La sfida. Smettiamo di giocare

di
genere
etero


Giulia aveva trent’anni e un problema che durava da più di metà della sua vita.

Si chiamava Lorenzo.

Era l’amico di suo fratello maggiore, quello che girava per casa da quando lei aveva quindici anni e le ginocchia molli ogni volta che lui entrava in una stanza.

Negli anni aveva provato a convincersi che fosse passata.

Non era passata.

Anzi.

Era peggiorata.

Perché adesso non era più una ragazzina che fantasticava sul ragazzo più grande.

Era una donna che sapeva esattamente cosa voleva.

E lo voleva ancora.

La vacanza al lago era cominciata da appena due giorni quando Giulia capì che sarebbe stata una pessima idea.

O una splendida idea.

Dipendeva dai punti di vista.

La casa era grande, affacciata sull’acqua, con una veranda in legno e un pontile privato che sembrava uscito da una cartolina.

E Lorenzo era ovunque.

A colazione.

In barca.

Durante le passeggiate.

La sera davanti al fuoco.

Sempre troppo vicino per ignorarlo.

Sempre troppo lontano per toccarlo.

Era alto, molto più di lei.

Spalle larghe.

Braccia forti modellate da anni di sport all’aria aperta.

Non aveva la bellezza perfetta delle riviste.

Era meglio.

Aveva qualcosa di solido, rassicurante, quasi pericoloso.

Una presenza che riempiva gli spazi.

Giulia invece era il suo opposto.

Capelli scuri che il sole del lago schiariva appena sulle punte.

Pelle dorata.

Fianchi morbidi e femminili.

Un corpo che negli anni aveva imparato ad apprezzare e a mostrare senza vergogna.

E Lorenzo sembrava fare di tutto per non guardarlo.

Sembrava.

Perché ogni tanto lei lo sorprendeva.

Uno sguardo troppo lento.

Un silenzio improvviso.

Un’espressione che spariva troppo in fretta.

Piccole crepe nella sua armatura.

Era diventata una sfida.

E Giulia adorava vincere.

Soprattutto perché, per quanto si divertisse a provocarlo, non riusciva mai a dimenticare una cosa: Lorenzo aveva più esperienza, più anni e molto più autocontrollo di lei. Se decideva di entrare davvero nel gioco, avrebbe potuto ribaltare la situazione in un attimo.

Non perché lui fosse facile da leggere.

Anzi.

Lorenzo era sempre stato bravo a controllarsi.

Troppo bravo.

Ma lei lo conosceva da anni.

Conosceva il modo in cui serrava la mascella quando qualcosa lo metteva a disagio.

Il modo in cui cambiava argomento quando una conversazione si avvicinava a un terreno pericoloso.

Il modo in cui si alzava e se ne andava invece di restare dove avrebbe voluto.

E negli ultimi due giorni lo aveva visto farlo sempre più spesso.

Come se stare vicino a lei richiedesse uno sforzo.

Come se ogni sorriso che lei gli regalava fosse una tentazione da respingere.

Una parte di lei avrebbe dovuto sentirsi in colpa.

L’altra si divertiva immensamente.

Perché per la prima volta aveva la sensazione che non fosse l’unica a combattere.

Soprattutto perché Lorenzo sembrava deciso a non giocare.

O almeno così voleva far credere.

Lei invece aveva smesso da tempo di essere discreta.

Se lui era in cucina, trovava una scusa per entrarci.

Se lui era sul pontile, finiva sempre per sedersi accanto.

E ogni volta gli lanciava qualche esca.

«Sai che da adolescente ero convinta che mi avresti sposata?»

Lorenzo aveva quasi soffocato con il caffè quella mattina.

«Ti prego dimmi che stai scherzando.»

«No. Avevo anche scelto il nome dei nostri figli.»

«Terrificante.»

«Lo so. E pensa che eri tu quello fortunato.»

Lui aveva scosso la testa per nascondere un sorriso.

Un’altra volta, durante una passeggiata, lei gli aveva chiesto:

«Ma tu ci riesci sempre?»

«A fare cosa?»

«A ignorarmi così bene.»

Lorenzo aveva rallentato appena.

«Non ti ignoro.»

«Ah no?»

«No.»

«Allora sei semplicemente molto bravo a fingere.»

Quella risposta gli aveva strappato un silenzio sospetto.

E Giulia aveva sorriso per tutto il resto del tragitto.

Più lui cercava di mantenere le distanze, più lei si divertiva a ridurle.

Sfiorargli un braccio passando.

Sedersi abbastanza vicino da sentire il suo profumo.

Guardarlo troppo a lungo.

Sorridere quando lui distoglieva gli occhi per primo.

Perché era quello il dettaglio interessante.

Lorenzo distoglieva gli occhi.

Sempre.

Come se guardarla troppo fosse una cattiva idea.

Come se lei fosse un problema.

E Giulia aveva tutta l’intenzione di diventarlo.

La prima sera, dopo cena, tutti si erano sistemati sulla veranda.

Qualcuno giocava a carte.

Qualcuno chiacchierava.

Giulia, invece, aveva deciso di trascinare una vecchia sedia di legno vicino alla ringhiera per godersi il tramonto sul lago.

«Quella non sembra molto stabile,» aveva commentato Lorenzo passando accanto a lei.

«Parla quello che aggiusta tutto con il nastro adesivo.»

«Io almeno riconosco una sedia pericolante.»

Lei gli aveva fatto una smorfia e si era seduta comunque.

Per dieci minuti non era successo nulla.

Poi uno dei piedi della sedia aveva ceduto con un sinistro scricchiolio.

Giulia aveva perso l’equilibrio.

Solo per un istante.

Ma abbastanza da ritrovarsi inclinata all’indietro con un piccolo grido di sorpresa.

Lorenzo era arrivato prima ancora che la sedia toccasse terra.

Una mano sulla spalliera.

L’altra attorno al suo braccio.

La caduta evitata per pochi centimetri.

Per un secondo erano rimasti immobili.

Vicinissimi.

«Te l’avevo detto,» aveva mormorato lui.

«Non è colpa mia se la sedia ha deciso di tradirmi.»

«La sedia no. Tu non ascolti mai.»

Gli altri avevano riso.

Giulia aveva riso con loro.

Ma mentre Lorenzo rimetteva la sedia in piedi, lei aveva notato qualcosa.

Il modo in cui lui aveva aspettato un attimo prima di lasciarle il braccio.

Il modo in cui il suo sguardo era rimasto su di lei più del necessario.

E soprattutto il fatto che, per il resto della serata, Lorenzo non si fosse allontanato molto.

Come se volesse assicurarsi che non cadesse di nuovo.

O forse per qualche altra ragione.

Quello che ancora non sapeva era che le sfide più pericolose erano quelle in cui entrambe le persone volevano perdere.



La mattina del terzo giorno si ritrovarono da soli in cucina.

Gli altri dormivano ancora.

Fuori, il lago era immobile.

Giulia stava cercando di raggiungere una tazza sul ripiano più alto quando una mano comparve sopra la sua testa.

Lorenzo prese la tazza senza alcuno sforzo.

«Potresti comprare uno sgabello.»

Lei si voltò.

«Potresti smetterla di essere così alto.»

«Non credo di poterci fare molto.»

«Peccato.»

Lui le porse la tazza.

Le dita si sfiorarono.

Un contatto minimo.

Assolutamente innocente.

Eppure Giulia sentì il cuore accelerare.

Lorenzo ritirò subito la mano.

Troppo in fretta.

Come se avesse sentito la stessa cosa.

«Hai dormito bene?» chiese lui.

«Abbastanza.»

«Abbastanza non è una risposta.»

«E questa da quando è un’interrogazione?»

Lorenzo sorrise appena.

«Da quando ti lamenti tutto il giorno se dormi male.»

«Mi osservi molto.»

Per un istante lui sembrò pentirsi di aver parlato.

«Viviamo nella stessa casa.»

«Mh.»

«Non significa niente.»

Giulia inclinò la testa.

«Non ho detto che significasse qualcosa.»

Lorenzo abbassò lo sguardo sulla tazza.

«Appunto.»

Ma per il resto della mattina Giulia lo sorprese più volte a guardarla.



Quel pomeriggio uscirono in barca.

Il sole era alto.

L’acqua scintillava.

Gli amici ridevano, bevevano e si tuffavano dal bordo.

A un certo punto Giulia si lasciò cadere in acqua.

Quando riemerse, si accorse che il pontile galleggiante era più lontano di quanto pensasse.

«Tutto bene?» gridò qualcuno.

«Certo.»

Ma una corrente leggera la stava spingendo di lato.

Prima che potesse protestare, Lorenzo si era già tuffato.

Raggiunse lei in poche bracciate.

«Non serviva.»

«Lo dici sempre.»

«Perché è vero.»

«E io continuo a non crederti.»

Nuotarono insieme verso la barca.

Quando arrivarono, Lorenzo le mise una mano sulla schiena per aiutarla a salire.

Un gesto semplice.

Normale.

Che però rimase impresso nella mente di Giulia per il resto della giornata.

Quella sera, seduti attorno al fuoco, lui le passò una coperta senza che lei la chiedesse.

«Hai freddo.»

«No.»

«Hai sempre freddo.»

«Mi conosci troppo bene.»

Lorenzo esitò un secondo.

«Purtroppo sì.»

Gli altri risero.

Ma per un istante nessuno dei due distolse lo sguardo.

E Giulia ebbe la sensazione che qualcosa stesse cambiando.

Lentamente.

Inesorabilmente.



Il quarto giorno uscirono tutti insieme per una serata sul lungolago.

Musica.

Luci sospese tra gli alberi.

Tavoli pieni.

L’aria tiepida dell’estate.

Giulia indossava un vestito leggero color avorio che lasciava scoperte le spalle e accarezzava le curve senza nasconderle.

Quando arrivò, vide Lorenzo fermarsi per un istante.

Solo un istante.

Ma abbastanza.

Lei sorrise.

Lui no.

E fu proprio quello a tradirlo.

Perché Lorenzo diventava serio quando qualcosa lo colpiva davvero.

«Stai bene?» gli chiese lei quando gli passò accanto.

«Sì.»

«Tutto qui?»

«Cosa dovrei dire?»

Giulia fece una lenta giravolta su se stessa.

«Non so. Magari che sono elegante.»

Lorenzo la osservò.

Questa volta senza riuscire a distogliere subito lo sguardo.

Poi inspirò lentamente.

Come se stesse scegliendo con attenzione ogni parola.

«Sei elegante.»

«Solo elegante?»

La mascella di lui si contrasse.

«Giulia.»

Lei rise.

«Va bene, va bene.»

Ma se ne andò con un sorriso soddisfatto.

La serata scivolò avanti tra chiacchiere e risate.

Poi arrivò Matteo.

Carino.

Simpatico.

Disponibile.

Soprattutto disponibile.

Quando le chiese di ballare, Giulia accettò.

E si assicurò che Lorenzo vedesse tutto.

All’inizio sembrò non funzionare.

Lorenzo restò seduto al tavolo.

Parlava con gli altri.

Rideva.

Beveva.

Faceva finta.

Ma Giulia lo conosceva abbastanza da capire quando stava recitando.

Ogni volta che si voltava verso la pista, lo trovava con gli occhi addosso.

Sempre.

Come se non riuscisse a impedirselo.

«Quel tipo al tavolo ti conosce?» chiese Matteo mentre ballavano.

«Quale?»

«Quello che continua a guardare qui.»

Giulia trattenne un sorriso.

«Da tanto tempo.»

«Amico?»

«Più o meno.»

«Mh. Non sembra molto felice.»

«Davvero?»

«Direi di sì.»

Matteo rise.

«Sei pericolosa.»

«Me lo dicono spesso.»

Matteo la fece girare.

Lei rise.

Lorenzo abbassò lo sguardo sul bicchiere.

Matteo le disse qualcosa all’orecchio.

Lei sorrise.

Lorenzo smise di ascoltare la conversazione attorno a lui.

Passarono dieci minuti.

Poi venti.

Giulia quasi si convinse che non sarebbe successo nulla, quando partì un brano che le piaceva molto e iniziò a ballare in modo più sensuale, più provocante, con più contatto fisico. Percepì lo stupore e poi l’eccitazione di Matteo, che iniziò a stringerla di più e a far scorrere le mani lungo la schiena di lei, un po troppo in basso.. stava per fermarlo quando
sentì una mano sfiorarle il braccio.

Si voltò.

Lorenzo.

Gli occhi scuri.

La mascella tesa.

Nessun sorriso.

«Posso parlarti un momento?»

Non era una domanda.

Matteo capì immediatamente.

Fece un passo indietro.

«Ti restituisco alla tua emergenza» disse con una risata.

Giulia lo salutò con un cenno.

Lorenzo prese la sua mano.

La portò via dalla pista.

Lontano dalla musica.

Lontano dagli altri.

Fino al pontile illuminato dalla luna.

«Finalmente.»

Lui la guardò.

«Finalmente cosa?»

«Pensavo non saresti mai arrivato.»

«Ti stavi divertendo.»

«Mi stavo annoiando.»

«Con quello?»

«Oh.»

Giulia sorrise.

«Quindi hai notato che esiste.»

Lorenzo espirò lentamente.

«Era difficile non notarlo.»

«Perché?»

«Perché ti stava praticamente incollato.»

«E questo ti dà fastidio?»

«Non mettere parole in bocca alla gente.»

«Allora dimmi le tue.»

Per la prima volta Lorenzo rise senza divertimento.

Scosse la testa.

Guardò il lago.

Poi lei.

Come se stesse perdendo la pazienza soprattutto con se stesso.

«Sai qual è il problema?»

«Dimmi.»

«Che continui a fare domande a cui conosci già la risposta.»

«Forse voglio sentirla da te.»

Lorenzo chiuse gli occhi per un istante.

Un istante soltanto.

Ma bastò a farle capire quanto stesse lottando.

«Giulia…»

«Sei geloso.»

«No.»

«Bugia.»

«Non rendere le cose più difficili.»

Lei sentì il cuore accelerare.

«Quindi sono difficili.»

Lui lasciò uscire una risata breve e stanca.

«Tu non hai idea.»

«Allora spiegamelo.»

«No.»

«Perché?»

«Perché sei la sorella del mio migliore amico.»

«Da quindici anni.»

«Esatto.»

«E?»

«E dovrei essere abbastanza intelligente da ricordarmelo.»

«Dovresti?»

Lorenzo la fissò.

Questa volta senza scappare.

Senza fingere.

E fu quello a tradirlo davvero.

«Vuoi sapere la verità?»

Il cuore di Giulia accelerò.

«Sì.»

«La verità è che da giorni sto cercando di comportarmi come una persona ragionevole.»

«E adesso?»

«Adesso mi stai rendendo il lavoro molto difficile.»

«Perché?»

Lorenzo fece una breve risata incredula.

Passò una mano tra i capelli.

«Perché continui a provocarmi.»

«Forse perché funziona.»

«Oh, funziona.»

La sua voce era più bassa adesso.

Più ruvida.

Per la prima volta non c’era ironia.

Non c’erano giochi.

Solo sincerità.

E forse era molto più pericolosa.

«Funziona quando mi guardi così.»

Giulia aggrottò appena la fronte e fece il suo sguardo più innocente, mordendosi il labbro

«Come ti guardo?»

Lorenzo lasciò uscire una risata incredula.

«Davvero vuoi che te lo dica?»

«Sì.»

Lui fece un passo più vicino.

«Come se mi stessi supplicando di strapparti i vestiti di dosso e di prenderti qui e ora.»

Il silenzio che seguì fu immediato.

Giulia sentì il calore salirle alle guance.

«Lorenzo…»

«Oh, adesso arrossisci?»

Il sorriso di lui si allargò appena.

Divertito.

Pericoloso.

«Il tuo gioco ti si ritorce contro?»

Per la prima volta Giulia sentì vacillare la propria sicurezza.
Solo per un istante. Abbastanza da infastidirla.

Raddrizzò le spalle e sollevò il mento.
«Pensi davvero di farmi tremare le ginocchia con queste frasi a effetto?»

Lorenzo sorrise.
Lentamente.
Come se quella domanda lo divertisse.
Poi si avvicinò appena.
Quel tanto che bastava a costringerla ad alzare gli occhi verso di lui.
«No.»
«No?»
Lui si avvicinò con le labbra al suo orecchio e la sua voce si abbassò ancora di più, a lei venne la pelle d’oca.

“Se volessi mi basterebbero solo due minuti e due dita per farti tremare le ginocchia come non hanno mai tremato, e poi vedremo se continueresti a sfidarmi con quella lingua tagliente che hai” 

Giulia trattenne il respiro.

«Sei terribilmente arrogante.»
«Forse.»
Gli occhi di lui non lasciarono i suoi.
«Oppure ti conosco meglio di quanto credi.»
Lei cercò una risposta.
Una qualunque.
Ma per la prima volta da quando era iniziata quella sfida non le venne in mente nulla.
E Lorenzo se ne accorse.
Eccome se se ne accorse.
«Vedi?» mormorò.
«È questo il problema.»
«Quale problema?»
«Che sei convinta di avere il controllo finché sono io a trattenermi.»
Il cuore di Giulia accelerò.
«E se smettessi?»
Il sorriso di Lorenzo si allargò appena.
Pericolosamente.
«Allora vedremmo quanto durerà tutta questa sicurezza.»


Lei abbassò lo sguardo per un secondo, improvvisamente meno sicura di sé. Ma non voleva farlo allontanare senza ribattere, non dopo quello che le aveva detto.

«Quindi la sfida la sto vincendo io, mr. San Lorenzo.»

Lorenzo fece un mezzo sorriso.

Lento.

Quello che le piaceva di più.

Ma nei suoi occhi c’era ancora conflitto.

Ancora resistenza.

«Non cantare vittoria troppo presto.»

«Perché?»

«Perché sto ancora cercando di fermarmi.»

«E ci riesci?»

Il silenzio fu immediato.

Pesante.

Onesto.

Poi lui si spostò dietro di lei, le cinse la vita con un braccio per portarla verso di sé. La distanza tra loro scomparve. Lei sentì l’eccitazione di lui attraverso i pantaloni, le premeva contro la schiena.

«Secondo te?»

Lei aprì la bocca per rispondere, ma Lorenzo la precedette.

«Tu credi di avere il controllo perché riesci a farmi reagire.»

La osservò con calma.

Troppa calma.

«Ma io non sono un santo e tu stai giocando con qualcuno che ha qualche anno di vantaggio su di te, Giulia.»

Il sorriso di lei vacillò appena.

«È una minaccia?»

«No.»

La sua voce rimase bassa. La lasciò andare e si riportò di fronte a lei.

«È un promemoria.»

Gli occhi di Lorenzo scesero per un istante sulle sue labbra e poi tornarono ai suoi.

«Tu sei abituata a lanciare il sasso e vedere cosa succede.»

Le accarezzò la guancia.

«Io invece so esattamente cosa succede dopo.»

Giulia sentì il cuore battere più forte.

«Quindi dovrei stare attenta?»

Lorenzo sorrise appena.

Un sorriso che non aveva nulla di rassicurante.

«Dovresti smettere di essere così sicura che questa partita la stai conducendo tu.»

E per la prima volta dall’inizio della vacanza Giulia non fu più così sicura di avere il controllo della situazione.

Forse non lo aveva mai avuto.

L’ultima sera arrivò troppo in fretta.

Come tutte le cose che si desiderano.

La casa era silenziosa.

Gli altri erano usciti per un’ultima passeggiata sul lungolago, qualcuno a comprare souvenir, qualcuno semplicemente a godersi l’ultima notte di vacanza.

Giulia rimase sulla veranda.

Da sola.

O almeno così credeva.

Il lago rifletteva le luci lontane della riva.

L’aria profumava di legno e acqua.

E di fine.

Che era la cosa che le piaceva meno.

Quando sentì la porta aprirsi alle sue spalle non ebbe bisogno di voltarsi.

«Pensavo fossi uscito.»

«Pensavo fossi uscita anche tu.»

La voce di Lorenzo le provocò lo stesso effetto di sempre.

Forse peggiore.

Perché ormai non c’erano più scuse.

Niente più amici attorno.

Niente più rumore.

Niente più distrazioni.

Solo loro.

Lorenzo si sedette sulla vecchia sedia di legno vicino alla ringhiera.

La stessa che aveva quasi tradito Giulia il primo giorno.

«Ti ricordi?» disse lei.

«La sedia assassina?»

«Esatto.»

«Come dimenticarla.»

Per qualche secondo sorrisero entrambi.

Poi il silenzio tornò.

Più denso.

Più pericoloso.

Giulia si avvicinò.

Lentamente.

«Allora?» chiese.

«Allora cosa?»

«Hai passato una settimana a dirmi che stavo giocando.»

«Perché stavi giocando.»

«E tu?»

Lorenzo sollevò un sopracciglio.

«Io cosa?»

«Hai giocato anche tu.»

Lui lasciò uscire una breve risata.

«Forse.»

«Forse?»

«Forse.»

Giulia si fermò davanti a lui.

Il cuore le martellava nel petto.

Era assurdo.

Aveva trent’anni.

Eppure si sentiva come una ragazzina.

«Sai una cosa?»

«Dimmi.»

«Sono stanca di questo gioco.»

Gli occhi di Lorenzo si fermarono sui suoi.

Attenti.

Silenziosi.

«Davvero?»

«Davvero.»

«E cosa vorresti fare?»

Per un istante Giulia esitò.

Poi decise che era arrivata fin lì per un motivo.

Si sedette sulle sue ginocchia. A cavalcioni.
Senza smettere di guardarlo, si sbottonò i primi due bottoni della camicetta. L’eccitazione di lui era evidente e crebbe in pochi secondi, teneva gli occhi incollati a quelli di lei. Sembravano fuoco liquido.
Il respiro di Lorenzo si fermò per una frazione di secondo. Solo una. Ma lei se ne accorse.

«Giulia…»

«Troppo tardi.»

«Per cosa?»

«Per fingere che non stia succedendo niente.»

Per la prima volta fu lui a restare senza risposta.

E quella piccola vittoria le piacque più del previsto.

Gli sfiorò una guancia. Poi i capelli. Lentamente.

«Sai qual è il problema?» sussurrò.

«Sentiamo.»

«Che ti credevo molto più sicuro di te.»

Lorenzo rise piano.

«Questo sarebbe il tuo colpo finale?»

«Sto improvvisando.»

«Si vede, ragazzina.»

Lei scoppiò a ridere.

E lui la guardò.

Davvero.

Con un’intensità che le fece dimenticare per un attimo qualsiasi battuta.

Qualsiasi provocazione.

Qualsiasi strategia.

All’improvviso non sembrava più una sfida.

Sembrava qualcosa di molto più serio.

Molto più reale.

«Sai perché ho resistito?» chiese lui.

Giulia scosse la testa.

«Perché conosco me stesso.»

«Non sembra una risposta.»

«Lo è.»

Lorenzo abbassò lo sguardo per un istante.

Poi tornò a incontrare il suo.

«Tu mi hai visto una settimana.»

La sua voce si fece più bassa.

«Io ti vedo da molto più tempo.»

Quelle parole le tolsero il fiato.

Perché non erano una battuta.

Non erano una provocazione.

Erano una confessione.

E forse proprio per questo facevano più effetto.

Giulia si avvicinò ancora di più, gli sfiorò il naso col suo. Senti il profumo del suo dopobarba.

Iniziò a muovere il bacino, lentamente.

Quasi con cautela.

Come se all’improvviso avesse paura di rompere qualcosa.

Lui emise un piccolo verso, un sussulto.

Poi le afferrò la nuca con le mani

“Che cosa mi stai facendo Giulia…”

E la baciò. Le labbra morbide e calde, la lingua esigente dentro la sua bocca, senza fretta, ma senza un briciolo di innocenza.
Il bacio si fece sempre più passionale , devastante.

Non fu un semplice sfiorarsi.

Fu un bacio profondo, affamato di tutto il tempo perduto, di tutte le volte in cui si erano fermati un secondo prima.

Le dita di Giulia si intrecciarono tra i suoi capelli mentre il respiro le si spezzava in gola.

Ogni esitazione svanì.

Ogni distanza anche.

C’erano soltanto loro.

Il battito impazzito nel petto.

Il calore che le correva sotto la pelle, le incendiava le vene. Si sentì bagnata, continuò a muoversi per sentire di più l’eccitazione di lui, sotto di sé, fra le sue gambe.

E quella tensione accumulata per giorni che finalmente trovava una via d’uscita.

Quando si separarono, fu lei ad abbassare gli occhi per prima.

Sorpresa dalla forza delle emozioni che le stavano attraversando il petto.

Lorenzo le sfiorò una ciocca di capelli.

Con una delicatezza che contrastava completamente con l’intensità di un attimo prima.

«Vedi?» disse.

«Cosa?»

«È per questo che cercavo di essere ragionevole.»

Giulia sorrise.

«Troppo tardi.»

«Probabilmente sì.»

Per qualche secondo nessuno dei due parlò.

Poi Lorenzo le sfiorò il naso con un dito.

«Ma adesso devi andare.»

Lei sbatté le palpebre, come se non credesse alle sue parole.

«Come sarebbe a dire?»

«Hai sentito bene.»

«No.»

«Sì.»

«Dopo tutto questo?»

«Dopo tutto questo.»

Giulia lo fissò incredula.

«Sei impossibile.»

«Me l’hanno detto.»

«Ti odio.»

«No.»

«Un po’ sì.»

«Nemmeno.»

Il sorriso che comparve sulle labbra di Lorenzo era infuriantemente tranquillo.

Quello di un uomo che sapeva perfettamente di aver ribaltato la partita.

«La vacanza finisce domani,» disse prendendola in braccio e costringendola ad alzarsi.

«E quindi?»

«Quindi questo gioco è finito.»

Giulia incrociò le braccia.

«E adesso?»

Lorenzo si avvicinò un’ultima volta.

Abbastanza da farle accelerare di nuovo il cuore.

Le sfiorò il mento con le dita, appena un istante, ma bastò a farle dimenticare qualsiasi risposta pronta.

«Non fare il broncio, mi viene voglia di morderti le labbra.
Adesso abituati all’idea che le cose saranno molto diverse da come le hai immaginate.»

La osservò per qualche secondo senza dire nulla.

Come se stesse prendendo una decisione.

Come se fino a quel momento si fosse trattenuto.

«Adesso,» mormorò, «smettiamo di giocare.»

Il suo sguardo scese sulle sue labbra e tornò ai suoi occhi.

Calmo.

Sicuro.

«Per tutta la settimana hai cercato di provocarmi.»

Giulia sentì un brivido correrle lungo la schiena.

«E adesso?»

Lorenzo sorrise appena.

«Adesso sai una cosa che io sapevo già.»

Lei inclinò la testa.

«Cioè?»

«Che quando smetto di trattenermi diventa difficile fermarmi.»

Per un istante il ricordo del bacio le attraversò la mente con una forza quasi imbarazzante.

Le mani di lui che, nel mezzo di quel bacio, erano scese a stringerle i fianchi per attirarla più vicino.

Non con brutalità.

Ma con una sicurezza e una forza che l’avevano colta completamente di sorpresa.

Per un secondo aveva avuto la sensazione che lui potesse sollevarla senza alcuno sforzo.

E la cosa l’aveva sconvolta molto più di quanto fosse disposta ad ammettere. Si era ritrovata ad immaginare che lui la sollevasse e poi la prendesse contro un muro. Si sentì pulsare fra le gambe al pensiero.

Lorenzo sembrò leggere qualcosa nella sua espressione.

Perché il suo sorriso si fece appena più ampio.

«Esatto,» disse piano.

«Non dire una parola.»

«Non ho detto niente.»

«Ma ci stavi pensando.»

Giulia arrossì all’istante.

E lui, vedendola, sembrò sentirsi fin troppo soddisfatto.

«Fino a cinque minuti fa eri in vantaggio tu. Uno a zero. Mi hai fatto superare esattamente il limite che non volevo superare.»

Gli occhi di Giulia si abbassarono istintivamente.

E quel gesto bastò a fargli allargare il sorriso.

«Poi però hai abbassato lo sguardo.»

Lei tornò a guardarlo.

«E quindi?»

«Quindi uno a uno, ragazzina.»

La voce di Lorenzo si fece più bassa.

«Adesso, quando arriverà il momento di passare dalle parole ai fatti, vedremo chi dei due riuscirà ancora a tenere il conto.»

Il cuore di Giulia mancò un battito.

Lui si avvicinò ancora.

Quel tanto che bastava a lasciarla senza fiato.

«E credimi,» aggiunse piano, «non sarà facile ricordarsi da dove abbiamo cominciato.»

Poi si allontanò verso la porta.

Lasciandola sola sulla veranda. Con un bisogno urgente di lui, con il fuoco dentro.

Con il lago davanti.

Le gambe ancora deboli.

E la certezza che fino a quel momento avevano soltanto giocato.

Ma quando sarebbe arrivato il momento di fare sul serio, ogni sua sicurezza sembrava destinata a sciogliersi sotto quello sguardo.

E, per la prima volta, l’idea non la spaventava affatto.
di
scritto il
2026-06-05
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