Schiavo Delle Sue Amiche - Capitolo 2

di
genere
tradimenti

Soffocato dalle Loro Mutandine
La parola d'ordine che mi ero ripetuto come un mantra prima di chiudere gli occhi era una sola: dimenticare.
Mi svegliai non per la luce del sole sardo che filtrava dalle persiane, ma per una sensazione di calore umido e avvolgente che mi fece inarcare la schiena d'istinto. Erika aveva mantenuto la promessa. Ero ancora intrappolato nel dormiveglia quando realizzai cosa stava succedendo: le lenzuola erano spinte in fondo al letto e lei era rannicchiata tra le mie gambe.
Aprii gli occhi a fatica, trovando la sua testa china su di me. Le sue labbra morbide e calde scivolavano lungo la mia erezione mattutina con una lentezza esasperante e calcolata. La sua bocca era un paradiso bagnato. Sentivo la lingua calda tracciare cerchi lenti e decisi, per poi prendere tutto in profondità, mentre con una mano mi accarezzava e stuzzicava dolcemente le palle. Era, senza ombra di dubbio, il risveglio più bello e intenso degli ultimi mesi.
Ma mentre il piacere montava, un pensiero subdolo mi trafisse il cervello: fino a poche ore prima, in piena notte, ero stato avvolto da un'altra bocca, stritolato da altre pareti, sporco degli umori e del sapore della sua amica. Il ricordo del corpo di Lara che si contraeva su di me sul divano si sovrappose all'immagine di Erika che si dava da fare con devozione. Cercai disperatamente di scacciare quel pensiero, di fare finta di niente, ma la perversione di quel contrasto finì per eccitarmi ancora di più.
«Buongiorno...» mormorai con voce roca, affondando le dita nei suoi capelli arruffati. Erika non si fermò. Alzò lo sguardo verso di me, gli occhi lucidi e maliziosi, e rispose con un verso gutturale di approvazione prima di accelerare il ritmo. Come consiglia la regola d'oro, la storia erotica è un crescendo. Lei sapeva esattamente come portarmi al limite: alternava succhiotti decisi a sfioramenti leggeri con la punta della lingua, creando una tensione che mi faceva mancare il respiro.
«Cazzo, Erika...» ansimai, stringendo le lenzuola nei pugni. «Così mi fai impazzire.» «Era... l'obiettivo,» sussurrò lei, staccandosi appena per leccarsi le labbra, prima di tornare ad inghiottirmi. I miei muscoli si tesero allo spasimo. L'approccio si fece diretto e frenetico, e non riuscii più a trattenermi. Raggiunsi l'apoteosi dei sensi svuotandomi con un gemito lungo e profondo, i fianchi sollevati contro il materasso. Erika mi baciò l'addome madido di sudore, sorridendo trionfante.
«Direi che ora sei pronto per affrontare la giornata,» mi disse, gattonando verso il mio petto per darmi un bacio a fior di labbra. «Sei un demone,» risposi, ridendo e stringendola a me, cercando di soffocare sotto quel calore familiare l'ombra del tradimento.
Venti minuti dopo, eravamo entrambi infilati nel box doccia. Date abbastanza dettagli per far viaggiare l'immaginazione: l'acqua calda scrosciava sui nostri corpi mentre ci insaponavamo a vicenda, scherzando e stuzzicandoci. Le baciai il collo umido, lasciando che il bagnoschiuma scivolasse tra di noi. Sembrava una mattinata perfetta, la tipica bolla di felicità di una coppia innamorata. Ma dentro di me, sapevo che il castello di carte stava per affrontare il primo colpo di vento.
Uscimmo dalla camera vestiti leggeri, asciugamano in spalla e capelli bagnati, guidati dal profumo del caffè.
Nel portico affacciato sul giardino, la colazione era già in corso. Sofia era seduta a capotavola con i suoi occhiali da sole scuri, scorrendo il telefono, mentre Sara stava imburrando delle fette biscottate, fresca e luminosa come un girasole.
E poi c'era Lara. Era seduta all'angolo opposto del tavolo, le mani strette attorno a una tazza fumante. Quando entrammo, incrociò il mio sguardo per una frazione di secondo. La vidi irrigidirsi. Un rossore violento le invase le guance e il collo, e abbassò immediatamente gli occhi sulla sua tazza, incapace di sostenere la mia espressione.
«Buongiorno dormiglioni!» cinguettò Sara. «Pensavamo non usciste più da quella stanza.» «Recuperavamo le energie,» ribatté Erika con un sorriso complice, sedendosi e allungando la mano verso la marmellata.
Io presi posto proprio di fronte a Lara. Feci un respiro profondo, indossando la mia migliore maschera di normalità. Non un cedimento, non uno sguardo di troppo. «Caffè nero per me, grazie. Allora, qual è la spiaggia di oggi, capitano?» chiesi, rivolgendomi a Sofia.
«Baia del faro,» decretò lei senza alzare gli occhi dallo schermo. «Poca gente, acqua perfetta. Se Lara si sbriga a bere quel tè invece di fissarlo, forse troviamo anche posto per gli ombrelloni.» Lara trasalì, portandosi la tazza alle labbra con mani leggermente tremanti. «S-sì, scusate. Sono pronta.»
Mentre le ragazze riprendevano le solite chiacchiere leggere su creme solari e pettegolezzi, io sorseggiavo il mio caffè. La tensione sotterranea tra me e Lara era spessa come un muro di cemento, ma nascosta alla perfezione sotto il sole rassicurante del mattino. L'erotismo del segreto si stava trasformando in un gioco psicologico.
«Andiamo a vestirci,» disse infine Erika, alzandosi di scatto e battendo le mani. «Voglio essere in acqua prima di mezzogiorno!»
Poco dopo.
Il sole di mezzogiorno picchiava senza pietà sulla Baia del faro, trasformando il mare in una tavola di cristallo azzurro. La spiaggia era quasi deserta. Sotto il nostro ombrellone, Lara si era rintanata dietro un libro spesso, nascosta dietro grandi occhiali scuri, cercando in tutti i modi di rendersi invisibile. A pochi passi da lei, Sofia era stesa a pancia in giù sul telo mare, la schiena ambrata lucida di olio solare.
Io ed Erika, invece, eravamo in acqua fino al petto, persi nel nostro mondo. Le mie mani erano scivolate istintivamente sotto il livello dell'acqua, afferrandola per i fianchi e tirandola contro di me. Le rubai un bacio profondo, mescolando il sapore del sale a quello del nostro respiro. Sentivo le sue gambe lisce stringersi attorno alla mia coscia, mentre la mia mano accarezzava la curva nuda dei suoi glutei sotto il tessuto bagnato del costume. Eravamo fluidi, passionali, persi in quella fisicità che la mattina aveva solo acceso.
All'improvviso, un urlo cristallino squarciò l'aria. «Attacco a sorpresa!» Non feci in tempo a voltarmi che un peso morbido e bagnato mi piombò sulla schiena, facendomi quasi finire sott'acqua. Era Sara. Le sue braccia snelle mi cinsero il collo, mentre le sue cosce lisce si strinsero con forza attorno ai miei fianchi per non cadere. Nell'erotico, la spontaneità vince sulla complessità, e il contatto improvviso con il suo corpo fradicio fu una scossa elettrica. Sentivo chiaramente la pressione dei suoi seni sodi contro la mia schiena, accentuata dal tessuto sottile del bikini, mentre lei rideva sguaiatamente, spruzzando acqua su Erika. «Stronza!» rise la mia ragazza, rispondendo al fuoco e schizzandoci entrambi.


Iniziammo a lottare in acqua, un gioco a tre fatto di scivoloni, risate e contatti fisici sfuggenti ma carichi di tensione. La pelle scivolosa di Sara, le mani di Erika che mi tiravano verso di sé: era un caos sensoriale perfetto.
Poco dopo, l'acqua si increspò e anche Sofia ci raggiunse, nuotando con bracciate lente ed eleganti. Arrivata vicino a noi, smise di nuotare, ma l'acqua le arrivava quasi al mento. «Franci, fammi appoggiare, ti prego,» sbuffò, passandosi una mano tra i capelli scuri e bagnati. «Sono una cazzo di tappa e qui non tocco.»
Mi avvicinai e lei si aggrappò alle mie spalle, le mani salde sulle mie clavicole. Anche se eravamo buoni amici, il contrasto fisico era notevole. Mentre Erika e Sara si allontanavano di qualche metro per sfidarsi a chi resisteva di più in apnea, io e Sofia rimanemmo vicini. Le sue gambe si muovevano lente nell'acqua per tenersi a galla, sfiorando occasionalmente le mie.
«Allora, come va con Ross?» le chiesi, cercando di mantenere il tono leggero e conviviale. «Le manca non essere qui?» Sofia sospirò, ma notai che i muscoli del suo collo erano tesi. Non c'era la solita spavalderia nel suo sguardo. «Sì, credo di sì. Diciamo che ultimamente le cose sono... complicate. Lei è molto assorbita dal lavoro, e io... io ho bisogno di stimoli continui, lo sai.» Sembrava strana, quasi nervosa, come se stesse soppesando ogni parola. L'aria da dominatrice sicura di sé si era incrinata per un attimo. «Sì, capisco,» annuii, accarezzando la superficie dell'acqua.
Lei mi guardò dritto negli occhi, un guizzo oscuro e indecifrabile nello sguardo. «Senti, io ho una fame da lupi. Che ne dici di salire con me a casa per iniziare a preparare il pranzo? C'è da fare quel sugo di pesce che avevamo detto.» Mi voltai verso Erika, che stava riemergendo in quel momento. «Amore, io e Sofi andiamo su a cucinare. Tu resti con le ragazze?» «Va benissimo!» rispose lei, strizzando l'occhio. «Ma tenetemi una birra in fresco.»
Il tragitto verso la villa fu silenzioso. Il sole picchiava sui nostri corpi bagnati, facendo evaporare l'acqua salata e lasciando una scia di calore sulla pelle. Appena entrati in casa, l'aria condizionata ci diede un brivido. «Vado a darmi una sciacquata veloce prima di mettermi ai fornelli,» annunciò Sofia, sfilandosi distrattamente l'elastico dai capelli. «Non sopporto il sale addosso. Fai tu le presentazioni con le padelle?» «Agli ordini,» sorrisi, dirigendomi verso l'isola della cucina.
Tirai fuori i pomodorini e il pesce dal frigo. Sentivo il rumore dell'acqua scrosciante dal bagno del corridoio. Misi su l'acqua per la pasta, tagliando aglio e peperoncino. Ero tranquillo. Il senso di colpa per Lara si era sopito sotto il peso della normalità di quella mattinata.
«Franci!» La voce di Sofia sovrastò il rumore della cappa accesa. «Dimmi!» urlai di rimando. «Vieni un attimo qui! Devi vedere questo TikTok, fa morire dal ridere!»
Senza pensarci due volte, mi pulii le mani sul grembiule e mi diressi verso il corridoio. La porta del bagno era aperta a metà. Entrai, aspettandomi di trovarla vestita o col telefono in mano davanti allo specchio.
Invece, mi bloccai di colpo sulla soglia. La stanza era satura di vapore e profumo di bagnoschiuma al cocco. Date abbastanza dettagli per far viaggiare l'immaginazione: Sofia era lì, in piedi di fronte a me, con i capelli nudi, madidi e selvaggi che le ricadevano sulle spalle. Indossava solo un asciugamano bianco, avvolto frettolosamente attorno al corpo. L'orlo superiore premeva contro il seno pieno, lasciando scoperta la curva profonda del décolleté, mentre l'orlo inferiore si fermava pericolosamente in alto sulle cosce, esponendo gambe lucide di goccioline d'acqua. Era uno spettacolo di sensualità cruda, imponente, impossibile da ignorare.
«Guarda,» disse lei, la voce stranamente bassa, priva di qualsiasi traccia di ilarità.
Fece un passo verso di me. Mi tese lo smartphone, lo schermo rivolto verso il mio viso. Mi avvicinai, un sorriso incerto sulle labbra, aspettandomi qualche video stupido. Ma non appena i miei occhi misero a fuoco le immagini, il sorriso mi morì in gola.
Non era un TikTok. Lo schermo mostrava il salotto buio della villa. L'inquadratura tremava leggermente. C'era il divano e c'erano due figure intrecciate, nude. C'ero io, piegato in avanti, e c'era Lara sotto di me, a cavalcioni, le mie mani a coprirle la bocca mentre affondavo dentro di lei. L'audio catturava il rumore inconfondibile e osceno della nostra carne che sbatteva, mescolato ai suoi gemiti strozzati.
Il sangue mi si gelò nelle vene. Il cuore smise di battere per un secondo lunghissimo e agonizzante. Sofia teneva il telefono con fermezza. Mi guardava dritta negli occhi, il viso inespressivo, ma con una scintilla predatoria nello sguardo. Il piccolo mistero della notte precedente, quel clic sospetto e i passi silenziosi nel corridoio, si era appena risolto nel modo più devastante possibile, chiudendo la scena con un segreto oscuro svelato.
«Ops,» sussurrò Sofia, inclinando appena la testa, l'asciugamano che le scivolò di un millimetro sul seno. «Mi sa che non era un TikTok.»
Il video continuava a scorrere in loop sullo schermo, e con esso la mia intera vita stava andando in frantumi. Il panico mi serrò la gola, togliendomi l'aria.
«Sofia... cazzo, no. Ascoltami, ti prego,» balbettai, indietreggiando fino a urtare il mobiletto del lavandino. Avevo le mani tra i capelli, il respiro corto. «Non è come pensi. Ero fuso, l'erba, la stanchezza, non so nemmeno io come sia successo... ti prego, non farlo vedere a Erika. Io la amo da impazzire, è stato solo un fottuto errore!»
La mano di Sofia scattò in avanti con una violenza inaudita. Lo schiaffo mi colpì in pieno viso, un rumore secco che rimbombò sulle piastrelle del bagno. Il volto mi andò a fuoco. Rimasi impietrito, la guancia pulsante.
«Stai zitto, lurido verme,» sibilò lei. La sua voce era ghiaccio puro, priva di qualsiasi empatia. Non era più la ragazza spigliata della spiaggia; era un carnefice. «Fai schifo. Sei patetico. Guardati, sei solo un fottuto traditore disperato.» «Sofi, ti supplico...» provai a dire, sentendo gli occhi pizzicare per il terrore.
«Ho detto zitto!» ringhiò, facendo un passo avanti. Il suo sguardo si assottigliò, un sorriso crudele le piegò le labbra carnose. «Però... sai che c'è? Non lo dirò a Erika. O almeno... cazzo, non subito.» Prima che potessi tirare un sospiro di sollievo, la sua mano scattò di nuovo, ma stavolta si intrecciò tra i miei capelli bagnati. Tirò con forza verso il basso, obbligandomi a piegarmi. Le mie ginocchia sbatterono pesantemente sul pavimento freddo. Ero ai suoi piedi. «Ora sei mio, Franci,» sussurrò, guardandomi dall'alto in basso, gli occhi chiari che brillavano di un sadismo spietato. «Sei il mio giocattolo. E io ti umilierò. Ti userò fino a farti impazzire e poi ti distruggerò.»
Non riuscivo a reagire. Il peso di quel video mi schiacciava. «Ti ho sempre odiato, lo sai?» continuò lei, la voce intrisa di veleno. «L'hai allontanata da me, l'hai resa debole. Tu non sei adatto a lei, la stai solo rovinando. E io godrò un sacco a vederti strisciare.» Si chinò appena, e con un disprezzo assoluto, mi sputò in faccia. La saliva mi colpì lo zigomo. Chiusi gli occhi per l'umiliazione, ma Sofia non aveva finito. Con il palmo della mano, mi spalmò quello sputo su tutta la guancia, accarezzandomi con una finta, sadica dolcezza. «Spogliati.» ordinò.
«Cosa?» deglutii, le mani che mi tremavano. «Sofia, ma che cazzo... a te manco piace il cazzo, sei lesbica, cosa vuoi da me?» «È verissimo,» sorrise lei, spietata. «Mi fate tutti abbastanza ribrezzo. Ma sono curiosa, Franci. Sono molto curiosa di vedere un cazzo umiliato venire per il puro terrore.»
Sollevò una gamba e appoggiò il piede nudo, ancora umido, proprio sul mio inguine. Il contrasto tra il suo disprezzo e quel tocco intimo fu un corto circuito devastante per il mio cervello. Prevette leggermente con le dita del piede contro il tessuto dei miei boxer, e con mio sommo orrore, il mio corpo reagì. La paura, l'umiliazione e quel contatto perverso mi stavano eccitando.
«Spogliati, ho detto.» Mi tolsi i vestiti in modo goffo, le mani tremanti, finché non rimasi completamente nudo, inginocchiato davanti a lei. Eretto. Sofia alzò il telefono, puntandomi la fotocamera addosso, e premette rec. «Ora masturbati. E guai a te se vieni prima che te lo dica io. Se lo fai, premo invio e questo video arriva dritto sul telefono di Erika.» «No... cazzo, no, ti prego...» piagnucolai, cercando di coprirmi. «Fallo!» urlò lei.
Rassegnato, impotente, chiuso in quella trappola di ricatto, portai la mano sul mio sesso. Date abbastanza dettagli per far viaggiare l'immaginazione, recita la regola. E la scena che seguì fu l'apice dell'erotismo psicologico. Iniziai a muovere la mano su e giù, lentamente, gli occhi fissi a terra per la vergogna. Sentivo il mio respiro farsi pesante, il sangue pompare furiosamente.
Ma Sofia voleva distruggermi del tutto. Per rendermi la tortura ancora più insopportabile, si portò le mani al petto e lasciò cadere l'asciugamano bianco. Il tessuto scivolò a terra. Rimase completamente nuda davanti a me. Il suo corpo era magnifico: i seni sodi e pieni, il ventre piatto, i fianchi morbidi illuminati dalla luce del bagno. Non si stava offrendo a me; mi stava sovrastando, usava la sua nudità come un'arma per mandare in tilt i miei sensi.
«Guardami mentre lo fai, schiavo,» sussurrò, le mani sui fianchi. Alzai lo sguardo, obbedendo. La visione del suo corpo nudo, fiera e dominatrice, unita al pensiero di quel video, innescò una reazione a catena nel mio corpo. Ero umiliato, distrutto, eppure non ero mai stato così duro. Aumentai il ritmo, la mano che scivolava furiosamente su di me. I miei gemiti iniziarono a riempire il bagno, mescolati alla mia disperazione, mentre lei mi guardava dall'alto, sorridendo, godendosi ogni secondo del mio inesorabile crollo psicofisico verso l'apoteosi dei sensi.

Il mio braccio era un pezzo di marmo infuocato. I muscoli tremavano per lo sforzo e la tensione accumulata era così densa che mi sembrava di avere piombo fuso nelle vene. Ero in ginocchio, completamente nudo sul pavimento freddo del bagno, la mano stretta a morsa sul mio sesso turgido e pulsante, pompando su e giù in un ritmo disperato.
Non potevo fermarmi. E non potevo venire.
Sopra di me, Sofia torreggiava in tutta la sua magnifica, crudele nudità. Il suo corpo perfetto, illuminato dalla luce bianca del bagno, era un monumento al potere. Ma il gioco, per lei, non si fermava a quel semplice atto di sottomissione visiva. Voleva distruggermi dall'interno.
Con una lentezza calcolata, Sofia si voltò verso il mobiletto e recuperò una bustina trasparente che aveva appoggiato lì prima. «Mentre tu stavi in cucina a non fare un cazz» sussurrò, la voce carica di una perfidia sensuale, «io ho fatto un giro per la casa. Ho frugato nelle vostre stanze. Ho preso dei... souvenir.»
Non potevo distogliere lo sguardo. I miei respiri erano corti, affannosi. Ero sull'orlo del baratro, la testa mi girava per l'eccitazione deviata e il terrore. Sofia aprì la bustina. Tirò fuori un pezzo di stoffa stropicciato. «Li riconosci questi, Franci? O nel buio di ieri notte non sei riuscito a vederli bene?» Erano un paio di slip bianchi, semplici. Quelli di Lara. Sofia si chinò su di me, i seni sodi che ondeggiavano appena, e mi schiacciò la stoffa contro il viso. L'odore mi invase le narici con la violenza di uno schiaffo: era un profumo dolce mescolato all'odore inconfondibile, pungente e muschiato dell'eccitazione di Lara, ancora intriso dei suoi umori dopo esserseli messi addosso finita la nostra scopata segreta. «Annusa cosa hai fatto alla santarellina,» ringhiò Sofia. Poi, con un gesto secco, mi afferrò la mascella. «Apri la bocca.» Cercai di resistere, ma lei strinse la presa, costringendomi a schiudere le labbra, e mi infilò gli slip di Lara in bocca, spingendoli dentro. Il sapore della stoffa e di quel peccato mi fece sussultare.
Il mio bacino scattò in avanti, la mano che accelerava il ritmo. Ero al limite, gli occhi sbarrati, ma lei non aveva finito.
Pesò di nuovo nella bustina. «Guarda qui. Questi li conosci bene.» Slip neri. Semplici. Quelli di Erika. Li aveva sfilati stamattina, proprio prima di prendermi in bocca. Il senso di colpa mi schiacciò il petto, ma il mio cazzo, in modo perverso e malato, divenne ancora più duro. Sofia me li strofinò contro il naso. L'odore della mia ragazza, il sapore salmastro del nostro sesso mattutino e della sua intimità mi inondò il cervello. «Annusa la tua ragazza, traditore,» sibilò Sofia, godendo della mia espressione stravolta. «Annusa quanto è ignara.» Poi, senza pietà, mi forzò anche quelli tra le labbra. Mi spinse la stoffa nera in bocca, schiacciandola contro quella bianca di Lara. Avevo la bocca completamente piena. Iniziai a sbavare, il respiro che passava a fatica dal naso. Soffocavo, ma non potevo smettere di masturbarmi, intrappolato in un vortice di umiliazione totale.
Volevo scoppiare. Le lacrime iniziarono a pungermi gli occhi, rigandomi le guance, mescolandosi allo sputo che mi aveva spalmato in faccia poco prima.
«E per finire...» la voce di Sofia era ora un sussurro roco e demoniaco. Tirò fuori un terzo indumento. Pizzo nero. Sottilissimo. Gli slip di Sara. Me li fece dondolare davanti agli occhi lucidi. «Questo odore ti è nuovo, vero? Chissà quante volte l'hai guardata di nascosto. Ora puoi assaggiarla.» Me li premette contro le narici. Era un profumo costoso, vanigliato, che si mescolava all'odore intimo, pulito e fottutamente eccitante della ragazza più irraggiungibile del gruppo. Rimase lì a farmeli annusare per secondi che sembrarono ore, costringendomi a inebriarmi di quel profumo mentre la mano mi scivolava sull'inguine madido di sudore.
Poi, con forza, provò a spingere anche il pizzo di Sara nella mia bocca già colma. L'eccesso di stoffa mi premette contro il palato. Un conato di vomito mi contrasse lo stomaco, un verso strozzato, pietoso, mi morì in gola. Ero in ginocchio, nudo, in lacrime, con la bocca tappata dalle mutandine sporche della mia ragazza e delle sue due migliori amiche, mentre mi segavo davanti a una donna nuda che mi disprezzava.
Era il punto di rottura. Il mio cervello andò in black-out sensoriale. «Sì...» sussurrò Sofia, vedendo il mio sguardo ribaltarsi. Si allontanò di un passo, incrociando le braccia sotto il seno, guardandomi come se fossi l'insetto più schifoso e affascinante della terra. «Ci sei. Ora svuotati, schiavo. Schizzati addosso. Fallo per me.»
Quell'ordine fu l'innesco. Non riuscii più a trattenere nulla. Il climax mi investì con una violenza inaudita. Il mio corpo si tese come una corda di violino, inarcando la schiena all'indietro, mentre venivo con spasmi incontrollabili e potenti. Il mio seme schizzò caldo sul mio stesso addome, sul pavimento, sul mio petto, macchiandomi in un'esplosione di puro, umiliante piacere.
Ero devastato. Fisicamente svuotato e psicologicamente a pezzi. Le lacrime mi scendevano silenziose, il petto che si alzava e abbassava furiosamente per cercare aria attraverso il naso, mentre Sofia, dall'alto del suo trono invisibile, mi guardava godendo immensamente del capolavoro di distruzione che aveva appena creato.
Il respiro mi usciva a scatti dal naso, i polmoni che bruciavano mentre il mio stesso seme mi si raffreddava addosso, segnando la mia totale e incondizionata disfatta. Sputai sul pavimento il groviglio di pizzo e cotone che mi aveva quasi soffocato, tossendo violentemente.
Sofia interruppe la registrazione, abbassando il telefono. Non mi disse di alzarmi. Fece un passo in avanti e sollevò di nuovo il piede nudo. Lo piantò esattamente sul mio cazzo ormai moscio, sporco e ipersensibile per l'orgasmo appena trascorso. Schiacciò con più forza del dovuto, premendo la pianta del piede contro la mia intimità vulnerabile. Il dolore sordo mi fece sussultare, facendomi piegare in avanti, ma lei aumentò la pressione, tenendomi inchiodato al pavimento.
«Sei proprio uno schifo,» sibilò, guardandomi dall'alto in basso. «Un patetico perdente, un debole incapace di tenerselo nei pantaloni. Fai pena.» Ogni suo insulto era una coltellata. La mia mente era in cortocircuito, sospesa tra il bruciore fisico e una vergogna così profonda da farmi desiderare di sparire.
All'improvviso, lo schermo del suo telefono si illuminò con una vibrazione. L'espressione di Sofia cambiò all'istante. L'aura della dominatrice spietata svanì per far posto a una lucidità fredda e calcolatrice. «Oh, guarda,» mormorò, leggendo la notifica. «Le altre mi hanno scritto. Hanno preso troppo sole, saranno qui tra dieci minuti.» Tolse il piede dal mio inguine, facendo un passo indietro. «Meglio ricomporsi e preparare qualcosa da mangiare. Non voglio sospetti, chiaro?»
Rimasi in un sacrosanto, tombale silenzio. Non avevo più voce. Mi alzai lentamente, le ginocchia che mi tremavano sul pavimento di ceramica. Mi sentivo umiliato, svuotato di ogni singola briciola di dignità maschile. Ero stato ridotto a niente.
Sofia si accorse del mio sguardo perso e rassegnato. Si avvicinò di nuovo, e prima che potessi indietreggiare, la sua mano scattò in avanti, afferrandomi la mascella con una presa d'acciaio. Mi strinse le guance, costringendomi a guardarla negli occhi. «Ascoltami bene,» mi sussurrò a un centimetro dalle labbra, il fiato caldo che mi sfiorava la pelle. «Se continui a fare il bravo cagnolino e ubbidisci senza fiatare, avrai delle ricompense. In fondo, sono una brava mammina con i cuccioli che sanno stare al loro posto.» Le sue dita premettero più forte, aprendomi la bocca a forza. E in quel momento, senza staccare i suoi occhi di ghiaccio dai miei, mi sputò direttamente in bocca.
Il sapore caldo della sua saliva mi invase la lingua. Ero troppo terrorizzato da quel video per sputarla; deglutii, compiendo l'atto finale della mia sottomissione. Lei sorrise, un sorriso crudele e trionfante. Si voltò, recuperando l'asciugamano da terra e avvolgendoselo attorno al corpo con una grazia spaventosa. «Datti una ripulita e muoviti,» disse, fermandosi un attimo sulla soglia del bagno. «Riposati oggi pomeriggio. Perché stanotte dovrai fare ben altro.»
La porta si chiuse, lasciandomi solo con il mio disastro. Mi lavai alla cieca, con movimenti meccanici. Mi infilai i pantaloncini e la maglietta come se fossero un'armatura troppo pesante e tornai in cucina. Sofia stava già affettando il pane, perfettamente calma.
Quando Erika, Sara e Lara irruppero in casa portando con sé il profumo di salsedine e crema solare, l'atmosfera si riempì di risate e voci. Ma io ero un fantasma. Non spiccicai parola per tutto il tempo. Preparai il sugo in un silenzio tombale, lo sguardo fisso sulle padelle, ignorando le battute di Sara e le occhiate confuse di Erika. Mangiai in silenzio, masticando cibo che non aveva più sapore. Lara era seduta di fronte a me, silenziosa quanto me, ma per motivi ben diversi. Io, invece, ero semplicemente distrutto.
Dopo pranzo, la stanchezza post-mare calò sulla villa. Erika mi seguì nella nostra stanza. Non appena chiuse la porta, si avvicinò, gli occhi accesi di quel desiderio famelico che fino a ieri mi faceva impazzire. Mi cinse i fianchi da dietro, baciandomi il collo e lasciando scivolare le mani sotto la mia maglietta, cercando la cintura dei miei pantaloncini. «Vieni a letto, amore...» sussurrò, con una promessa esplicita nella voce. «Sono tutta salata.»
Ma io mi irrigidii. Afferrai i suoi polsi, fermando le sue mani. Il pensiero di farmi toccare da lei, con la saliva di Sofia ancora impressa nella memoria e quel video appeso sulla mia testa come una mannaia, mi fece rivoltare lo stomaco. «No, Erika,» dissi, la voce piatta, priva di qualsiasi emozione. Mi liberai dal suo abbraccio e mi distesi sul letto, voltandole le spalle. «Oggi no. Ho preso troppo sole e ho un mal di testa tremendo. Voglio solo riposare.»
Sentii il materasso cedere dietro di me mentre lei si sedeva, ferita e disorientata dal mio rifiuto glaciale. Ma non feci nulla per consolarla. La scacchiera era stata capovolta, e io non ero più il re. Ero solo la pedina sacrificabile di una partita appena iniziata.
Il buio inghiottì il mio pomeriggio. Dormii un sonno pesante, privo di sogni, un meccanismo di difesa del mio cervello per spegnere l'orrore e l'umiliazione di quella mattina.
Quando riaprii gli occhi, la luce nella stanza era già ambrata. Erano le sette di sera. Erika era seduta sul bordo del materasso, fresca di sole, e mi accarezzava dolcemente i capelli. «Ehi, marmotta...» sussurrò, chinandosi a baciarmi la fronte. «Come ti senti? Tra un po' mangiamo qualcosa di leggero, le ragazze stanno preparando un aperitivo.» Mi misi a sedere a fatica, massaggiandomi le tempie. Il mal di testa era atroce, martellante. «Uno schifo. Mi scoppia la testa.» L'espressione di Erika si addolcì in una smorfia preoccupata. Mi prese il viso tra le mani, baciandomi la punta del naso con una tenerezza che mi fece venire voglia di piangere. «Amore mio, hai preso una bella insolazione. Senti, vado a farmi una doccia veloce per togliermi il cloro della piscina e ti cerco un'aspirina, va bene?»
«No, ferma,» le dissi, bloccandole delicatamente i polsi. Le lasciai un bacio lungo e rassicurante sulle labbra, sforzandomi di sorridere. «Tu vai a rilassarti e fatti la doccia. L'aspirina me la cerco io. Faccio subito.» Uscii in corridoio, stropicciandomi gli occhi. Incrociai Sara che usciva in quel momento dalla sua stanza, avvolta in un pareo trasparente. «Sarè, per caso hai un moment o un'aspirina? Ho la testa che pulsa.» Lei mi sorrise, fresca e bellissima come sempre. «Certo Franci, ce l'ho nel beauty-case. Vai pure di là, te la porto io tra due minuti.»
Tornai nella stanza padronale e mi chiusi in bagno. Erika era già sotto il getto dell'acqua. Mi sedetti sul bordo della vasca, appoggiando la schiena alle piastrelle fredde, e mi incantai a guardarla attraverso il vetro del box doccia. Il vapore annebbiava leggermente i contorni, ma la sua figura era perfetta. L'acqua le scivolava lungo la schiena curva, tracciando i contorni del suo sedere sodo e dei suoi fianchi. La amavo da impazzire. Per me era una dea scesa in terra. Eppure, guardandola insaponarsi i seni con la testa gettata all'indietro, l'unica cosa che riuscivo a provare era un senso di colpa soffocante, un veleno nero che mi corrodeva lo stomaco. La stavo ingannando.
All'improvviso, la porta del bagno si spalancò senza alcun preavviso. Feci un salto sul posto. Sara entrò con passo sicuro, tenendo una pillola e un bicchiere d'acqua in mano. «Eccomi, consegna a domici—» si interruppe, ridendo. Io mi alzai di scatto, imbarazzato da morire, cercando istintivamente di posizionarmi per coprire la visuale del box doccia. Ma Erika, da dietro il vetro, scoppiò a ridere insieme a lei, senza fare il minimo cenno di coprirsi. Come ricorda la regola, nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e la loro confidenza era disarmante.


«Franci, ma rilassati!» ridacchiò Sara, appoggiandosi allo stipite della porta con estrema disinvoltura. «Guarda che io e la tua ragazza abbiamo fatto la doccia insieme per anni. Conosco ogni suo millimetro quadrato.» «Esatto, amore, non fare il pudico,» le fece eco Erika da sotto l'acqua, voltandosi verso di noi, l'acqua che le bagnava il décolleté perfetto.
Sara mi porse il bicchiere, ma il suo sguardo scivolò oltre la mia spalla, indugiando maliziosamente sul corpo nudo della sua amica. Si morse il labbro in quel suo tipico broncio innocente e mi diede una gomitata leggera. «Però devo ammetterlo, Franci... ha proprio due tette da paura. Fossi in te non uscirei mai da questa stanza.» L'imbarazzo lasciò il posto a una risata nervosa. La situazione era assurda, ma dannatamente eccitante. Feci il gioco di Sara, ammiccando verso il box doccia. «Eh, lo so bene. Infatti è una fatica immensa doverle condividere col mondo quando andiamo in spiaggia.» «Scemi tutti e due!» urlò Erika, spruzzando un po' d'acqua verso il vetro, ma il suo sorriso compiaciuto era evidente.
Bevvi l'acqua, buttando giù la pillola. Per un fottuto, meraviglioso istante, mi sembrò di essere tornato alla normalità. Eravamo solo tre amici che scherzavano in vacanza. Ma la realtà, spietata, scelse quel preciso istante per bussare.
Il mio telefono, appoggiato sul ripiano del lavandino, vibrò illuminando lo schermo. Sara era girata a parlare con Erika. Io abbassai gli occhi distrattamente verso il display. Il sangue mi si congelò nelle vene.
Un nuovo messaggio da Sofia.
Lo aprii a fatica, le dita che tremavano. Era un testo breve, tagliente. Le istruzioni per la notte. La mia prossima umiliazione. Lessi quelle tre righe due volte, incapace di credere a ciò che mi stava chiedendo di fare. Era una cosa orribile, deviata, una violazione così profonda dei miei limiti e del mio rapporto con Erika che mi sentii mancare l'aria. Non sapevo se avrei mai avuto il coraggio di farlo. Ma l'alternativa era il video. La fine di tutto.
Strinsi il telefono nel pugno fin quasi a spaccarne lo schermo, il respiro bloccato in gola, mentre le risate cristalline di Erika e Sara riecheggiavano spensierate nel bagno, ignare del baratro in cui stavo per sprofondare.
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2026-05-05
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