto all’ospedale. Era veloce e precisa, una vera arma letale. In quei momenti mi chiedevo come avesse potuto una ragazza del genere innamorarsi di uno come me. Era assurdo ma meraviglioso. Poi si fermò e guardò nella mia direzione. Dovevo aver fatto un rumore involontariamente. Scappare sarebbe stato peggio e feci finta di essere arrivato in quel momento.
Mi osservò. “Che ci fai qui?”
Mi vergognavo come un ladro a dirle la verità e cioè che venivo a guardarla mentre si allenava perché mi eccitava. “Oh, niente. Stavo cercando delle cose.” minimizzai, mentre lei avanzava verso di me.
Mi afferrò il polso. “Che cosa di preciso?”
Me la stavo facendo sotto dalla paura e sentivo il mio respiro farsi difficoltoso. Il mio cazzo eretto però dimostrava esattamente le mie sensazioni. Malgrado la paura che mi attanagliava di fronte a lei, ero eccitato. Lo ero per la sua bellezza, ma soprattutto per la sua autorità, per la sua sicurezza, e ormai avevo imparato a riconoscere la differenza. Eccitazione tra l’altro ben visibile ai suoi occhi considerando che la mia completa nudità rimaneva l’unico abito che potevo indossare quando mia moglie era in casa.
“Ecco… Io…Io cercavo dei documenti. Sai, qui prima c’era il mio ufficio e…Insomma…” Balbettavo miseramente e mia moglie fece uno di quei sorrisi che anticipavano le sue azioni nei miei confronti.
“Ma davvero? Non è che tu mi stavi osservando?”
“No, no, davvero passavo per caso.” Che cosa mi passava per la mente? Perché stavo dicendo quelle bugie? Sì d’accordo, mi vergognavo di averla osservata di nascosto, ma forse lei avrebbe compreso o, meglio ancora, avrebbe considerato la mia azione come un’ulteriore dimostrazione della mia devozione, del mio piacere nell’avere una moglie così forte e atletica. E la mossa seguente di Karen mi fece comprendere che avevo fatto una stronzata. Le bastò un lieve movimento sul mio polso e urlai dal dolore e poi l’immancabile ceffone. Violento e doloroso.
“Mike, non dire bugie. Lo so che stavi qui a spiarmi.”
“Io… Io…” Non riuscivo ad articolare una parola e la stretta si fece ancora più dolorosa.
“Mi stai mentendo, Mike, e questo è intollerabile.”
Cedetti immediatamente. Continuare a mentire non aveva scopo. “Io…Io… Oddio, Karen scusami. Sì, hai ragione. Sono venuto qui per osservarti. Dio, sei così potente, così eccitante quando ti alleni.”
La vidi sorridere. “Non è la prima volta, vero?”
“No, Karen. Mi… Mi piace tantissimo vederti allenare.”
Pensavo in quel momento di averla scampata, ma lo sganassone che mi arrivò mi fece comprendere che mi sbagliavo. Come al solito in quelle situazioni, iniziai a piangere sommessamente.
“Mike, Mike, non ci siamo. Non si dicono le bugie. Soprattutto non si dicono a me.” La sua voce era calmissima, ma io stavo soffrendo dal dolore. Le sue torsioni avevano una spaventosa efficacia, malgrado la mia sensazione fosse che nemmeno si sforzasse più di tanto. Aumentò ancora la torsione costringendomi ad andare in ginocchio.
“Ti chiedo perdono, Karen, non lo farò mai più”, la implorai, ma senza ottenere nulla. Anzi, senza lasciarmi il polso si mise dietro di me tenendomi il braccio dietro la schiena mentre con il suo braccio libero mi afferrò per il collo.
“Vedi, ciccio, non è per il fatto che tu ti sei comportato come un voyeur. E’ per aver fatto qualcosa di nascosto e per essere stato bugiardo nei miei confronti. Avresti dovuto chiedere il mio permesso e te lo avrei concesso perché adoro essere osservata, adoro che tu sbavi per i miei muscoli, per il mio corpo. Ma adesso hai bisogno di una lezioncina.”
Mi tirò anche il collo ed ebbi la solita sensazione gigantesca di impotenza nei suoi confronti. Si mise seduta sopra di me e cominciò a strofinare la sua vagina sulla mia schiena. Sapevo che adorava questo gesto. Per lei doveva essere quasi come una violenza carnale; usare il mio corpo contro la mia volontà. Sapeva perfettamente che le sarebbe bastato darmi un ordine e io avrei dovuto cercare di soddisfarla, come avevo fatto innumerevoli volte in tutto quel tempo ma, in quel modo, mentre mi teneva in scacco, probabilmente la sua libido aumentava considerevolmente. Mi davo del coglione per averla osservata di nascosto, non avrei dovuto, ma ormai era tardi. Se solo fossi potuto tornare indietro… Purtroppo la macchina del tempo era ancora un’invenzione che si trovava soltanto nei film e nei libri di fantascienza, e dovevo subire ciò che mia moglie aveva deciso di infliggermi. E non era facile resistere perché la difficoltà di respirazione si aggiungeva al dolore della torsione. Karen doveva comunque aver raggiunto un orgasmo perché la sentii mugolare di piacere e fermarsi. Ma per me cambiava ben poco. Avevo pochissima libertà di movimento, e una delle poche cose che potevo muovere era la testa. Mi girai cercando un’aria compassionevole che la spingesse a lasciarmi, e invece vidi che si stava togliendo la magliettina. Era rimasta a seno nudo, un seno che era perfetto, duro come il marmo, merito probabilmente anche dei suoi incessanti allenamenti oltre che di una natura estremamente generosa. Ma non ebbi tempo di soffermarmi sulle sue grazie perché mi rilasciò finalmente il braccio ma mi osservò duramente.
“Dammi i polsi, Mike.”
“Perché? Cosa vuoi fare?” La risposta arrivò sotto forma dell’ennesimo schiaffo. Accidenti a me. Per quale motivo, invece di obbedire immediatamente come mia moglie pretendeva, obiettavo? Perché chiedevo spiegazioni? Io dovevo obbedire immediatamente, ma era una reazione istintiva che però mi portava a essere punito.
“Cosa devi rispondere quando ti do un ordine?”
“Sì, Karen. Devo rispondere Sì, Karen”, risposi, piangendo ormai a dirotto.
“Ma ormai è tardi e devi essere punito.”
Mi gettai ai suoi piedi. Ormai il mio orgoglio non esisteva più. Avevo solo una paura folle che mia moglie mi facesse ancora più male. “Ti prego, non mi picchiare più”, la implorai, e pensai di essere riuscito a commuoverla perché mi face cenno di rialzarmi senza mettermi le mani addosso.
“I polsi.”
“Si, Karen.” risposi stavolta, e vidi che me li univa mettendoli uno sopra l’altro per poi legarmeli stretti con quella maglietta. Non facevo alcuna opposizione. Sarebbe stato da cretini. Mia moglie mi avrebbe picchiato più dolorosamente e non avrei ottenuto ugualmente nulla.
Finalmente si alzò e, prendendomi proprio per i polsi legati, mi trascinò fino alla panca degli esercizi. Non avevo idea di cosa volesse farmi, ma cercai di rimanere tranquillo. Innanzi tutto perchç mi fidavo di mia moglie, e sapevo che se fossi stato buono la punizione sarebbe stata meno doloroso e, in secondo luogo, perché non avrei potuto fare nulla per contrastarla. E forse c'era anche la terza opzione. Tutto ciò che lei decideva era giusto per me. Karen mi ordinò di sdraiarmi sulla panca e le obbedii immediatamente.
Mi costrinse quindi a stendermi con la schiena contro la sbarra.
“Adesso tu stai zitto e buono qui. Se vedo che ti sei spostato anche solo di un centimetro ti riempio di botte. Chiaro, ciccio?”
“Si, Signora.” risposi, sempre più preoccupato. La vidi uscire e poi rientrare dopo qualche minuto. Inutile sottolineare come rimasi immobile per tutto il tempo della sua assenza. Aveva in meno alcuni legacci usati per precedenti legamenti. Con una di quelle corde mi annodò stretto appena sopra il gomito, poi con l’altro mi legò un capo alla legatura dei polsi mentre usò l’altro per legarmi alla sbarra, sulla quale caricò poi cinque pesi per venticinque chili complessivi. Ero legato come un salame.
“Adesso vado a fare una corsetta fuori, ciccio, tu aspetta qui,” mi disse con un’evidente ironia, in piedi di fronte a me “Così hai tutto il tempo per ripensare a quello che hai fatto prima. Voglio lasciarti anche qualcosa che potrà aiutarti a ricordare”.
Con calma si sfilò gli shorts e, praticamente nuda, si sistemò a cavalcioni sulla mia pancia, un’altra delle sue posizioni preferite. Stavo tremando di paura, ma non osavo aprire bocca. Sapevo che appena l’avessi fatto mi avrebbe riempito di schiaffi e volevo evitarlo.
“Guarda bene, ciccio,” mi disse ironicamente, per poi appallottolare gli shorts tra le mani “Adesso apri bene la bocca, stronzetto, e vediamo se la prossima volta oserai dirmi una bugia.”
Obbedii in silenzio. Non potevo fare altro.
”Bravo, così,” Mi infilò gli shorts appallottolati in bocca per poi legarmi attorno al capo e sulla bocca un cencio che, probabilmente, aveva usato per detergersi il sudore. “Ingoia! Voglio sentirti succhiare.” Ebbi un attimo di tentennamento, e tanto bastò a mia moglie per darmi una sberla terrificante. Quegli shorts erano completamente impregnati dei suoi odori intimi, odori che avrei riconosciuto tra milioni, gli odori della mia padrona assoluta. Iniziai a succhiare ma non era soddisfatta e mi mollò un’altra sberla.
“Succhia più forte, idiota!” Lo feci, con il volto completamente bagnato dalle mie lacrime. In compenso, lei sembrava finalmente soddisfatta.
“Bene, continua così,” Restandomi seduta sullo stomaco mi sfilò l’orologio. “Questo adesso non ti serve, potrebbe distrarti.” Riuscii a vedere mentre se lo allacciava al polso sinistro. Era un bell’orologio maschile che mi era stato regalato per la mia laurea, e mi accorsi che sorrideva molto soddisfatta “Bello, lo terrò io. Va bene?” aggiunse dopo una manciata di secondi. Dovetti convenire che le stava bene davvero. Simboleggiava perfettamente il suo potere assoluto, mentre io non meritavo di portare un oggetto del genere. Senza aspettare oltre, si alzò e si allontanò, e io potei perdere il mio sguardo sulle sue natiche nude. Erano perfette!
Dopo qualche minuto, sentii la porta chiudersi.
Socchiusi gli occhi. Cosa avrebbe fatto mia moglie di me?
scritto il
2026-03-21
3 3
visite
1
voti
valutazione
1
il tuo voto
Segnala abuso in questo racconto erotico

Continua a leggere racconti dello stesso autore

Commenti dei lettori al racconto erotico

cookies policy Per una migliore navigazione questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti. Proseguendo la navigazione ne accetti l'utilizzo.