Nonnismo anni 80. La storia di Maccaro
di
Qulottone
genere
dominazione
NONNISMO 80’S: la storia di “Maccarò”
Il silenzio della camerata era scattato, ma l'aria restava un cocktail micidiale di ascella atomica, tabacco MS senza filtro e quel lucido per anfibi che, se avessi acceso un fiammifero, saremmo orbitati intorno a Saturno. Il cuore mi batteva a mille. Ventiquattr'ore prima mi avevano avvisato: era la mia notte.
Ed eccomi lì, al centro della "pista", il corridoio tra i letti a castello, nudo come un verme. Senza la mimetica d’ordinanza addosso mi sentivo vulnerabile, ma soprattutto vittima di un palese errore genetico. Ero un ragazzo di buona famiglia, felicemente sovrappeso, orgoglioso portatore di forme morbide e di una ginecomastia da fare invidia alle pin-up del calendario Fratelli Borletti appeso in officina.
A ricevermi sul comitato d'onore, i quattro "nonni" della camerata. Quattro napoletani doc, i cui corpi sembravano scolpiti nel legno nodoso o nel ferro vecchio: magri all'inverosimile, tirati da fare spavento, con costole ben tese che parevano radiografie e bicipiti guizzanti come anguille, il tutto reso lucido da uno strato di sudore che manco fossero appena usciti dalla friggitoria di Spaccanapoli.
«Guàrd 'a chisto...» esordì il leader, Franco, interrompendo il silenzio con una risata che sembrava il motore di una Vespa grippata. «Tène 'e zizze meglio 'e na femmena! Ma che t'ha cresciuto mammà, a gnocchi e sfogliatell' e contrabbando?»
Respira, mi dissi, fissando una macchia d'umidità sul soffitto che somigliava a Sandro Pertini. Non guardarli. Lasciali fare. È il folklore locale.
«Ullallà, maccarrò!» intervenne il secondo, sporgendosi dalla brandina con gli occhi fuori dalle orbite e l'espressione di chi ha appena visto una fontana di birra. «Overo tène 'e zizze accussì? Chisto nun adda fa 'o suldato, adda fa 'a balia di battaglione! Chi ce dà 'o latte a stu guaglione stasera?»
Le risate esplosero di sghimbescio, rimbombando contro il cemento armato.
«Giriati, fance vedé 'o panorama...» ordinò il terzo, tamburellando sulla coperta militare. «Guarda là che pacca... chisto tène cchiù curve d' 'a costiera amalfitana! Vide che culo a mandolino, ce vuò 'o plettro!»
Mi girai con la grazia flessuosa di un bue marino. Ma mentre sfilavo su quel pavimento che congelava pure i pensieri, capii una cosa fondamentale: la retorica del superuomo militare stava clamorosamente naufragando contro la mia morbidezza. Quei quattro alfieri del testosterone italico non mi stavano umiliando; erano letteralmente ipnotizzati. Tutto quel machismo da rancio e marce forzate si era ridotto a un'adorazione feticista per i miei carboidrati complessi.
E infatti, l'atmosfera virò di colpo dal bullismo alla sagra del paese. Le risate si spensero. L'aria divenne calda e pesante, satura di un odore ormonale che ricordava uno spogliatoio di calcetto dopo i tempi supplementari. Uno alla volta, come quattro tenori che sfoderano lo strumento prima dell'acuto, i nonni tirarono fuori dalle pieghe dei pantaloni i loro dardi d'amore, già belli dritti e pronti al combattimento.
Erano fusti d'artiglieria impressionanti, quasi sproporzionati rispetto a quei fisici asciutti: membri nodosi, solcati da vene spesse come cavi dell'alta tensione che pulsavano a ritmo accelerato, d'un colorito paonazzo che testimoniava la pressione idraulica al massimo storico. Sembravano radici d'ulivo selvatico pronte a esplodere.
Nota tattica: La paura lasciò il posto a un'illuminazione divina. Non ero una "spina" da tormentare, ero la Venere di Botticelli in versione naja. Li stavo dominando con la sola forza del mio tessuto adiposo.
«Guàrd comm'ammaturato stu cazzo...» sussurrò Franco, il capobranco, con la bava alla bocca e la voce di chi ha appena visto il buffet gratis a un matrimonio, mentre stringeva nel pugno quel tronco venoso che sembrava avere una vita propria. «M'hai fatto venì 'o verfùre 'mmocca... Me stai a fa ascì pazzo cu stu culo e sti zizze. Chisto nun è nu rospo, chesta è na sfogliatella calda!»
Si stese sulla brandina col fiatone. «Vien'accà, nun fa o' scemo... siriati e vide che t'amma fa! Mo' fance divertì overamente.»
Capii che dovevo prendere il comando delle operazioni, altrimenti il ministero della Difesa avrebbe dovuto aprire un'inchiesta. Gestione della crisi, manuale Cadorna. Se si alzavano tutti insieme diventava una rissa da saloon. Dovevo fare il deejay della situazione.
Con mossa felina (per quanto consentito dal mio peso forma), feci i due passi che mi separavano da Franco. Mi chinai. Presi le sue manone da muratore, nodose quasi quanto il suo membro, e le posizionai sul mio petto. Lui le strinse come se stesse afferrando i pomelli del cambio di un camion, d'istinto, d'ignoranza pura. Mi fece un male cane, ma tenni botta con la dignità di un martire cristiano. Con la mano libera afferrai quel fusto turgido, sentendo sotto il palmo l'incredibile rilievo di quelle vene tese come corde di violino, e iniziai a shakerare con un ritmo da catena di montaggio della FIAT.
Durò meno di uno spot pubblicitario. Franco sbarrò gli occhi, emise un verso simile a quello di un fagiano colpito a pallettoni e decollò. Tre schizzi geometricamente perfetti: il primo mi centrò in fronte come un battesimo di caserma, gli altri due decorarono la sua stessa mimetica. Poi si accasciò, ko tecnico.
Intorno, gli altri tre assistevano alla catarsi con una risata che ormai era diventata un singhiozzo isterico da ansia da prestazione, agitando freneticamente i loro randelli nodosi e venosi, che nella penombra sembravano minacciose clave d'assalto pronte al lancio. I pugni andavano a tremila. Erano nel pallone più totale.
Se mi fossi fermato, mi avrebbero assaltato come le cavallette sui raccolti. Non c'era tempo per i fazzoletti. Senza manco pulirmi la visiera, passai alla brandina numero due, poi alla tre, poi alla quattro, manco fossi un chirurgo di guerra o un addetto al rifornimento rapido ai box della Ferrari. Destra, sinistra, affrontando con precisione chirurgica quelle architetture venose e surriscaldate. I nonni impregnavano l'aria di dialetto stretto e invocazioni ai santi, finché, uno dopo l'altro, l'intera sezione d'assalto non si arrese alla forza della gravità e dell'estasi, collassando sul rispettivo cuscino d'ordinanza.
Quando l'ultimo ansimare da fumatore incallito si spense, la camerata tornò nel gelo più assoluto.
Senza dire una parola, fiero come un generale che ha appena firmato l'armistizio, tornai alla mia brandina. Mi infilai sotto le coperte ruvide, nudo e discretamente appiccicoso. Ma mentre chiudevo gli occhi, sentii una commovente gratificazione. Quella notte, l'Esercito Italiano aveva perso, e i miei gnocchi avevano vinto.
Il silenzio delle due sere successive fu una farsa. Nei corridoi, tra un "attenti!" e un "riposo!", gli sguardi tra me e la ditta "Franco & Co." non erano più quelli tra superiore e subalterno. C'era la complicità silenziosa di chi condivide un segreto industriale dello spessore di una polveriera.
L'ingaggio per il secondo round arrivò con la classica intelligence da caserma: un bigliettino unto, scritto a matita copiativa e infilato nella tasca dei pantaloni durante la distribuzione del rancio.
«Stasera nun fa impegni, maccarrò... ca 'o secunno gir' è cchiù bello d' 'o primmo. Te parlammo appriess'.»
Chiaro, conciso, poetico. Stavolta niente effetto sorpresa. Sapevano che la mia ginecomastia era l'arma segreta del battaglione, e io sapevo di averli in pugno. L'attesa non era paura: era la vibrante eccitazione del grande artista che si prepara a calcare nuovamente il palcoscenico per una replica a grande richiesta.
Quando le luci si spensero, l'atmosfera era quella delle grandi occasioni. Nessun ordine, nessuna sfilata punitiva. Solo il sacro rispetto dovuto alle grandi eccellenze gastronomiche del Paese. La "sfogliatella" stava per tornare in scena.
Atto Secondo: Il Preludio del Feticcio e la Linea di Montaggio Oral-B
Se la prima notte era stata un’improvvisazione jazz dettata dall'istinto di sopravvivenza, la seconda serata si presentava con il rigore metodico di una prima alla Scala. Niente panico da debuttanti. Il comitato d'accoglienza, capitanato da Franco, aveva organizzato una scaletta di "umiliazioni" rituali che, nei loro piani, dovevano ristabilire le gerarchie marziali, ma che viaggiavano su un binario puramente feticista ed erotico. Ai miei occhi, tutto quel cerimoniale somigliava più che altro a bizzarre prove d'ammissione per un club esclusivo di cui ero già il presidente onorario.
Puntuali come un fuso dopo il contrappello, si passò alla fase dei preliminari punitivi della naja anni '80. Stavolta il fango e i corridoi non c'entravano; il focus era tutto sulla sottomissione sensoriale. Mi ordinarono di mettermi in ginocchio davanti alle brandine e di passare in rassegna i loro piedi nudi, reduci da un'intera giornata serrati dentro gli anfibi d'ordinanza. Con la serena rassegnazione di chi sa che per incassare il premio grosso bisogna prima pagare il biglietto, iniziai a leccare quelle piante ruvide, i talloni induriti dalle marce e le dita tese.
Lungi dal demolirmi, quell'atto produsse l'effetto opposto: sentivo i loro respiri farsi subito corti, i polpacci contrarsi per i brividi e il loro machismo traballare sotto i colpi di un'eccitazione che faticavano a gestire. Mi ordinarono poi di strofinare il mio petto burroso e le mie forme generose contro le loro gambe villose, usandomi come un tappeto di carne morbida su cui scaricare la prima scarica di elettricità della serata. Accettai ogni compito con freddezza tattica, esibendo la mia fiera abbondanza culinaria e demolendo l'austera solennità del codice militare a colpi di sensualità grottesca.
Poi, esaurito il preludio, calò il sipario sul teatro dell'assurdo e si passò all'esibizione principale. Il cameratismo da caserma si sciolse del tutto e l'atmosfera virò di colpo su un binario di virilità primordiale, quasi solenne.
I quattro si schierarono sulle rispettive brandine, e dalle trincee dei loro pantaloni slacciati emersero nuovamente i quattro fusti d’artiglieria. Stavolta, complice il gioco feticista di pochi minuti prima, quelle sculture anatomiche erano ancora più impressionanti: una selva di fusti paonazzi, nodosi e turgidi all'inverosimile, dove le vene si rincorrevano sulla pelle tesa come spessi cavi d'acciaio pronti a scattare sotto la pressione di un idromassaggio ormonale che pulsava a vista d'occhio.
Capii che la transazione richiedeva un approccio da professionista. Niente esitazioni. Mi mossi in ginocchio lungo la pista di cemento con la freddezza metodica di un tecnico specializzato della Fiat.
Iniziai da Franco. Il capobranco mi accolse con un gemito soffocato dal dialetto, mentre le sue mani ruvide mi afferravano i capelli con una presa ferrea, marziale. Quando cinsi con le labbra quel fusto nodoso e venoso, sentii la pulsazione prepotente e ritmica della sua virilità che premeva contro il palato. Il mio approccio fu chirurgico: precisione millimetrica, accogliendo quell'architettura anatomica con un calore regolare che non lasciava scampo. Franco sbarrò gli occhi verso il soffitto, i muscoli del collo tesi come tiranti di un ponte, finché il suo piacere non esplose con la forza di un colpo di mortaio: una scarica densa, virile, che mandò il generale ko nel giro di trenta secondi netti.
Senza concedermi una pausa terapeutica e mantenendo la stessa freddezza d'esecuzione, passai alla brandina successiva. Il secondo nonno sussultava sulla rete del letto, stringendo i pugni contro le coperte ruvide mentre accoglievo la sua clava venosa. L'ansia da prestazione e l'eccitazione accumulata resero il suo climax immediato e vigoroso, un collasso muscolare ritmato da imprecazioni soffocate che si spense in un profondo sospiro di resa.
Il terzo e il quarto round furono una dimostrazione di pura efficienza idraulica. Mi spostavo da un letto all'altro affrontando quelle radici d'ulivo tese e pulsanti con la stessa metodica precisione, guidando il loro godimento primordiale prima che la tensione della camerata si trasformasse in qualcos'altro. Li sentivo ansimare, i respiri corti e caldi che riempivano la penombra, mentre uno dopo l'altro cedevano sotto i colpi di una tecnica che non ammetteva repliche. I loro corpi asciutti si contraevano in un ultimo sussulto di virilità pura, scaricando tutta la tensione accumulata in quei due giorni di attesa.
Quando anche l'ultimo getto si fu esaurito e l'ultimo corpo si riaccasciò sul cuscino d'ordinanza, la camerata piombò di colpo in un silenzio tombale, interrotto solo dal ticchettio delle sveglie. La guarnigione era stata pacificata con successo.
Mi ripulii la bocca con il dorso della mano, mi alzai in piedi e, fiero come un ufficiale veterano che torna dalla campagna di Russia, camminai verso la mia brandina. Mi infilai sotto le coperte, conscio del fatto che, per la seconda notte consecutiva, il vero comandante in capo di quel battaglione ero io.
Atto Terzo: Lo Show delle Docce e il Trionfo da Stadio
Il terzo capitolo della saga si consumò due giorni dopo, nell'ambiente più umido, rimbombante e coreografico dell'intera caserma: le docce comuni. L'aria era una nebbia fitta di vapore bollente, puzza di canfora e sapone turchino d'ordinanza. Tutto è iniziato per una fesseria, una piccola discussione su chi spettasse l'ultimo getto d'acqua calda, ma in quel tempio del testosterone ogni minima replica viene tradotta dal codice d'onore dei "nonni" come un'imperdonabile mancanza di rispetto.
Franco, che non aspettava altro che un pretesto per riaffermare la sua autorità teatrale davanti alla platea dei commilitoni, non se lo fece ripetere due volte. Il suo corpo asciutto e nervoso, lucido d'acqua e venoso per la rabbia improvvisa, si stagliò contro le piastrelle ingiallite. Con la solennità di un tribuno della plebe, decise che la spina andava punita pubblicamente.
Prima arrivò la sottomissione fisica, spettacolare e rumorosa. Mi bloccò contro il muro bagnato e mi rifilò una serie di ceffoni ben assestati, di quelli che lasciano il segno rosso sulle guance e fanno rimbombare l'eco per tutto il locale. Schiaffi veri, marziali, che incassarono subito i primi mormorii di approvazione dal pubblico di spettatori nudi che si era accalcato intorno a noi. Ma mentre la pelle bruciava, sentii la solita scarica di adrenalina: l'umiliazione stava già diventando il palcoscenico perfetto per la mia morbidezza.
Franco, ormai completamente sopraffatto dall'eccitazione del comando e dalla vista delle mie forme generose e indifese, non perse tempo con i preliminari. Mi girò di scatto, costringendomi a poggiare le mani contro le piastrelle scivolose, e sfoderò quel suo fusto nodoso, solcato da vene tese come corde che pulsavano sotto il vapore. Con una spinta decisa e virile, me lo infilò dritto nel culo.
Il locale delle docce esplose. Le risate eccitate dei presenti si trasformarono immediatamente in una bolgia da curva d'ultras. Franco spingeva con un ritmo regolare, chirurgico e implacabile, i suoi muscoli tesi che si contraevano a ogni assalto, mentre intorno a noi il tifo diventava organizzato. Partirono veri e propri cori da stadio, accompagnati dal battito ritmico delle mani sulle pareti e sui petti nudi: un baccano infernale che amplificava l'assurdità goliardica di tutta la scena.
La sua performance fu da manuale della naja. Sostenuto dal tifo della camerata, Franco raggiunse il primo culmine con un grugnito animalesco, scaricando una fiammata di piacere dentro di me mentre la folla applaudiva come al gol della bandiera. Ma non era finita. Mantenendo la posizione e rigenerato dall'energia elettrica del pubblico, il suo orgoglio venoso riprese vigore quasi subito. Senza estrarre lo strumento, continuò il suo lavoro di precisione fino a una seconda, clamorosa esplosione.
Al secondo round consecutivo, i commilitoni andarono in visibilio: applausi scroscianti, pacche sulle spalle bagnate di Franco e cori di trionfo che celebravano l'impresa. Quando l'eco degli ultimi applausi si spense nel vapore, mi raddrizzai lentamente, con la solita sfinita gratificazione di chi, ancora una volta, aveva trasformato una punizione militare nel proprio personale show da prima serata.
Atto Quarto: Il Summit della Mensa e il Contorno di Carboidrati
Il palcoscenico della successiva performance fu la mensa del battaglione, un luogo dove l'odore di pasta scotta e spezzatino misterioso si fondeva con il rumore di centinaia di gavette di alluminio. Ero seduto al tavolo d'onore insieme a Franco e Pasquale, due delle colonne portanti della mia scuderia di "nonni", affiancati per l'occasione da due loro compaesani appena arrivati da una licenza a Napoli, due tipi dall'aria decisamente raccomandabile che sembravano usciti dal casting di un poliziottesco anni '70.
La conversazione, com'era prevedibile, virò subito sulle cronache delle notti precedenti, trasformandosi in una specie di resoconto aziendale della mia produttività erotica, il tutto recitato rigorosamente nel loro dialetto strettissimo.
«Guà, c'amma fa vedé a chisto...» esordì Pasquale, indicandomi col cucchiaio sporco di sugo. «Chisto tiene 'e zizze ca pareno due mozzarelle di bufala dop! L'ata sera mmiez' 'a camerata s'ha pigliato quatt' 'e nuje uno appriess' a n'ato. È overo o no, maccarrò?»
Io, fedele al mio personaggio di timido e burroso oggetto del desiderio, tenni gli occhi bassi sul piatto di pasta in bianco, accennando un timido cenno di assenso con la testa. Franco, per dare enfasi al discorso e far ridere la compagnia, mi allungò un buffetto affettuoso sulla guancia, uno sculaccione in faccia che fece rimbombare la mia carne morbida.
«Ma che sulo quatt'! Chisto è proprio 'na troia 'e caserma!» intervenne Franco, ridendo di gusto mentre si girava verso i due delinquenti venuti in visita. «L'ata sera int' 'e docce faceva 'o finto tonto, 'a spina ca risponde... l'aggio buttato dritto 'o muro, duje schiaff' comm' 'a Ddio comanda e poi m' 'o so' infilato int' 'o culo davanti a tutto 'o battaglione! Duje giri sfastidiati, e a ogne colpo a folla faceva 'o tifo, pareva d'essere a 'o San Paolo!»
Uno dei due compaesani, un tipo con un paio di baffi alla Mario Merola e la mimetica slacciata fino all'ombelico, si sporse in avanti sul tavolo, fissandomi con gli occhi stretti per l'eccitazione.
«Overo fa accussì? Ma allora a stu guaglione ce piace 'o purpo... ué, maccarrò, ma si' 'na troia overamente allora? Nun fa 'a Santarella mo, sbatte l'uocchie si è overo!»
Mi arrivò un altro schiaffetto correttivo da parte di Pasquale sulla nuca, giusto per ricordarmi di rispondere alla domanda dei superiori. Io, col viso rosso per la timidezza ma con la solita lucida consapevolezza di avere il controllo totale del loro immaginario ormonale, feci un timido sorriso e sussurrai un sì che mandò il tavolo in visibilio.
«Vide là!» urlò il secondo compaesano, battendo un pugno sul tavolo che fece saltare le mele del rancio. «Chisto tène l'oro in bocca! Francù, stasera a stu guaglione 'o parlammo buono n'ata vota... tène 'nu culo ca è 'na tentazione troppo grossa per quattro soldati a corto di licenza!»
Il pranzo proseguì così, tra una forchettata di maccheroni e una pacca sulle mie spalle morbide, mentre l'intero tavolo pianificava i dettagli del prossimo comitato d'accoglienza, trasformando la mensa militare nel briefing per il mio prossimo trionfale spettacolo.
Atto Quinto: La Pausa Caffè nei Bagni della Mensa
I due compaesani, fulminati sulla via di Damasco dalla descrizione dettagliata delle mie doti nascoste e desiderosi di testare con mano i famosi "carboidrati complessi" del battaglione, non vollero certo restare a fare da spettatori. Si girarono verso Pasquale con l'aria di chi sta chiedendo il permesso di fare un giro di prova su una Giulietta d'epoca appena restaurata.
«Pasquà, ma che stamm' a aspetta' 'a nuttata?» interruppe il tipo coi baffi, con gli occhi che gli brillavano di un'eccitazione tutt'altro che platonica. «Fance fa' 'na corsa pure a nuje, ca chisto tiene 'nu culo ca chiagne si resta inutilizzato! Ce 'o putimme purta' 'nu mumento appriess'?»
Pasquale, da generoso manager della scuderia, fece un cenno col capo e un sorriso sornione, come a dire: Accomodatevi, la ditta non teme confronti.
Senza perdere tempo con le buone maniere, i due mi presero sottobraccio e mi scortarono velocemente fuori dalla sala principale, diretti verso i cessi attigui alla mensa. Entrammo in quel locale piastrellato, saturo di odore di candeggina e fumo, e la porta si chiuse alle nostre spalle con un clic che dava ufficialmente inizio al fuori programma.
L'operazione fu rapida, marziale e di un'efficienza idraulica devastante. Non ci furono preamboli: mi girarono di scatto contro il divisorio di metallo dei wc. Il primo compaesano si sbottonò la mimetica alla velocità della luce, sfoderando un fusto d'assalto impressionante, paonazzo e solcato da vene spesse come radici che testimoniavano un digiuno da licenza militare ormai insostenibile. Con una spinta decisa, virile e senza esitazioni, me lo infilò dritto nel culo.
Si dimostrò uno stallone eccezionale. Il ritmo era quello di un pistone della FIAT a pieno regime: colpi secchi, chirurgici, assecondati dai suoi grugniti in dialetto stretto che rimbombavano sulle piastrelle. Sentivo tutta la pressione di quel muscolo teso che spingeva dentro la mia carne morbida, finché, dopo un minuto di pura intensità agonistica, l'uomo si contrasse in un ultimo assalto animalesco, scaricando una fiammata densa e profonda prima di sfilarsi con un sospiro di sfinita virilità.
«Mo' tocca a me, levati 'a nnanze!» scalpitò il secondo delinquente, che nel frattempo aveva già liberato il proprio ordigno venoso, turgido all'inverosimile e pulsante per l'attesa.
Prese il posto dell'amico senza lasciarmi il tempo di riprendere fiato. Il secondo round mantenne gli stessi standard da scuderia: un'azione vigorosa, potente, dettata da un testosterone rimasto troppo a lungo sotto chiave nelle camerate. La spinta era implacabile, ravvivata dall'odore di sesso e sudore che aveva ormai riempito il bagno, finché anche questo secondo stallone non raggiunse l'apice della catarsi con un urlo soffocato, lasciandomi dentro l'ennesimo sigillo di quella trasferta lampo.
Ci ricomponemmo in fretta e furia. Io, sistemandomi la divisa un po' stropicciata con la mia solita flemmatica timidezza, mi ripulii velocemente, mentre i due si davano di gomito, ridacchiando come scolari che hanno appena svuotato la dispensa delle marmellate.
Rientrammo nella sala della mensa e ci sedemmo nuovamente al tavolo. Franco e Pasquale ci stavano aspettando, finendo di ripulire i piatti con la scarpetta. Al nostro arrivo, i due "nonni" storici ci accolsero con una serie di sorrisetti d'intesa, occhiate complici e cenni del capo che valevano più di mille discorsi, mentre i due nuovi arrivati si risedevano fieri, dandomi un'ultima pacca d'approvazione sulle spalle morbide per celebrare il successo del blitz.
Atto Sesto: Il Teatro dell'Affusto e la Guarnigione in Visibilio
Era una di quelle domeniche di naja talmente noiose e piatte che persino le mosche sui vetri della caserma sembravano chiedere la licenza ordinaria. Ma la ditta Franco & Pasquale, coadiuvata dai soliti compaesani, non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare alla letargia domenicale. Il pretesto per movimentare la giornata fu prontamente servito su un piatto d'argento: una presunta macchia di polvere rimasta sulla punta di uno dei loro stivali da combattimento, che avevo pulito male. Un’imperdonabile negligenza che, secondo il tribunale dei nonni, meritava un’esecuzione esemplare ed estremamente scenografica.
La location scelta per il verdetto fu la vecchia officina meccanica, una stanza chiusa, buia e satura di odore di grasso lubrificante, dove al centro troneggiava l'affusto d'acciaio di un vecchio pezzo d'artiglieria smontato. Per l'occasione, i ragazzi avevano deciso di fare le cose in grande, invitando una claque d'eccezione: una decina di commilitoni scelti tra i più fidati, accorsi a fare da pubblico pagante per quella che si preannunciava come la prima assoluta del teatro feticista di caserma.
«Spogliati del tutto, maccarrò, e fance vedé che sai fa'!» ordinò Franco, non appena la porta di ferro si chiuse alle nostre spalle, esibendo un sorriso sornione.
Con la solita flemmatica consapevolezza del mio ruolo, mi denudai completamente, esponendo la mia fiera morbidezza culinaria agli sguardi già eccitati della platea. Ma il protocollo della punizione prevedeva un tocco d'autore. Pasquale si fece avanti, tirando fuori dalla tasca la baionetta d'ordinanza e mostrandomela con un'espressione che non ammetteva repliche.
«Guàrd 'a ccà, bell' 'e mammà,» disse Pasquale, accarezzando il fodero dell'arma. «Mo te pigli sta baionetta, ti giri di spalle e ti schiaffi tutto 'o manico dritto int' 'o culo. Faje 'o bravo, se no s'addormenta 'o vapore.»
A quell'ordine così estremo, la mia consueta flemma ebbe un attimo di cedimento. Guardai il ferro, poi guardai la decina di spettatori che già se la ridevano, spintonandosi. Una fiammata di vergogna mi salì dritta al viso, paonazzo sotto le luci al neon. Mi resi conto, con una lucidità spietata che mi fece tremare le ginocchia, di essere diventato a tutti gli effetti la troia della caserma. E la cosa più destabilizzante, quella che mi scavava dentro, era che sotto l'umiliazione sentivo un'eccitazione bestiale che mi faceva desiderare tutto quel fango. Ma il rossore sul mio viso e i miei occhi lucidi parlavano chiaro: provavo una vergogna immensa, nuda, esposta a quella platea che lesse subito ogni mia singola emozione.
«No, vi prego... il manico della baionetta no... fa freddo, fa male...» accennai, cercando di fare un po' di storie e muovendo un passo indietro, mentre il mio corpo tradiva il contrasto tra il brivido del piacere e il peso del disonore.
«Ué, guagliò, ma stiamo a pazzià?! Vide comm'arrossisce, 'o guaglione si sta vergognando overamente!» tuonò Franco, accorgendosi subito del mio turbamento ed esaltandosi ancora di più per quella fragilità. Pam! Pam! Due ceffoni ben assestati mi volarono sulle guance, mescolando il bruciore degli schiaffi al calore della mia stessa vergogna. «Chi t'ha dato 'a parola a te? Pure si t'affronti, liev' 'e mmane da nnanze e ubbidisci, nfamone!»
«Vide là comm'è rosso in faccia! Le piace ma se ne muore di vergogna, guarda là!» urlò uno dei delinquenti compaesani dalla platea, ridendo a crepapelle e indicando il mio viso ai commilitoni. Tutta la stanza capì all'istante il mio segreto: ero una troia sottomessa che godeva della propria umiliazione, e quel misto di eccitazione e totale imbarazzo eccitò la platea oltre ogni limite. I pugni nelle tasche dei pantaloni d'ordinanza cominciarono a muoversi freneticamente.
Senza più fiatare, esibendo a tutti la mia debolezza, presi l'arma. Con le mani tremanti, guidato dal calore del loro sguardo sadico e divertito, mi infilai il manico d'acciaio dritto nel sedere, lasciando la lama sospesa verso l'esterno. La claque andò letteralmente in visibilio, accompagnando il gesto con un boato di approvazione. Subito dopo, Franco e Pasquale mi spinsero contro l'affusto di ferro, legando saldamente le mie braccia alla struttura, lasciando il mio posteriore e la baionetta ben proiettati verso il plotone.
L'esecuzione della pena corporale si aprì con il recupero delle canne flessibili. Franco prese posizione per primo. «E mo contale tutte quante, maccarrò, chiaro e forte, se no ricominciamo d'accapo!» mi ordinò Pasquale, piazzandosi di fianco a me.
Sbaam! La prima canna colpì la carne morbida. «Uno...» sussurrai, stringendo i denti mentre il dolore bruciante si diffondeva sulle chiappe. «Cchiù forte, nun sento ninf'! Fa' sentire la voce di questa bella troia!» urlò Franco, assestando il secondo colpo. Sbaam! «Due...» gridai, sentendo la mia dignità colare a picco sul pavimento dell'officina.
I colpi si susseguirono regolari e vigorosi. Uno alla volta, i quattro si alternarono alla battuta, infierendo su quelle forme generose. Sbaam! «Tre...» Sbaam! «Quattro...» «Guarda là comm'addiventa russo, pare 'na pummarola 'a o' sole, fa pendant con la faccia!» commentò il compaesano coi baffi, e tutti compresero che quel colore era fatto sia di colpi che di un'intimità totalmente profanata. Arrivato a «Dieci...», il mio pallido retroterra era ormai un capolavoro cromatico color rosso fuoco. La pelle bruciava come se fossi seduto su una stufa a carbone, la baionetta premeva all'interno, e la mia umiliazione era totale, totale e deliziosa.
Esaurita la fase della disciplina, l'atmosfera si surriscaldò del tutto. Franco, Pasquale e i due compaesani gettarono le canne e si schierarono davanti al mio viso, liberando i rispettivi fusti d’artiglieria personali, turgidi all'inverosimile, paonazzi e solcati da quelle spesse venature che pulsavano vistosamente per l'attesa del finale.
«Guàrd 'a ccà che t'ha preparato papà...» sussurrò Franco, afferrandomi i capelli e spingendo quel tronco venoso contro le mie labbra. «Mo m'hai da fa' passà tutta 'a stanchezza d' 'a settimana. Inginocchiati e fa la troia fino in fondo, ca ormai lo sanno tutti quanti chi sei!»
La seconda parte della punizione si trasformò in una rapidissima e chirurgica linea di montaggio orale. Uno alla volta, si sporsero sopra l'affusto, forzando la mia bocca ad accogliere quelle clave nodose. Il ritmo fu serrato, virile, scandito dai loro respiri affannati e dalle ovazioni della decina di spettatori che godevano della mia totale sottomissione.
«Dacci dentro, Francù! Spungetelo buono a stu guaglione, guarda come piange e come ci sta!» gridavano dal fondo, godendo del mio profondo imbarazzo. «Chiesta è 'na troia di prima categoria, le piace farsi trattare così, vide comm' 'o sape piglià!» commentava Pasquale, mentre aspettava il suo turno agitando la propria clava venosa.
Lavorai di precisione, ingoiando il mio orgoglio insieme a quelle radici venose, accogliendo ogni assalto con la consueta competenza da veterano, finché ognuno dei quattro stalloni non si contrasse con un ultimo grugnito in napoletano, scaricando una fiammata densa e calda direttamente in fondo alla mia gola, sotto gli applausi scroscianti della guarnigione che aveva letto la mia anima nuda.
Esaurito l'ultimo getto, i quattro si ricomposero in fretta, scambiandosi pacche sulle spalle con gli spettatori. «Ué, ci vediamo alla mensa, questa sera il maccarrò ci ha fatto proprio divertire, la vergogna lo fa fare ancora meglio!» disse il compaesano coi baffi, mentre la stanza si svuotava tra risate e battute d'avanspettacolo.
Mas la condanna prevedeva il supplemento di riflessione. Senza slegarmi, lasciandomi la baionetta come bizzarro trofeo interno e le chiappe rosso fuoco a rinfrescarsi nell'umidità dell'officina, chiusero la porta di ferro e mi lasciarono lì per due ore filate.
Rimasi in quella posizione, immobile e completamente nudo nella penombra, col viso ancora caldo per la vergogna e il corpo segnato dal loro passaggio. Ma mentre il tempo passava e il sedere andava a fuoco, io assaporavo nel silenzio la profonda, sfinita e perversa gratificazione di essere diventato la troia ufficiale del battaglione, regalando alla caserma lo spettacolo più memorabile dell'intero anno di naja.
Atto Settimo: La Cavalcata del Maccarrò e la Lezione di Filosofia da Caserma
La sera era calata sulla camerata con la solita cappa di umidità e stanchezza, ma l'aria nel mio angolo era satura di un’elettricità diversa. Franco era seduto sulla sponda del letto, a torso nudo, la pelle asciutta e tirata che brillava nella penombra. Quella sera decisi di mettere da parte la sottomissione statica e di prendere l'iniziativa in modo spettacolare, esibendo tutta la mia fiera abbondanza.
Senza chiedere il permesso, mi portai davanti a lui e lo cavalcai di colpo. Mi posizionai sopra le sue gambe nervose, guidando quel fusto nodoso, solcato da vene tese come tiranti, dritto nel mio culo. Quando l'intera clava venosa affondò nella mia carne morbida, Franco emise un grugnito sordo, gli occhi sgranati per la sorpresa di quel peso burroso che lo schiacciava contro la brandina. Iniziai a muovermi dall'alto in basso con un ritmo regolare, chirurgico, usando il mio sovrappeso come un'arma di seduzione di massa. I miei fianchi larghi oscillavano nella penombra mentre le pareti venose del suo membro pulsavano all'interno del mio retroterra. Franco si aggrappò ai miei fianchi con le sue manone ruvide, i muscoli del collo tesi come corde di violino, finché, sopraffatto dalla foga della mia cavalcata, non si contrasse in un'esplosione densa e caldissima che mi inondò le viscere, lasciandolo completamente ko.
Fatto il servizio, mi accasciai di fianco a lui, con il fiatone. Franco si allungò sullo schienale per riprendere fiato. Tirò fuori dal pacchetto una MS senza filtro, l'accese con un clic dell'accendino e ne offrì una pure a me. Rimanemmo lì, nudi nella penombra, a fumare mentre il fumo saliva lento verso il soffitto. Fu in quel momento che il capobranco decise di scendere dalla cattedra per impartirmi una delle sue lezioni di sociologia marziale, rigorosamente nel suo dialetto stretto e infarcito di una volgarità primordiale.
«Guàrd 'a ccà, maccarrò... Bugliardo e ricchione,» esordì, espirando una nuvola di fumo denso e fissandomi dall'alto in basso con gli occhi stretti. «Tu m'hai da sentì buono. Tu si' 'nu debole, 'nu finocchio, 'o capisci o no? Stu ruolo t'ha dato 'a natura e m'hai da ringrazià ogne bbuono d' 'o munno ca te facciamo divertì pure a te. È overo o no? Rispondi, nfamone!»
Io, col viso ancora caldo per la vergogna e il corpo segnato dal suo trionfo, feci un timido cenno d'assenso, sussurrando un debole: «Sì, Franco... è vero».
«Eh, maccarrò, bravo,» continuò lui, dandomi un buffetto sulla guancia umida, giusto per ribadire il concetto. «Io so' maschio, a me me piacciono 'e femmene, quelle vere. E tu si' 'a femmena mia stasera, maccarrò, anzi si' solo 'na perversione, 'na troia di caserma ca serve a una cosa sola. Tu si' 'nu finocchio debole ca può sulo piglià, e io ca so' maschio aggio sulo dda'. Quando tengo 'o verfùre e stong' arrevotato, io vengo accà e svuoto 'e palle dinto a stu culo tuo, accussì me ne vaco bbuono a dormire. Tu si' 'na secchia dell'immondizia d' 'o testosterone mio. È overo o no? Sbatte l'uocchie!»
La volgarità delle sue parole mi pioveva addosso pesante, cruda, pensata apposta per schiacciarmi e ridurmi a un puro oggetto di sfogo, marchiandomi come debole e finocchio davanti alla sua spavalda virilità. Eppure, mentre la vergogna mi colorava la faccia di un rosso bruciante sotto il suo sguardo compiaciuto, sentivo il solito brivido perverso che mi scavava dentro: la consapevolezza che quel maschio così fiero e marziale fosse lì, nudo e svuotato, a dipendere interamente dalla mia sottomissione.
«Sì, è vero... sono solo questo per te,» risposi a bassa voce, tenendo gli occhi fissi sulle sue gambe villose.
«Ecco, t' 'o vedi ca o sai pure tu?» concluse Franco con una risata roca, tirando l'ultima boccata dalla sigaretta prima di spegnere il mozzicone sul pavimento. «Mo va' a cuccarti, troia, ca pure stasera hai fatto 'o duvere tuo e papà dorme tranquillo.»
Mi allontanai nel buio verso la mia brandina, ancora discretamente appiccicoso, ma con la sfinita, totale gratificazione di chi aveva incassato l'ennesima conferma del proprio ruolo di regina indiscussa della camerata.
Atto Ottavo: Il Gran Galà del Testosterone – La Notte dell'Orgia
Se le serate precedenti erano state dei timidi antipasti teatrali, quella notte la camerata si trasformò nel set d'un kolossal della sottomissione coatta. L’aria era una miscela irrespirabile di fumo di MS senza filtro, sudore stantio da addestramento e quell’inequivocabile profumo primordiale di sperma che ormai aveva sostituito l'ammorbidente d'ordinanza sulle coperte ruvide. Oltre a Franco, Pasquale e i due delinquenti compaesani, la forza d’assalto si era allargata per vie gerarchiche: c’erano altri quattro invitati, tutti meridionali doc tra calabresi fumantini e siciliani d'onore, selezionati con cura per la stazza da scaricatori di porto e per la totale assenza di freni inibitori. Otto maschi arrapati, attirati dal passaparola manco fosse la finale di Coppa Campioni, schierati in cerchio intorno alla mia brandina a godersi lo spettacolo del "maccarrò".
«Guàrd 'a ccà che bella tavola bandita ca tiene stasera, maccarrò!» esordì uno dei nuovi calabresi, un gigante con i bicipiti neri di peli e l'aria di chi ha appena rapinato un furgone portavalori, ridendo sguaiatamente mentre si sbottonava i pantaloni. «Stasera stu ricchione impara come si svuotano le palle a Reggio Calabria! Guarda qua che legno!»
«Ma che Reggio Calabria, levati 'a nnanze!» lo interruppe Franco, assestandomi una violenta sberla sul petto morbido che fece ballare la mia ginecomastia, suscitando i primi applausi del pubblico. «Chista è 'na troia napoletana oramai, s'ha da piglià prima 'o meglio d' 'o Sud! Ué, finocchio debole, guarda che stalla di stalloni ca t'abbiamo preparato. Mo t'amma sventrà buono, hai capito o no? Rispondi!»
Io, nudo e tremante al centro del materasso, sentivo la vergogna colare a picco, calda e paralizzante, mescolata a un'eccitazione così densa da farmi quasi vomitare. In quel preciso istante, mentre i loro sguardi famelici mi spogliavano di ogni residuo di dignità, mi colpi un'illuminazione lucida e spietata: non ero più un soldato, non ero nemmeno un essere umano. Ero una cosa. Una proprietà privata del battaglione. Un oggetto di carne morbida nato esclusivamente per essere usato, riempito e svuotato. E la parte più deliziosamente perversa era la consapevolezza che fosse giusto così. Che un finocchio debole come me non avesse altro scopo se non quello di fungere da valvola di sfogo per la loro brutale e straripante virilità. Io ero la femmina, loro erano i maschi; io dovevo incassare, loro dovevano dare. Era la legge della natura applicata alla naja degli anni '80.
«Sì, Franco... sì, vi prego... fate di me quello che volete, sono la vostra troia,» sussurrai con la voce rotta dal pianto e dall'imbarazzo, scatenando il delirio collettivo.
«Sentilo comm'allucca 'o ricchione! Gli piace, le piace farsi trattare da femmena!» urlò Pasquale, mentre la claque si dava di gomito, ridendo con una volgarità spietata e passandosi le sigarette.
La mia mente, cinica e chirurgica, passò in rassegna le loro dotazioni prima dell'impatto. Franco e Pasquale esibivano i soliti fusti d'artiglieria, due radici d'ulivo turgide, paonazze e solcate da vene spesse come cavi elettrici. I due delinquenti compaesani sfoggiavano tronchi venosi impressionanti, gonfi a causa di settimane di astinenza da licenza. I quattro nuovi meridionali completavano il quadro erotico-militare: una selva di membri rigidi, nodosi, tesi all'inverosimile come corde di violino e già lucidi di umidità erotica sulla punta.
L'azione si aprì con una violenza chirurgica. Mi afferrarono in quattro, girandomi di scatto a pancia in giù e sollevando le mie chiappe rosso fuoco – ancora doloranti per le canne della domenica – verso l'alto, divaricando le mie cosce generose con la forza di chi apre una balla di fieno.
«Mo ti prendiamo in due alla volta, troia, accussì capisci bene qual è il tuo posto!» tuonò il primo compaesano coi baffi.
Senza il minimo preavviso, iniziò il doppio assalto simultaneo. Il napoletano coi baffi mi agguantò per i capelli, tirandomi indietro la testa con un colpo secco e forzandomi la bocca, infilando la sua clava nodosa e venosa finché non sentii la corona del suo glande premere dolorosamente contro la gola. Contemporaneamente, Pasquale si avventò sul mio retroterra: senza troppi complimenti, puntò il suo fusto turgido e, con una spinta secca, virile e devastante, si aprì la strada dritto nel mio culo.
Fu una morsa totale, una doppia penetrazione implacabile che mi tolse il fiato. Lavoravo di gola davanti, assecondando con movimenti disperati il ritmo violento del napoletano che mi riempiva la bocca, mentre dietro Pasquale spingeva con la regolarità spietata di un pistone idraulico a pieno regime. Sentivo le sue vene spesse e sporgenti che graffiavano letteralmente le mie pareti interne ad ogni affondo profondo, un attrito bruciante che mandava il mio cervello in corto circuito. Intorno a noi, gli altri sei meridionali assistevano accalcati, incitandosi a vicenda in un festival di dialetti stretti e insulti pesanti.
«Guarda comm' 'o squarta buono Pasquale! Spingi dinto a quella carne di ciccia!» urlava il calabrese, espirando un'ondata di fumo denso di MS direttamente sopra le mie natiche contratte. «Quel culo sembra una sfogliatella aperta, guarda come balla!»
«Chisto è 'nu finocchio debole ca è nato sulo per prendere, guarda come si fa fottere senza fiatare!» commentava Franco, muovendo freneticamente il proprio membro venoso e paonazzo a pochi centimetri dal mio viso, in attesa del cambio della guardia. «È 'na vera femmena di caserma, sa perfettamente qual è il suo dovere!»
Dopo un minuto di pura intensità agonistica, il primo raddoppio giunse al culmine. Pasquale emise un grugnito sordo, animalesco, contraendo i glutei asciutti in un ultimo, definitivo affondo che mi sollevò dal materasso, scaricando una fiammata densa e caldissima nel profondo delle mie viscere. Un secondo dopo, il compaesano che avevo in bocca sbarrò gli occhi, afferrò saldamente le mie guance e schizzò violentemente in fondo alla mia gola tre colpi caldi e densi, che ingoiai devotamente senza battere ciglio, accettando il mio destino di contenitore del loro piacere.
Non mi concessero un secondo per ripulirmi o riprendere fiato; il protocollo della linea di montaggio non prevedeva pause sindacali. Il cambio della guardia fu immediato. Franco e il massiccio calabrese presero il posto dei primi due. Franco si avventò sulla mia bocca, spingendo quel tronco venoso che sapeva di nicotina e bava tra le mie labbra umide, mentre il nuovo arrivato, con la rozzezza primordiale del suo sangue del Sud, si posizionò dietro di me. Senza alcuna delicatezza, bagnando la punta con un po' di saliva, si infilò dritto nel mio retroterra surriscaldato, riprendendo il ritmo implacabile e profondo.
L'intera camerata era ormai una bolgia infernale di respiri affannati, imprecazioni meridionali, insulti pesanti e risate eccitate. I quattro rimasti in attesa si masturbavano a vista d'occhio, agitando freneticamente le loro clave gonfie di vene tese che gocciolavano già copiosamente sulla mia schiena e sulle mie gambe. Io ero lì, ridotto a pura carne da macello, schiacciato sotto il peso di quei maschi dominanti, saturo del loro sesso, della mia immensa vergogna e di quella perversa, sfinita gratificazione che mi svuotava la mente da ogni pensiero. Era giusto che mi facessero questo. Era il trionfo della mia sottomissione: la troia ufficiale del battaglione, il loro personale secchio dell'immondizia ormonale, finalmente consapevole e felice del proprio ruolo.
Atto Nono: Il Blitz dei Superiori, la Vergogna del Padre e il Congedo con "Disonore"
La catena di montaggio erotica del battaglione, ormai collaudata come una linea di produzione della FIAT, trovò il suo epico e definitivo capolinea nel posto meno poetico della caserma: i cessi comuni del primo piano. Era una serata apparentemente tranquilla, ma all'interno del locale piastrellato l'atmosfera era quella delle grandi occasioni. C'era una fila ordinata, marziale e silenziosa di almeno sette commilitoni, tutti rigorosamente meridionali, con le mimetiche già sbottonate e i rispettivi fusti d’artiglieria pronti al consumo.
Io ero inginocchiato sul pavimento bagnato, con la solita flemmatica consapevolezza del mio ruolo e il viso paonazzo per la vergogna, intento a lavorare di precisione chirurgica sul tronco venoso e nodoso di uno dei compaesani di Franco. Il ritmo era serrato, la gola calda, e tutto il plotone in attesa si accarezzava le clave turgide e gonfie di vene, commentando a bassa voce nel solito dialetto stretto.
Sbam!
La porta principale dei bagni venne abbattuta con un calcio che fece tremare le tubature. Non era il solito "nonno" in cerca di svago, ma il Capitano in persona, affiancato dal Maresciallo aiutante e da due ufficiali di picchetto con la torcia d'ordinanza spianata. La luce dei riflettori squarciò la penombra feticista del bagno, illuminando la scena in tutta la sua grottesca nudità.
«Ma che cazzo succede qui?!» tuonò il Capitano, la faccia paonazza per la rabbia e gli occhi fuori dalle orbite.
Fu il panico tattico. La fila di stalloni si sciolse in un secondo netti: un fuggi-fuggi generale di soldati che cercavano disperatamente di infilare i loro ordigni venosi nei pantaloni, abbottonandosi le mimetiche con le mani tremanti e balbettando scuse improbabili. Io, invece, rimasi lì, immobile, in ginocchio sul pavimento viscido, completamente esposto nella mia fiera morbidezza burrosa, con il sapore del loro testosterone ancora in bocca e la vergogna più totale che mi incendiava il viso sotto lo sguardo disgustato dei superiori. Ero stato beccato, colto in flagrante come la troia ufficiale del reggimento.
Il giorno dopo, il palcoscenico del mio atto finale fu l'ufficio del Capitano. L'aria profumava di cera per pavimenti, caffè e fumo di pipa. Ma quando varcai la soglia, sentendo le mie ginocchia cedere per l'imbarazzo, capii che il plotone d'esecuzione era doppio. Seduto su una sedia di fronte alla scrivania di mogano non c'era solo l'autorità militare: c'era mio padre.
Il Capitano lo aveva fatto chiamare d'urgenza. Era immobile, con il suo cappotto pesante, le mani nodose da lavoratore strette sui braccioli e la mascella serrata in un'espressione di puro odio e disgusto. Un uomo all'antica, cresciuto con il mito dell'onore, della disciplina patriarcale e del disprezzo assoluto per ogni forma di debolezza. Un despota abituato a comandare in casa a suon di silenzi e cinghiate, che ora si trovava lì, costretto a guardare in faccia il fallimento biologico e morale della sua stirpe.
L'interrogatorio fu un capolavoro di umiliatione incrociata, mirato a demolire quel briciolo di dignità che non avevo mai posseduto.
«Allora, maccarrò...» esordì il Capitano, sbattendo un pugno sulla scrivania che fece saltare il calamaio. «Vogliamo spiegare a questo comando, e soprattutto a tuo padre che è venuto fin qui a raccoglierti da terra, cosa ci faceva un soldato dell’Esercito Italiano in ginocchio nei cessi a fare da latrina pubblica per mezzo battaglione? Risponda!»
Io, fermo sull'attenti con la mimetica d'ordinanza che faticava a contenere le mie forme generose, tenni gli occhi piantati sul pavimento lucido. Una fiammata di vergogna distruttiva, totale, mi risalì dritta al viso, bagnandomi la fronte di sudore freddo. Sentivo lo sguardo di mio padre perforarmi la pelle: i suoi occhi erano due fessure cariche di una rabbia cieca, un'ira silenziosa e incontenibile. Davanti a quella combinazione di autorità marziale e dittatura familiare, mi resi conto fino in fondo di quanto fossi un finocchio irrecuperabile, una troia debole che aveva trasformato il sacro dovere di leva nella propria perversione personale. Sapevo che mio padre vedeva in me solo lo sporco, la vergogna da nascondere al paese, la femmina difettosa nata nel corpo sbagliato. Eppure, sotto il peso di quel disprezzo incrociato, sentivo ancora il brivido perverso del mio ruolo.
«Cercavo solo di... di servire i miei commilitoni, signor Capitano,» sussurrai con la voce tremante e gli occhi lucidi.
A quelle parole, mio padre scattò in piedi come una molla, incapace di contenersi oltre. Si avvicunò a me a grandi passi, il volto deformato dal disonore. Pam! Mi assestò un ceffone violentissimo sulla guancia, con la mano pesante di chi non ammette repliche, facendomi quasi perdere l'equilibrio.
«Zitto, nefando! Devi solo stare zitto!» ringhiò mio padre nel suo dialetto d'altri tempi, con la voce che tremava per l'umiliazione di dover rendere conto a un ufficiale estraneo delle mie deviazioni. «Mi hai rovinato il nome! Un finocchio... una troia da caserma ho cresciuto! Io ti ho fatto uomo e tu ti fai rigirare nei cessi da sconosciuti come una femmina di strada? Ti sei fatto usare da tutto il reggimento! Sei una cosa schifosa, un debole senza spina dorsale! Non sei mio figlio, sei solo una vergogna!»
Il Capitano non si mosse, godendosi lo spettacolo della punizione paterna, prima di rincarare la dose dal suo scranno. «Tuo padre ha ragione. Tu hai profanato questa divisa. Non sei un uomo, sei una perversione per lo Stato. Ti sei fatto usare come un pezzo di carne da tutta la sezione d'assalto. Tu non meriti di stare in mezzo ai maschi che difendono questa nazione. Sei solo una troia debole e viziosa, hai capito o no?!»
«Sì, signor Capitano... sì, papà... è giusto... ho fatto la troia, avete ragione...» risposi a bassa voce, incassando l'umiliazione finale con il viso in fiamme, accettando quel verdetto violento come l'unica verità possibile sul mio essere. Tutta la stanza vibrava del loro disgusto, e io ne ero completamente saturo, schiacciato ed eccitato dal mio stesso annientamento.
L'ufficiale prese un faldone di fogli, firmò con un tratto di penna violento e mi lanciò lo sguardo più freddo del repertorio militare.
«Per quanto mi riguarda, la tua naja finisce qui. Ti congedo con disonore per grave condotta immorale e incompatibilità con la vita militare. Prendi le tue cose e sparisci da questa caserma. Fuori dalle palle!»
Mio padre mi afferrò violentemente per il braccio, stringendo la presa fino a farmi male, trascinandomi fuori dall'ufficio per andare a fare i bagagli.
Ma il vero colpo di scena avvenne lungo il corridoio che portava alle camerate. Mentre camminavo a testa bassa, scortato dalla furia di mio padre, vidi Franco e Pasquale sbucare da dietro l'angolo. Non c'erano i soliti sorrisetti di scherno o le battute sguaiate. I due "nonni", i miei storici padroni, avevano un'espressione totalmente insospettabile: erano sinceramente dispiaciuti, quasi commossi per quel finale così tragico e improvviso.
Ignorando completamente lo sguardo assassino di mio padre, che si era bloccato sul posto stringendo i pugni, Franco e Pasquale si fecero avanti con passo deciso.
«Maccarrò...» disse Franco con la voce insolitamente bassa e un tono di profondo rispetto virile. Si avvicinò e, con un gesto d'affetto caloroso e inaspettato, mi prese il viso tra le mani ruvide e mi baciò affettuosamente sulle guance. «Ci dispiace tantissimo, guagliò. Non doveva andare a finire così. Ci hai fatto stare troppo bene, sei stato un grande.»
Pasquale si accodò subito dopo, abbracciandomi per un istante e dandomi un bacio sonoro sulla guancia umida di lacrime. «Grazie di tutto, bell' 'e mammà,» sussurrò nel suo dialetto, visibilmente emozionato. «Nessuno ci tratterà mai come ci hai trattato tu. Ti auguriamo ogni bene del mondo, ti meritavi un finale migliore. Fatti valere fuori da qua dentro.»
I due stalloni del battaglione mi guardarono un'ultima volta con gli occhi lucidi, mi diedero una pacca d'approvazione sulla spalla e si allontanarono, lasciando mio padre interdetto e balbettante di fronte a quella bizzarra manifestazione di gratitudine e affetto cameratesco.
Mentre varcavo il cancello della caserma in abiti civili, scortato dalla rabbia silenziosa di mio padre, sentii una profonda, sfinita e perversa gratificazione. Avevo perso la divisa ed ero stato cacciato con il marchio dell'infamia, ma l'abbraccio, i baci e il ringraziamento sincero di Franco e Pasquale erano il mio trionfo definitivo. La naja era finita nel peggiore dei modi per lo Stato, ma la leggenda della troia burrosa e amatissima del battaglione sarebbe rimasta scritta per sempre nel cuore dei suoi soldati.
qulottone@gmail.com
Il silenzio della camerata era scattato, ma l'aria restava un cocktail micidiale di ascella atomica, tabacco MS senza filtro e quel lucido per anfibi che, se avessi acceso un fiammifero, saremmo orbitati intorno a Saturno. Il cuore mi batteva a mille. Ventiquattr'ore prima mi avevano avvisato: era la mia notte.
Ed eccomi lì, al centro della "pista", il corridoio tra i letti a castello, nudo come un verme. Senza la mimetica d’ordinanza addosso mi sentivo vulnerabile, ma soprattutto vittima di un palese errore genetico. Ero un ragazzo di buona famiglia, felicemente sovrappeso, orgoglioso portatore di forme morbide e di una ginecomastia da fare invidia alle pin-up del calendario Fratelli Borletti appeso in officina.
A ricevermi sul comitato d'onore, i quattro "nonni" della camerata. Quattro napoletani doc, i cui corpi sembravano scolpiti nel legno nodoso o nel ferro vecchio: magri all'inverosimile, tirati da fare spavento, con costole ben tese che parevano radiografie e bicipiti guizzanti come anguille, il tutto reso lucido da uno strato di sudore che manco fossero appena usciti dalla friggitoria di Spaccanapoli.
«Guàrd 'a chisto...» esordì il leader, Franco, interrompendo il silenzio con una risata che sembrava il motore di una Vespa grippata. «Tène 'e zizze meglio 'e na femmena! Ma che t'ha cresciuto mammà, a gnocchi e sfogliatell' e contrabbando?»
Respira, mi dissi, fissando una macchia d'umidità sul soffitto che somigliava a Sandro Pertini. Non guardarli. Lasciali fare. È il folklore locale.
«Ullallà, maccarrò!» intervenne il secondo, sporgendosi dalla brandina con gli occhi fuori dalle orbite e l'espressione di chi ha appena visto una fontana di birra. «Overo tène 'e zizze accussì? Chisto nun adda fa 'o suldato, adda fa 'a balia di battaglione! Chi ce dà 'o latte a stu guaglione stasera?»
Le risate esplosero di sghimbescio, rimbombando contro il cemento armato.
«Giriati, fance vedé 'o panorama...» ordinò il terzo, tamburellando sulla coperta militare. «Guarda là che pacca... chisto tène cchiù curve d' 'a costiera amalfitana! Vide che culo a mandolino, ce vuò 'o plettro!»
Mi girai con la grazia flessuosa di un bue marino. Ma mentre sfilavo su quel pavimento che congelava pure i pensieri, capii una cosa fondamentale: la retorica del superuomo militare stava clamorosamente naufragando contro la mia morbidezza. Quei quattro alfieri del testosterone italico non mi stavano umiliando; erano letteralmente ipnotizzati. Tutto quel machismo da rancio e marce forzate si era ridotto a un'adorazione feticista per i miei carboidrati complessi.
E infatti, l'atmosfera virò di colpo dal bullismo alla sagra del paese. Le risate si spensero. L'aria divenne calda e pesante, satura di un odore ormonale che ricordava uno spogliatoio di calcetto dopo i tempi supplementari. Uno alla volta, come quattro tenori che sfoderano lo strumento prima dell'acuto, i nonni tirarono fuori dalle pieghe dei pantaloni i loro dardi d'amore, già belli dritti e pronti al combattimento.
Erano fusti d'artiglieria impressionanti, quasi sproporzionati rispetto a quei fisici asciutti: membri nodosi, solcati da vene spesse come cavi dell'alta tensione che pulsavano a ritmo accelerato, d'un colorito paonazzo che testimoniava la pressione idraulica al massimo storico. Sembravano radici d'ulivo selvatico pronte a esplodere.
Nota tattica: La paura lasciò il posto a un'illuminazione divina. Non ero una "spina" da tormentare, ero la Venere di Botticelli in versione naja. Li stavo dominando con la sola forza del mio tessuto adiposo.
«Guàrd comm'ammaturato stu cazzo...» sussurrò Franco, il capobranco, con la bava alla bocca e la voce di chi ha appena visto il buffet gratis a un matrimonio, mentre stringeva nel pugno quel tronco venoso che sembrava avere una vita propria. «M'hai fatto venì 'o verfùre 'mmocca... Me stai a fa ascì pazzo cu stu culo e sti zizze. Chisto nun è nu rospo, chesta è na sfogliatella calda!»
Si stese sulla brandina col fiatone. «Vien'accà, nun fa o' scemo... siriati e vide che t'amma fa! Mo' fance divertì overamente.»
Capii che dovevo prendere il comando delle operazioni, altrimenti il ministero della Difesa avrebbe dovuto aprire un'inchiesta. Gestione della crisi, manuale Cadorna. Se si alzavano tutti insieme diventava una rissa da saloon. Dovevo fare il deejay della situazione.
Con mossa felina (per quanto consentito dal mio peso forma), feci i due passi che mi separavano da Franco. Mi chinai. Presi le sue manone da muratore, nodose quasi quanto il suo membro, e le posizionai sul mio petto. Lui le strinse come se stesse afferrando i pomelli del cambio di un camion, d'istinto, d'ignoranza pura. Mi fece un male cane, ma tenni botta con la dignità di un martire cristiano. Con la mano libera afferrai quel fusto turgido, sentendo sotto il palmo l'incredibile rilievo di quelle vene tese come corde di violino, e iniziai a shakerare con un ritmo da catena di montaggio della FIAT.
Durò meno di uno spot pubblicitario. Franco sbarrò gli occhi, emise un verso simile a quello di un fagiano colpito a pallettoni e decollò. Tre schizzi geometricamente perfetti: il primo mi centrò in fronte come un battesimo di caserma, gli altri due decorarono la sua stessa mimetica. Poi si accasciò, ko tecnico.
Intorno, gli altri tre assistevano alla catarsi con una risata che ormai era diventata un singhiozzo isterico da ansia da prestazione, agitando freneticamente i loro randelli nodosi e venosi, che nella penombra sembravano minacciose clave d'assalto pronte al lancio. I pugni andavano a tremila. Erano nel pallone più totale.
Se mi fossi fermato, mi avrebbero assaltato come le cavallette sui raccolti. Non c'era tempo per i fazzoletti. Senza manco pulirmi la visiera, passai alla brandina numero due, poi alla tre, poi alla quattro, manco fossi un chirurgo di guerra o un addetto al rifornimento rapido ai box della Ferrari. Destra, sinistra, affrontando con precisione chirurgica quelle architetture venose e surriscaldate. I nonni impregnavano l'aria di dialetto stretto e invocazioni ai santi, finché, uno dopo l'altro, l'intera sezione d'assalto non si arrese alla forza della gravità e dell'estasi, collassando sul rispettivo cuscino d'ordinanza.
Quando l'ultimo ansimare da fumatore incallito si spense, la camerata tornò nel gelo più assoluto.
Senza dire una parola, fiero come un generale che ha appena firmato l'armistizio, tornai alla mia brandina. Mi infilai sotto le coperte ruvide, nudo e discretamente appiccicoso. Ma mentre chiudevo gli occhi, sentii una commovente gratificazione. Quella notte, l'Esercito Italiano aveva perso, e i miei gnocchi avevano vinto.
Il silenzio delle due sere successive fu una farsa. Nei corridoi, tra un "attenti!" e un "riposo!", gli sguardi tra me e la ditta "Franco & Co." non erano più quelli tra superiore e subalterno. C'era la complicità silenziosa di chi condivide un segreto industriale dello spessore di una polveriera.
L'ingaggio per il secondo round arrivò con la classica intelligence da caserma: un bigliettino unto, scritto a matita copiativa e infilato nella tasca dei pantaloni durante la distribuzione del rancio.
«Stasera nun fa impegni, maccarrò... ca 'o secunno gir' è cchiù bello d' 'o primmo. Te parlammo appriess'.»
Chiaro, conciso, poetico. Stavolta niente effetto sorpresa. Sapevano che la mia ginecomastia era l'arma segreta del battaglione, e io sapevo di averli in pugno. L'attesa non era paura: era la vibrante eccitazione del grande artista che si prepara a calcare nuovamente il palcoscenico per una replica a grande richiesta.
Quando le luci si spensero, l'atmosfera era quella delle grandi occasioni. Nessun ordine, nessuna sfilata punitiva. Solo il sacro rispetto dovuto alle grandi eccellenze gastronomiche del Paese. La "sfogliatella" stava per tornare in scena.
Atto Secondo: Il Preludio del Feticcio e la Linea di Montaggio Oral-B
Se la prima notte era stata un’improvvisazione jazz dettata dall'istinto di sopravvivenza, la seconda serata si presentava con il rigore metodico di una prima alla Scala. Niente panico da debuttanti. Il comitato d'accoglienza, capitanato da Franco, aveva organizzato una scaletta di "umiliazioni" rituali che, nei loro piani, dovevano ristabilire le gerarchie marziali, ma che viaggiavano su un binario puramente feticista ed erotico. Ai miei occhi, tutto quel cerimoniale somigliava più che altro a bizzarre prove d'ammissione per un club esclusivo di cui ero già il presidente onorario.
Puntuali come un fuso dopo il contrappello, si passò alla fase dei preliminari punitivi della naja anni '80. Stavolta il fango e i corridoi non c'entravano; il focus era tutto sulla sottomissione sensoriale. Mi ordinarono di mettermi in ginocchio davanti alle brandine e di passare in rassegna i loro piedi nudi, reduci da un'intera giornata serrati dentro gli anfibi d'ordinanza. Con la serena rassegnazione di chi sa che per incassare il premio grosso bisogna prima pagare il biglietto, iniziai a leccare quelle piante ruvide, i talloni induriti dalle marce e le dita tese.
Lungi dal demolirmi, quell'atto produsse l'effetto opposto: sentivo i loro respiri farsi subito corti, i polpacci contrarsi per i brividi e il loro machismo traballare sotto i colpi di un'eccitazione che faticavano a gestire. Mi ordinarono poi di strofinare il mio petto burroso e le mie forme generose contro le loro gambe villose, usandomi come un tappeto di carne morbida su cui scaricare la prima scarica di elettricità della serata. Accettai ogni compito con freddezza tattica, esibendo la mia fiera abbondanza culinaria e demolendo l'austera solennità del codice militare a colpi di sensualità grottesca.
Poi, esaurito il preludio, calò il sipario sul teatro dell'assurdo e si passò all'esibizione principale. Il cameratismo da caserma si sciolse del tutto e l'atmosfera virò di colpo su un binario di virilità primordiale, quasi solenne.
I quattro si schierarono sulle rispettive brandine, e dalle trincee dei loro pantaloni slacciati emersero nuovamente i quattro fusti d’artiglieria. Stavolta, complice il gioco feticista di pochi minuti prima, quelle sculture anatomiche erano ancora più impressionanti: una selva di fusti paonazzi, nodosi e turgidi all'inverosimile, dove le vene si rincorrevano sulla pelle tesa come spessi cavi d'acciaio pronti a scattare sotto la pressione di un idromassaggio ormonale che pulsava a vista d'occhio.
Capii che la transazione richiedeva un approccio da professionista. Niente esitazioni. Mi mossi in ginocchio lungo la pista di cemento con la freddezza metodica di un tecnico specializzato della Fiat.
Iniziai da Franco. Il capobranco mi accolse con un gemito soffocato dal dialetto, mentre le sue mani ruvide mi afferravano i capelli con una presa ferrea, marziale. Quando cinsi con le labbra quel fusto nodoso e venoso, sentii la pulsazione prepotente e ritmica della sua virilità che premeva contro il palato. Il mio approccio fu chirurgico: precisione millimetrica, accogliendo quell'architettura anatomica con un calore regolare che non lasciava scampo. Franco sbarrò gli occhi verso il soffitto, i muscoli del collo tesi come tiranti di un ponte, finché il suo piacere non esplose con la forza di un colpo di mortaio: una scarica densa, virile, che mandò il generale ko nel giro di trenta secondi netti.
Senza concedermi una pausa terapeutica e mantenendo la stessa freddezza d'esecuzione, passai alla brandina successiva. Il secondo nonno sussultava sulla rete del letto, stringendo i pugni contro le coperte ruvide mentre accoglievo la sua clava venosa. L'ansia da prestazione e l'eccitazione accumulata resero il suo climax immediato e vigoroso, un collasso muscolare ritmato da imprecazioni soffocate che si spense in un profondo sospiro di resa.
Il terzo e il quarto round furono una dimostrazione di pura efficienza idraulica. Mi spostavo da un letto all'altro affrontando quelle radici d'ulivo tese e pulsanti con la stessa metodica precisione, guidando il loro godimento primordiale prima che la tensione della camerata si trasformasse in qualcos'altro. Li sentivo ansimare, i respiri corti e caldi che riempivano la penombra, mentre uno dopo l'altro cedevano sotto i colpi di una tecnica che non ammetteva repliche. I loro corpi asciutti si contraevano in un ultimo sussulto di virilità pura, scaricando tutta la tensione accumulata in quei due giorni di attesa.
Quando anche l'ultimo getto si fu esaurito e l'ultimo corpo si riaccasciò sul cuscino d'ordinanza, la camerata piombò di colpo in un silenzio tombale, interrotto solo dal ticchettio delle sveglie. La guarnigione era stata pacificata con successo.
Mi ripulii la bocca con il dorso della mano, mi alzai in piedi e, fiero come un ufficiale veterano che torna dalla campagna di Russia, camminai verso la mia brandina. Mi infilai sotto le coperte, conscio del fatto che, per la seconda notte consecutiva, il vero comandante in capo di quel battaglione ero io.
Atto Terzo: Lo Show delle Docce e il Trionfo da Stadio
Il terzo capitolo della saga si consumò due giorni dopo, nell'ambiente più umido, rimbombante e coreografico dell'intera caserma: le docce comuni. L'aria era una nebbia fitta di vapore bollente, puzza di canfora e sapone turchino d'ordinanza. Tutto è iniziato per una fesseria, una piccola discussione su chi spettasse l'ultimo getto d'acqua calda, ma in quel tempio del testosterone ogni minima replica viene tradotta dal codice d'onore dei "nonni" come un'imperdonabile mancanza di rispetto.
Franco, che non aspettava altro che un pretesto per riaffermare la sua autorità teatrale davanti alla platea dei commilitoni, non se lo fece ripetere due volte. Il suo corpo asciutto e nervoso, lucido d'acqua e venoso per la rabbia improvvisa, si stagliò contro le piastrelle ingiallite. Con la solennità di un tribuno della plebe, decise che la spina andava punita pubblicamente.
Prima arrivò la sottomissione fisica, spettacolare e rumorosa. Mi bloccò contro il muro bagnato e mi rifilò una serie di ceffoni ben assestati, di quelli che lasciano il segno rosso sulle guance e fanno rimbombare l'eco per tutto il locale. Schiaffi veri, marziali, che incassarono subito i primi mormorii di approvazione dal pubblico di spettatori nudi che si era accalcato intorno a noi. Ma mentre la pelle bruciava, sentii la solita scarica di adrenalina: l'umiliazione stava già diventando il palcoscenico perfetto per la mia morbidezza.
Franco, ormai completamente sopraffatto dall'eccitazione del comando e dalla vista delle mie forme generose e indifese, non perse tempo con i preliminari. Mi girò di scatto, costringendomi a poggiare le mani contro le piastrelle scivolose, e sfoderò quel suo fusto nodoso, solcato da vene tese come corde che pulsavano sotto il vapore. Con una spinta decisa e virile, me lo infilò dritto nel culo.
Il locale delle docce esplose. Le risate eccitate dei presenti si trasformarono immediatamente in una bolgia da curva d'ultras. Franco spingeva con un ritmo regolare, chirurgico e implacabile, i suoi muscoli tesi che si contraevano a ogni assalto, mentre intorno a noi il tifo diventava organizzato. Partirono veri e propri cori da stadio, accompagnati dal battito ritmico delle mani sulle pareti e sui petti nudi: un baccano infernale che amplificava l'assurdità goliardica di tutta la scena.
La sua performance fu da manuale della naja. Sostenuto dal tifo della camerata, Franco raggiunse il primo culmine con un grugnito animalesco, scaricando una fiammata di piacere dentro di me mentre la folla applaudiva come al gol della bandiera. Ma non era finita. Mantenendo la posizione e rigenerato dall'energia elettrica del pubblico, il suo orgoglio venoso riprese vigore quasi subito. Senza estrarre lo strumento, continuò il suo lavoro di precisione fino a una seconda, clamorosa esplosione.
Al secondo round consecutivo, i commilitoni andarono in visibilio: applausi scroscianti, pacche sulle spalle bagnate di Franco e cori di trionfo che celebravano l'impresa. Quando l'eco degli ultimi applausi si spense nel vapore, mi raddrizzai lentamente, con la solita sfinita gratificazione di chi, ancora una volta, aveva trasformato una punizione militare nel proprio personale show da prima serata.
Atto Quarto: Il Summit della Mensa e il Contorno di Carboidrati
Il palcoscenico della successiva performance fu la mensa del battaglione, un luogo dove l'odore di pasta scotta e spezzatino misterioso si fondeva con il rumore di centinaia di gavette di alluminio. Ero seduto al tavolo d'onore insieme a Franco e Pasquale, due delle colonne portanti della mia scuderia di "nonni", affiancati per l'occasione da due loro compaesani appena arrivati da una licenza a Napoli, due tipi dall'aria decisamente raccomandabile che sembravano usciti dal casting di un poliziottesco anni '70.
La conversazione, com'era prevedibile, virò subito sulle cronache delle notti precedenti, trasformandosi in una specie di resoconto aziendale della mia produttività erotica, il tutto recitato rigorosamente nel loro dialetto strettissimo.
«Guà, c'amma fa vedé a chisto...» esordì Pasquale, indicandomi col cucchiaio sporco di sugo. «Chisto tiene 'e zizze ca pareno due mozzarelle di bufala dop! L'ata sera mmiez' 'a camerata s'ha pigliato quatt' 'e nuje uno appriess' a n'ato. È overo o no, maccarrò?»
Io, fedele al mio personaggio di timido e burroso oggetto del desiderio, tenni gli occhi bassi sul piatto di pasta in bianco, accennando un timido cenno di assenso con la testa. Franco, per dare enfasi al discorso e far ridere la compagnia, mi allungò un buffetto affettuoso sulla guancia, uno sculaccione in faccia che fece rimbombare la mia carne morbida.
«Ma che sulo quatt'! Chisto è proprio 'na troia 'e caserma!» intervenne Franco, ridendo di gusto mentre si girava verso i due delinquenti venuti in visita. «L'ata sera int' 'e docce faceva 'o finto tonto, 'a spina ca risponde... l'aggio buttato dritto 'o muro, duje schiaff' comm' 'a Ddio comanda e poi m' 'o so' infilato int' 'o culo davanti a tutto 'o battaglione! Duje giri sfastidiati, e a ogne colpo a folla faceva 'o tifo, pareva d'essere a 'o San Paolo!»
Uno dei due compaesani, un tipo con un paio di baffi alla Mario Merola e la mimetica slacciata fino all'ombelico, si sporse in avanti sul tavolo, fissandomi con gli occhi stretti per l'eccitazione.
«Overo fa accussì? Ma allora a stu guaglione ce piace 'o purpo... ué, maccarrò, ma si' 'na troia overamente allora? Nun fa 'a Santarella mo, sbatte l'uocchie si è overo!»
Mi arrivò un altro schiaffetto correttivo da parte di Pasquale sulla nuca, giusto per ricordarmi di rispondere alla domanda dei superiori. Io, col viso rosso per la timidezza ma con la solita lucida consapevolezza di avere il controllo totale del loro immaginario ormonale, feci un timido sorriso e sussurrai un sì che mandò il tavolo in visibilio.
«Vide là!» urlò il secondo compaesano, battendo un pugno sul tavolo che fece saltare le mele del rancio. «Chisto tène l'oro in bocca! Francù, stasera a stu guaglione 'o parlammo buono n'ata vota... tène 'nu culo ca è 'na tentazione troppo grossa per quattro soldati a corto di licenza!»
Il pranzo proseguì così, tra una forchettata di maccheroni e una pacca sulle mie spalle morbide, mentre l'intero tavolo pianificava i dettagli del prossimo comitato d'accoglienza, trasformando la mensa militare nel briefing per il mio prossimo trionfale spettacolo.
Atto Quinto: La Pausa Caffè nei Bagni della Mensa
I due compaesani, fulminati sulla via di Damasco dalla descrizione dettagliata delle mie doti nascoste e desiderosi di testare con mano i famosi "carboidrati complessi" del battaglione, non vollero certo restare a fare da spettatori. Si girarono verso Pasquale con l'aria di chi sta chiedendo il permesso di fare un giro di prova su una Giulietta d'epoca appena restaurata.
«Pasquà, ma che stamm' a aspetta' 'a nuttata?» interruppe il tipo coi baffi, con gli occhi che gli brillavano di un'eccitazione tutt'altro che platonica. «Fance fa' 'na corsa pure a nuje, ca chisto tiene 'nu culo ca chiagne si resta inutilizzato! Ce 'o putimme purta' 'nu mumento appriess'?»
Pasquale, da generoso manager della scuderia, fece un cenno col capo e un sorriso sornione, come a dire: Accomodatevi, la ditta non teme confronti.
Senza perdere tempo con le buone maniere, i due mi presero sottobraccio e mi scortarono velocemente fuori dalla sala principale, diretti verso i cessi attigui alla mensa. Entrammo in quel locale piastrellato, saturo di odore di candeggina e fumo, e la porta si chiuse alle nostre spalle con un clic che dava ufficialmente inizio al fuori programma.
L'operazione fu rapida, marziale e di un'efficienza idraulica devastante. Non ci furono preamboli: mi girarono di scatto contro il divisorio di metallo dei wc. Il primo compaesano si sbottonò la mimetica alla velocità della luce, sfoderando un fusto d'assalto impressionante, paonazzo e solcato da vene spesse come radici che testimoniavano un digiuno da licenza militare ormai insostenibile. Con una spinta decisa, virile e senza esitazioni, me lo infilò dritto nel culo.
Si dimostrò uno stallone eccezionale. Il ritmo era quello di un pistone della FIAT a pieno regime: colpi secchi, chirurgici, assecondati dai suoi grugniti in dialetto stretto che rimbombavano sulle piastrelle. Sentivo tutta la pressione di quel muscolo teso che spingeva dentro la mia carne morbida, finché, dopo un minuto di pura intensità agonistica, l'uomo si contrasse in un ultimo assalto animalesco, scaricando una fiammata densa e profonda prima di sfilarsi con un sospiro di sfinita virilità.
«Mo' tocca a me, levati 'a nnanze!» scalpitò il secondo delinquente, che nel frattempo aveva già liberato il proprio ordigno venoso, turgido all'inverosimile e pulsante per l'attesa.
Prese il posto dell'amico senza lasciarmi il tempo di riprendere fiato. Il secondo round mantenne gli stessi standard da scuderia: un'azione vigorosa, potente, dettata da un testosterone rimasto troppo a lungo sotto chiave nelle camerate. La spinta era implacabile, ravvivata dall'odore di sesso e sudore che aveva ormai riempito il bagno, finché anche questo secondo stallone non raggiunse l'apice della catarsi con un urlo soffocato, lasciandomi dentro l'ennesimo sigillo di quella trasferta lampo.
Ci ricomponemmo in fretta e furia. Io, sistemandomi la divisa un po' stropicciata con la mia solita flemmatica timidezza, mi ripulii velocemente, mentre i due si davano di gomito, ridacchiando come scolari che hanno appena svuotato la dispensa delle marmellate.
Rientrammo nella sala della mensa e ci sedemmo nuovamente al tavolo. Franco e Pasquale ci stavano aspettando, finendo di ripulire i piatti con la scarpetta. Al nostro arrivo, i due "nonni" storici ci accolsero con una serie di sorrisetti d'intesa, occhiate complici e cenni del capo che valevano più di mille discorsi, mentre i due nuovi arrivati si risedevano fieri, dandomi un'ultima pacca d'approvazione sulle spalle morbide per celebrare il successo del blitz.
Atto Sesto: Il Teatro dell'Affusto e la Guarnigione in Visibilio
Era una di quelle domeniche di naja talmente noiose e piatte che persino le mosche sui vetri della caserma sembravano chiedere la licenza ordinaria. Ma la ditta Franco & Pasquale, coadiuvata dai soliti compaesani, non aveva nessuna intenzione di lasciarsi andare alla letargia domenicale. Il pretesto per movimentare la giornata fu prontamente servito su un piatto d'argento: una presunta macchia di polvere rimasta sulla punta di uno dei loro stivali da combattimento, che avevo pulito male. Un’imperdonabile negligenza che, secondo il tribunale dei nonni, meritava un’esecuzione esemplare ed estremamente scenografica.
La location scelta per il verdetto fu la vecchia officina meccanica, una stanza chiusa, buia e satura di odore di grasso lubrificante, dove al centro troneggiava l'affusto d'acciaio di un vecchio pezzo d'artiglieria smontato. Per l'occasione, i ragazzi avevano deciso di fare le cose in grande, invitando una claque d'eccezione: una decina di commilitoni scelti tra i più fidati, accorsi a fare da pubblico pagante per quella che si preannunciava come la prima assoluta del teatro feticista di caserma.
«Spogliati del tutto, maccarrò, e fance vedé che sai fa'!» ordinò Franco, non appena la porta di ferro si chiuse alle nostre spalle, esibendo un sorriso sornione.
Con la solita flemmatica consapevolezza del mio ruolo, mi denudai completamente, esponendo la mia fiera morbidezza culinaria agli sguardi già eccitati della platea. Ma il protocollo della punizione prevedeva un tocco d'autore. Pasquale si fece avanti, tirando fuori dalla tasca la baionetta d'ordinanza e mostrandomela con un'espressione che non ammetteva repliche.
«Guàrd 'a ccà, bell' 'e mammà,» disse Pasquale, accarezzando il fodero dell'arma. «Mo te pigli sta baionetta, ti giri di spalle e ti schiaffi tutto 'o manico dritto int' 'o culo. Faje 'o bravo, se no s'addormenta 'o vapore.»
A quell'ordine così estremo, la mia consueta flemma ebbe un attimo di cedimento. Guardai il ferro, poi guardai la decina di spettatori che già se la ridevano, spintonandosi. Una fiammata di vergogna mi salì dritta al viso, paonazzo sotto le luci al neon. Mi resi conto, con una lucidità spietata che mi fece tremare le ginocchia, di essere diventato a tutti gli effetti la troia della caserma. E la cosa più destabilizzante, quella che mi scavava dentro, era che sotto l'umiliazione sentivo un'eccitazione bestiale che mi faceva desiderare tutto quel fango. Ma il rossore sul mio viso e i miei occhi lucidi parlavano chiaro: provavo una vergogna immensa, nuda, esposta a quella platea che lesse subito ogni mia singola emozione.
«No, vi prego... il manico della baionetta no... fa freddo, fa male...» accennai, cercando di fare un po' di storie e muovendo un passo indietro, mentre il mio corpo tradiva il contrasto tra il brivido del piacere e il peso del disonore.
«Ué, guagliò, ma stiamo a pazzià?! Vide comm'arrossisce, 'o guaglione si sta vergognando overamente!» tuonò Franco, accorgendosi subito del mio turbamento ed esaltandosi ancora di più per quella fragilità. Pam! Pam! Due ceffoni ben assestati mi volarono sulle guance, mescolando il bruciore degli schiaffi al calore della mia stessa vergogna. «Chi t'ha dato 'a parola a te? Pure si t'affronti, liev' 'e mmane da nnanze e ubbidisci, nfamone!»
«Vide là comm'è rosso in faccia! Le piace ma se ne muore di vergogna, guarda là!» urlò uno dei delinquenti compaesani dalla platea, ridendo a crepapelle e indicando il mio viso ai commilitoni. Tutta la stanza capì all'istante il mio segreto: ero una troia sottomessa che godeva della propria umiliazione, e quel misto di eccitazione e totale imbarazzo eccitò la platea oltre ogni limite. I pugni nelle tasche dei pantaloni d'ordinanza cominciarono a muoversi freneticamente.
Senza più fiatare, esibendo a tutti la mia debolezza, presi l'arma. Con le mani tremanti, guidato dal calore del loro sguardo sadico e divertito, mi infilai il manico d'acciaio dritto nel sedere, lasciando la lama sospesa verso l'esterno. La claque andò letteralmente in visibilio, accompagnando il gesto con un boato di approvazione. Subito dopo, Franco e Pasquale mi spinsero contro l'affusto di ferro, legando saldamente le mie braccia alla struttura, lasciando il mio posteriore e la baionetta ben proiettati verso il plotone.
L'esecuzione della pena corporale si aprì con il recupero delle canne flessibili. Franco prese posizione per primo. «E mo contale tutte quante, maccarrò, chiaro e forte, se no ricominciamo d'accapo!» mi ordinò Pasquale, piazzandosi di fianco a me.
Sbaam! La prima canna colpì la carne morbida. «Uno...» sussurrai, stringendo i denti mentre il dolore bruciante si diffondeva sulle chiappe. «Cchiù forte, nun sento ninf'! Fa' sentire la voce di questa bella troia!» urlò Franco, assestando il secondo colpo. Sbaam! «Due...» gridai, sentendo la mia dignità colare a picco sul pavimento dell'officina.
I colpi si susseguirono regolari e vigorosi. Uno alla volta, i quattro si alternarono alla battuta, infierendo su quelle forme generose. Sbaam! «Tre...» Sbaam! «Quattro...» «Guarda là comm'addiventa russo, pare 'na pummarola 'a o' sole, fa pendant con la faccia!» commentò il compaesano coi baffi, e tutti compresero che quel colore era fatto sia di colpi che di un'intimità totalmente profanata. Arrivato a «Dieci...», il mio pallido retroterra era ormai un capolavoro cromatico color rosso fuoco. La pelle bruciava come se fossi seduto su una stufa a carbone, la baionetta premeva all'interno, e la mia umiliazione era totale, totale e deliziosa.
Esaurita la fase della disciplina, l'atmosfera si surriscaldò del tutto. Franco, Pasquale e i due compaesani gettarono le canne e si schierarono davanti al mio viso, liberando i rispettivi fusti d’artiglieria personali, turgidi all'inverosimile, paonazzi e solcati da quelle spesse venature che pulsavano vistosamente per l'attesa del finale.
«Guàrd 'a ccà che t'ha preparato papà...» sussurrò Franco, afferrandomi i capelli e spingendo quel tronco venoso contro le mie labbra. «Mo m'hai da fa' passà tutta 'a stanchezza d' 'a settimana. Inginocchiati e fa la troia fino in fondo, ca ormai lo sanno tutti quanti chi sei!»
La seconda parte della punizione si trasformò in una rapidissima e chirurgica linea di montaggio orale. Uno alla volta, si sporsero sopra l'affusto, forzando la mia bocca ad accogliere quelle clave nodose. Il ritmo fu serrato, virile, scandito dai loro respiri affannati e dalle ovazioni della decina di spettatori che godevano della mia totale sottomissione.
«Dacci dentro, Francù! Spungetelo buono a stu guaglione, guarda come piange e come ci sta!» gridavano dal fondo, godendo del mio profondo imbarazzo. «Chiesta è 'na troia di prima categoria, le piace farsi trattare così, vide comm' 'o sape piglià!» commentava Pasquale, mentre aspettava il suo turno agitando la propria clava venosa.
Lavorai di precisione, ingoiando il mio orgoglio insieme a quelle radici venose, accogliendo ogni assalto con la consueta competenza da veterano, finché ognuno dei quattro stalloni non si contrasse con un ultimo grugnito in napoletano, scaricando una fiammata densa e calda direttamente in fondo alla mia gola, sotto gli applausi scroscianti della guarnigione che aveva letto la mia anima nuda.
Esaurito l'ultimo getto, i quattro si ricomposero in fretta, scambiandosi pacche sulle spalle con gli spettatori. «Ué, ci vediamo alla mensa, questa sera il maccarrò ci ha fatto proprio divertire, la vergogna lo fa fare ancora meglio!» disse il compaesano coi baffi, mentre la stanza si svuotava tra risate e battute d'avanspettacolo.
Mas la condanna prevedeva il supplemento di riflessione. Senza slegarmi, lasciandomi la baionetta come bizzarro trofeo interno e le chiappe rosso fuoco a rinfrescarsi nell'umidità dell'officina, chiusero la porta di ferro e mi lasciarono lì per due ore filate.
Rimasi in quella posizione, immobile e completamente nudo nella penombra, col viso ancora caldo per la vergogna e il corpo segnato dal loro passaggio. Ma mentre il tempo passava e il sedere andava a fuoco, io assaporavo nel silenzio la profonda, sfinita e perversa gratificazione di essere diventato la troia ufficiale del battaglione, regalando alla caserma lo spettacolo più memorabile dell'intero anno di naja.
Atto Settimo: La Cavalcata del Maccarrò e la Lezione di Filosofia da Caserma
La sera era calata sulla camerata con la solita cappa di umidità e stanchezza, ma l'aria nel mio angolo era satura di un’elettricità diversa. Franco era seduto sulla sponda del letto, a torso nudo, la pelle asciutta e tirata che brillava nella penombra. Quella sera decisi di mettere da parte la sottomissione statica e di prendere l'iniziativa in modo spettacolare, esibendo tutta la mia fiera abbondanza.
Senza chiedere il permesso, mi portai davanti a lui e lo cavalcai di colpo. Mi posizionai sopra le sue gambe nervose, guidando quel fusto nodoso, solcato da vene tese come tiranti, dritto nel mio culo. Quando l'intera clava venosa affondò nella mia carne morbida, Franco emise un grugnito sordo, gli occhi sgranati per la sorpresa di quel peso burroso che lo schiacciava contro la brandina. Iniziai a muovermi dall'alto in basso con un ritmo regolare, chirurgico, usando il mio sovrappeso come un'arma di seduzione di massa. I miei fianchi larghi oscillavano nella penombra mentre le pareti venose del suo membro pulsavano all'interno del mio retroterra. Franco si aggrappò ai miei fianchi con le sue manone ruvide, i muscoli del collo tesi come corde di violino, finché, sopraffatto dalla foga della mia cavalcata, non si contrasse in un'esplosione densa e caldissima che mi inondò le viscere, lasciandolo completamente ko.
Fatto il servizio, mi accasciai di fianco a lui, con il fiatone. Franco si allungò sullo schienale per riprendere fiato. Tirò fuori dal pacchetto una MS senza filtro, l'accese con un clic dell'accendino e ne offrì una pure a me. Rimanemmo lì, nudi nella penombra, a fumare mentre il fumo saliva lento verso il soffitto. Fu in quel momento che il capobranco decise di scendere dalla cattedra per impartirmi una delle sue lezioni di sociologia marziale, rigorosamente nel suo dialetto stretto e infarcito di una volgarità primordiale.
«Guàrd 'a ccà, maccarrò... Bugliardo e ricchione,» esordì, espirando una nuvola di fumo denso e fissandomi dall'alto in basso con gli occhi stretti. «Tu m'hai da sentì buono. Tu si' 'nu debole, 'nu finocchio, 'o capisci o no? Stu ruolo t'ha dato 'a natura e m'hai da ringrazià ogne bbuono d' 'o munno ca te facciamo divertì pure a te. È overo o no? Rispondi, nfamone!»
Io, col viso ancora caldo per la vergogna e il corpo segnato dal suo trionfo, feci un timido cenno d'assenso, sussurrando un debole: «Sì, Franco... è vero».
«Eh, maccarrò, bravo,» continuò lui, dandomi un buffetto sulla guancia umida, giusto per ribadire il concetto. «Io so' maschio, a me me piacciono 'e femmene, quelle vere. E tu si' 'a femmena mia stasera, maccarrò, anzi si' solo 'na perversione, 'na troia di caserma ca serve a una cosa sola. Tu si' 'nu finocchio debole ca può sulo piglià, e io ca so' maschio aggio sulo dda'. Quando tengo 'o verfùre e stong' arrevotato, io vengo accà e svuoto 'e palle dinto a stu culo tuo, accussì me ne vaco bbuono a dormire. Tu si' 'na secchia dell'immondizia d' 'o testosterone mio. È overo o no? Sbatte l'uocchie!»
La volgarità delle sue parole mi pioveva addosso pesante, cruda, pensata apposta per schiacciarmi e ridurmi a un puro oggetto di sfogo, marchiandomi come debole e finocchio davanti alla sua spavalda virilità. Eppure, mentre la vergogna mi colorava la faccia di un rosso bruciante sotto il suo sguardo compiaciuto, sentivo il solito brivido perverso che mi scavava dentro: la consapevolezza che quel maschio così fiero e marziale fosse lì, nudo e svuotato, a dipendere interamente dalla mia sottomissione.
«Sì, è vero... sono solo questo per te,» risposi a bassa voce, tenendo gli occhi fissi sulle sue gambe villose.
«Ecco, t' 'o vedi ca o sai pure tu?» concluse Franco con una risata roca, tirando l'ultima boccata dalla sigaretta prima di spegnere il mozzicone sul pavimento. «Mo va' a cuccarti, troia, ca pure stasera hai fatto 'o duvere tuo e papà dorme tranquillo.»
Mi allontanai nel buio verso la mia brandina, ancora discretamente appiccicoso, ma con la sfinita, totale gratificazione di chi aveva incassato l'ennesima conferma del proprio ruolo di regina indiscussa della camerata.
Atto Ottavo: Il Gran Galà del Testosterone – La Notte dell'Orgia
Se le serate precedenti erano state dei timidi antipasti teatrali, quella notte la camerata si trasformò nel set d'un kolossal della sottomissione coatta. L’aria era una miscela irrespirabile di fumo di MS senza filtro, sudore stantio da addestramento e quell’inequivocabile profumo primordiale di sperma che ormai aveva sostituito l'ammorbidente d'ordinanza sulle coperte ruvide. Oltre a Franco, Pasquale e i due delinquenti compaesani, la forza d’assalto si era allargata per vie gerarchiche: c’erano altri quattro invitati, tutti meridionali doc tra calabresi fumantini e siciliani d'onore, selezionati con cura per la stazza da scaricatori di porto e per la totale assenza di freni inibitori. Otto maschi arrapati, attirati dal passaparola manco fosse la finale di Coppa Campioni, schierati in cerchio intorno alla mia brandina a godersi lo spettacolo del "maccarrò".
«Guàrd 'a ccà che bella tavola bandita ca tiene stasera, maccarrò!» esordì uno dei nuovi calabresi, un gigante con i bicipiti neri di peli e l'aria di chi ha appena rapinato un furgone portavalori, ridendo sguaiatamente mentre si sbottonava i pantaloni. «Stasera stu ricchione impara come si svuotano le palle a Reggio Calabria! Guarda qua che legno!»
«Ma che Reggio Calabria, levati 'a nnanze!» lo interruppe Franco, assestandomi una violenta sberla sul petto morbido che fece ballare la mia ginecomastia, suscitando i primi applausi del pubblico. «Chista è 'na troia napoletana oramai, s'ha da piglià prima 'o meglio d' 'o Sud! Ué, finocchio debole, guarda che stalla di stalloni ca t'abbiamo preparato. Mo t'amma sventrà buono, hai capito o no? Rispondi!»
Io, nudo e tremante al centro del materasso, sentivo la vergogna colare a picco, calda e paralizzante, mescolata a un'eccitazione così densa da farmi quasi vomitare. In quel preciso istante, mentre i loro sguardi famelici mi spogliavano di ogni residuo di dignità, mi colpi un'illuminazione lucida e spietata: non ero più un soldato, non ero nemmeno un essere umano. Ero una cosa. Una proprietà privata del battaglione. Un oggetto di carne morbida nato esclusivamente per essere usato, riempito e svuotato. E la parte più deliziosamente perversa era la consapevolezza che fosse giusto così. Che un finocchio debole come me non avesse altro scopo se non quello di fungere da valvola di sfogo per la loro brutale e straripante virilità. Io ero la femmina, loro erano i maschi; io dovevo incassare, loro dovevano dare. Era la legge della natura applicata alla naja degli anni '80.
«Sì, Franco... sì, vi prego... fate di me quello che volete, sono la vostra troia,» sussurrai con la voce rotta dal pianto e dall'imbarazzo, scatenando il delirio collettivo.
«Sentilo comm'allucca 'o ricchione! Gli piace, le piace farsi trattare da femmena!» urlò Pasquale, mentre la claque si dava di gomito, ridendo con una volgarità spietata e passandosi le sigarette.
La mia mente, cinica e chirurgica, passò in rassegna le loro dotazioni prima dell'impatto. Franco e Pasquale esibivano i soliti fusti d'artiglieria, due radici d'ulivo turgide, paonazze e solcate da vene spesse come cavi elettrici. I due delinquenti compaesani sfoggiavano tronchi venosi impressionanti, gonfi a causa di settimane di astinenza da licenza. I quattro nuovi meridionali completavano il quadro erotico-militare: una selva di membri rigidi, nodosi, tesi all'inverosimile come corde di violino e già lucidi di umidità erotica sulla punta.
L'azione si aprì con una violenza chirurgica. Mi afferrarono in quattro, girandomi di scatto a pancia in giù e sollevando le mie chiappe rosso fuoco – ancora doloranti per le canne della domenica – verso l'alto, divaricando le mie cosce generose con la forza di chi apre una balla di fieno.
«Mo ti prendiamo in due alla volta, troia, accussì capisci bene qual è il tuo posto!» tuonò il primo compaesano coi baffi.
Senza il minimo preavviso, iniziò il doppio assalto simultaneo. Il napoletano coi baffi mi agguantò per i capelli, tirandomi indietro la testa con un colpo secco e forzandomi la bocca, infilando la sua clava nodosa e venosa finché non sentii la corona del suo glande premere dolorosamente contro la gola. Contemporaneamente, Pasquale si avventò sul mio retroterra: senza troppi complimenti, puntò il suo fusto turgido e, con una spinta secca, virile e devastante, si aprì la strada dritto nel mio culo.
Fu una morsa totale, una doppia penetrazione implacabile che mi tolse il fiato. Lavoravo di gola davanti, assecondando con movimenti disperati il ritmo violento del napoletano che mi riempiva la bocca, mentre dietro Pasquale spingeva con la regolarità spietata di un pistone idraulico a pieno regime. Sentivo le sue vene spesse e sporgenti che graffiavano letteralmente le mie pareti interne ad ogni affondo profondo, un attrito bruciante che mandava il mio cervello in corto circuito. Intorno a noi, gli altri sei meridionali assistevano accalcati, incitandosi a vicenda in un festival di dialetti stretti e insulti pesanti.
«Guarda comm' 'o squarta buono Pasquale! Spingi dinto a quella carne di ciccia!» urlava il calabrese, espirando un'ondata di fumo denso di MS direttamente sopra le mie natiche contratte. «Quel culo sembra una sfogliatella aperta, guarda come balla!»
«Chisto è 'nu finocchio debole ca è nato sulo per prendere, guarda come si fa fottere senza fiatare!» commentava Franco, muovendo freneticamente il proprio membro venoso e paonazzo a pochi centimetri dal mio viso, in attesa del cambio della guardia. «È 'na vera femmena di caserma, sa perfettamente qual è il suo dovere!»
Dopo un minuto di pura intensità agonistica, il primo raddoppio giunse al culmine. Pasquale emise un grugnito sordo, animalesco, contraendo i glutei asciutti in un ultimo, definitivo affondo che mi sollevò dal materasso, scaricando una fiammata densa e caldissima nel profondo delle mie viscere. Un secondo dopo, il compaesano che avevo in bocca sbarrò gli occhi, afferrò saldamente le mie guance e schizzò violentemente in fondo alla mia gola tre colpi caldi e densi, che ingoiai devotamente senza battere ciglio, accettando il mio destino di contenitore del loro piacere.
Non mi concessero un secondo per ripulirmi o riprendere fiato; il protocollo della linea di montaggio non prevedeva pause sindacali. Il cambio della guardia fu immediato. Franco e il massiccio calabrese presero il posto dei primi due. Franco si avventò sulla mia bocca, spingendo quel tronco venoso che sapeva di nicotina e bava tra le mie labbra umide, mentre il nuovo arrivato, con la rozzezza primordiale del suo sangue del Sud, si posizionò dietro di me. Senza alcuna delicatezza, bagnando la punta con un po' di saliva, si infilò dritto nel mio retroterra surriscaldato, riprendendo il ritmo implacabile e profondo.
L'intera camerata era ormai una bolgia infernale di respiri affannati, imprecazioni meridionali, insulti pesanti e risate eccitate. I quattro rimasti in attesa si masturbavano a vista d'occhio, agitando freneticamente le loro clave gonfie di vene tese che gocciolavano già copiosamente sulla mia schiena e sulle mie gambe. Io ero lì, ridotto a pura carne da macello, schiacciato sotto il peso di quei maschi dominanti, saturo del loro sesso, della mia immensa vergogna e di quella perversa, sfinita gratificazione che mi svuotava la mente da ogni pensiero. Era giusto che mi facessero questo. Era il trionfo della mia sottomissione: la troia ufficiale del battaglione, il loro personale secchio dell'immondizia ormonale, finalmente consapevole e felice del proprio ruolo.
Atto Nono: Il Blitz dei Superiori, la Vergogna del Padre e il Congedo con "Disonore"
La catena di montaggio erotica del battaglione, ormai collaudata come una linea di produzione della FIAT, trovò il suo epico e definitivo capolinea nel posto meno poetico della caserma: i cessi comuni del primo piano. Era una serata apparentemente tranquilla, ma all'interno del locale piastrellato l'atmosfera era quella delle grandi occasioni. C'era una fila ordinata, marziale e silenziosa di almeno sette commilitoni, tutti rigorosamente meridionali, con le mimetiche già sbottonate e i rispettivi fusti d’artiglieria pronti al consumo.
Io ero inginocchiato sul pavimento bagnato, con la solita flemmatica consapevolezza del mio ruolo e il viso paonazzo per la vergogna, intento a lavorare di precisione chirurgica sul tronco venoso e nodoso di uno dei compaesani di Franco. Il ritmo era serrato, la gola calda, e tutto il plotone in attesa si accarezzava le clave turgide e gonfie di vene, commentando a bassa voce nel solito dialetto stretto.
Sbam!
La porta principale dei bagni venne abbattuta con un calcio che fece tremare le tubature. Non era il solito "nonno" in cerca di svago, ma il Capitano in persona, affiancato dal Maresciallo aiutante e da due ufficiali di picchetto con la torcia d'ordinanza spianata. La luce dei riflettori squarciò la penombra feticista del bagno, illuminando la scena in tutta la sua grottesca nudità.
«Ma che cazzo succede qui?!» tuonò il Capitano, la faccia paonazza per la rabbia e gli occhi fuori dalle orbite.
Fu il panico tattico. La fila di stalloni si sciolse in un secondo netti: un fuggi-fuggi generale di soldati che cercavano disperatamente di infilare i loro ordigni venosi nei pantaloni, abbottonandosi le mimetiche con le mani tremanti e balbettando scuse improbabili. Io, invece, rimasi lì, immobile, in ginocchio sul pavimento viscido, completamente esposto nella mia fiera morbidezza burrosa, con il sapore del loro testosterone ancora in bocca e la vergogna più totale che mi incendiava il viso sotto lo sguardo disgustato dei superiori. Ero stato beccato, colto in flagrante come la troia ufficiale del reggimento.
Il giorno dopo, il palcoscenico del mio atto finale fu l'ufficio del Capitano. L'aria profumava di cera per pavimenti, caffè e fumo di pipa. Ma quando varcai la soglia, sentendo le mie ginocchia cedere per l'imbarazzo, capii che il plotone d'esecuzione era doppio. Seduto su una sedia di fronte alla scrivania di mogano non c'era solo l'autorità militare: c'era mio padre.
Il Capitano lo aveva fatto chiamare d'urgenza. Era immobile, con il suo cappotto pesante, le mani nodose da lavoratore strette sui braccioli e la mascella serrata in un'espressione di puro odio e disgusto. Un uomo all'antica, cresciuto con il mito dell'onore, della disciplina patriarcale e del disprezzo assoluto per ogni forma di debolezza. Un despota abituato a comandare in casa a suon di silenzi e cinghiate, che ora si trovava lì, costretto a guardare in faccia il fallimento biologico e morale della sua stirpe.
L'interrogatorio fu un capolavoro di umiliatione incrociata, mirato a demolire quel briciolo di dignità che non avevo mai posseduto.
«Allora, maccarrò...» esordì il Capitano, sbattendo un pugno sulla scrivania che fece saltare il calamaio. «Vogliamo spiegare a questo comando, e soprattutto a tuo padre che è venuto fin qui a raccoglierti da terra, cosa ci faceva un soldato dell’Esercito Italiano in ginocchio nei cessi a fare da latrina pubblica per mezzo battaglione? Risponda!»
Io, fermo sull'attenti con la mimetica d'ordinanza che faticava a contenere le mie forme generose, tenni gli occhi piantati sul pavimento lucido. Una fiammata di vergogna distruttiva, totale, mi risalì dritta al viso, bagnandomi la fronte di sudore freddo. Sentivo lo sguardo di mio padre perforarmi la pelle: i suoi occhi erano due fessure cariche di una rabbia cieca, un'ira silenziosa e incontenibile. Davanti a quella combinazione di autorità marziale e dittatura familiare, mi resi conto fino in fondo di quanto fossi un finocchio irrecuperabile, una troia debole che aveva trasformato il sacro dovere di leva nella propria perversione personale. Sapevo che mio padre vedeva in me solo lo sporco, la vergogna da nascondere al paese, la femmina difettosa nata nel corpo sbagliato. Eppure, sotto il peso di quel disprezzo incrociato, sentivo ancora il brivido perverso del mio ruolo.
«Cercavo solo di... di servire i miei commilitoni, signor Capitano,» sussurrai con la voce tremante e gli occhi lucidi.
A quelle parole, mio padre scattò in piedi come una molla, incapace di contenersi oltre. Si avvicunò a me a grandi passi, il volto deformato dal disonore. Pam! Mi assestò un ceffone violentissimo sulla guancia, con la mano pesante di chi non ammette repliche, facendomi quasi perdere l'equilibrio.
«Zitto, nefando! Devi solo stare zitto!» ringhiò mio padre nel suo dialetto d'altri tempi, con la voce che tremava per l'umiliazione di dover rendere conto a un ufficiale estraneo delle mie deviazioni. «Mi hai rovinato il nome! Un finocchio... una troia da caserma ho cresciuto! Io ti ho fatto uomo e tu ti fai rigirare nei cessi da sconosciuti come una femmina di strada? Ti sei fatto usare da tutto il reggimento! Sei una cosa schifosa, un debole senza spina dorsale! Non sei mio figlio, sei solo una vergogna!»
Il Capitano non si mosse, godendosi lo spettacolo della punizione paterna, prima di rincarare la dose dal suo scranno. «Tuo padre ha ragione. Tu hai profanato questa divisa. Non sei un uomo, sei una perversione per lo Stato. Ti sei fatto usare come un pezzo di carne da tutta la sezione d'assalto. Tu non meriti di stare in mezzo ai maschi che difendono questa nazione. Sei solo una troia debole e viziosa, hai capito o no?!»
«Sì, signor Capitano... sì, papà... è giusto... ho fatto la troia, avete ragione...» risposi a bassa voce, incassando l'umiliazione finale con il viso in fiamme, accettando quel verdetto violento come l'unica verità possibile sul mio essere. Tutta la stanza vibrava del loro disgusto, e io ne ero completamente saturo, schiacciato ed eccitato dal mio stesso annientamento.
L'ufficiale prese un faldone di fogli, firmò con un tratto di penna violento e mi lanciò lo sguardo più freddo del repertorio militare.
«Per quanto mi riguarda, la tua naja finisce qui. Ti congedo con disonore per grave condotta immorale e incompatibilità con la vita militare. Prendi le tue cose e sparisci da questa caserma. Fuori dalle palle!»
Mio padre mi afferrò violentemente per il braccio, stringendo la presa fino a farmi male, trascinandomi fuori dall'ufficio per andare a fare i bagagli.
Ma il vero colpo di scena avvenne lungo il corridoio che portava alle camerate. Mentre camminavo a testa bassa, scortato dalla furia di mio padre, vidi Franco e Pasquale sbucare da dietro l'angolo. Non c'erano i soliti sorrisetti di scherno o le battute sguaiate. I due "nonni", i miei storici padroni, avevano un'espressione totalmente insospettabile: erano sinceramente dispiaciuti, quasi commossi per quel finale così tragico e improvviso.
Ignorando completamente lo sguardo assassino di mio padre, che si era bloccato sul posto stringendo i pugni, Franco e Pasquale si fecero avanti con passo deciso.
«Maccarrò...» disse Franco con la voce insolitamente bassa e un tono di profondo rispetto virile. Si avvicinò e, con un gesto d'affetto caloroso e inaspettato, mi prese il viso tra le mani ruvide e mi baciò affettuosamente sulle guance. «Ci dispiace tantissimo, guagliò. Non doveva andare a finire così. Ci hai fatto stare troppo bene, sei stato un grande.»
Pasquale si accodò subito dopo, abbracciandomi per un istante e dandomi un bacio sonoro sulla guancia umida di lacrime. «Grazie di tutto, bell' 'e mammà,» sussurrò nel suo dialetto, visibilmente emozionato. «Nessuno ci tratterà mai come ci hai trattato tu. Ti auguriamo ogni bene del mondo, ti meritavi un finale migliore. Fatti valere fuori da qua dentro.»
I due stalloni del battaglione mi guardarono un'ultima volta con gli occhi lucidi, mi diedero una pacca d'approvazione sulla spalla e si allontanarono, lasciando mio padre interdetto e balbettante di fronte a quella bizzarra manifestazione di gratitudine e affetto cameratesco.
Mentre varcavo il cancello della caserma in abiti civili, scortato dalla rabbia silenziosa di mio padre, sentii una profonda, sfinita e perversa gratificazione. Avevo perso la divisa ed ero stato cacciato con il marchio dell'infamia, ma l'abbraccio, i baci e il ringraziamento sincero di Franco e Pasquale erano il mio trionfo definitivo. La naja era finita nel peggiore dei modi per lo Stato, ma la leggenda della troia burrosa e amatissima del battaglione sarebbe rimasta scritta per sempre nel cuore dei suoi soldati.
qulottone@gmail.com
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