Sputtanato in casa mia. Servo il cazzo che la ingravida.

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tradimenti

Sputtanato in casa mia: Servo il cazzo che la ingravida

Il chiavistello scattò con la precisione di una ghigliottina. Marco entrò nel corridoio, ma il silenzio che lo accolse era saturo di un odore che gli lacerò le narici: dopobarba economico, una miscela pungente di alcol sintetico e sudore acre. Un marchio di fabbrica che, nel profondo della memoria, riconobbe con un brivido di terrore arcaico. Lo conosceva. Non era un estraneo. Era un’ombra tornata a reclamare un debito mai estinto.
Posò la borsa, le mani che gli tremavano. Si avvicinò alla porta della camera da letto. Spinse l’anta con la punta delle dita, scoperchiando l’orrore.
Nella penombra, la scena era una geometria di dominio. Elena era supina, le gambe spalancate, il volto inondato di un’estasi torbida. Sopra di lei, l’uomo — massiccio, brutale, la pelle del busto e delle braccia ricoperta da una fitta trama di tatuaggi carcerari, inchiostro nero che disegnava volti ghignanti e scritte in gotico che parevano muoversi sulla sua pelle — la stava possedendo con una cadenza ferina. Il suo sesso, un’escrescenza enorme, violacea e solcata da vene che parevano cavi d’acciaio in tensione, premeva contro il corpo della donna con una forza primordiale.
Marco rimase inchiodato alla soglia. L’uomo sollevò il mento, incrociando lo sguardo di Marco. Non c’era traccia di sorpresa, solo un sogghigno di supremazia che confermava il loro passato comune, quel legame tossico e mai sepolto che ora tornava a galla con la violenza di una marea.
Poi, l’impulso folle e nichilista prese il sopravvento. Marco, in uno stato di shock dissociativo, si slacciò i pantaloni. Le sue dita, bianche e tremanti, estrassero il proprio sesso: piccolo, inerte, ridicolo nella sua inadeguatezza, una caricatura di carne che contrastava grottescamente con l’idolo pulsante — massiccio e venoso — che stava devastando sua moglie.
Elena voltò il capo. Vide il marito, vide la sua nudità misera, e non gridò. Non provò vergogna. Le sue pupille, dilatate in un vuoto abissale, si spostarono dal gigante tatuato che la stava riempiendo al marito che, in un atto di pura, patetica sottomissione, cercava di eccitarsi davanti a lei.
L’uomo non si fermò. Continuò a pompare con una ritmica brutale, il suo membro immenso che faceva fremere le carni di Elena, mentre lui fissava Marco negli occhi con una derisione che rasentava il disprezzo divino.
Marco, nel buio del corridoio, iniziò a stimolarsi con gesti frenetici e disperati, gli occhi incollati alla scena. Assisteva all'orgasmo dell'uomo come a una condanna. Quando il gigante emise un grugnito gutturale, un ruggito di puro possesso, Elena inarcò la schiena, il suo piacere che esplodeva in sincronia con quello dell'estraneo, ignorando totalmente la figura minuta e tremante di Marco che, nel suo patetico tentativo di partecipazione, stava solo sancendo la propria definitiva cancellazione.
L'odore di dopobarba economico divenne irrespirabile, una coltre chimica che suggellava il fallimento di Marco. Elena, nel culmine del parossismo, guardò suo marito per l'ultima volta: non c'era amore, non c'era odio, solo la consapevolezza gelida che lui non fosse mai stato all'altezza di quella ferocia.
Il silenzio tornò nella stanza, pesante come una lapide, lasciando Marco solo, in piedi, nudo e ridicolo nel corridoio, mentre l'uomo, senza nemmeno degnarlo di un altro sguardo, continuava a marchiare il territorio che un tempo Marco aveva chiamato casa.

Il salotto era diventato un territorio di occupazione. La luce giallastra del lampadario oscillava, proiettando ombre inquiete sui mobili che Marco aveva scelto con cura, ora profanati dalla presenza del gigante tatuato. L’uomo occupava il divano con una prepotenza fisica che sembrava piegare la struttura stessa della casa; aveva un braccio tatuato cinto attorno alle spalle di Elena, che teneva premuta contro il suo petto nudo come fosse un trofeo. Lei rideva, un suono acuto, quasi febbrile, mentre accarezzava i segni scuri che gli risalivano lungo il collo.
Marco sedeva su una vecchia sedia di legno, una gamba traballante e lo schienale incrinato, rannicchiato in una postura di totale sconfitta. L'odore di dopobarba economico, misto al fumo acre di una sigaretta lasciata bruciare nel portacenere, saturava l'aria.
«Allora, famo i conti, eh, regazzì?» esordì l'uomo. La sua voce era un raschio di ghiaia, un romanesco viscerale, pesante come un masso lanciato nel silenzio. «Te ricordi er debito, no? O pensi che er tempo scancella tutto, come le parole scritte sulla sabbia?»
Marco tentò di articolare una risposta, ma la gola era secca. «Io... io pensavo che fosse tutto chiuso...»
L’uomo scoppiò in una risata che non raggiunse gli occhi, neri e gelidi come pozzi senza fondo. Elena gli accarezzò il pettorale, ridendo con lui. «Povero Marco,» mormorò lei, quasi con tenerezza. «È così lento a capire.»
«Ascortame bene, perché nun c’ho voglia de ripeté,» disse il gigante, sporgendosi in avanti. Il suo busto, una mappa di inchiostro carcerario — volti ghignanti e scritte gotiche — sembrava dilatarsi. «Da oggi, le regole le scrivo io. Questa è casa mia, e tu sei l’ospite indesiderato. Te sedi dove te dico io, mangi quello che avanza e, soprattutto, quando ce stamo noi, tu sparisci. O meglio, te metti drento a quell'angolo a guardà come se vive la vita vera. Hai capito?»
«È troppo...» sussurrò Marco, il viso contratto dal terrore.
L'uomo si alzò di scatto, con una velocità che tradiva una coordinazione ferina. In un solo istante fu sopra di lui. La sua mano, enorme e callosa, si serrò sul viso di Marco prima ancora che potesse muoversi. Poi, con un gesto secco, brutale, lo schiaffeggiò. Il colpo risuonò nel salotto come una detonazione, facendo tremare la sedia incrinata. La testa di Marco scattò di lato, un sapore metallico di sangue gli riempì la bocca.
Elena scoppiò in una risata ancora più alta, sguaiata, mentre si stringeva di più al gigante.
«Rispondi, porco Giuda!» ringhiò l'uomo, tenendolo fermo per il colletto della camicia, il volto a pochi centimetri dal suo. «Hai capito che la vita tua appartiene a noi? Che sei solo un oggetto che tenemo qui pe' diverticce? Voglio sentì 'na risposta, e vedi che sia quella giusta, se nun vòi che te rompo pure l'ossa oltre che a 'sta sedia di merda.»
Marco tremava, il viso in fiamme per il dolore, gli occhi fissi sulla moglie che lo osservava con una distanza siderale, come se lui non fosse mai stato nulla più che un dettaglio trascurabile del suo arredamento. «Sì,» gracchiò Marco. «Ho capito.»

Il ricordo di Regina Coeli non era un pensiero, era una cicatrice che pulsava ogni volta che l'odore di dopobarba economico riempiva le stanze. Due anni prima, Marco non era che un ragioniere finito in un tritacarne di cemento. Le docce erano il suo inferno quotidiano: pestaggi scientifici che lo riducevano a un mosaico di lividi, finché non arrivò lui.
Un colosso tatuato, un’architettura di muscoli e violenza che lo aveva estratto dalle mani dei bulli con una sola parola. «Da oggi sei mio», gli aveva intimato, trascinandolo nella sua cella.
La vita di Marco si era trasformata in un meccanismo asettico e brutale. Ogni sera, quando il chiasso del braccio si placava, il rituale si compiva sul freddo linoleum della cella. Marco si inginocchiava, la testa che pesava sotto la pressione di quelle mani callose, le labbra che lavoravano la carne scura e pulsante del gigante. Era una routine di annullamento totale: doveva lavare le sue piaghe, pulire ogni angolo di quel corpo massiccio, prendersi cura della pelle incrostata di inchiostro, mentre l'uomo, sbracato sulla branda, lo osservava con occhi neri e vuoti, simili a pozzi di petrolio.
«Guardami, ragazzì,» ringhiava il gigante, affondando le dita nei capelli di Marco e forzando il ritmo del suo lavoro. «Mentre succhi, pensa a quella puttana di tua moglie. Immagina la tua bella Elena, proprio adesso, che si divincola sotto di me mentre le apro la gola a sberle. Immagina la tua signorina, con la bocca che gli cola, che implora di sentirsi questo cazzo grosso in gola, che si sbrodola tutta per farsi scopare come una cagna da marciapiede, mentre tu, da bravo cornuto, me lo pulisci per bene. Ti piace, eh? Ti eccita pensare a tua moglie che me lecca le palle e me chiede di gonfiarla di sborra? Dimmelo, pezzo di merda, dimmi quanto ti piace immaginarla mentre me la scopa e lei gode come una maiala.»
Marco chiudeva gli occhi, la gola che bruciava, costretto a nutrire la propria vergogna con le immagini oscene che l'altro gli iniettava nella mente come un veleno. Poi, durante il giorno, diventava un corriere: infilava involucri di droga nei posti più umilianti, sfruttando la sua faccia da colletto bianco per superare i controlli, un’ombra che si muoveva tra le sbarre per conto di chi lo possedeva.
Era una stabilità malata, finché un giorno, durante un controllo a sorpresa, Marco venne sorpreso con la merce addosso. Il panico, l'interrogatorio, la minaccia di anni aggiuntivi di reclusione. Qualche giorno dopo, il gigante lo fissò dall'altra parte del vetro durante un colloquio, con una freddezza che valeva più di una sentenza di morte.
Non batté ciglio. Si limitò a raddrizzarsi, il volto una maschera di inchiostro e indifferenza, e sussurrò contro il vetro, con una voce che ancora oggi, nel salotto di casa sua, risuonava come un presagio:
«Tu nun me conosci. Tu nun m'hai mai visto.»

Il salotto era un mattatoio di dignità. L’aria era satura di un odore nauseabondo: il dopobarba a buon mercato che copriva a stento il tanfo acre, viscerale, della sburrata che colava dalle cosce di Elena. Marco era lì, in ginocchio sul tappeto, la testa incastrata tra le gambe aperte della moglie.
Il gigante era sprofondato sul divano, nudo come una bestia al macello. Il suo corpo era una mappa di inchiostro carcerario: scritte gotiche, draghi ghignanti e volti deformi che sembravano vibrare a ogni respiro della sua cassa toracica massiccia. Fumava con pigrizia, la sigaretta che pendeva dalle labbra carnose, lasciando cadere cenere sul pavimento.
Marco lavorava con una precisione meccanica, da schiavo abituato al comando. Usava la punta della lingua per leccare via i filamenti biancastri e densi che si erano annidati nelle pieghe delle labbra di Elena. Risaliva lungo la faccia interna della coscia, pulendo ogni traccia, ogni goccia di quella sburrata che ancora luccicava come colla sulla pelle. Con un colpo di lingua rapido, raccoglieva i residui più vischiosi, poi tornava a passare sulla pelle per assicurarsi che non rimanesse nulla, il sapore salmastro e ferroso che gli riempiva la bocca.
«A’ È, te rendi conto che scarto c’hai in casa?» sibilò il gigante, la voce un raschio di ghiaia. «'Sto fijo de 'na mignotta, dentro a Regina Coeli, pe’ nun pijasse du' pizze sui denti, ha fatto l’infame. Ha cantato tutto agli sbirri. Ha venduto pure la madre per salvà er culo suo da qualche schiaffo. È 'na spia, 'n infame, 'n coniglio bavoso.»
Marco si fermò un istante, col viso umido di quel fluido. Il gigante gli assestò un calcio secco sul fianco con il tallone calloso. «Continua a leccà, infame, e pulisci bene, che me devi levà ogni traccia da 'sta cagna.»
Il gigante si voltò verso Elena, squadrandola con una bramosia sguaiata. «Ma varda te se se po’ paragonà er lavoro de 'sto cesso a quello tuo. Questo me lecca come se stesse a pulì er fondo de 'na tazza der cesso, 'n lavoro da servetto che c'ha paura pure de respirà. Te invece... tu sì che sai come si tratta 'n uomo vero. Quando me metti er cazzo in bocca tu, me fai scoppià la testa. Te la senti la differenza, eh, tra 'sta mezza sega che se caca sotto e una come te che sa come se addomestica 'n cazzo grosso come er mio? 'Sto cornuto me serve solo pe' fa' 'a pulizia finale, ma tu sei er dessert, bella mia. 'Na vera zoccola.»
Elena rideva, una risata acuta, crudele, mentre i suoi occhi brillavano di un piacere malsano. Marco tornò a muoversi, la lingua che cercava ostinatamente ogni traccia di sburrata, spingendosi fin dentro le pieghe più delicate, pulendo con cura maniacale mentre l’odore chimico del dopobarba e quello biologico dell'uomo gli bruciavano i polmoni.
«Daje, finisci er lavoro,» sibilò il gigante, scuotendo la cenere dalle dita tatuate. «Perché se tra 'n minuto sento ancora er sapore dell'infamità tua su 'sta pelle, te strappo la lingua a morsi e la faccio mangià a 'sta cagna che chiami moglie.»

L’ufficio del Direttore del carcere era un ambiente asettico, illuminato da una luce al neon che rendeva tutto grigio, persino il sudore freddo che imperlava la fronte di Marco. Il Direttore, un uomo con la faccia stanca di chi ne aveva viste troppe, stava leggendo il verbale che Marco aveva appena firmato.
«Quindi è tutto qui, Marco?» chiese il Direttore, senza alzare lo sguardo. «Tutti i nomi, le dinamiche, i luoghi di stoccaggio all'interno del braccio?»
«Sì,» rispose Marco, la voce un sussurro incrinato. «Ho detto tutto. Ogni cosa.»
«Bene. Le misure di protezione scattano ora. Sarai trasferito entro l'ora. Hai fatto la scelta giusta, Marco. La pelle è una sola.»
Uscendo dall'ufficio, scortato, il cuore di Marco batteva un ritmo di liberazione mischiata a un terrore cieco. Tornò alla cella solo per raccogliere le poche cose che possedeva: un cambio pulito, un libro sgualcito, il sapone. Mentre riponeva tutto nel sacco di tela, si avvicinò alla grata della porta.
Il gigante era lì, appoggiato al muro di fronte, una montagna di muscoli tatuati che pareva non aver fatto altro che aspettare quel momento. Il suo volto era una maschera di ghiaccio e inchiostro. Quando incrociò gli occhi di Marco, non urlò. Parlò a bassa voce, un tono piatto che faceva più paura di un ruggito, ogni parola scandita come una condanna.
«Guarda 'n po' l'infame,» ringhiò il gigante, la mano che si serrò sulle sbarre fino a far scricchiolare il metallo. «Hai cantato, eh, regazzì? Hai pensato che scappando in un'altra cella o dietro 'na gonnella de sbirro te saresti salvato?»
Marco scosse la testa, tremando visibilmente, le mani che stringevano il sacco di tela fino a farsi sbiancare le nocche.
«Tu nun hai capito niente,» continuò il gigante, sputando per terra e fissandolo con una ferocia ancestrale. «Io te trovo. Drento o fora, io te trovo sempre. E sai che faccio? Nun te ammazzo, no, saresti troppo facile. Io vado da tua moglie, Elena. La piglio, la sbatte in terra e me la scopo davanti ai tuoi occhi finché nun caccia sangue. E sai qual è er bello, infame? Che ce la metto drento, la ingravido come una vacca, e tu starai lì, a guardà come cresce 'a pancia, sapendo che quello che c'ha drento è er seme mio, er seme dell'uomo che tu hai tradito. Te faccio diventa' er padre de 'n mostro, te faccio vede' come se fa' 'n omo vero su 'a donna tua. Ricordate 'ste parole, Marco: ogni volta che la toccherai, sentirai l'odore mio su di lei. E quando nascerà, te ricorderai che sei solo 'n cornuto che ha dato er permesso a un altro de costruì 'a famiglia sua sulla pelle de 'n infame.»
Il gigante lasciò le sbarre, il metallo che vibrò ancora per qualche istante, e si allontanò nel corridoio, lasciando Marco pietrificato, il respiro bloccato in gola e la consapevolezza che il suo tradimento non era stato una salvezza, ma solo il battesimo di una condanna eterna.

Il salotto era soffocato dal fumo denso della sigaretta del gigante. L'uomo stava sprofondato sul divano in mutande, i tatuaggi carcerari che sembravano contorcersi sulla pelle flaccida ma potente, intento a scorrere le pagine di un giornale sportivo. Accanto a lui, Elena sedeva di traverso, il ventre enorme, teso fino all'inverosimile dai nove mesi di gravidanza che ne deformavano il profilo. La sua mano accarezzava con dolcezza la base del sesso del gigante, un gesto che era una supplica muta, un conforto alla frustrazione di un uomo che non poteva più sfogare la sua ferocia come voleva.
«Tranquillo, amore mio,» sussurrò lei, guardandolo con una devozione che rasentava la follia. «È quasi finita. Poi potrai ricominciare a distruggermi come si deve. Non vedo l'ora di sentirmi di nuovo rotta da te.»
Il gigante grugnì, voltando pagina con disprezzo. «M'hai scocciato 'sta panza, È. M'ha rotto i coglioni pure 'sto pupo che non me lascia lavorà come dico io. Però t'ho gonfiata bene, eh? Guarda che capolavoro che t'ho piantato drento.»
Proprio in quel momento, la porta della cucina si aprì. Marco entrò a passi incerti, fasciato in un grembiule da cameriera che gli stringeva troppo la vita, un vestito ridicolo che evidenziava la sua gracilità. Con le mani che tremavano vistosamente, portava un vassoio d'argento: un whisky ghiacciato per il gigante e una tisana fumante per la moglie.
Appena lo videro, Elena e il gigante scoppiarono in una risata sguaiata, un suono cupo e crudele che riempì la stanza. Marco si avvicinò, abbassando lo sguardo, e depose il vassoio sul tavolino di vetro.
«Il... il drink, signore. E la tisana, signora,» balbettò lui, la voce rotta da un pianto mai liberato.
Il gigante non rispose subito. Appoggiò il giornale, poi, con una rapidità fulminea, allungò la mano sinistra e afferrò Marco per le palle, stringendo con una forza brutale. Marco emise un rantolo soffocato, piegandosi in due, il corpo che si contorceva in un arco di dolore puro, mentre il vassoio scivolava sul pavimento.
«A' infame, ma quanto sei ridicolo?» ringhiò il gigante, continuando a torcere, facendo gemere Marco in un contrappasso atroce. «Ti ho ridotto a 'sta macchietta da baraccone e ancora osi respirà? Dimmi quanto sei pentito, dimmelo, 'nfame.»
«Per favore... vi prego... ho sbagliato tutto,» gridò Marco, le lacrime che gli rigavano il trucco leggero. «Ho fatto l'infame, ho rovinato tutto... Pietà, ve lo chiedo in ginocchio, vi prego...»
Elena, con un sorriso gelido, gli diede una spinta col piede nudo, facendolo cadere carponi. «Sei uno schifo, Marco. Guarda come ti sei ridotto. Sei la mia damigella personale, nient'altro.»
Il gigante mollò la presa con uno strattone finale, lasciando Marco tremante a terra. «Vattene a morì ammazzato in cucina e vedi de preparà er pranzo come se deve, se no te giuro che 'sto pupo nasce e la prima cosa che vede è er padre che se scanna drento a 'n sacco della monnezza. Muoviti!»
Marco si trascinò via verso la cucina, il dolore ai testicoli che gli impediva di camminare dritto, mentre alle sue spalle, già dimenticato, il gigante si rilassava. Elena, con una movenza lenta e vorace, si scostò le mutandine e iniziò a muovere la mano, segando con ritmo esperto il membro enorme del suo padrone, fissandolo con occhi lucidi di un desiderio che non avrebbe mai avuto per nessun altro uomo sulla terra.

mailto: qulottone@gmail.com
scritto il
2026-06-12
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