Luca sottomesso da un latitante napoletano. Impara finalmente quale è il suo posto nel mondo
di
Qulottone
genere
confessioni
Luca sottomesso dai latitanti napoletani. Imparare il proprio ruolo di schiavo
La cucina è una cella di aria immobile, satura del respiro pesante di Ciro, un delinquente napoletano agli arresti domiciliari. Seduto con le gambe spalancate, l'uomo artiglia il collo di Luca, costringendolo a un’intimità forzata tra le sue cosce d’acciaio. Il contrasto è violento: la pelle di porcellana dello studente, quasi eterea sotto il neon, è schiacciata contro la fisicità brutale e il calore eccitato che emana dal corpo dell'uomo così possente.
«Guardame bbuono, dottò,» sibila Ciro. È un nervo scoperto, una corda tesa pronta a spezzarsi. «Tu tiene 'a laurea... Ma ccà dinto, tu sì 'a cosa mia. Io so' 'o re e tu sì 'o niente.» Luca è paralizzato, il cuore gli rimbalza nel petto in un miscuglio tossico di terrore puro e una curiosità oscura che non riesce a soffocare. Quando Ciro gli solleva il mento con uno scatto secco, Luca è costretto a guardare l'abisso. L'eccitazione di Ciro è evidente, visibile, un rigonfiamento che deforma il tessuto logoro della tuta, premendo a pochi centimetri dal suo viso.
In quella vicinanza estrema lo investe l'afrore selvatico del sesso e del sudore acido, un odore di maschio rinchiuso che sale prepotente dal rigonfiamento caldo. È una scossa elettrica che mozza il fiato a Luca; quel richiamo carnale rende le parole di Ciro feroci, trasformando il ricatto in una rivendicazione fisica totale. Ciro non sta solo parlando; sta vibrando di un desiderio che lo reclama come l'unica preda possibile.
Il silenzio della cucina riporta Luca a poche ore prima, quando il mondo sembrava ancora sotto il suo controllo. Tutto era iniziato con una distrazione, un errore di gioventù che credeva sepolto. Un amico di Ciro lo aveva avvicinato fuori dall'università, non con la violenza, ma con la freddezza di chi tiene in mano il destino di un altro. Gli aveva mostrato lo schermo del cellulare: un video rubato, girato in un momento di estrema vulnerabilità. Le immagini erano chiare, compromettenti, capaci di distruggere in un istante la vita di Luca e l'onore della sua famiglia altolocata. «Vai da Ciro alle quattro, o 'o video 'o vede tutto 'o quartiere. Pure tujo patre,» aveva sussurrato il tipo, con un sorriso che non arrivava agli occhi.
Luca aveva ceduto subito. Spinto da un terrore paralizzante ma anche da una scintilla di fascino perverso per quella cosa, si era docciato, e profumato ed era andato dentro quel garage interrato, trasformato in una tana improvvisata.
Il respiro di Luca si fa corto, spezzato, mentre il viso resta premuto contro quel pacco duro di carne e tessuto. In quella posizione umiliante, i suoi sensi sono iper-stimolati e l'odore che emana dal sesso di Ciro lo investe di nuovo prepotente. Non è solo l'odore della pelle; è un effluvio denso e primordiale che sembra trasudare dalle fibre stesse della tuta logora. Luca percepisce un odore dolciastro e pesante, tipico di un corpo maschile in preda a un'eccitazione violenta. È un odore che sa di violenza, di maschio e di dominazione. Luca chiude gli occhi, cercando di respingerlo, ma l'odore gli riempie le narici, scendendo in gola fino a fargli girare la testa.
Ciro, accorgendosi di come il ragazzo inali involontariamente la sua essenza, accentua la pressione, strofinando il rigonfiamento contro le labbra di Luca. «T’piace 'st’addore, dottò? È l’addore d’o padrone tujo,» infierisce Ciro, mentre una goccia di sudore gli scivola lungo il collo e la sua eccitazione, ormai al limite, emana un calore che pare quasi bruciare la pelle del ragazzo. Luca vorrebbe voltarsi, gridare che è il video a costringerlo, ma quella scia odorosa così densa e maschile sta risvegliando in lui un'eccitazione proibita che lo terrorizza più della violenza stessa.
Ciro emette un gemito gutturale, un suono che vibra nelle ossa di Luca. Con un movimento impaziente e violento, snoda il laccio della tuta e abbassa il tessuto logoro, liberando finalmente il cazzo. L’impatto visivo e olfattivo è per Luca una detonazione. Il cazzo di Ciro scatta in avanti, scuro e venoso, pulsando di una vita propria, carica di tutto il sangue e la rabbia di quell'attesa. Ora non c'è più il filtro del tessuto: l’afrore esplode, denso e soffocante, un vapore di mascolinità primitiva che avvolge il volto dello studente. È un odore animale, dolciastro e al tempo stesso feroce, che sa di testosterone puro. Lui è invece solo carne che non è mai stata così vicina a essere posseduta.
Luca spalanca gli occhi, le pupille dilatate dal terrore e da quella curiosità che ormai gli brucia lo stomaco. La pelle del membro di Ciro è tesa al punto da sembrare lucida, e sulla punta affiora una goccia di desiderio che brilla sotto la luce cruda del neon. «Guarda ccà,» ansima Ciro, la voce ridotta a un graffio. Gli afferra i capelli con una forza che gli costringe la testa all'indietro, esponendo la gola bianca. «Chisto è 'o potere vero. No 'e carte tujo.»
Ciro spinge il bacino in avanti, strofinando la cappella calda e umida contro le labbra serrate di Luca. L'afrore di muschio selvatico gli riempie le narici, insinuandosi nei suoi polmoni, reclamando ogni centimetro dei suoi sensi. Luca trema, le mani artigliano le cosce dell'uomo in un riflesso involontario; si illude di voler scappare, ma le sue dita affondano nei muscoli di Ciro, attirandolo a sé invece di respingerlo.
Ciro sente i denti di Luca sfiorargli la carne, sente quella bocca calda e inesperta che cerca di divorare il suo potere, e il piacere lo investe come una scarica elettrica. Ma non può permettere che il "dottorino" prenda il controllo, non lì, non nel suo garage. Con un ringhio, gli afferra la mascella, costringendolo a staccarsi per un istante solo per poterlo guardare negli occhi, umiliandolo con le parole.
«Ma vide 'a chistu piezz' 'e merda...» ansima Ciro, la voce che è un raschiatoio di catrame e disprezzo. «Guarda comm' 'o facive bbuono. Tu nun sî 'o dottore ca crerive 'e sulo mezz'ora fa, sî sulo 'na pucchiacca ca teneva famme 'e cazzo, vide?» Luca prova a distogliere lo sguardo, ma la presa di Ciro è una morsa d'acciaio. L’odore del cazzo ora è mescolato all'odore del fiato pesante dell'uomo, che gli alita in faccia con ferocia.
«Tié, sfogate, mangiat' 'o rre!» ruggisce, spingendo di nuovo il bacino in avanti con un colpo secco che mozza il respiro al ragazzo. «Leva 'e mmane 'a cazzo, nun sî degno 'e me tuccà. Suca, famme vedé comm' sî svelto a ghì 'a ffunno. Tu tiene 'a laurea, ma 'a vocca toja è stata fatta sulo pe' servì a uno comm' a me. Sî 'na cosa inutile, Luca, sî 'o scarto 'e 'sta città ca vò fa' 'a signora e poi se mette 'o ddenuocchie nnanze a 'o primmo delinquente ca 'a guarda!»
Ciro gode nel vedere il contrasto tra la pelle di porcellana di Luca e la propria carne scura e violenta. Però ogni insulto è una frustata che alimenta l'eccitazione di entrambi.
«Dimmello, dottò...» sibila ancora, la voce che diventa un sussurro osceno mentre gli preme la cappella contro il palato. «Dimmello ca nun è p' 'o video. Dimmello ca 'o vulive 'a quanno m'hai visto 'a primma vota. Si' sulo 'na mappina, e io mo te sparo tutto 'o veleno nnanze 'a faccia.»
Ciro non ne ha abbastanza di quella bocca; vuole vedere Luca completamente spezzato. Con un movimento repentino e brutale, lo afferra per le braccia e lo solleva di peso, sbattendolo contro il muro umido del garage. La schiena di Luca urta il cemento freddo con un colpo secco che gli mozza il respiro, ma il dolore non fa che alimentare il delirio sensoriale in cui è sprofondato.
«Girat’! Mettete ‘a pizzo ‘o muro!» comanda Ciro, la voce rotta da un’eccitazione che rasenta la follia. Luca ubbidisce, le dita che grattano la pietra fredda, mentre sente il corpo massiccio di Ciro premere contro la sua schiena. Nella sua mente, il caos si trasforma in una lucida e perversa accettazione.
"È giusto così," pensa Luca, mentre il suo petto ansima contro il muro. "Merito questa umiliazione. Merito di essere trattato come una cosa." Non è più il video a contare; è la realizzazione che la sua pelle di porcellana esisteva solo per essere macchiata dalla violenza di un uomo come Ciro. Ha bisogno di quel contatto ruvido, ha un bisogno fisico, viscerale, di un maschio che lo domini e lo punisca per la sua stessa natura.
Ciro avverte quel cedimento totale, quella sottomissione che non è più solo paura, ma fame. Gli afferra i capelli, tirandogli la testa all'indietro per esporre di nuovo il suo viso alla luce cruda del neon. «Guarda comm’ fernisce ‘o dottore...» sibila Ciro, mentre la sua mano lavora freneticamente sul proprio membro pulsante, ormai al limite estremo. «Tutt’ ‘e sorde e ‘a cultura nun t’hanno salvato da chisto!»
In un ultimo, violento sussulto, Ciro libera il suo piacere. Il getto è potente, caldo, una raffica di veleno bianco che investe il viso di Luca, sporcandogli la fronte, le guance, le ciglia. Luca non chiude gli occhi; accoglie lo sfregio con una sorta di estasi devota, sentendo il calore di Ciro colargli sulla pelle come un marchio d'infamia.
Ciro ansima, il petto che si alza e si abbassa, mentre l'odore dello sperma fresco si mescola all'aria ferma della cucina. «Mo’ sì bbuono,» sputa Ciro, lasciandolo andare bruscamente. «Mo’ si’ overo ‘a cosa mia.» Luca resta lì, immobile contro il muro, col viso bagnato e il cuore che martella un ritmo di pura, colpevole gratitudine.
Ciro si allontana di un passo, guardando il ragazzo rannicchiato contro il muro con un misto di trionfo e disgusto. Il respiro dell'uomo sta tornando lento, ma l’odore di sesso ancora fresco satura ogni centimetro di quel garage. Con un gesto svogliato, Ciro afferra uno straccio unto e logoro da un ripiano e lo lancia addosso a Luca, colpendolo proprio sulla spalla. «E mo’ nun sta llà a fa’ ‘a statua ‘e porcellana,» dice, la voce che ha riacquistato una calma glaciale e arrogante. «Pulisce. Pulisce tutto cose: ‘a faccia toja, ‘o muro e pure ‘nterra. Nun voglio lassa’ tracce d’o passaggio tujo ccà dinto.»
Luca, con le mani che ancora tremano, inizia a passarsi lo straccio ruvido sul viso, mescolando il seme di Ciro al sudore e alle lacrime. Ogni sfregamento è una conferma della sua sottomissione, un rito che accetta con una docilità febbrile.
Ciro si accende una sigaretta, il fumo denso che si unisce all'odore pesante del garage. Guarda Luca pulire il pavimento, quasi con devozione, e un sorriso storto gli compare sul volto.
«In fondo, dottò, m’att’ ‘a ringrazià,» esordisce Ciro, lasciando cadere le parole in un napoletano stretto e gutturale. «T’aggio fatto ‘nu favore ca nisciuno t’aveva fatto maje. Tu stive affogando dint’ ‘e mmerde d’e libbri tujo, dint’ ‘a pulizia d’a casa toja... stive murenno ‘e fame e manco ‘o sapeve.» Fa un tiro profondo, poi sputa a terra vicino alla mano di Luca che strofina.
«’O vide? Tu teneve bisogno ‘e nu maschio overo ca te facesse capì chi sî. Io t’aggio dato ‘a verità. T’aggio liberato d’a prigione d’e sorde tujo e t’aggio miso addo’ merite d’a sta’: sott’ ‘o cazzo mio. E nun me dicere ca nun t’è piaciuto... ‘o saccio bbuono ca mo’ te siente finalmente vivo. ‘A prossima vota ca me guarde, nun guardà ‘o video... guarda a me, pecché mo’ ‘o ssaie ca si’ ‘a cosa mia.» Luca non risponde, ma mentre strofina l'ultimo angolo di cemento, sa che Ciro ha ragione. Quell'umiliazione era l'unica cosa che desiderava davvero.
Luca alza lo sguardo dallo straccio unto, i capelli scompigliati e gli occhi lucidi di una consapevolezza nuova. Guarda Ciro, che torreggia sopra di lui con la sigaretta tra le labbra, e sente che la sua sottomissione non è ancora completa. C’è un ultimo atto di devozione che il suo corpo reclama, un bisogno di riconsacrarsi a quell’uomo che lo ha appena distrutto e ricostruito.
«Ciro...» sussurra Luca, la voce ridotta a un filo. «Pozzo... pozzo pulì pure a te?»
Ciro lo fissa per un istante lungo un’eternità, gli occhi neri che scavano nella fragilità dello studente. Poi, con un sorriso ferino che gli illumina il volto rude, butta la sigaretta a terra e la schiaccia col tacco dello scarpone.
«E accussì ‘o dottore vò fa’ pure ‘a lavannara?» schernisce Ciro, ma la sua voce è di nuovo carica di quella vibrazione bassa. «Tié, famme veré comm’ sî bravo a servì.»
Ciro riapre le gambe, offrendosi di nuovo a lui. Luca si avvicina in ginocchio, e riprende in bocca il cazzo dell’uomo. In quel contatto così intimo, la passione esplode di nuovo, ancora più acre e potente. Ciro è rimasto in astinenza per mesi, chiuso in una solitudine fatta di rabbia e privazione, e quel nuovo contatto scatena in lui una reazione immediata e violenta. Il sangue ricomincia a pompare con una furia inaudita. Sotto le labbra di Luca, il membro di Ciro si risveglia all'istante, diventando di nuovo duro come il ferro, pulsando contro il palato dello studente.
«Guarda ccà...» ansima Ciro, e stavolta c'è una nota di autentico stupore nel suo napoletano. «Songo juto in bianco pe’ mise, e tu m’hai scetato ‘o demonio n’ata vota. Vide che t’aggio ditto? È ‘a carne toja ca m’o chiede.» Ciro gli afferra la nuca, spingendo la faccia di Luca contro quella nuova, prepotente eccitazione.
«Sî carnal’ comm’ ‘a ‘na femmena, dottò. Tenive ‘a molla pronta e m’hai fatto scoppià ‘o sanghe.» La sua mano scende a stringere il collo di Luca, quasi a soffocarlo. «Mo’ pulisce bbuono, pecché mo’ t’o faccio sentì ancora cchiù forte. Aggio accumulato troppo veleno dint’ ‘a ‘sti mise, e tu t’o faccie mangià tutto, fin’ a l’urdema goccia.»
Luca chiude gli occhi, accogliendo quella nuova ondata di calore e di piacere. Non è più un sacrificio; è la sua liturgia personale.
Ciro non ce la fa più a stare seduto; l'astinenza di mesi gli morde le viscere e la vista del "dottorino" così devoto, lo fa sbroccare del tutto. Lo afferra per le ascelle e lo ribalta con un colpo solo, sbattendolo pancia a terra sul pavimento sporco del garage. «Mettete a pecora, merda!» ringhia Ciro, mentre con una mano gli preme la faccia contro il cemento e con l’altra punta il cazzo tra le sue natiche, stavolta con una furia cieca. «Aggio tenuto 'o cazzo carcerato pe' troppi mise, e mo' t' 'o dongo tutto 'o fferro ca tiene 'a dinto!»
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Luca sente il freddo della polvere sulla guancia e il peso immenso di Ciro che gli monta sopra, schiacciandolo col suo corpo massiccio. L’afrore di muschio selvatico è diventato un vapore irrespirabile, un odore di bestia che sta per azzannare. Ciro non usa delicatezza: sputa sulla propria mano e poi, con un linguaggio che è solo fango e rabbia, lo penetra con una spinta secca, brutale, che fa gridare Luca contro il pavimento.
«Zitto! Nun chiagnere, ca o ssaie ca t'abbrucia e t'piace!» infierisce Ciro, muovendosi con colpi violenti e cadenzati che rimbombano nel silenzio del garage. «Sî 'a mappina mia, Luca! Tu nun tiene cchiù onore, nun tiene cchiù niente. Tiene sulo 'o cazzo mio ca te sta sfregiando dinto. Siente comm' scorre 'o sanghe? Siente quanta rabbia aggio astipato pe' te?»
Luca riceve ogni colpo come un battesimo di dolore e piacere. Sente la carne di Ciro, bollente e spietata, che lo reclama come territorio di conquista. In quel momento, mentre le imprecazioni in napoletano gli piovono addosso come pietre — «Sî 'na femmena... sî 'o cess' mio... 'o capisce ca mo' m'appartiene?» — Luca capisce che la sua vita precedente è morta.
Ciro accelera, il respiro è un rantolo animale, la pelle sudata dell'uomo scivola contro quella di porcellana di Luca, sporcandola di grasso e umori.
«Sto venendo n'ata vota... e stavota te scarico tutta l'astinenza d'o munno dinto 'e rine!» urla Ciro, prima di irrigidirsi in uno spasmo finale, possedendolo con una ferocia che segna Luca per sempre, non solo nel corpo, ma nell'anima.
Ciro si accascia sopra di lui per qualche istante, un peso morto e bollente che puzza di fumo, sesso e fatica. Il suo respiro è un mantice che si placa lentamente contro il collo di Luca. Poi, con un gesto brusco, si scosta e si riveste con la stessa indifferenza con cui si indosserebbe una divisa da lavoro, lasciando Luca nudo e tremante sul cemento.
Si accende un’altra sigaretta, guardando dall'alto quel corpo di porcellana ora macchiato e violato.
«Siente bbuono, dottò,» comanda Ciro, la voce che torna a essere una lama fredda di comando. «Mo’ mettimmo 'e rregole, pecché io ccà dinto me sto scocciando. Tengo 'e domiciliari, nun pozzo ascì, e 'e mure s'abboccano 'a cuolle. Tu m'hai d'a dedicà 'o tiempo tujo: tre vote 'a semmana, puntuale comme 'a morte, tu t'ha d'a presentà ccà dinto.»
Luca solleva il viso, lo sguardo perso tra la devozione e lo shock. Ciro sputa un tiro di fumo verso il soffitto e lo fissa con disprezzo.
«E nun t’allargà col pensiero, ca io nun songo nu ricchione comme a te. A me 'e maschi nun me piacciono, m'hanno fatto sempre schifo. Ma stò 'nzerrato ccà dinto da mise, 'a famme è assaje e, in mancanza 'e meglio... pure 'na mappina comme a te va bbuona pe' scaricà 'o veleno.»
Ciro si china su di lui, afferrandogli il mento con le dita ancora sporche, costringendolo a guardarlo in quegli occhi neri che non promettono pietà.
«E m'att' 'a ringrazià, Luca. M'att' 'a ringrazià ogne mumento ca sto perdendo tiempo cu' tte, invic' 'e t'abbuffà 'e mazzate o 'e mannà 'o video a tutt' 'e parte. Io t’aggio dato ‘a dignità ‘e servì a nu rre. Aggio sfunnato 'a porta d'a prigione toja e t'aggio fatto sentì comm' è fatto nu maschio overo. Si' 'o scarto mio, ma si' furtunato. 'O capisce?»
Luca annuisce freneticamente, sentendo che quelle parole, pur offensive, sono l'unica ancora di salvezza a cui può aggrapparsi. Il legame è sigillato: tre volte a settimana, quel garage diventerà il suo altare di sofferenza e piacere.
si vede bene il suo viso e mai quello di Ciro.
Il ritorno alla realtà è un urto gelido.
Luca cammina verso casa con il passo incerto, sentendo ancora il bruciore del cemento sulle ginocchia e l’afrore di muschio selvatico di Ciro che gli impregna i vestiti e i capelli, un marchio invisibile che lo separa dal resto del mondo decoroso.
Appena chiude la porta del suo appartamento lussuoso, il silenzio lo assale. Si spoglia freneticamente, ansioso di lavare via lo sporco, ma prima che possa entrare in doccia, il cellulare vibra sul marmo del comò. Un messaggio. Un mittente anonimo.
Le dita tremano mentre apre il file video.
Sullo schermo, la luce cruda del neon del garage taglia l'oscurità. Luca vede se stesso, la sua pelle di porcellana che brilla di sudore e umiliazione. Il suo viso è ripreso in primo piano, nitido, mentre prende l'iniziativa, mentre si sottomette con una fame disperata che non può essere negata. Si vede ogni singola espressione di piacere colpevole, ogni gemito soffocato contro il muro.
Ciro, invece, è un’ombra onnipotente. Di lui si vedono solo le mani nodose che artigliano i capelli di Luca, il bacino che lo sovrasta, la sagoma massiccia che lo domina come un dio oscuro. La sua identità è protetta dal buio e dalle angolazioni, mentre Luca è esposto, nudo nella sua degradazione.
Sotto il video, un breve testo in napoletano:
«Vide comme stive bbuono, dottò? Nun te scurdà 'o ppatto. Tre vote a semmana. Si nun vienne tu, vene 'o video a truvà a tujo patre.»
Luca si accascia sul pavimento del bagno, lo smartphone stretto al petto. Il terrore di essere scoperto si mescola a un brivido elettrico: guardarsi in quel video lo eccita quanto l'atto stesso. È la conferma definitiva che ora è proprietà privata. Non ha più una via d'uscita, e la cosa più spaventosa è che non la vuole più.
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Dieci minuti prima. Ciro lo aveva spinto contro la credenza, facendogli cadere i libri a terra. «Tu credi ca me può guardà dall'alto in basso pecché io tengo 'o braccialetto da carcerato e tu tieni 'o libbro?» aveva chiesto, avvicinando il volto al suo. «'A verità è ca tu nun aspettave ato ca uno comm'a me te mettesse 'e mmane addosso. Tu tiene bisogno 'e sapé ca staje sotto. Ca nun decidi niente. Ca si' solo 'na femmena pe' me.» In quel momento, mentre Ciro parlava della sua superiorità, Luca aveva visto i suoi occhi farsi lucidi di una fame antica, quella di un uomo chiuso in gabbia che trova finalmente la sua preda.
Ciro afferra la mano di Luca e se la mette sul cazzo, lo costringe a sentire quel peso, quella prova fisica del suo potere. «Sientelo bbuono,» ansima Ciro, la voce che si rompe per il desiderio compresso da mesi di domiciliari. «Chisto è 'o padrone tuojo. Chisto è chello ca succede quando 'o lione acchiappa 'a pecora. Tu si' 'a sfogazione mia, Luca. Si' 'a guagliona ca me serve pe' nun addiventà pazzo.»
Luca sente il cuore battergli in gola. La vista di quell'eccitazione così esplicita, unita al marchio che ancora gli brucia sulla spalla, gli toglie ogni residuo di dignità. Non c'è più lo studente, non c'è più il ricatto del video. C'è solo la gerarchia della carne. «Sì, Ciro...» mormora Luca, e le sue dita tremano mentre accettano la carne che il suo maschio gli ha imposto. Ciro ride, un suono rauco di trionfo. «Bravo 'o dottore. Mo' t'aggio 'mparato overo chi cummanna ccà dinto.»
La luce del neon ronza, una nota elettrica che vibra nel cranio di Luca. Lui è lì, disteso sulla formica scheggiata del tavolo, con le gambe esili spalancate e la sottoveste di seta che gli si arrotola intorno alla vita come una ghirlanda inutile.
Ciro si è liberato della tuta con un gesto brutale. Luca non può fare a meno di guardare: l'uomo, chiuso da mesi tra quelle mura, esibisce un’eccitazione che è un insulto alla sua fragilità. I suoi genitali sono una massa di carne scura e venata che pare troppo grande per lo spazio angusto di quella cucina, troppo violenta per il corpo androgino dello studente.
Luca sente un brivido di puro terrore, ma subito dopo subentra un pensiero nuovo, lucido: Devo farlo bene. Devo farlo felice. Non è più il video a spingerlo, è il bisogno di vedere quello sguardo predatore addolcirsi per un istante, di sentire che la sua sottomissione ha un valore. Si inarca leggermente, offrendosi meglio, cercando di ignorare il freddo del tavolo sulla schiena. Poi, violento ed impetuoso, Ciro è dentro di lui.
Dieci minuti prima. Ciro lo aveva bloccato contro il lavandino, le dita sporche di tabacco strette intorno al suo collo delicato. «Tu nun capisce niente, dottò,» gli aveva sibilato all'orecchio. «Pensi ca basta a t'astennere ccà ncoppa? No. Io voglio ca m'accoglie. Voglio ca capisce ca chisto è 'o posto tuojo. Si' 'a femmena mia, e 'na femmena bbuona sape comme s'adda comportà col padrone suo.»
Ciro gli aveva dato uno schiaffo potente sulla coscia, un colpo che aveva lasciato un’impronta rossa sulla pelle bianca. «Famme vedé ca t'abbasta chillo ca tengo. Famme vedé ca sì degno 'e me.»
Ciro afferra i fianchi stretti di Luca con una presa che lascerà i lividi per settimane. Si spinge in avanti, e Luca sente il fiato mancare. La sproporzione tra i loro corpi è totale: la mole di Ciro lo schiaccia, la sua eccitazione prepotente iempie lo spazio vitale dello studente con una forza che sembra volerlo spaccare in due.
Luca chiude gli occhi, le dita che artigliano il bordo del tavolo fino a farsi bianche. Fallo felice, Luca. Sii la sua cosa. Accetta l'impatto, accetta quel dolore che si trasforma in una strana, cupa vertigine di piacere. Sente il respiro di Ciro farsi rauco, animale, un suono di puro trionfo mentre lo possiede sul tavolo della cucina, tra i piatti sporchi e la polvere.
«Accussì... bravo 'o guaglione mio,» ansima Ciro, la voce sporca di piacere e di comando. «Mo' sì overo ‘a puttana mia. Mo' sì overo 'a schiava mia.» Luca non risponde, può solo assecondare quel ritmo spietato, cercando di essere il contenitore perfetto per tutta la rabbia e la fame di quell'uomo che lo ha marchiato, vestito e ora, finalmente, svuotato di ogni difesa. Una monta selvaggia.
Luca ora è in ginocchio, con una sottoveste trasparente contro il suo petto androgino e glabro. Ciro non gli permette di rialzarsi, né di usare le mani. Con un gesto secco, gli afferra i capelli biondi e gli spinge la testa verso il basso, proprio in mezzo alle sue cosce larghe. Il suo pene enorme penzola bagnato di sperma.
«’A dottò. Usa 'a vocca,» ringhia Ciro, la voce che vibra di un'arroganza viscerale. «Voglio sentì 'a lengua toja ca me leva 'o sporco d'addosso. Pulisce 'o padrone tuojo comme s'adda ffa'.» Luca non esita nemmeno per un istante, il battito del cuore che gli rimbomba nelle orecchie. Poi, abbassa la testa. Inizia a leccare i genitali di Ciro, con gesti lenti e meticolosi, umiliandosi sotto lo sguardo di quell'uomo che lo usa come una proprietà privata. Sente il sapore dello sperma, del sudore e della pelle dura di chi ha vissuto in strada. Ogni tocco della sua lingua è un atto di sottomissione assoluta, un modo per dire a Ciro: Sì, sono tua, non sono niente, voglio farti godere. Vedere lo studente "dottore" ridotto a pulirgli il cazzo con la bocca scatena in Ciro una reazione violenta. Il suo cazzo enorme, già prepotente, pulsa di un'eccitazione nuova e ancora più feroce sotto i colpi della lingua di Luca. E’ di nuovo duro come una pietra, una prova carnale della sua superiorità che preme contro il viso di Luca mentre lui continua il suo compito servile.
«Vedi comm'è bbuono a stà sotto?» ansima Ciro, mentre la sua mano stringe i capelli di Luca con una forza che gli strappa un gemito soffocato. «Tu studi 'e leggi, ma 'a legge d''a carne è chesta qua. Io cummanno e tu me pulisci. Io tengo famme e tu me dai 'a mangià.»
L'arroganza di Ciro esplode in una risata roca mentre Luca, sudato e tremante, non smette. La sua bocca diventa lo strumento del suo annullamento. Ciro si gode lo spettacolo della sua schiava che si sforza di compiacere il padrone, incurante della propria dignità calpestata. «Brava 'a nenné,» sussurra Ciro, spingendo il bacino in avanti per far sentire a Luca il cazzo fino in gola. «Mo' ca m'haje pulito bbuono, t'aggi' 'a sporcà n'ata vota. E stavolta nun voglio sentì manco un respiro. Solo ubbidienza.»
Luca è ancora in ginocchio, con il cazzo di Ciro in bocca, quando sente un colpo secco e ritmico alla porta. Ciro non si scompone; sa chi è.
«Trase, Pasquà! 'A porta è aperta,» grida, senza mollare la presa sui capelli di Luca.
Entra un uomo sulla cinquantina, il volto scavato e gli occhi rapaci di chi vive nell'ombra della latitanza. Pasquale si ferma sulla soglia, osserva la scena — lo studente biondo, androgino, vestito di seta nera che succhia il grosso cazzo di Ciro — e scoppia in una risata roca che sa di cattiveria. «Uè, Ciro! Ma che t'hanno mandato, 'na bomboniera?» scherza Pasquale, avvicinandosi al tavolo della cucina.
Ciro ride a sua volta, un suono di trionfo puro. «È 'o dottore, Pasquà. Studia 'e libbri, ma mo' sta imparando 'a vera legge.» Con uno strattone violento, Ciro solleva Luca dal pavimento e lo sbatte di nuovo sul tavolo, tra i resti della bacinella rovesciata.
La seconda scopata inizia senza preamboli, con una crudeltà amplificata dalla presenza dello spettatore. Ciro si impone su Luca con tutta la sua mole, schiacciandolo contro la formica, mentre la suo cazzo riprende il possesso del corpo fragile dello studente. Pasquale non resta a guardare: si avvicina, si sbottona i pantaloni e afferra il mento di Luca e gli mette il cazzo in bocca, costringendolo a subire contemporaneamente la sua presenza.
«Guarda comm'è delicato,» dice Pasquale, schernendolo mentre Luca cerca disperatamente di respirare sotto il possesso di entrambi. «Pare proprio 'na femminella 'e lusso. Ma ccà mmiez'a noi, dottò, nun conta 'a laurea. Conta solo quanta fiato tiene.»
Le risate dei due uomini rimbombano tra le mura umide della cucina, sovrapponendosi ai gemiti soffocati di Luca. Lo studente è ormai un oggetto di scherno, una "cosa" da usare e deridere. Ciro incita l'amico, vantandosi della sottomissione di Luca come se fosse un trofeo: «Vedi comm'è brava? Nun dice manco 'na parola. Sa che se parla, 'o video fa 'o giro d''o rione.»
Quando finalmente lo lasciano andare, Luca scivola dal tavolo come un manichino rotto. È malconcio: la pelle chiara è segnata da lividi violacei, una striscia di sperma cola in mezzo alle cosce, e la sottoveste di seta è ridotta a stracci e sulle labbra il seme di Pasquale. Resta a terra, rannicchiato, mentre i due uomini tornano a sedersi, accendendosi le sigarette e parlando di affari come se lui fosse parte dell'arredamento.
«Lievate 'a nanze, dottò,» dice Ciro con un ultimo calcio sprezzante verso il fianco di Luca. «Vatt'a lavà, ca puzzi 'e paura. E ringrazia a Pasquale ca t'ha fatto 'o regalo stasera.» Luca si trascina via verso il bagno, tremante, tra le ultime risate dei due delinquenti che commentano la sua camminata incerta e il suo fisico da troia ormai violato.
Il fumo delle sigarette senza filtro di Pasquale ristagna sotto il soffitto basso della cucina, creando una coltre grigia che rende l’aria irrespirabile. Luca è seduto alla fine del tavolo, completamente nudo. Il suo fisico è una mappa di lividi violacei e segni rossi resti dell'umiliazione subita. Ciro e Pasquale sono seduti al tavolo, i gomiti piantati sulla formica, le bottiglie di birra vuote tra di loro. Ignorano Luca come se fosse un mobile vecchio, ma parlano di lui con una crudeltà metodica, alzando la voce perché ogni parola gli arrivi come uno schiaffo.
«Ma 'o vide, Pasquà?» dice Ciro, indicando col mento il corpo rannicchiato dello studente. «Pare 'na statua 'e porcellana. E penzà ca chisto tiene 'o papà ca spende 'e sorde pe' 'o ffa studià... pe' 'o ffa addiventà 'na cosa importante.» Pasquale ride, una risata roca che finisce in un colpo di tosse. Si sporge in avanti, fissando Luca con uno sguardo rapace. «'A verità, Ciro, è ca 'e libbri nun servono a niente quando tiene 'a natura accussì. Chisto è nato pe' stà sotto e pijallo in culo. Guarda comm'è sottile... pare 'na femminella overo. Tenive ragione tu: 'o Stato t'ha chiuso ccà dinto, ma t'ha dato 'o sfogo meglio ca potive tené.»
Ciro prende un sorso di birra e sputa un rimasuglio di tabacco vicino ai piedi di Luca. Poi piscia in un bicchiere e lo porge a Luca «Bivi! E sapessi comm'è bravo a ubbidì. Nun dice maje 'na parola. Se crede ca facenno 'o bravo, io diventa bono!»
«E che n'amma ffa' mo, Ciro?» chiede Pasquale con un sorriso maligno, abbassando la voce ma non abbastanza. «'O tenimmo sulamente pe' noi? Tenimmo l'amici d''o rione ca stann' aspetta' 'na cosa fresca accussì. 'O facimmo girà 'nu poco?» Luca sente un brivido gelido risalire la schiena, mentre sorseggia l’urina di Ciro come fosse un vino doc. Alza lo sguardo, gli occhi lucidi di terrore e sottomissione. Ciro lo fissa, godendosi l'effetto delle parole dell'amico. Il cazzo gli diventa improvvisamente gonfio, visibile sotto i pantalonii, sembra ribadire la sua autorità assoluta.
«Vedimmo, Pasquà. Vedimmo se se comporta bbuono,» risponde Ciro, allungando un piede per spingere il mento di Luca verso l'alto con la punta della scarpa sporca. «Se continua a pulì comm' s'adda ffa', e se nun se mette strane idee in capa d''o dottore, ce 'o tenimmo pe' noi. Ma se sgarra... se sgarra, 'o video è 'o meno de' male suoi. 'O facimmo addiventà 'a bambola 'e tutto 'o quartiere.»
Pasquale scoppia in un'ultima risata sguaiata, alzandosi per andarsene. «Statte bbuono, Ciro. Tienatella stretta 'sta creatura. È 'o meglio regalo ca 'a latitanza t'ha potuto purtà.» Quando la porta si chiude, il silenzio che piomba nella cucina è ancora più violento delle risate. Ciro resta seduto, fissando Luca che trema sul pavimento bagnato.
«Hai sentito, nennè?» sussurra Ciro, la voce che torna bassa e pericolosa. «Mo' scetate. Pulisce 'o schifo ca avete fatto e mettite a faticà. 'A serata è ancora longa e 'o padrone tiene ancora famme.» Luca non risponde. Con i movimenti spezzati di chi ha accettato la propria cancellazione, si trascina verso lo straccio. La sua identità è morta su quel tavolo di formica; ora esiste solo la volontà di Ciro.
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La cucina è una cella di aria immobile, satura del respiro pesante di Ciro, un delinquente napoletano agli arresti domiciliari. Seduto con le gambe spalancate, l'uomo artiglia il collo di Luca, costringendolo a un’intimità forzata tra le sue cosce d’acciaio. Il contrasto è violento: la pelle di porcellana dello studente, quasi eterea sotto il neon, è schiacciata contro la fisicità brutale e il calore eccitato che emana dal corpo dell'uomo così possente.
«Guardame bbuono, dottò,» sibila Ciro. È un nervo scoperto, una corda tesa pronta a spezzarsi. «Tu tiene 'a laurea... Ma ccà dinto, tu sì 'a cosa mia. Io so' 'o re e tu sì 'o niente.» Luca è paralizzato, il cuore gli rimbalza nel petto in un miscuglio tossico di terrore puro e una curiosità oscura che non riesce a soffocare. Quando Ciro gli solleva il mento con uno scatto secco, Luca è costretto a guardare l'abisso. L'eccitazione di Ciro è evidente, visibile, un rigonfiamento che deforma il tessuto logoro della tuta, premendo a pochi centimetri dal suo viso.
In quella vicinanza estrema lo investe l'afrore selvatico del sesso e del sudore acido, un odore di maschio rinchiuso che sale prepotente dal rigonfiamento caldo. È una scossa elettrica che mozza il fiato a Luca; quel richiamo carnale rende le parole di Ciro feroci, trasformando il ricatto in una rivendicazione fisica totale. Ciro non sta solo parlando; sta vibrando di un desiderio che lo reclama come l'unica preda possibile.
Il silenzio della cucina riporta Luca a poche ore prima, quando il mondo sembrava ancora sotto il suo controllo. Tutto era iniziato con una distrazione, un errore di gioventù che credeva sepolto. Un amico di Ciro lo aveva avvicinato fuori dall'università, non con la violenza, ma con la freddezza di chi tiene in mano il destino di un altro. Gli aveva mostrato lo schermo del cellulare: un video rubato, girato in un momento di estrema vulnerabilità. Le immagini erano chiare, compromettenti, capaci di distruggere in un istante la vita di Luca e l'onore della sua famiglia altolocata. «Vai da Ciro alle quattro, o 'o video 'o vede tutto 'o quartiere. Pure tujo patre,» aveva sussurrato il tipo, con un sorriso che non arrivava agli occhi.
Luca aveva ceduto subito. Spinto da un terrore paralizzante ma anche da una scintilla di fascino perverso per quella cosa, si era docciato, e profumato ed era andato dentro quel garage interrato, trasformato in una tana improvvisata.
Il respiro di Luca si fa corto, spezzato, mentre il viso resta premuto contro quel pacco duro di carne e tessuto. In quella posizione umiliante, i suoi sensi sono iper-stimolati e l'odore che emana dal sesso di Ciro lo investe di nuovo prepotente. Non è solo l'odore della pelle; è un effluvio denso e primordiale che sembra trasudare dalle fibre stesse della tuta logora. Luca percepisce un odore dolciastro e pesante, tipico di un corpo maschile in preda a un'eccitazione violenta. È un odore che sa di violenza, di maschio e di dominazione. Luca chiude gli occhi, cercando di respingerlo, ma l'odore gli riempie le narici, scendendo in gola fino a fargli girare la testa.
Ciro, accorgendosi di come il ragazzo inali involontariamente la sua essenza, accentua la pressione, strofinando il rigonfiamento contro le labbra di Luca. «T’piace 'st’addore, dottò? È l’addore d’o padrone tujo,» infierisce Ciro, mentre una goccia di sudore gli scivola lungo il collo e la sua eccitazione, ormai al limite, emana un calore che pare quasi bruciare la pelle del ragazzo. Luca vorrebbe voltarsi, gridare che è il video a costringerlo, ma quella scia odorosa così densa e maschile sta risvegliando in lui un'eccitazione proibita che lo terrorizza più della violenza stessa.
Ciro emette un gemito gutturale, un suono che vibra nelle ossa di Luca. Con un movimento impaziente e violento, snoda il laccio della tuta e abbassa il tessuto logoro, liberando finalmente il cazzo. L’impatto visivo e olfattivo è per Luca una detonazione. Il cazzo di Ciro scatta in avanti, scuro e venoso, pulsando di una vita propria, carica di tutto il sangue e la rabbia di quell'attesa. Ora non c'è più il filtro del tessuto: l’afrore esplode, denso e soffocante, un vapore di mascolinità primitiva che avvolge il volto dello studente. È un odore animale, dolciastro e al tempo stesso feroce, che sa di testosterone puro. Lui è invece solo carne che non è mai stata così vicina a essere posseduta.
Luca spalanca gli occhi, le pupille dilatate dal terrore e da quella curiosità che ormai gli brucia lo stomaco. La pelle del membro di Ciro è tesa al punto da sembrare lucida, e sulla punta affiora una goccia di desiderio che brilla sotto la luce cruda del neon. «Guarda ccà,» ansima Ciro, la voce ridotta a un graffio. Gli afferra i capelli con una forza che gli costringe la testa all'indietro, esponendo la gola bianca. «Chisto è 'o potere vero. No 'e carte tujo.»
Ciro spinge il bacino in avanti, strofinando la cappella calda e umida contro le labbra serrate di Luca. L'afrore di muschio selvatico gli riempie le narici, insinuandosi nei suoi polmoni, reclamando ogni centimetro dei suoi sensi. Luca trema, le mani artigliano le cosce dell'uomo in un riflesso involontario; si illude di voler scappare, ma le sue dita affondano nei muscoli di Ciro, attirandolo a sé invece di respingerlo.
Ciro sente i denti di Luca sfiorargli la carne, sente quella bocca calda e inesperta che cerca di divorare il suo potere, e il piacere lo investe come una scarica elettrica. Ma non può permettere che il "dottorino" prenda il controllo, non lì, non nel suo garage. Con un ringhio, gli afferra la mascella, costringendolo a staccarsi per un istante solo per poterlo guardare negli occhi, umiliandolo con le parole.
«Ma vide 'a chistu piezz' 'e merda...» ansima Ciro, la voce che è un raschiatoio di catrame e disprezzo. «Guarda comm' 'o facive bbuono. Tu nun sî 'o dottore ca crerive 'e sulo mezz'ora fa, sî sulo 'na pucchiacca ca teneva famme 'e cazzo, vide?» Luca prova a distogliere lo sguardo, ma la presa di Ciro è una morsa d'acciaio. L’odore del cazzo ora è mescolato all'odore del fiato pesante dell'uomo, che gli alita in faccia con ferocia.
«Tié, sfogate, mangiat' 'o rre!» ruggisce, spingendo di nuovo il bacino in avanti con un colpo secco che mozza il respiro al ragazzo. «Leva 'e mmane 'a cazzo, nun sî degno 'e me tuccà. Suca, famme vedé comm' sî svelto a ghì 'a ffunno. Tu tiene 'a laurea, ma 'a vocca toja è stata fatta sulo pe' servì a uno comm' a me. Sî 'na cosa inutile, Luca, sî 'o scarto 'e 'sta città ca vò fa' 'a signora e poi se mette 'o ddenuocchie nnanze a 'o primmo delinquente ca 'a guarda!»
Ciro gode nel vedere il contrasto tra la pelle di porcellana di Luca e la propria carne scura e violenta. Però ogni insulto è una frustata che alimenta l'eccitazione di entrambi.
«Dimmello, dottò...» sibila ancora, la voce che diventa un sussurro osceno mentre gli preme la cappella contro il palato. «Dimmello ca nun è p' 'o video. Dimmello ca 'o vulive 'a quanno m'hai visto 'a primma vota. Si' sulo 'na mappina, e io mo te sparo tutto 'o veleno nnanze 'a faccia.»
Ciro non ne ha abbastanza di quella bocca; vuole vedere Luca completamente spezzato. Con un movimento repentino e brutale, lo afferra per le braccia e lo solleva di peso, sbattendolo contro il muro umido del garage. La schiena di Luca urta il cemento freddo con un colpo secco che gli mozza il respiro, ma il dolore non fa che alimentare il delirio sensoriale in cui è sprofondato.
«Girat’! Mettete ‘a pizzo ‘o muro!» comanda Ciro, la voce rotta da un’eccitazione che rasenta la follia. Luca ubbidisce, le dita che grattano la pietra fredda, mentre sente il corpo massiccio di Ciro premere contro la sua schiena. Nella sua mente, il caos si trasforma in una lucida e perversa accettazione.
"È giusto così," pensa Luca, mentre il suo petto ansima contro il muro. "Merito questa umiliazione. Merito di essere trattato come una cosa." Non è più il video a contare; è la realizzazione che la sua pelle di porcellana esisteva solo per essere macchiata dalla violenza di un uomo come Ciro. Ha bisogno di quel contatto ruvido, ha un bisogno fisico, viscerale, di un maschio che lo domini e lo punisca per la sua stessa natura.
Ciro avverte quel cedimento totale, quella sottomissione che non è più solo paura, ma fame. Gli afferra i capelli, tirandogli la testa all'indietro per esporre di nuovo il suo viso alla luce cruda del neon. «Guarda comm’ fernisce ‘o dottore...» sibila Ciro, mentre la sua mano lavora freneticamente sul proprio membro pulsante, ormai al limite estremo. «Tutt’ ‘e sorde e ‘a cultura nun t’hanno salvato da chisto!»
In un ultimo, violento sussulto, Ciro libera il suo piacere. Il getto è potente, caldo, una raffica di veleno bianco che investe il viso di Luca, sporcandogli la fronte, le guance, le ciglia. Luca non chiude gli occhi; accoglie lo sfregio con una sorta di estasi devota, sentendo il calore di Ciro colargli sulla pelle come un marchio d'infamia.
Ciro ansima, il petto che si alza e si abbassa, mentre l'odore dello sperma fresco si mescola all'aria ferma della cucina. «Mo’ sì bbuono,» sputa Ciro, lasciandolo andare bruscamente. «Mo’ si’ overo ‘a cosa mia.» Luca resta lì, immobile contro il muro, col viso bagnato e il cuore che martella un ritmo di pura, colpevole gratitudine.
Ciro si allontana di un passo, guardando il ragazzo rannicchiato contro il muro con un misto di trionfo e disgusto. Il respiro dell'uomo sta tornando lento, ma l’odore di sesso ancora fresco satura ogni centimetro di quel garage. Con un gesto svogliato, Ciro afferra uno straccio unto e logoro da un ripiano e lo lancia addosso a Luca, colpendolo proprio sulla spalla. «E mo’ nun sta llà a fa’ ‘a statua ‘e porcellana,» dice, la voce che ha riacquistato una calma glaciale e arrogante. «Pulisce. Pulisce tutto cose: ‘a faccia toja, ‘o muro e pure ‘nterra. Nun voglio lassa’ tracce d’o passaggio tujo ccà dinto.»
Luca, con le mani che ancora tremano, inizia a passarsi lo straccio ruvido sul viso, mescolando il seme di Ciro al sudore e alle lacrime. Ogni sfregamento è una conferma della sua sottomissione, un rito che accetta con una docilità febbrile.
Ciro si accende una sigaretta, il fumo denso che si unisce all'odore pesante del garage. Guarda Luca pulire il pavimento, quasi con devozione, e un sorriso storto gli compare sul volto.
«In fondo, dottò, m’att’ ‘a ringrazià,» esordisce Ciro, lasciando cadere le parole in un napoletano stretto e gutturale. «T’aggio fatto ‘nu favore ca nisciuno t’aveva fatto maje. Tu stive affogando dint’ ‘e mmerde d’e libbri tujo, dint’ ‘a pulizia d’a casa toja... stive murenno ‘e fame e manco ‘o sapeve.» Fa un tiro profondo, poi sputa a terra vicino alla mano di Luca che strofina.
«’O vide? Tu teneve bisogno ‘e nu maschio overo ca te facesse capì chi sî. Io t’aggio dato ‘a verità. T’aggio liberato d’a prigione d’e sorde tujo e t’aggio miso addo’ merite d’a sta’: sott’ ‘o cazzo mio. E nun me dicere ca nun t’è piaciuto... ‘o saccio bbuono ca mo’ te siente finalmente vivo. ‘A prossima vota ca me guarde, nun guardà ‘o video... guarda a me, pecché mo’ ‘o ssaie ca si’ ‘a cosa mia.» Luca non risponde, ma mentre strofina l'ultimo angolo di cemento, sa che Ciro ha ragione. Quell'umiliazione era l'unica cosa che desiderava davvero.
Luca alza lo sguardo dallo straccio unto, i capelli scompigliati e gli occhi lucidi di una consapevolezza nuova. Guarda Ciro, che torreggia sopra di lui con la sigaretta tra le labbra, e sente che la sua sottomissione non è ancora completa. C’è un ultimo atto di devozione che il suo corpo reclama, un bisogno di riconsacrarsi a quell’uomo che lo ha appena distrutto e ricostruito.
«Ciro...» sussurra Luca, la voce ridotta a un filo. «Pozzo... pozzo pulì pure a te?»
Ciro lo fissa per un istante lungo un’eternità, gli occhi neri che scavano nella fragilità dello studente. Poi, con un sorriso ferino che gli illumina il volto rude, butta la sigaretta a terra e la schiaccia col tacco dello scarpone.
«E accussì ‘o dottore vò fa’ pure ‘a lavannara?» schernisce Ciro, ma la sua voce è di nuovo carica di quella vibrazione bassa. «Tié, famme veré comm’ sî bravo a servì.»
Ciro riapre le gambe, offrendosi di nuovo a lui. Luca si avvicina in ginocchio, e riprende in bocca il cazzo dell’uomo. In quel contatto così intimo, la passione esplode di nuovo, ancora più acre e potente. Ciro è rimasto in astinenza per mesi, chiuso in una solitudine fatta di rabbia e privazione, e quel nuovo contatto scatena in lui una reazione immediata e violenta. Il sangue ricomincia a pompare con una furia inaudita. Sotto le labbra di Luca, il membro di Ciro si risveglia all'istante, diventando di nuovo duro come il ferro, pulsando contro il palato dello studente.
«Guarda ccà...» ansima Ciro, e stavolta c'è una nota di autentico stupore nel suo napoletano. «Songo juto in bianco pe’ mise, e tu m’hai scetato ‘o demonio n’ata vota. Vide che t’aggio ditto? È ‘a carne toja ca m’o chiede.» Ciro gli afferra la nuca, spingendo la faccia di Luca contro quella nuova, prepotente eccitazione.
«Sî carnal’ comm’ ‘a ‘na femmena, dottò. Tenive ‘a molla pronta e m’hai fatto scoppià ‘o sanghe.» La sua mano scende a stringere il collo di Luca, quasi a soffocarlo. «Mo’ pulisce bbuono, pecché mo’ t’o faccio sentì ancora cchiù forte. Aggio accumulato troppo veleno dint’ ‘a ‘sti mise, e tu t’o faccie mangià tutto, fin’ a l’urdema goccia.»
Luca chiude gli occhi, accogliendo quella nuova ondata di calore e di piacere. Non è più un sacrificio; è la sua liturgia personale.
Ciro non ce la fa più a stare seduto; l'astinenza di mesi gli morde le viscere e la vista del "dottorino" così devoto, lo fa sbroccare del tutto. Lo afferra per le ascelle e lo ribalta con un colpo solo, sbattendolo pancia a terra sul pavimento sporco del garage. «Mettete a pecora, merda!» ringhia Ciro, mentre con una mano gli preme la faccia contro il cemento e con l’altra punta il cazzo tra le sue natiche, stavolta con una furia cieca. «Aggio tenuto 'o cazzo carcerato pe' troppi mise, e mo' t' 'o dongo tutto 'o fferro ca tiene 'a dinto!»
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Luca sente il freddo della polvere sulla guancia e il peso immenso di Ciro che gli monta sopra, schiacciandolo col suo corpo massiccio. L’afrore di muschio selvatico è diventato un vapore irrespirabile, un odore di bestia che sta per azzannare. Ciro non usa delicatezza: sputa sulla propria mano e poi, con un linguaggio che è solo fango e rabbia, lo penetra con una spinta secca, brutale, che fa gridare Luca contro il pavimento.
«Zitto! Nun chiagnere, ca o ssaie ca t'abbrucia e t'piace!» infierisce Ciro, muovendosi con colpi violenti e cadenzati che rimbombano nel silenzio del garage. «Sî 'a mappina mia, Luca! Tu nun tiene cchiù onore, nun tiene cchiù niente. Tiene sulo 'o cazzo mio ca te sta sfregiando dinto. Siente comm' scorre 'o sanghe? Siente quanta rabbia aggio astipato pe' te?»
Luca riceve ogni colpo come un battesimo di dolore e piacere. Sente la carne di Ciro, bollente e spietata, che lo reclama come territorio di conquista. In quel momento, mentre le imprecazioni in napoletano gli piovono addosso come pietre — «Sî 'na femmena... sî 'o cess' mio... 'o capisce ca mo' m'appartiene?» — Luca capisce che la sua vita precedente è morta.
Ciro accelera, il respiro è un rantolo animale, la pelle sudata dell'uomo scivola contro quella di porcellana di Luca, sporcandola di grasso e umori.
«Sto venendo n'ata vota... e stavota te scarico tutta l'astinenza d'o munno dinto 'e rine!» urla Ciro, prima di irrigidirsi in uno spasmo finale, possedendolo con una ferocia che segna Luca per sempre, non solo nel corpo, ma nell'anima.
Ciro si accascia sopra di lui per qualche istante, un peso morto e bollente che puzza di fumo, sesso e fatica. Il suo respiro è un mantice che si placa lentamente contro il collo di Luca. Poi, con un gesto brusco, si scosta e si riveste con la stessa indifferenza con cui si indosserebbe una divisa da lavoro, lasciando Luca nudo e tremante sul cemento.
Si accende un’altra sigaretta, guardando dall'alto quel corpo di porcellana ora macchiato e violato.
«Siente bbuono, dottò,» comanda Ciro, la voce che torna a essere una lama fredda di comando. «Mo’ mettimmo 'e rregole, pecché io ccà dinto me sto scocciando. Tengo 'e domiciliari, nun pozzo ascì, e 'e mure s'abboccano 'a cuolle. Tu m'hai d'a dedicà 'o tiempo tujo: tre vote 'a semmana, puntuale comme 'a morte, tu t'ha d'a presentà ccà dinto.»
Luca solleva il viso, lo sguardo perso tra la devozione e lo shock. Ciro sputa un tiro di fumo verso il soffitto e lo fissa con disprezzo.
«E nun t’allargà col pensiero, ca io nun songo nu ricchione comme a te. A me 'e maschi nun me piacciono, m'hanno fatto sempre schifo. Ma stò 'nzerrato ccà dinto da mise, 'a famme è assaje e, in mancanza 'e meglio... pure 'na mappina comme a te va bbuona pe' scaricà 'o veleno.»
Ciro si china su di lui, afferrandogli il mento con le dita ancora sporche, costringendolo a guardarlo in quegli occhi neri che non promettono pietà.
«E m'att' 'a ringrazià, Luca. M'att' 'a ringrazià ogne mumento ca sto perdendo tiempo cu' tte, invic' 'e t'abbuffà 'e mazzate o 'e mannà 'o video a tutt' 'e parte. Io t’aggio dato ‘a dignità ‘e servì a nu rre. Aggio sfunnato 'a porta d'a prigione toja e t'aggio fatto sentì comm' è fatto nu maschio overo. Si' 'o scarto mio, ma si' furtunato. 'O capisce?»
Luca annuisce freneticamente, sentendo che quelle parole, pur offensive, sono l'unica ancora di salvezza a cui può aggrapparsi. Il legame è sigillato: tre volte a settimana, quel garage diventerà il suo altare di sofferenza e piacere.
si vede bene il suo viso e mai quello di Ciro.
Il ritorno alla realtà è un urto gelido.
Luca cammina verso casa con il passo incerto, sentendo ancora il bruciore del cemento sulle ginocchia e l’afrore di muschio selvatico di Ciro che gli impregna i vestiti e i capelli, un marchio invisibile che lo separa dal resto del mondo decoroso.
Appena chiude la porta del suo appartamento lussuoso, il silenzio lo assale. Si spoglia freneticamente, ansioso di lavare via lo sporco, ma prima che possa entrare in doccia, il cellulare vibra sul marmo del comò. Un messaggio. Un mittente anonimo.
Le dita tremano mentre apre il file video.
Sullo schermo, la luce cruda del neon del garage taglia l'oscurità. Luca vede se stesso, la sua pelle di porcellana che brilla di sudore e umiliazione. Il suo viso è ripreso in primo piano, nitido, mentre prende l'iniziativa, mentre si sottomette con una fame disperata che non può essere negata. Si vede ogni singola espressione di piacere colpevole, ogni gemito soffocato contro il muro.
Ciro, invece, è un’ombra onnipotente. Di lui si vedono solo le mani nodose che artigliano i capelli di Luca, il bacino che lo sovrasta, la sagoma massiccia che lo domina come un dio oscuro. La sua identità è protetta dal buio e dalle angolazioni, mentre Luca è esposto, nudo nella sua degradazione.
Sotto il video, un breve testo in napoletano:
«Vide comme stive bbuono, dottò? Nun te scurdà 'o ppatto. Tre vote a semmana. Si nun vienne tu, vene 'o video a truvà a tujo patre.»
Luca si accascia sul pavimento del bagno, lo smartphone stretto al petto. Il terrore di essere scoperto si mescola a un brivido elettrico: guardarsi in quel video lo eccita quanto l'atto stesso. È la conferma definitiva che ora è proprietà privata. Non ha più una via d'uscita, e la cosa più spaventosa è che non la vuole più.
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Dieci minuti prima. Ciro lo aveva spinto contro la credenza, facendogli cadere i libri a terra. «Tu credi ca me può guardà dall'alto in basso pecché io tengo 'o braccialetto da carcerato e tu tieni 'o libbro?» aveva chiesto, avvicinando il volto al suo. «'A verità è ca tu nun aspettave ato ca uno comm'a me te mettesse 'e mmane addosso. Tu tiene bisogno 'e sapé ca staje sotto. Ca nun decidi niente. Ca si' solo 'na femmena pe' me.» In quel momento, mentre Ciro parlava della sua superiorità, Luca aveva visto i suoi occhi farsi lucidi di una fame antica, quella di un uomo chiuso in gabbia che trova finalmente la sua preda.
Ciro afferra la mano di Luca e se la mette sul cazzo, lo costringe a sentire quel peso, quella prova fisica del suo potere. «Sientelo bbuono,» ansima Ciro, la voce che si rompe per il desiderio compresso da mesi di domiciliari. «Chisto è 'o padrone tuojo. Chisto è chello ca succede quando 'o lione acchiappa 'a pecora. Tu si' 'a sfogazione mia, Luca. Si' 'a guagliona ca me serve pe' nun addiventà pazzo.»
Luca sente il cuore battergli in gola. La vista di quell'eccitazione così esplicita, unita al marchio che ancora gli brucia sulla spalla, gli toglie ogni residuo di dignità. Non c'è più lo studente, non c'è più il ricatto del video. C'è solo la gerarchia della carne. «Sì, Ciro...» mormora Luca, e le sue dita tremano mentre accettano la carne che il suo maschio gli ha imposto. Ciro ride, un suono rauco di trionfo. «Bravo 'o dottore. Mo' t'aggio 'mparato overo chi cummanna ccà dinto.»
La luce del neon ronza, una nota elettrica che vibra nel cranio di Luca. Lui è lì, disteso sulla formica scheggiata del tavolo, con le gambe esili spalancate e la sottoveste di seta che gli si arrotola intorno alla vita come una ghirlanda inutile.
Ciro si è liberato della tuta con un gesto brutale. Luca non può fare a meno di guardare: l'uomo, chiuso da mesi tra quelle mura, esibisce un’eccitazione che è un insulto alla sua fragilità. I suoi genitali sono una massa di carne scura e venata che pare troppo grande per lo spazio angusto di quella cucina, troppo violenta per il corpo androgino dello studente.
Luca sente un brivido di puro terrore, ma subito dopo subentra un pensiero nuovo, lucido: Devo farlo bene. Devo farlo felice. Non è più il video a spingerlo, è il bisogno di vedere quello sguardo predatore addolcirsi per un istante, di sentire che la sua sottomissione ha un valore. Si inarca leggermente, offrendosi meglio, cercando di ignorare il freddo del tavolo sulla schiena. Poi, violento ed impetuoso, Ciro è dentro di lui.
Dieci minuti prima. Ciro lo aveva bloccato contro il lavandino, le dita sporche di tabacco strette intorno al suo collo delicato. «Tu nun capisce niente, dottò,» gli aveva sibilato all'orecchio. «Pensi ca basta a t'astennere ccà ncoppa? No. Io voglio ca m'accoglie. Voglio ca capisce ca chisto è 'o posto tuojo. Si' 'a femmena mia, e 'na femmena bbuona sape comme s'adda comportà col padrone suo.»
Ciro gli aveva dato uno schiaffo potente sulla coscia, un colpo che aveva lasciato un’impronta rossa sulla pelle bianca. «Famme vedé ca t'abbasta chillo ca tengo. Famme vedé ca sì degno 'e me.»
Ciro afferra i fianchi stretti di Luca con una presa che lascerà i lividi per settimane. Si spinge in avanti, e Luca sente il fiato mancare. La sproporzione tra i loro corpi è totale: la mole di Ciro lo schiaccia, la sua eccitazione prepotente iempie lo spazio vitale dello studente con una forza che sembra volerlo spaccare in due.
Luca chiude gli occhi, le dita che artigliano il bordo del tavolo fino a farsi bianche. Fallo felice, Luca. Sii la sua cosa. Accetta l'impatto, accetta quel dolore che si trasforma in una strana, cupa vertigine di piacere. Sente il respiro di Ciro farsi rauco, animale, un suono di puro trionfo mentre lo possiede sul tavolo della cucina, tra i piatti sporchi e la polvere.
«Accussì... bravo 'o guaglione mio,» ansima Ciro, la voce sporca di piacere e di comando. «Mo' sì overo ‘a puttana mia. Mo' sì overo 'a schiava mia.» Luca non risponde, può solo assecondare quel ritmo spietato, cercando di essere il contenitore perfetto per tutta la rabbia e la fame di quell'uomo che lo ha marchiato, vestito e ora, finalmente, svuotato di ogni difesa. Una monta selvaggia.
Luca ora è in ginocchio, con una sottoveste trasparente contro il suo petto androgino e glabro. Ciro non gli permette di rialzarsi, né di usare le mani. Con un gesto secco, gli afferra i capelli biondi e gli spinge la testa verso il basso, proprio in mezzo alle sue cosce larghe. Il suo pene enorme penzola bagnato di sperma.
«’A dottò. Usa 'a vocca,» ringhia Ciro, la voce che vibra di un'arroganza viscerale. «Voglio sentì 'a lengua toja ca me leva 'o sporco d'addosso. Pulisce 'o padrone tuojo comme s'adda ffa'.» Luca non esita nemmeno per un istante, il battito del cuore che gli rimbomba nelle orecchie. Poi, abbassa la testa. Inizia a leccare i genitali di Ciro, con gesti lenti e meticolosi, umiliandosi sotto lo sguardo di quell'uomo che lo usa come una proprietà privata. Sente il sapore dello sperma, del sudore e della pelle dura di chi ha vissuto in strada. Ogni tocco della sua lingua è un atto di sottomissione assoluta, un modo per dire a Ciro: Sì, sono tua, non sono niente, voglio farti godere. Vedere lo studente "dottore" ridotto a pulirgli il cazzo con la bocca scatena in Ciro una reazione violenta. Il suo cazzo enorme, già prepotente, pulsa di un'eccitazione nuova e ancora più feroce sotto i colpi della lingua di Luca. E’ di nuovo duro come una pietra, una prova carnale della sua superiorità che preme contro il viso di Luca mentre lui continua il suo compito servile.
«Vedi comm'è bbuono a stà sotto?» ansima Ciro, mentre la sua mano stringe i capelli di Luca con una forza che gli strappa un gemito soffocato. «Tu studi 'e leggi, ma 'a legge d''a carne è chesta qua. Io cummanno e tu me pulisci. Io tengo famme e tu me dai 'a mangià.»
L'arroganza di Ciro esplode in una risata roca mentre Luca, sudato e tremante, non smette. La sua bocca diventa lo strumento del suo annullamento. Ciro si gode lo spettacolo della sua schiava che si sforza di compiacere il padrone, incurante della propria dignità calpestata. «Brava 'a nenné,» sussurra Ciro, spingendo il bacino in avanti per far sentire a Luca il cazzo fino in gola. «Mo' ca m'haje pulito bbuono, t'aggi' 'a sporcà n'ata vota. E stavolta nun voglio sentì manco un respiro. Solo ubbidienza.»
Luca è ancora in ginocchio, con il cazzo di Ciro in bocca, quando sente un colpo secco e ritmico alla porta. Ciro non si scompone; sa chi è.
«Trase, Pasquà! 'A porta è aperta,» grida, senza mollare la presa sui capelli di Luca.
Entra un uomo sulla cinquantina, il volto scavato e gli occhi rapaci di chi vive nell'ombra della latitanza. Pasquale si ferma sulla soglia, osserva la scena — lo studente biondo, androgino, vestito di seta nera che succhia il grosso cazzo di Ciro — e scoppia in una risata roca che sa di cattiveria. «Uè, Ciro! Ma che t'hanno mandato, 'na bomboniera?» scherza Pasquale, avvicinandosi al tavolo della cucina.
Ciro ride a sua volta, un suono di trionfo puro. «È 'o dottore, Pasquà. Studia 'e libbri, ma mo' sta imparando 'a vera legge.» Con uno strattone violento, Ciro solleva Luca dal pavimento e lo sbatte di nuovo sul tavolo, tra i resti della bacinella rovesciata.
La seconda scopata inizia senza preamboli, con una crudeltà amplificata dalla presenza dello spettatore. Ciro si impone su Luca con tutta la sua mole, schiacciandolo contro la formica, mentre la suo cazzo riprende il possesso del corpo fragile dello studente. Pasquale non resta a guardare: si avvicina, si sbottona i pantaloni e afferra il mento di Luca e gli mette il cazzo in bocca, costringendolo a subire contemporaneamente la sua presenza.
«Guarda comm'è delicato,» dice Pasquale, schernendolo mentre Luca cerca disperatamente di respirare sotto il possesso di entrambi. «Pare proprio 'na femminella 'e lusso. Ma ccà mmiez'a noi, dottò, nun conta 'a laurea. Conta solo quanta fiato tiene.»
Le risate dei due uomini rimbombano tra le mura umide della cucina, sovrapponendosi ai gemiti soffocati di Luca. Lo studente è ormai un oggetto di scherno, una "cosa" da usare e deridere. Ciro incita l'amico, vantandosi della sottomissione di Luca come se fosse un trofeo: «Vedi comm'è brava? Nun dice manco 'na parola. Sa che se parla, 'o video fa 'o giro d''o rione.»
Quando finalmente lo lasciano andare, Luca scivola dal tavolo come un manichino rotto. È malconcio: la pelle chiara è segnata da lividi violacei, una striscia di sperma cola in mezzo alle cosce, e la sottoveste di seta è ridotta a stracci e sulle labbra il seme di Pasquale. Resta a terra, rannicchiato, mentre i due uomini tornano a sedersi, accendendosi le sigarette e parlando di affari come se lui fosse parte dell'arredamento.
«Lievate 'a nanze, dottò,» dice Ciro con un ultimo calcio sprezzante verso il fianco di Luca. «Vatt'a lavà, ca puzzi 'e paura. E ringrazia a Pasquale ca t'ha fatto 'o regalo stasera.» Luca si trascina via verso il bagno, tremante, tra le ultime risate dei due delinquenti che commentano la sua camminata incerta e il suo fisico da troia ormai violato.
Il fumo delle sigarette senza filtro di Pasquale ristagna sotto il soffitto basso della cucina, creando una coltre grigia che rende l’aria irrespirabile. Luca è seduto alla fine del tavolo, completamente nudo. Il suo fisico è una mappa di lividi violacei e segni rossi resti dell'umiliazione subita. Ciro e Pasquale sono seduti al tavolo, i gomiti piantati sulla formica, le bottiglie di birra vuote tra di loro. Ignorano Luca come se fosse un mobile vecchio, ma parlano di lui con una crudeltà metodica, alzando la voce perché ogni parola gli arrivi come uno schiaffo.
«Ma 'o vide, Pasquà?» dice Ciro, indicando col mento il corpo rannicchiato dello studente. «Pare 'na statua 'e porcellana. E penzà ca chisto tiene 'o papà ca spende 'e sorde pe' 'o ffa studià... pe' 'o ffa addiventà 'na cosa importante.» Pasquale ride, una risata roca che finisce in un colpo di tosse. Si sporge in avanti, fissando Luca con uno sguardo rapace. «'A verità, Ciro, è ca 'e libbri nun servono a niente quando tiene 'a natura accussì. Chisto è nato pe' stà sotto e pijallo in culo. Guarda comm'è sottile... pare 'na femminella overo. Tenive ragione tu: 'o Stato t'ha chiuso ccà dinto, ma t'ha dato 'o sfogo meglio ca potive tené.»
Ciro prende un sorso di birra e sputa un rimasuglio di tabacco vicino ai piedi di Luca. Poi piscia in un bicchiere e lo porge a Luca «Bivi! E sapessi comm'è bravo a ubbidì. Nun dice maje 'na parola. Se crede ca facenno 'o bravo, io diventa bono!»
«E che n'amma ffa' mo, Ciro?» chiede Pasquale con un sorriso maligno, abbassando la voce ma non abbastanza. «'O tenimmo sulamente pe' noi? Tenimmo l'amici d''o rione ca stann' aspetta' 'na cosa fresca accussì. 'O facimmo girà 'nu poco?» Luca sente un brivido gelido risalire la schiena, mentre sorseggia l’urina di Ciro come fosse un vino doc. Alza lo sguardo, gli occhi lucidi di terrore e sottomissione. Ciro lo fissa, godendosi l'effetto delle parole dell'amico. Il cazzo gli diventa improvvisamente gonfio, visibile sotto i pantalonii, sembra ribadire la sua autorità assoluta.
«Vedimmo, Pasquà. Vedimmo se se comporta bbuono,» risponde Ciro, allungando un piede per spingere il mento di Luca verso l'alto con la punta della scarpa sporca. «Se continua a pulì comm' s'adda ffa', e se nun se mette strane idee in capa d''o dottore, ce 'o tenimmo pe' noi. Ma se sgarra... se sgarra, 'o video è 'o meno de' male suoi. 'O facimmo addiventà 'a bambola 'e tutto 'o quartiere.»
Pasquale scoppia in un'ultima risata sguaiata, alzandosi per andarsene. «Statte bbuono, Ciro. Tienatella stretta 'sta creatura. È 'o meglio regalo ca 'a latitanza t'ha potuto purtà.» Quando la porta si chiude, il silenzio che piomba nella cucina è ancora più violento delle risate. Ciro resta seduto, fissando Luca che trema sul pavimento bagnato.
«Hai sentito, nennè?» sussurra Ciro, la voce che torna bassa e pericolosa. «Mo' scetate. Pulisce 'o schifo ca avete fatto e mettite a faticà. 'A serata è ancora longa e 'o padrone tiene ancora famme.» Luca non risponde. Con i movimenti spezzati di chi ha accettato la propria cancellazione, si trascina verso lo straccio. La sua identità è morta su quel tavolo di formica; ora esiste solo la volontà di Ciro.
Grazie per i commenti e soprattutto consigli
qulottone@gmail.com
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