Violentata da mio operaio (1)
di
anonima.30
genere
confessioni
La città, per molti è una grande opportunità, tanti servizi, negozi sotto casa, comodità perché in breve distanza hai cose diverse che possano soddisfare le esigenze più disparate ma anche i suoi lati negativi, tanta gente, traffico, sporcizia se non tenuta bene. Più la città è grande, più lo stress aumenta secondo me.
Per questo io amerò sempre la mia cittadina. Modeste dimensioni e massima vivibilità.
Nella mia cittadina ci sto bene e la gente anche se non proprio calorosa è educata e gentile. Io? Una trentenne. All'incirca un metro e settanta centimetri di altezza, mora, capelli di media lunghezza, un po’ mossi, snella, un bel fisico direi, insomma, una bella donna dai. Di me posso dire di essere una persona fortunata, ho avuto una bella vita, non intendo passata nella ricchezza sia chiaro, non avevo comunque mai sofferto le povertà e gli altri non se ne rendono conto ma nella vita è già un motivo per essere sereni. Anche se non viziata ho sempre avuto tutto il necessario per vivere bene e questo non è poco, molti invece non lo apprezzano e vogliono sempre più, non si accontentano mai e non sono mai felici. Ho un buon lavoro, lavoro tutt’ora in proprio, in smart working, mi da la tutta libertà che voglio e ho una bella casa, acquistata con un mutuo e quasi del tutto pagato ormai e niente figli. Sono sposata, ma non mi è proprio possibile. Non mi è possibile perché mi ritroverei a gestirli da sola, mio marito infatti al contrario di me ha un lavoro che lo porta a viaggiare abbastanza spesso. Tra me e lui un bel rapporto, nessun litigio, comprensione il più possibile in entrambe i sensi e innamoratissimi. Viviamo, affrontiamo le difficoltà insieme e siamo felici.
Abbiamo i nostri impegni e li portiamo a termine, così è la vita.
E per eliminare quel poco di stress io e mio marito avevamo deciso di ristrutturare la mia casa collinare.
Non era grande, era accogliente, e bastava, era in una buona posizione, isolata ma con una discreta vista ed era sempre stato un posto che riusciva a farti trovare tranquillità.
Avevo ereditato quella casa dai miei genitori qualche anno prima, i miei sono scomparsi troppo presto per me, avevano non più di ottant'anni, e volevamo sistemarla. Non avevamo scelta a dire la verità, sembrava si stesse rovinando, anche perché negli ultimi anni l’avevamo trascurata. Io ci avevo passato l’infanzia insieme a cugini e zii, non ci stavo a vederla morire. Piaceva anche a mio marito e durante il fidanzamento più volte abbiamo trascorso lì del tempo. Ristrutturavamo con la promessa di andarci più spesso. Alla fine noi, benché giovani, eravamo una coppia di abitudinari. Si, qualche vacanza in giro di breve permanenza, anche a noi è sempre piaciuto scoprire il mondo, ma poi durante l’anno rimanevamo sempre negli stessi luoghi; questa era una possibilità in più per spaziare un po’.
I lavori furono non sostanziosi però lunghi. Le ditte incaricate erano tutte composte da elementi singoli oppure imprese a conduzione famigliare e ci andavano tutti a tempo perso. Per noi era tutta gente nuova, di tutte queste persone non ne conoscevamo nessuna. Stargli dietro era complicato ma anche noi non avevamo tutta questa fretta. Con mio marito andavamo anche saltuariamente a vedere e incitare la fine dei lavori e a volte andavo io da sola quando lui partiva per lavoro.
Tra i diversi interventi arrivammo anche quelli di un singolo operaio incaricato di costruire le strutture interne in cartongesso e altri piccoli lavori manuali.
L’operaio : alto un metro e novanta circa, moro, capelli molto corti, e molto capace nel suo lavoro. Aveva la nostra età e ci era stato consigliato da alcuni conoscenti di mio marito. Quando arrivò il suo turno, mio marito era a casa e andavamo insieme a controllare e dare sempre nuove direttive; le direttive ovviamente partivano tutte dal mio compagno, io ero lì, loro si confrontavano e poi prendevano le decisioni del caso. Non dovrei dirlo ma il nuovo operaio era bello, aveva un bel fisico, lo ammetto, ma mai un pensiero su di lui; sempre stata fedele a mio marito,; nel frattempo però tra tutti noi era cresciuta una discreta confidenza, c’era meno distacco, qualche battuta. Io e lui ci guardavamo spesso negli occhi, immaginavo perchè ci eravamo simpatici a vicenda o almeno io così volevo pensare. Mio mio marito non ci aveva mai fatto caso ad esempio e anche a me non ha mai dato alcun problema, non mi sembrava fosse qualcosa di straordinario e allarmante.
E poi, come spesso accadeva, mio marito dovette partire e il gravoso compito di controllare tornò a me.
Per due settimane non tornai a controllare ma dietro sollecitudine dovetti andare su. Quel giorno avevo diversi piani e per portare avanti quelli che sarebbero venuti dopo la visita alla casa mi vestii con una gonna nera poco sopra il ginocchio, calze nere e sopra una maglia bianca a maniche corte, scarpe con i lacci ma non ci stavano male. C’era il sole, si stava bene, volevo uscire vestendomi bene.
Ad un orario non proprio mattiniero mi diressi verso casa; mi ricordo che in auto sentivo parecchio caldo. Forse i vestiti messi non erano poi quelli più adatti ma ormai ero lì, magari dopo sarei tornata a cambiarli ma per il momento dovevo resistere.
Arrivai, un po’ provata ma tutto sommato il viaggio non era stato così disastroso.
Scesi con la mia calma e mi diressi all’interno.
La porta era socchiusa, realmente tutti la lasciavano così, pertanto non servì bussare. Entrai e lo trovai nella sala dove stava lavorando per la costruzione di una mensola. Ci salutammo con la giusta educazione e mi accolse con un gran sorriso. Io ricambiai. Facemmo giusto due minuti di convenevoli, come va, che si dice, tutto bene, tuo marito?, e poi iniziai a fare il giro stando attenta a dove mettere i piedi, le stanze non erano proprio vuote e nella sala ad esempio una catasta di pannelli di cartongesso.
Considerato il fatto che gli interventi li faceva a tempo perso mi sembrò che avesse fatto un bel lavoro; gli feci i miei complimenti, fatto in fretta e fatto bene.
Lui lo apprezzò, il suo sorriso si allargò.
“Vedi che bel sorriso” gli dissi ma in maniera per niente allusiva, intendevo più “guarda come è contento” .
“Hai un bellissimo sorriso anche tu” rispose. Arrossii al complimento e subito ringraziai.
“Sei veramente bella” aggiunse. Mi sentii un po’ a disagio.
Forse avevo sbagliato a fargli quel complimento, forse avevo innescato qualcosa che non dovevo. Tentai quindi di rimediare.
“Scusami, forse ho esagerato con quel complimento, non volevo mandarti segnali strani”
La situazione si era fatta particolarmente imbarazzante.
“Non preoccuparti, lo so. Sono io però che ti trovo bella e volevo dirtelo”
“E oggi ancora di più” aggiunse. Ringraziai ancora a arrossii ancora a testa bassa.
Imbarazzata com’ero non mi ero nemmeno resa conto che si era accostato più del normale così da prendermi di sorpresa quando riuscì a darmi un bacio sulla guancia.
“Ma..” solo quello riuscii a dire, completamente rossa.
“Ti ha dato fastidio?” mi chiese.
“Mi sembra un po’ troppo” gli dissi.
Iniziò ad innescarsi una strana tensione.
“Tranquilla, era solo un innocente bacio” disse.
Non posso negare che non mi avesse fatto piacere ma rimaneva inopportuno, ero sposata.
“Si lo so” gli dissi “Ma cosa penserebbe mio marito di questa cosa?”
“Ma tu invece che ne pensi?” replicò.
“Credo che non si dovrebbero fare queste cose”
“Sei troppo bella, troppo” accostandosi di nuovo a me.
La tensione era massima ormai e la cosa mi mise parecchio a disagio.
“Grazie” risposi ma semplicemente per educazione e perché confusa dall’imbarazzo.
“Forse ora è il caso che vada” gli dissi, ma non riuscii a raggiungerla quella porta.
E..
Mi spinse sopra i pannelli di cartongesso che erano lì accantonati, caddi di peso quando le mie gambe ostacolate dalla catasta non poterono farmi indietreggiare ulteriormente per mantenere l’equilibrio. Dopo l'impatto di istinto provai subito a rialzarmi puntando i gomiti e facendo leva ma lui si avventò rapidamente su di me. Mi rimise giù e afferrò le mie braccia per portarle sopra la mia testa. Iniziai ad urlare come reazione ma lui sebbene infastidito non lasciò la presa. Le mie urla non le avrebbe sentite nessuno fuori, ormai c'erano i nuovi infissi e la casa era più che sufficientemente lontana dalle altre per far sì che quello che rimaneva oltre i vetri giungesse alle orecchie di qualcuno. Presa dalla paura iniziai con le classiche frasi dettate dalla parte istintiva, quelle frasi che un aggressore ignora tranquillamente: “lasciami”, “ti prego non farmi del male”, “ti prego, posso pagarti”.
L'unica cosa che fece è lasciarmi un braccio ma solo per avere almeno una mano libera. Con quella corse ad armeggiare tra le mie gambe. Iniziò ad esplorare la mia parte sotto. Ironico che quei pannelli fossero di un quantitativo sufficiente per farmi stare alla stessa altezza del suo girovita.
Avevo paura, iniziai a piangere. Chiusi gli occhi e aspettai. Alla fine l'unica cosa che credevo mi rimanesse da fare era attendere la fine passando per la sofferenza che mi aspettava o magari sperare in qualche miracolo.
Sentii quella mano toccare la mia coscia e con lentezza passare sulla mia intimità; con le dita iniziò a premere all'ingresso del mio organo, non credo per stimolare anche il mio piacere ma sicuramente il suo. Rimasi immobile, anche se avevo un braccio libero non mi mossi, non feci nulla. La paura mi diceva che se fossi rimasta ferma tutto sarebbe andato per il meglio. Quel momento durò poco. Dopo qualche istante infatti sentii la sua mano salire e passare sotto la gonna per arrivare al bordo delle calze; con un certo sforzo in quanto scomodo sia da trovare che da afferrare iniziò a tirarlo con forza e le calze iniziarono a scendere ma di poco, in quanto il peso del mio corpo ne impediva il movimento. Ma questo non servì a farlo desistere; iniziò quindi a tirare con prepotenza e le calze iniziarono a lacerarsi per poi, con altro sforzo ancora, strapparsi completamente con un rumore alla fine non così intenso ma che la mia paura aveva amplificato particolarmente.
E una protezione era appena stata annientata. Strappate quel tanto che bastava, le sue dita tornarono a toccare l'ingresso del mio organo e stavolta sentii premere maggiormente sulla striscia delle mutandine e anche lì senza tanto aspettare fece il passo successivo. Afferrò la lingua di stoffa che copriva le grandi labbra; quando sentii le sue dita a contatto con il mio organo, il corpo reagì di sua iniziativa e la mia mano libera scese a fermare la sua, il tutto accompagnato con un verso di gola. Di risposta lui riprese la mia mano. la portò via per poi unirla a l'altra sopra la mia testa e riuscì poi a tenerle unite con la sua particolare forza. Dopodiché, ormai assicurata giù e senza via di scampo riportò la sua mano giù e con le dita avvolgere e afferrare il tessuto delle mie mutandine che tirò con forza; e un altro suono, che fu assordante nelle mie orecchie, annunciò che ogni barriera era stata eliminata.
La mia paura era aumentata, dalla mia bocca iniziarono dei no tremolanti a ripetizione. Non erano rivolte a lui, dentro di me già sapevo che non li avrebbe ascoltati, erano più che altro rivolte al destino beffardo che mi aveva imposto quel terribile momento.
Tornò a premere nuovamente sul mio ingresso, applicava una discreta forza alla quale reagivo con lamenti dati anche dal fastidio provocato e dal mio animo ormai ferito.
Stette un pochino, premette un po', forse anche per stimolarmi ma non fece effetto.
“Ti prego no” gli dissi.
Ero in preda al panico, iniziai a piangere, non volevo essere violentata, non volevo provare dolore, non volevo essere devastata nell'orgoglio.
Ma lui di certo voleva a tutti i costi il mio corpo.
Con la mano ormai libera mi afferrò sotto per il bacino per avvicinarmi meglio al bordo e avere una posizione più comoda, la gonna da sola si tirò su completamente, e iniziò tutto.
Con gli occhi ben stretti percepivo tutto ciò che stava facendo, sentivo forte anche il suo respiro, la sua prepotenza, la sua parte animale. Provai a quel punto a ribellarmi, le parole in testa di “collaborare” affinché andasse tutto bene erano forti ma non volli più ascoltarle.
Iniziai ad agitarmi quindi, a scalciare, con il tallone provavo a colpirlo alla schiena o dove potevo ma quei movimenti molto limitati non portarono ad un risultato sperato. Anzi, lui non ci fece proprio caso. Si abbassò rapidamente i pantaloni e tirò fuori il suo pene. Non lo vidi ma non serviva neanche immaginarlo. Sapevo che qualche istante dopo sarebbe successo tutto.
E così fu.
Mi sentii totalmente sconfitta appena il suo glande toccò le mie labbra vaginali. Entrò dentro, tutto in una volta, neanche il tempo di sentirlo premere sull'ingresso che lui mi penetrò completamente. Quasi immediatamente il dolore fu fortissimo. Con la bocca aperta e completamente libera iniziali ad urlare forte, dannatamente forte tale era il dolore provato.
Seguì un pianto fortissimo, le lacrime erano aumentate come anche i miei no.
Iniziai nuovamente a scalciare come reazione.
“Stai ferma” mi disse in modo imperativo fermandosi per un attimo, “se ti agiti sarà solo più lunga l'agonia, io non smetto fino a quando non vengo, quindi ti conviene farmi continuare” mi disse.
“Mi fai male, ti prego fermati”, gli supplicai.
“Stai ferma e basta” mi disse. Non aggiunse altro e riprese con forza. Appena si mosse riprese il forte dolore dovuto allo sfregamento a secco del suo pene dentro di me, ero asciutta e dannatamente contratta.
Di riflesso non potei che iniziare nuovamente a scalciare e urlare.
Un pianto sempre più acceso, dato dal dolore e dall'umiliazione, si era innescato e le lacrime vennero giù abbondanti. Quello sfregamento mi uccideva e il mio corpo non poteva che cercare scampo agitandosi sotto la sua presa. Non riuscivo in alcun modo a liberare le braccia dalla sua presa, mi sentivo distruggere.
Ero talmente agitata che anche per lui era diventato troppo.
“Smettila” mi fece.
Ma come potevo smettere dato il dolore che provavo.
“Mi fai male, dannatamente male” gli dissi singhiozzando, ”basta, non ci riesco più a sopportare”.
Rimase fermo ma bene in profondità con il suo pene, sembrava stesse pensando sul da farsi.
“Facciamo così, riparto piano, e poi ricomincio al mio ritmo, se ti abitui bene altrimenti…” e li si interrompe.
Era logico che il problema era sempre stato il mio ed ero io che tanto bene mi dovevo adeguare. Avevo una dannata paura e dovevo cercare di arrivare alla fine.
Nemmeno il tempo per pensarci che indietreggiò e rientrò con forza e velocità.
Il dolore fu immane di nuovo e urlai nuovamente.
“E ora abituati” mi disse.
Iniziò a quel punto con dei movimenti molto lenti.
Il dolore era forte, un bruciore nello sfregamento mi portava a contrarre le gambe e stringere i denti forzando anche sulle braccia ma comunque era minore rispetto a prima.
Il suo membro mi attraversava piano, lo sentivo scorrere e bene, ogni suo attraversamento era un lungo istante al quale se ne accodava un altro per creare un periodo di tempo interminabile.
Dopo il primo momento di agitazione alzai e allargai maggiormente le gambe, per cercare di trovare sollievo, speravo in quel modo di allargare il mio canale e favorire l'accesso e tra le lacrime pregavo di adattarmi. Mi aveva devastato la mente quella situazione e come un topo in trappola speravo di trovare una scappatoia per uscire da quella sofferenza che lui comunque avrebbe portato a termine con o senza la mia collaborazione.
Provai allora a desiderarlo, cercavo di impormelo affinché il mio canale si lubrificasse; provai a guardarlo negli occhi, a fissarlo per cercare di farmelo piacere, e non sarebbe stato un grande sforzo, lo ammetto, alla fine lui era bello, ma di certo non era la persona che avevo sposato e a cui dovevo la mia fedeltà. I miei occhi spalancati ora lo scrutavano cercando di desiderarlo in mezzo ad un'espressione di rabbia e sofferenza e denti stretti. E qualcosa stranamente iniziò a cambiare. Iniziai a sentirmi lubrificata, iniziai a sentirlo scorrere con meno frizione al mio interno e questo aveva alleviato di molto il mio dolore ma non di fatto sparire.
“Allora ti piace?” mi disse continuando in dei movimenti lenti; sicuramente si era accorto che qualcosa era cambiato.
“Mi fa male ancora, fermati un attimo per favore, ti prometto che mi abituerò ma fermati un attimo” gli dissi ma solo per prendere tempo. Glielo chiesi singhiozzando.
Si fermò. Certo, era strana la cosa. Mi stava stuprando ma in qualche modo aveva deciso di collaborare per alleviare le mie sofferenze. Fu altrettanto strano ammettere che avevo apprezzato parecchio il gesto. Chissà, forse quello stava modificando il mio corpo. Forse quello, inverosimilmente, mi aveva reso più collaborativa con il corpo. Riprese il suo movimento, sempre tenendomi ben ferma non più per le mani ma per le braccia. Lo fissai negli occhi e lui iniziò a fissare i miei.
Parliamoci chiaro, non è che mi stavo offrendo a lui, per me rimaneva un orco che mi stava violentando, tuttavia, forse, il topo aveva trovato il modo di uscire dalla trappola.
I suoi movimenti mi facevano ancora male ma fortunatamente l'avvio ad una non proprio consistente lubrificazione aveva di gran lunga alleviato la pena e di tanto.
Mi accontentai a questo punto. Lasciai le mie gambe bene aperte e sopportando il più possibile lo lasciai fare. Abbassai lo sguardo a questo punto e quello a cui stavo assistendo era il mio corpo con sopra il suo che si muoveva tra le mie gambe aperte dove il nero tranciato delle calze mostrava la mia pelle rosea. Scorgevo a malapena il suo pene che però sentivo anche troppo bene senza darmi gioia. Sempre e comunque stranamente la lubrificazione crebbe.
E lui piano piano aumentò il ritmo delle sue penetrazioni.
Nell'animo soffrivo ancora e di molto, la mia testa ancora lo rifiutava, nella testa era chiaro che mi stava violentando, tanto è vero che le lacrime non erano terminate e di lì a poco cominciarono a tornare abbondanti dopo aver ripreso il suo pieno ritmo ma il mio corpo invece si fece sempre più tollerante nei suoi confronti e ben presto fu pronto proprio per accoglierlo. Mi sentii profondamente confusa, a tratti piena di vergogna.
Pensai a mio marito, avevo paura ora che dalla violenza stavo passando al tradimento.
Questo mi portò un'altra volta a resistergli così che tornai a gridare a chiedergli di smettere.
Ma che stavo combinando? Perché il mio corpo si lasciava penetrare anziché sentirsi contrario e violentato?
Si, si muoveva con passione, forse se fosse stato consensuale quel rapporto mi avrebbe fatto godere da matti ma ora mi sembrava tutto così fuori dal normale e sinceramente avrei preferito tornare a sentire dolore.
E invece iniziai a provare piacere in una confusione e vergogna sempre più crescente. Non avevo visto le dimensioni del suo membro; non avevo certezza di come fosse in quanto la percezione nella violenza era tutt'altra rispetto alla normalità ma comunque mi dava l'idea che non fosse di piccole dimensioni. Il suo membro ora mi penetrava con meno fatica e lo sentivo scorrere in me in un bruciore leggero ma ben ricoperto dal piacere. Le sensazioni provate erano contrastanti, avevo i sensi confusi come i pensieri nella testa e pian piano scivolai verso il pieno coinvolgimento. Dolore e piacere. La tensione sulle mie braccia iniziò via via ad allentarsi lasciandole sempre più morbide, le lacrime diminuirono a poco a poco e così le mie gambe iniziarono a contrarsi ma non più dal dolore. Di tanto in tanto tornavo a piangere tra la realizzazione di essere stuprata e il completo opposto di un rapporto in cui stavo tradendo mio marito.
In quei momenti passavo tra il ringraziare di non sentire più il dolore e il maledire di provare piacere.
(Continua)
Per questo io amerò sempre la mia cittadina. Modeste dimensioni e massima vivibilità.
Nella mia cittadina ci sto bene e la gente anche se non proprio calorosa è educata e gentile. Io? Una trentenne. All'incirca un metro e settanta centimetri di altezza, mora, capelli di media lunghezza, un po’ mossi, snella, un bel fisico direi, insomma, una bella donna dai. Di me posso dire di essere una persona fortunata, ho avuto una bella vita, non intendo passata nella ricchezza sia chiaro, non avevo comunque mai sofferto le povertà e gli altri non se ne rendono conto ma nella vita è già un motivo per essere sereni. Anche se non viziata ho sempre avuto tutto il necessario per vivere bene e questo non è poco, molti invece non lo apprezzano e vogliono sempre più, non si accontentano mai e non sono mai felici. Ho un buon lavoro, lavoro tutt’ora in proprio, in smart working, mi da la tutta libertà che voglio e ho una bella casa, acquistata con un mutuo e quasi del tutto pagato ormai e niente figli. Sono sposata, ma non mi è proprio possibile. Non mi è possibile perché mi ritroverei a gestirli da sola, mio marito infatti al contrario di me ha un lavoro che lo porta a viaggiare abbastanza spesso. Tra me e lui un bel rapporto, nessun litigio, comprensione il più possibile in entrambe i sensi e innamoratissimi. Viviamo, affrontiamo le difficoltà insieme e siamo felici.
Abbiamo i nostri impegni e li portiamo a termine, così è la vita.
E per eliminare quel poco di stress io e mio marito avevamo deciso di ristrutturare la mia casa collinare.
Non era grande, era accogliente, e bastava, era in una buona posizione, isolata ma con una discreta vista ed era sempre stato un posto che riusciva a farti trovare tranquillità.
Avevo ereditato quella casa dai miei genitori qualche anno prima, i miei sono scomparsi troppo presto per me, avevano non più di ottant'anni, e volevamo sistemarla. Non avevamo scelta a dire la verità, sembrava si stesse rovinando, anche perché negli ultimi anni l’avevamo trascurata. Io ci avevo passato l’infanzia insieme a cugini e zii, non ci stavo a vederla morire. Piaceva anche a mio marito e durante il fidanzamento più volte abbiamo trascorso lì del tempo. Ristrutturavamo con la promessa di andarci più spesso. Alla fine noi, benché giovani, eravamo una coppia di abitudinari. Si, qualche vacanza in giro di breve permanenza, anche a noi è sempre piaciuto scoprire il mondo, ma poi durante l’anno rimanevamo sempre negli stessi luoghi; questa era una possibilità in più per spaziare un po’.
I lavori furono non sostanziosi però lunghi. Le ditte incaricate erano tutte composte da elementi singoli oppure imprese a conduzione famigliare e ci andavano tutti a tempo perso. Per noi era tutta gente nuova, di tutte queste persone non ne conoscevamo nessuna. Stargli dietro era complicato ma anche noi non avevamo tutta questa fretta. Con mio marito andavamo anche saltuariamente a vedere e incitare la fine dei lavori e a volte andavo io da sola quando lui partiva per lavoro.
Tra i diversi interventi arrivammo anche quelli di un singolo operaio incaricato di costruire le strutture interne in cartongesso e altri piccoli lavori manuali.
L’operaio : alto un metro e novanta circa, moro, capelli molto corti, e molto capace nel suo lavoro. Aveva la nostra età e ci era stato consigliato da alcuni conoscenti di mio marito. Quando arrivò il suo turno, mio marito era a casa e andavamo insieme a controllare e dare sempre nuove direttive; le direttive ovviamente partivano tutte dal mio compagno, io ero lì, loro si confrontavano e poi prendevano le decisioni del caso. Non dovrei dirlo ma il nuovo operaio era bello, aveva un bel fisico, lo ammetto, ma mai un pensiero su di lui; sempre stata fedele a mio marito,; nel frattempo però tra tutti noi era cresciuta una discreta confidenza, c’era meno distacco, qualche battuta. Io e lui ci guardavamo spesso negli occhi, immaginavo perchè ci eravamo simpatici a vicenda o almeno io così volevo pensare. Mio mio marito non ci aveva mai fatto caso ad esempio e anche a me non ha mai dato alcun problema, non mi sembrava fosse qualcosa di straordinario e allarmante.
E poi, come spesso accadeva, mio marito dovette partire e il gravoso compito di controllare tornò a me.
Per due settimane non tornai a controllare ma dietro sollecitudine dovetti andare su. Quel giorno avevo diversi piani e per portare avanti quelli che sarebbero venuti dopo la visita alla casa mi vestii con una gonna nera poco sopra il ginocchio, calze nere e sopra una maglia bianca a maniche corte, scarpe con i lacci ma non ci stavano male. C’era il sole, si stava bene, volevo uscire vestendomi bene.
Ad un orario non proprio mattiniero mi diressi verso casa; mi ricordo che in auto sentivo parecchio caldo. Forse i vestiti messi non erano poi quelli più adatti ma ormai ero lì, magari dopo sarei tornata a cambiarli ma per il momento dovevo resistere.
Arrivai, un po’ provata ma tutto sommato il viaggio non era stato così disastroso.
Scesi con la mia calma e mi diressi all’interno.
La porta era socchiusa, realmente tutti la lasciavano così, pertanto non servì bussare. Entrai e lo trovai nella sala dove stava lavorando per la costruzione di una mensola. Ci salutammo con la giusta educazione e mi accolse con un gran sorriso. Io ricambiai. Facemmo giusto due minuti di convenevoli, come va, che si dice, tutto bene, tuo marito?, e poi iniziai a fare il giro stando attenta a dove mettere i piedi, le stanze non erano proprio vuote e nella sala ad esempio una catasta di pannelli di cartongesso.
Considerato il fatto che gli interventi li faceva a tempo perso mi sembrò che avesse fatto un bel lavoro; gli feci i miei complimenti, fatto in fretta e fatto bene.
Lui lo apprezzò, il suo sorriso si allargò.
“Vedi che bel sorriso” gli dissi ma in maniera per niente allusiva, intendevo più “guarda come è contento” .
“Hai un bellissimo sorriso anche tu” rispose. Arrossii al complimento e subito ringraziai.
“Sei veramente bella” aggiunse. Mi sentii un po’ a disagio.
Forse avevo sbagliato a fargli quel complimento, forse avevo innescato qualcosa che non dovevo. Tentai quindi di rimediare.
“Scusami, forse ho esagerato con quel complimento, non volevo mandarti segnali strani”
La situazione si era fatta particolarmente imbarazzante.
“Non preoccuparti, lo so. Sono io però che ti trovo bella e volevo dirtelo”
“E oggi ancora di più” aggiunse. Ringraziai ancora a arrossii ancora a testa bassa.
Imbarazzata com’ero non mi ero nemmeno resa conto che si era accostato più del normale così da prendermi di sorpresa quando riuscì a darmi un bacio sulla guancia.
“Ma..” solo quello riuscii a dire, completamente rossa.
“Ti ha dato fastidio?” mi chiese.
“Mi sembra un po’ troppo” gli dissi.
Iniziò ad innescarsi una strana tensione.
“Tranquilla, era solo un innocente bacio” disse.
Non posso negare che non mi avesse fatto piacere ma rimaneva inopportuno, ero sposata.
“Si lo so” gli dissi “Ma cosa penserebbe mio marito di questa cosa?”
“Ma tu invece che ne pensi?” replicò.
“Credo che non si dovrebbero fare queste cose”
“Sei troppo bella, troppo” accostandosi di nuovo a me.
La tensione era massima ormai e la cosa mi mise parecchio a disagio.
“Grazie” risposi ma semplicemente per educazione e perché confusa dall’imbarazzo.
“Forse ora è il caso che vada” gli dissi, ma non riuscii a raggiungerla quella porta.
E..
Mi spinse sopra i pannelli di cartongesso che erano lì accantonati, caddi di peso quando le mie gambe ostacolate dalla catasta non poterono farmi indietreggiare ulteriormente per mantenere l’equilibrio. Dopo l'impatto di istinto provai subito a rialzarmi puntando i gomiti e facendo leva ma lui si avventò rapidamente su di me. Mi rimise giù e afferrò le mie braccia per portarle sopra la mia testa. Iniziai ad urlare come reazione ma lui sebbene infastidito non lasciò la presa. Le mie urla non le avrebbe sentite nessuno fuori, ormai c'erano i nuovi infissi e la casa era più che sufficientemente lontana dalle altre per far sì che quello che rimaneva oltre i vetri giungesse alle orecchie di qualcuno. Presa dalla paura iniziai con le classiche frasi dettate dalla parte istintiva, quelle frasi che un aggressore ignora tranquillamente: “lasciami”, “ti prego non farmi del male”, “ti prego, posso pagarti”.
L'unica cosa che fece è lasciarmi un braccio ma solo per avere almeno una mano libera. Con quella corse ad armeggiare tra le mie gambe. Iniziò ad esplorare la mia parte sotto. Ironico che quei pannelli fossero di un quantitativo sufficiente per farmi stare alla stessa altezza del suo girovita.
Avevo paura, iniziai a piangere. Chiusi gli occhi e aspettai. Alla fine l'unica cosa che credevo mi rimanesse da fare era attendere la fine passando per la sofferenza che mi aspettava o magari sperare in qualche miracolo.
Sentii quella mano toccare la mia coscia e con lentezza passare sulla mia intimità; con le dita iniziò a premere all'ingresso del mio organo, non credo per stimolare anche il mio piacere ma sicuramente il suo. Rimasi immobile, anche se avevo un braccio libero non mi mossi, non feci nulla. La paura mi diceva che se fossi rimasta ferma tutto sarebbe andato per il meglio. Quel momento durò poco. Dopo qualche istante infatti sentii la sua mano salire e passare sotto la gonna per arrivare al bordo delle calze; con un certo sforzo in quanto scomodo sia da trovare che da afferrare iniziò a tirarlo con forza e le calze iniziarono a scendere ma di poco, in quanto il peso del mio corpo ne impediva il movimento. Ma questo non servì a farlo desistere; iniziò quindi a tirare con prepotenza e le calze iniziarono a lacerarsi per poi, con altro sforzo ancora, strapparsi completamente con un rumore alla fine non così intenso ma che la mia paura aveva amplificato particolarmente.
E una protezione era appena stata annientata. Strappate quel tanto che bastava, le sue dita tornarono a toccare l'ingresso del mio organo e stavolta sentii premere maggiormente sulla striscia delle mutandine e anche lì senza tanto aspettare fece il passo successivo. Afferrò la lingua di stoffa che copriva le grandi labbra; quando sentii le sue dita a contatto con il mio organo, il corpo reagì di sua iniziativa e la mia mano libera scese a fermare la sua, il tutto accompagnato con un verso di gola. Di risposta lui riprese la mia mano. la portò via per poi unirla a l'altra sopra la mia testa e riuscì poi a tenerle unite con la sua particolare forza. Dopodiché, ormai assicurata giù e senza via di scampo riportò la sua mano giù e con le dita avvolgere e afferrare il tessuto delle mie mutandine che tirò con forza; e un altro suono, che fu assordante nelle mie orecchie, annunciò che ogni barriera era stata eliminata.
La mia paura era aumentata, dalla mia bocca iniziarono dei no tremolanti a ripetizione. Non erano rivolte a lui, dentro di me già sapevo che non li avrebbe ascoltati, erano più che altro rivolte al destino beffardo che mi aveva imposto quel terribile momento.
Tornò a premere nuovamente sul mio ingresso, applicava una discreta forza alla quale reagivo con lamenti dati anche dal fastidio provocato e dal mio animo ormai ferito.
Stette un pochino, premette un po', forse anche per stimolarmi ma non fece effetto.
“Ti prego no” gli dissi.
Ero in preda al panico, iniziai a piangere, non volevo essere violentata, non volevo provare dolore, non volevo essere devastata nell'orgoglio.
Ma lui di certo voleva a tutti i costi il mio corpo.
Con la mano ormai libera mi afferrò sotto per il bacino per avvicinarmi meglio al bordo e avere una posizione più comoda, la gonna da sola si tirò su completamente, e iniziò tutto.
Con gli occhi ben stretti percepivo tutto ciò che stava facendo, sentivo forte anche il suo respiro, la sua prepotenza, la sua parte animale. Provai a quel punto a ribellarmi, le parole in testa di “collaborare” affinché andasse tutto bene erano forti ma non volli più ascoltarle.
Iniziai ad agitarmi quindi, a scalciare, con il tallone provavo a colpirlo alla schiena o dove potevo ma quei movimenti molto limitati non portarono ad un risultato sperato. Anzi, lui non ci fece proprio caso. Si abbassò rapidamente i pantaloni e tirò fuori il suo pene. Non lo vidi ma non serviva neanche immaginarlo. Sapevo che qualche istante dopo sarebbe successo tutto.
E così fu.
Mi sentii totalmente sconfitta appena il suo glande toccò le mie labbra vaginali. Entrò dentro, tutto in una volta, neanche il tempo di sentirlo premere sull'ingresso che lui mi penetrò completamente. Quasi immediatamente il dolore fu fortissimo. Con la bocca aperta e completamente libera iniziali ad urlare forte, dannatamente forte tale era il dolore provato.
Seguì un pianto fortissimo, le lacrime erano aumentate come anche i miei no.
Iniziai nuovamente a scalciare come reazione.
“Stai ferma” mi disse in modo imperativo fermandosi per un attimo, “se ti agiti sarà solo più lunga l'agonia, io non smetto fino a quando non vengo, quindi ti conviene farmi continuare” mi disse.
“Mi fai male, ti prego fermati”, gli supplicai.
“Stai ferma e basta” mi disse. Non aggiunse altro e riprese con forza. Appena si mosse riprese il forte dolore dovuto allo sfregamento a secco del suo pene dentro di me, ero asciutta e dannatamente contratta.
Di riflesso non potei che iniziare nuovamente a scalciare e urlare.
Un pianto sempre più acceso, dato dal dolore e dall'umiliazione, si era innescato e le lacrime vennero giù abbondanti. Quello sfregamento mi uccideva e il mio corpo non poteva che cercare scampo agitandosi sotto la sua presa. Non riuscivo in alcun modo a liberare le braccia dalla sua presa, mi sentivo distruggere.
Ero talmente agitata che anche per lui era diventato troppo.
“Smettila” mi fece.
Ma come potevo smettere dato il dolore che provavo.
“Mi fai male, dannatamente male” gli dissi singhiozzando, ”basta, non ci riesco più a sopportare”.
Rimase fermo ma bene in profondità con il suo pene, sembrava stesse pensando sul da farsi.
“Facciamo così, riparto piano, e poi ricomincio al mio ritmo, se ti abitui bene altrimenti…” e li si interrompe.
Era logico che il problema era sempre stato il mio ed ero io che tanto bene mi dovevo adeguare. Avevo una dannata paura e dovevo cercare di arrivare alla fine.
Nemmeno il tempo per pensarci che indietreggiò e rientrò con forza e velocità.
Il dolore fu immane di nuovo e urlai nuovamente.
“E ora abituati” mi disse.
Iniziò a quel punto con dei movimenti molto lenti.
Il dolore era forte, un bruciore nello sfregamento mi portava a contrarre le gambe e stringere i denti forzando anche sulle braccia ma comunque era minore rispetto a prima.
Il suo membro mi attraversava piano, lo sentivo scorrere e bene, ogni suo attraversamento era un lungo istante al quale se ne accodava un altro per creare un periodo di tempo interminabile.
Dopo il primo momento di agitazione alzai e allargai maggiormente le gambe, per cercare di trovare sollievo, speravo in quel modo di allargare il mio canale e favorire l'accesso e tra le lacrime pregavo di adattarmi. Mi aveva devastato la mente quella situazione e come un topo in trappola speravo di trovare una scappatoia per uscire da quella sofferenza che lui comunque avrebbe portato a termine con o senza la mia collaborazione.
Provai allora a desiderarlo, cercavo di impormelo affinché il mio canale si lubrificasse; provai a guardarlo negli occhi, a fissarlo per cercare di farmelo piacere, e non sarebbe stato un grande sforzo, lo ammetto, alla fine lui era bello, ma di certo non era la persona che avevo sposato e a cui dovevo la mia fedeltà. I miei occhi spalancati ora lo scrutavano cercando di desiderarlo in mezzo ad un'espressione di rabbia e sofferenza e denti stretti. E qualcosa stranamente iniziò a cambiare. Iniziai a sentirmi lubrificata, iniziai a sentirlo scorrere con meno frizione al mio interno e questo aveva alleviato di molto il mio dolore ma non di fatto sparire.
“Allora ti piace?” mi disse continuando in dei movimenti lenti; sicuramente si era accorto che qualcosa era cambiato.
“Mi fa male ancora, fermati un attimo per favore, ti prometto che mi abituerò ma fermati un attimo” gli dissi ma solo per prendere tempo. Glielo chiesi singhiozzando.
Si fermò. Certo, era strana la cosa. Mi stava stuprando ma in qualche modo aveva deciso di collaborare per alleviare le mie sofferenze. Fu altrettanto strano ammettere che avevo apprezzato parecchio il gesto. Chissà, forse quello stava modificando il mio corpo. Forse quello, inverosimilmente, mi aveva reso più collaborativa con il corpo. Riprese il suo movimento, sempre tenendomi ben ferma non più per le mani ma per le braccia. Lo fissai negli occhi e lui iniziò a fissare i miei.
Parliamoci chiaro, non è che mi stavo offrendo a lui, per me rimaneva un orco che mi stava violentando, tuttavia, forse, il topo aveva trovato il modo di uscire dalla trappola.
I suoi movimenti mi facevano ancora male ma fortunatamente l'avvio ad una non proprio consistente lubrificazione aveva di gran lunga alleviato la pena e di tanto.
Mi accontentai a questo punto. Lasciai le mie gambe bene aperte e sopportando il più possibile lo lasciai fare. Abbassai lo sguardo a questo punto e quello a cui stavo assistendo era il mio corpo con sopra il suo che si muoveva tra le mie gambe aperte dove il nero tranciato delle calze mostrava la mia pelle rosea. Scorgevo a malapena il suo pene che però sentivo anche troppo bene senza darmi gioia. Sempre e comunque stranamente la lubrificazione crebbe.
E lui piano piano aumentò il ritmo delle sue penetrazioni.
Nell'animo soffrivo ancora e di molto, la mia testa ancora lo rifiutava, nella testa era chiaro che mi stava violentando, tanto è vero che le lacrime non erano terminate e di lì a poco cominciarono a tornare abbondanti dopo aver ripreso il suo pieno ritmo ma il mio corpo invece si fece sempre più tollerante nei suoi confronti e ben presto fu pronto proprio per accoglierlo. Mi sentii profondamente confusa, a tratti piena di vergogna.
Pensai a mio marito, avevo paura ora che dalla violenza stavo passando al tradimento.
Questo mi portò un'altra volta a resistergli così che tornai a gridare a chiedergli di smettere.
Ma che stavo combinando? Perché il mio corpo si lasciava penetrare anziché sentirsi contrario e violentato?
Si, si muoveva con passione, forse se fosse stato consensuale quel rapporto mi avrebbe fatto godere da matti ma ora mi sembrava tutto così fuori dal normale e sinceramente avrei preferito tornare a sentire dolore.
E invece iniziai a provare piacere in una confusione e vergogna sempre più crescente. Non avevo visto le dimensioni del suo membro; non avevo certezza di come fosse in quanto la percezione nella violenza era tutt'altra rispetto alla normalità ma comunque mi dava l'idea che non fosse di piccole dimensioni. Il suo membro ora mi penetrava con meno fatica e lo sentivo scorrere in me in un bruciore leggero ma ben ricoperto dal piacere. Le sensazioni provate erano contrastanti, avevo i sensi confusi come i pensieri nella testa e pian piano scivolai verso il pieno coinvolgimento. Dolore e piacere. La tensione sulle mie braccia iniziò via via ad allentarsi lasciandole sempre più morbide, le lacrime diminuirono a poco a poco e così le mie gambe iniziarono a contrarsi ma non più dal dolore. Di tanto in tanto tornavo a piangere tra la realizzazione di essere stuprata e il completo opposto di un rapporto in cui stavo tradendo mio marito.
In quei momenti passavo tra il ringraziare di non sentire più il dolore e il maledire di provare piacere.
(Continua)
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