L’Ora in cui ho detto Sì a me stessa 4
di
Stemmy
genere
etero
Raul rimase dentro di lei ancora qualche minuto, il respiro che tornava piano piano regolare, il membro che si ammorbidiva lentamente senza fretta di uscire. Non disse nulla di superfluo, non le sussurrò parole d’amore o promesse. Era un professionista, e lo sapeva fare alla perfezione: il suo corpo era lì per dare piacere, non per creare legami. Eppure, ogni movimento, ogni tocco, ogni sguardo era calibrato per farla sentire unica, desiderata, al centro del mondo per quell’ora pagata.
Quando finalmente si ritrasse con delicatezza, un rivolo caldo le scivolò tra le cosce, il suo seme misto al piacere di lei, e Cristina sentì un vuoto dolce, appagante. Raul le baciò la fronte, un gesto gentile ma impersonale, come un sigillo di chiusura impeccabile. Lei lo guardò negli occhi scuri, cercando qualcosa, un bagliore, un tremito, ma trovò solo calma professionale, un calore controllato che non traboccava mai.
Cristina si alzò piano dal tatami, le gambe ancora molli, il corpo segnato dal rossore dell’orgasmo e dai baci. Si diresse verso l’enorme box doccia incassato in un angolo della stanza, le pareti di vetro satinato che riflettevano il rosso delle candele. Prima di entrare, si voltò, i capelli arruffati sulle spalle nude, e gli fece un piccolo gesto vezzoso: un sorriso timido, un cenno del capo, le dita che sfioravano il vetro come un invito silenzioso.
Raul annuì, si alzò con la solita grazia felina e la seguì senza esitazione.
L’acqua calda partì subito, una pioggia morbida che li avvolse entrambi. Cristina si mise sotto il getto, lasciando che l’acqua le scorresse sul viso, sul seno, tra le gambe, lavando via il sudore, l’olio, il seme di lui. Raul prese una spugna naturale dal ripiano e la insaponò con un gel dal profumo di yuzu e legno di sandalo. Si avvicinò da dietro, le mani enormi che le passavano la spugna sulla schiena con movimenti circolari lenti, precisi: spalle, colonna vertebrale, reni, glutei. Ogni passata era attenta, quasi rituale, senza indugiare più del necessario, ma sufficiente a farla sentire accudita.
Cristina si voltò, prese la spugna dalle sue mani e ricambiò il gesto. Gli lavò il petto ampio, seguendo con le dita le linee dei muscoli pettorali, scendendo lungo gli addominali definiti, sfiorando il drago tatuato sulla schiena come se volesse impararne ogni curva a memoria. Le mani le tremavano leggermente: non solo per il piacere residuo, ma per qualcosa di nuovo che le cresceva dentro. Toccare la pelle scura e calda di Raul, sentire i muscoli contrarsi sotto le sue dita, il calore del suo corpo così vicino… era diverso da prima. Non era più solo desiderio fisico. Era affetto, un sentimento tenero e pericoloso che le stringeva il petto.
Raul la lasciò fare, immobile sotto l’acqua, gli occhi socchiusi, il viso rilassato ma distante. Non ricambiava le carezze con la stessa intensità emotiva: le sue mani continuavano a lavarla, le spalle, i seni, il ventre, tra le cosce con tocchi gentili e professionali, ma senza mai perdere il controllo. Era lì per soddisfare, per farla sentire importante, per darle un piacere che non aveva mai conosciuto prima: multiplo, profondo, senza egoismo. E lo faceva alla perfezione.
Cristina alzò lo sguardo su di lui, l’acqua che le colava sul viso nascondendo le lacrime che non sapeva se fossero di gioia o di qualcos’altro.
“Raul…” sussurrò, la voce coperta dal rumore della doccia.
Lui le sfiorò la guancia con il pollice, un gesto dolce ma misurato.
“Dimmi cosa vuoi ancora”, rispose piano. “Sono qui per te”.
Quelle parole erano perfette, gentili, professionali. Eppure a Cristina suonarono come una carezza sul cuore. Si rese conto, in quel momento, che stava iniziando a provare qualcosa di più: non solo gratitudine per il piacere fisico, ma un affetto vero, quasi doloroso, per quell’uomo che la faceva sentire viva come mai prima, anche se per lui era solo un’altra cliente perfetta.
Si strinse contro il suo petto, l’acqua calda che li avvolgeva entrambi, e chiuse gli occhi.
Sapeva che quella sensazione era pericolosa.
Ma in quel preciso istante, sotto la doccia rossa e profumata, non le importava.
Voleva solo restare lì, tra le sue braccia forti e distaccate, a fingere, per un po’, che fosse tutto reale.
Raul la prese in braccio con una facilità che la fece sentire minuscola e preziosa allo stesso tempo: le braccia enormi la circondarono completamente, il petto tatuato premuto contro i suoi seni nudi, i muscoli che si contraevano sotto la pelle calda e ancora umida della doccia. Cristina gli avvolse le braccia intorno al collo, il viso affondato nella curva del suo collo, inalando quel profumo muschiato di yuzu, sandalo che le dava alla testa. Il membro di lui, semi-eretto, le sfiorava la coscia mentre camminava, un contatto casuale ma elettrico che le strappò un piccolo gemito soffocato.
La depose sul tatami con una delicatezza quasi rituale: la schiena affondò nei cuscini bassi e morbidi, la seta scarlatta che le accarezzava la pelle sensibile come mille dita invisibili. I capelli castani si aprirono a ventaglio intorno al viso arrossato, le labbra socchiuse, il respiro corto e irregolare. Raul rimase in piedi per un istante sopra di lei, completamente nudo, il corpo scolpito illuminato dal bagliore tremolante delle candele rosse: il drago tatuato sulla schiena sembrava vivo, pronto a spiccare il volo, mentre il membro pesante oscillava leggermente tra le cosce muscolose.
Cristina lo guardò dal basso, gli occhi verdi spalancati, colmi di un’attesa febbrile e di una voglia ormai animalesca. Non parlò. Non ce n’era bisogno. Il modo in cui aprì leggermente le cosce, il modo in cui i capezzoli si indurirono di nuovo sotto il suo sguardo, il modo in cui il suo sesso già luccicava di umori freschi… tutto urlava: “prendimi”.
Raul si inginocchiò tra le sue gambe aperte, poi si chinò lentamente, invertendo i corpi in un 69 lento e deliberato. Il suo viso scese verso le parti intime di lei, il fiato caldo che le lambiva già il monte di Venere gonfio e sensibile. Contemporaneamente, il membro, ancora molle dopo lo svuotamento precedente, ma lungo e pesante, si posò sul viso di Cristina: la cappella morbida e calda le sfiorò la guancia, l’asta spessa le coprì la bocca e il naso come un peso intimo e opprimente, il profumo muschiato di lui che le riempiva i sensi.
Per un attimo Cristina rimase immobile, confusa e arrossata: non aveva mai ricevuto un sesso orale in quella posizione, mai avuto un uomo così imponente sopra di sé in modo così esposto. Il membro sul viso la fece sentire vulnerabile, quasi soffocata dal desiderio, ma anche incredibilmente eccitata. Poi arrivò la lingua di Raul.
Era lunga, forte, incredibilmente agile, una lingua da formichiere, pensò lei in un lampo assurdo mentre il piacere la travolgeva come un’onda violenta. La punta affilata le sfiorò prima le grandi labbra, separandole con una lentezza esasperante, raccogliendo il sapore salato del suo seme misto agli umori freschi di lei. Poi scivolò lungo la fessura umida, dal perineo fino al clitoride, in una leccata piatta e lenta che le fece inarcare la schiena di scatto. Raul emise un suono basso, quasi un ringhio di soddisfazione, mentre la lingua tornava indietro, questa volta penetrando leggermente l’apertura vaginale con la punta rigida, assaporando ogni goccia.
Cristina gemette forte contro l’asta che le premeva sulle labbra. un suono vibrante che fece reagire immediatamente il membro di lui: si indurì piano, centimetro dopo centimetro, gonfiandosi contro la sua bocca, la pelle vellutata che si tendeva, le vene che pulsavano visibili e calde sotto la sua lingua. Lei aprì le labbra d’istinto, lasciando che la cappella le entrasse in bocca: era ancora morbida ma già grossa, salata, bollente. Lo succhiò piano, con una fame timida e disperata insieme, la lingua che girava intorno alla corona sensibile, mentre le mani le afferravano i glutei duri di Raul per tirarlo più vicino, per sentirlo crescere nella sua gola.
Intanto la lingua di Raul non dava tregua.
Leccava il clitoride con cerchi perfetti, poi lo succhiava tra le labbra con una pressione ritmica che le faceva tremare le cosce; poi lo punzecchiava con la punta affilata, facendola sobbalzare; poi tornava a leccarla in verticale, dal basso verso l’alto, raccogliendo ogni goccia che colava copiosa. Le mani enormi le tenevano le cosce spalancate con forza gentile, i pollici che premevano sulla piega inguinale, tenendola aperta per la sua bocca come un’offerta sacra. Ogni tanto mordicchiava piano le piccole labbra gonfie, poi le succhiava con delicatezza, alternando a leccate lunghe e profonde che arrivavano fino al perineo.
Cristina perse completamente il controllo del proprio corpo.
Il piacere saliva a ondate sempre più intense, nuove vette che le facevano girare la testa: la combinazione della lingua esperta che la divorava tra le gambe e il membro che le cresceva in bocca, ormai completamente eretto, enorme, pulsante, che le riempiva la gola fino a farle lacrimare gli occhi, la mandava in estasi. Gemiti soffocati vibravano intorno all’asta, facendolo indurire ancora di più; le cosce tremavano violentemente intorno alla testa di Raul; il bacino si sollevava ritmicamente contro la sua bocca, implorando di più.
Raul non accelerò mai. Continuò con la stessa calma implacabile, professionale, sapendo esattamente quando fermarsi un secondo prima del culmine, solo per ricominciare, prolungando l’agonia dolce fino a farla impazzire. La lingua entrava e usciva dall’apertura vaginale, curvandosi per premere contro la parete anteriore; poi tornava sul clitoride, succhiandolo con una pressione che le faceva vedere lampi bianchi.
Cristina sentiva l’orgasmo avvicinarsi come una tempesta inevitabile: il clitoride pulsava furiosamente sotto la lingua di lui, la vagina si contraeva nel vuoto, bagnata e disperata. Il membro enorme le riempiva la bocca, la gola, il naso, un peso caldo e vivo che la faceva sentire posseduta da entrambi i lati.
Gemette più forte, un suono disperato e vibrante intorno a lui.
E Raul, percependo il limite, finalmente intensificò: la lingua si concentrò sul clitoride con cerchi rapidi e succhiate profonde, mentre due dita enormi entrarono dentro di lei, curvandosi per premere sul punto G.
Cristina esplose.
L’orgasmo la travolse con violenza: il corpo si inarcò come una corda spezzata, le cosce si strinsero intorno alla testa di Raul, la vagina pulsò in spasmi potenti intorno alle dita, espellendo fiotti caldi che lui bevve senza fermarsi. Gridò contro il membro che le riempiva la bocca, un urlo soffocato, rauco, liberatorio, mentre lacrime di piacere le rigavano le guance.
Raul non si fermò subito: accompagnò ogni spasmo con leccate leggere e pressione delicata, prolungando il piacere fino a farla tremare tutta, esausta, sazia, tremante.
Solo allora si ritrasse piano, girandosi per guardarla negli occhi.
Cristina, con il viso bagnato di lacrime e saliva, il respiro spezzato, lo fissò con uno sguardo che diceva tutto: gratitudine, fame, qualcosa di più profondo che non osava nominare.
Raul le sfiorò la guancia con il pollice, un gesto tenero ma distaccato.
“Ancora?” chiese piano, la voce rauca.
Lei annuì, incapace di parlare.
E lui sorrise, quel sorriso professionale, perfetto, che la faceva sentire desiderata come mai prima.
Ma dentro di lei, qualcosa si era rotto.
E non era solo il corpo.
Cristina ansimava ancora, il corpo scosso dagli ultimi tremiti dell’orgasmo devastante che Raul le aveva regalato con quella lingua implacabile. L’acqua residua della doccia si mescolava al sudore sulla sua pelle, e lei sentiva il clitoride pulsare dolcemente, la vagina ancora contratta in echi di piacere. Alzò lo sguardo su Raul, che si era girato per guardarla, il viso impassibile ma gli occhi scuri colmi di quella calma professionale che la faceva sentire al centro dell’universo, anche se sapeva, in fondo, che per lui era solo un altro atto perfetto.
Ma lei voleva di più. Voleva restituire il favore, assaporare il potere di farlo gemere, di sentirlo perdere un po’ di quel controllo ferreo. Il membro di Raul era lì, eretto e imponente, lucido della sua saliva dalla posizione precedente, la cappella rossa e gonfia che pulsava leggermente al ritmo del suo cuore accelerato. Cristina si morse il labbro, un gesto istintivo, e si mise a sedere piano sul tatami, le mani che tremavano per l’eccitazione residua e per quella nuova fame che le cresceva dentro.
Allungò una mano, le dita sottili che sfiorarono prima l’asta calda, sentendo le vene gonfie sotto la pelle vellutata. Raul non si mosse, lasciò che fosse lei a guidare, il corpo rilassato ma pronto. Cristina lo avvolse con il palmo, stringendo piano alla base, sentendolo indurirsi ancora di più nella sua presa. Lo accarezzò su e giù, lenta, deliberata, osservando come la cappella si tendeva, un goccio di umore preseminale che colava dalla fessura.
“Voglio leccarti”, sussurrò lei, la voce rotta e audace allo stesso tempo. “Voglio farti sentire… come mi hai fatto sentire tu”.
Raul annuì piano, un gesto professionale che nascondeva ogni emozione personale. Si sdraiò sulla schiena, i muscoli del torace e dell’addome che si tendevano sotto la luce rossa, il drago tatuato che sembrava guardarla con occhi di sfida. Cristina si posizionò tra le sue gambe muscolose, le mani che gli aprivano le cosce quel tanto che bastava per avvicinarsi. Il membro svettava eretto, enorme, venoso, invitante.
Chinò il capo, i capelli castani che le ricaddero sul viso, e posò un primo bacio leggero sulla cappella bollente. Raul inspirò bruscamente, ma non emise suono. Incoraggiata, Cristina aprì le labbra e lo leccò: una passata lenta dalla base alla punta, la lingua piatta che seguiva la vena principale, assaporando il sapore salato e muschiato di lui. Lo prese in bocca piano, solo la cappella all’inizio, succhiandola con delicatezza, la lingua che girava intorno alla corona sensibile, stuzzicando la fessura con la punta.
Raul gemette piano, un suono basso e controllato che le vibrò fino al basso ventre. Le mani enormi di lui le accarezzarono i capelli, guidandola senza forzare, un tocco professionale che la faceva sentire sicura e potente. Cristina prese coraggio: lo ingoiò più in profondità, la bocca tesa intorno all’asta spessa, le guance incavate mentre succhiava con ritmo crescente. Alternava: leccate lunghe e bagnate lungo l’intera lunghezza, succhiate forti sulla cappella, la mano che lo masturbava alla base per compensare ciò che non riusciva a prendere in bocca.
Il membro pulsava forte contro la sua lingua, gonfiandosi ancora, le vene che si tendevano visibili. Raul respirava più forte ora, i fianchi che si sollevavano leggermente per spingersi nella sua bocca calda, ma sempre con controllo, non la forzava, non accelerava, lasciava che fosse lei a dettare il ritmo. Cristina gemette intorno a lui, il suono che vibrava sull’asta, facendolo irrigidire di più. Voleva dargli tutto: leccava i testicoli pesanti, li succhiava uno alla volta, poi tornava sull’asta, la mano che ruotava alla base mentre la bocca lo ingoiava fino in gola, gli occhi lacrimanti per lo sforzo ma colmi di trionfo.
Raul emise un gemito più profondo, le dita che si stringevano leggermente nei suoi capelli. “Così… brava”, mormorò, la voce rauca ma sempre misurata, parole che la facevano sentire appagata, importante, anche se sapeva che per lui era solo parte del servizio perfetto.
Cristina continuò, il ritmo che accelerava, la bocca bagnata e calda che lo avvolgeva completamente, la lingua che danzava su ogni centimetro. Sentiva il membro tendersi al limite, le pulsazioni rapide che annunciavano l’imminente esplosione. Voleva berlo tutto, restituire il piacere in modo totale, far sì che quell’uomo, che le aveva dato vette di estasi mai provate, sentisse almeno un’eco di ciò che lei aveva provato.
E mentre lo leccava con devozione crescente, il cuore di Cristina batteva non solo per il desiderio, ma per quell’affetto pericoloso che le si insinuava dentro, facendola desiderare non solo il suo corpo, ma lui. Tutto lui. Anche se sapeva che non era reale.
Raul le accarezzava i capelli con tocchi leggeri, quasi paterni, ma il suo respiro si era fatto irregolare, spezzato. Le anche si sollevarono leggermente dal tatami, un movimento involontario che spinse il membro più a fondo nella gola di lei. Cristina gemette intorno a lui, il suono vibrante che lo fece irrigidire di colpo.
Poi arrivò.
L’esplosione fu improvvisa, potente, quasi brutale.
Il primo fiotto caldo e denso le colpì il fondo della gola con una forza che la colse completamente di sorpresa. Era abbondante, viscoso, salato-dolce, un getto potente che le riempì la bocca in un istante, facendola tossire leggermente mentre cercava di deglutire. Non riuscì a trattenere tutto: un rivolo le sfuggì dall’angolo delle labbra, colando caldo sul mento e sul collo. Raul gemette profondo, un suono gutturale e primordiale che vibrò contro il petto di lei, mentre il secondo fiotto arrivava subito dopo, altrettanto forte, altrettanto copioso, schizzando contro il palato e facendole chiudere gli occhi per l’intensità.
Cristina non si ritrasse. Continuò a succhiare, la lingua che danzava intorno alla cappella pulsante, la mano che lo masturbava ritmicamente per accompagnare ogni spasmo. Il terzo getto le inondò la bocca di nuovo, denso e caldo, traboccando sulle labbra e scendendo lungo il collo fino ai seni. Lei ingoiò quanto poté, il sapore muschiato e leggermente dolce che le riempiva i sensi, mentre il quarto e il quinto fiotto – meno potenti ma ancora abbondanti – le colpirono la lingua e le guance interne, lasciando strisce bianche e calde che le colarono sul viso.
Raul tremò tutto, il corpo contratto in spasmi violenti, le mani che si stringevano nei suoi capelli senza farle male, solo tenendola lì, vicina. Il gemito finale fu lungo, rauco, quasi un ringhio soffocato che si spense in un sospiro profondo.
Quando finì, il membro rimase nella sua bocca ancora per qualche secondo, pulsando debolmente negli ultimi echi dell’orgasmo, prima di ammorbidirsi piano. Cristina lo lasciò uscire lentamente, le labbra gonfie e lucide, il mento e il collo segnati da rivoli bianchi che scintillavano sotto la luce rossa delle candele. Si passò la lingua sulle labbra, assaporando gli ultimi residui, e alzò lo sguardo su di lui.
Raul la guardava dall’alto, il petto che si alzava e abbassava ancora forte, gli occhi scuri velati da un piacere sincero ma sempre controllato. Le sfiorò la guancia con il pollice, asciugandole una lacrima mista a seme, un gesto gentile e professionale.
“Brava”, mormorò piano, la voce rauca. “Sei stata bravissima”.
Cristina sorrise, esausta e appagata, il viso arrossato e segnato dal suo piacere. Si chinò per baciarlo piano sulla punta del membro ormai rilassato, un ultimo gesto tenero, quasi devoto. Poi si sdraiò accanto a lui sul tatami, il corpo molle, il cuore che batteva forte non solo per l’orgasmo dato e ricevuto, ma per quella sensazione crescente che non riusciva più a ignorare: voleva di più da lui. Non solo il corpo, non solo il piacere. Voleva lui.
Anche se sapeva, o temeva, che per Raul fosse solo un’altra performance perfetta.
Ma in quel momento, con il sapore di lui ancora sulle labbra e il calore del suo seme sulla pelle, non le importava.
Si accoccolò contro il suo fianco, la testa sul petto tatuato, ascoltando il battito regolare del cuore di Raul.
stemmy75@gmail.com
Quando finalmente si ritrasse con delicatezza, un rivolo caldo le scivolò tra le cosce, il suo seme misto al piacere di lei, e Cristina sentì un vuoto dolce, appagante. Raul le baciò la fronte, un gesto gentile ma impersonale, come un sigillo di chiusura impeccabile. Lei lo guardò negli occhi scuri, cercando qualcosa, un bagliore, un tremito, ma trovò solo calma professionale, un calore controllato che non traboccava mai.
Cristina si alzò piano dal tatami, le gambe ancora molli, il corpo segnato dal rossore dell’orgasmo e dai baci. Si diresse verso l’enorme box doccia incassato in un angolo della stanza, le pareti di vetro satinato che riflettevano il rosso delle candele. Prima di entrare, si voltò, i capelli arruffati sulle spalle nude, e gli fece un piccolo gesto vezzoso: un sorriso timido, un cenno del capo, le dita che sfioravano il vetro come un invito silenzioso.
Raul annuì, si alzò con la solita grazia felina e la seguì senza esitazione.
L’acqua calda partì subito, una pioggia morbida che li avvolse entrambi. Cristina si mise sotto il getto, lasciando che l’acqua le scorresse sul viso, sul seno, tra le gambe, lavando via il sudore, l’olio, il seme di lui. Raul prese una spugna naturale dal ripiano e la insaponò con un gel dal profumo di yuzu e legno di sandalo. Si avvicinò da dietro, le mani enormi che le passavano la spugna sulla schiena con movimenti circolari lenti, precisi: spalle, colonna vertebrale, reni, glutei. Ogni passata era attenta, quasi rituale, senza indugiare più del necessario, ma sufficiente a farla sentire accudita.
Cristina si voltò, prese la spugna dalle sue mani e ricambiò il gesto. Gli lavò il petto ampio, seguendo con le dita le linee dei muscoli pettorali, scendendo lungo gli addominali definiti, sfiorando il drago tatuato sulla schiena come se volesse impararne ogni curva a memoria. Le mani le tremavano leggermente: non solo per il piacere residuo, ma per qualcosa di nuovo che le cresceva dentro. Toccare la pelle scura e calda di Raul, sentire i muscoli contrarsi sotto le sue dita, il calore del suo corpo così vicino… era diverso da prima. Non era più solo desiderio fisico. Era affetto, un sentimento tenero e pericoloso che le stringeva il petto.
Raul la lasciò fare, immobile sotto l’acqua, gli occhi socchiusi, il viso rilassato ma distante. Non ricambiava le carezze con la stessa intensità emotiva: le sue mani continuavano a lavarla, le spalle, i seni, il ventre, tra le cosce con tocchi gentili e professionali, ma senza mai perdere il controllo. Era lì per soddisfare, per farla sentire importante, per darle un piacere che non aveva mai conosciuto prima: multiplo, profondo, senza egoismo. E lo faceva alla perfezione.
Cristina alzò lo sguardo su di lui, l’acqua che le colava sul viso nascondendo le lacrime che non sapeva se fossero di gioia o di qualcos’altro.
“Raul…” sussurrò, la voce coperta dal rumore della doccia.
Lui le sfiorò la guancia con il pollice, un gesto dolce ma misurato.
“Dimmi cosa vuoi ancora”, rispose piano. “Sono qui per te”.
Quelle parole erano perfette, gentili, professionali. Eppure a Cristina suonarono come una carezza sul cuore. Si rese conto, in quel momento, che stava iniziando a provare qualcosa di più: non solo gratitudine per il piacere fisico, ma un affetto vero, quasi doloroso, per quell’uomo che la faceva sentire viva come mai prima, anche se per lui era solo un’altra cliente perfetta.
Si strinse contro il suo petto, l’acqua calda che li avvolgeva entrambi, e chiuse gli occhi.
Sapeva che quella sensazione era pericolosa.
Ma in quel preciso istante, sotto la doccia rossa e profumata, non le importava.
Voleva solo restare lì, tra le sue braccia forti e distaccate, a fingere, per un po’, che fosse tutto reale.
Raul la prese in braccio con una facilità che la fece sentire minuscola e preziosa allo stesso tempo: le braccia enormi la circondarono completamente, il petto tatuato premuto contro i suoi seni nudi, i muscoli che si contraevano sotto la pelle calda e ancora umida della doccia. Cristina gli avvolse le braccia intorno al collo, il viso affondato nella curva del suo collo, inalando quel profumo muschiato di yuzu, sandalo che le dava alla testa. Il membro di lui, semi-eretto, le sfiorava la coscia mentre camminava, un contatto casuale ma elettrico che le strappò un piccolo gemito soffocato.
La depose sul tatami con una delicatezza quasi rituale: la schiena affondò nei cuscini bassi e morbidi, la seta scarlatta che le accarezzava la pelle sensibile come mille dita invisibili. I capelli castani si aprirono a ventaglio intorno al viso arrossato, le labbra socchiuse, il respiro corto e irregolare. Raul rimase in piedi per un istante sopra di lei, completamente nudo, il corpo scolpito illuminato dal bagliore tremolante delle candele rosse: il drago tatuato sulla schiena sembrava vivo, pronto a spiccare il volo, mentre il membro pesante oscillava leggermente tra le cosce muscolose.
Cristina lo guardò dal basso, gli occhi verdi spalancati, colmi di un’attesa febbrile e di una voglia ormai animalesca. Non parlò. Non ce n’era bisogno. Il modo in cui aprì leggermente le cosce, il modo in cui i capezzoli si indurirono di nuovo sotto il suo sguardo, il modo in cui il suo sesso già luccicava di umori freschi… tutto urlava: “prendimi”.
Raul si inginocchiò tra le sue gambe aperte, poi si chinò lentamente, invertendo i corpi in un 69 lento e deliberato. Il suo viso scese verso le parti intime di lei, il fiato caldo che le lambiva già il monte di Venere gonfio e sensibile. Contemporaneamente, il membro, ancora molle dopo lo svuotamento precedente, ma lungo e pesante, si posò sul viso di Cristina: la cappella morbida e calda le sfiorò la guancia, l’asta spessa le coprì la bocca e il naso come un peso intimo e opprimente, il profumo muschiato di lui che le riempiva i sensi.
Per un attimo Cristina rimase immobile, confusa e arrossata: non aveva mai ricevuto un sesso orale in quella posizione, mai avuto un uomo così imponente sopra di sé in modo così esposto. Il membro sul viso la fece sentire vulnerabile, quasi soffocata dal desiderio, ma anche incredibilmente eccitata. Poi arrivò la lingua di Raul.
Era lunga, forte, incredibilmente agile, una lingua da formichiere, pensò lei in un lampo assurdo mentre il piacere la travolgeva come un’onda violenta. La punta affilata le sfiorò prima le grandi labbra, separandole con una lentezza esasperante, raccogliendo il sapore salato del suo seme misto agli umori freschi di lei. Poi scivolò lungo la fessura umida, dal perineo fino al clitoride, in una leccata piatta e lenta che le fece inarcare la schiena di scatto. Raul emise un suono basso, quasi un ringhio di soddisfazione, mentre la lingua tornava indietro, questa volta penetrando leggermente l’apertura vaginale con la punta rigida, assaporando ogni goccia.
Cristina gemette forte contro l’asta che le premeva sulle labbra. un suono vibrante che fece reagire immediatamente il membro di lui: si indurì piano, centimetro dopo centimetro, gonfiandosi contro la sua bocca, la pelle vellutata che si tendeva, le vene che pulsavano visibili e calde sotto la sua lingua. Lei aprì le labbra d’istinto, lasciando che la cappella le entrasse in bocca: era ancora morbida ma già grossa, salata, bollente. Lo succhiò piano, con una fame timida e disperata insieme, la lingua che girava intorno alla corona sensibile, mentre le mani le afferravano i glutei duri di Raul per tirarlo più vicino, per sentirlo crescere nella sua gola.
Intanto la lingua di Raul non dava tregua.
Leccava il clitoride con cerchi perfetti, poi lo succhiava tra le labbra con una pressione ritmica che le faceva tremare le cosce; poi lo punzecchiava con la punta affilata, facendola sobbalzare; poi tornava a leccarla in verticale, dal basso verso l’alto, raccogliendo ogni goccia che colava copiosa. Le mani enormi le tenevano le cosce spalancate con forza gentile, i pollici che premevano sulla piega inguinale, tenendola aperta per la sua bocca come un’offerta sacra. Ogni tanto mordicchiava piano le piccole labbra gonfie, poi le succhiava con delicatezza, alternando a leccate lunghe e profonde che arrivavano fino al perineo.
Cristina perse completamente il controllo del proprio corpo.
Il piacere saliva a ondate sempre più intense, nuove vette che le facevano girare la testa: la combinazione della lingua esperta che la divorava tra le gambe e il membro che le cresceva in bocca, ormai completamente eretto, enorme, pulsante, che le riempiva la gola fino a farle lacrimare gli occhi, la mandava in estasi. Gemiti soffocati vibravano intorno all’asta, facendolo indurire ancora di più; le cosce tremavano violentemente intorno alla testa di Raul; il bacino si sollevava ritmicamente contro la sua bocca, implorando di più.
Raul non accelerò mai. Continuò con la stessa calma implacabile, professionale, sapendo esattamente quando fermarsi un secondo prima del culmine, solo per ricominciare, prolungando l’agonia dolce fino a farla impazzire. La lingua entrava e usciva dall’apertura vaginale, curvandosi per premere contro la parete anteriore; poi tornava sul clitoride, succhiandolo con una pressione che le faceva vedere lampi bianchi.
Cristina sentiva l’orgasmo avvicinarsi come una tempesta inevitabile: il clitoride pulsava furiosamente sotto la lingua di lui, la vagina si contraeva nel vuoto, bagnata e disperata. Il membro enorme le riempiva la bocca, la gola, il naso, un peso caldo e vivo che la faceva sentire posseduta da entrambi i lati.
Gemette più forte, un suono disperato e vibrante intorno a lui.
E Raul, percependo il limite, finalmente intensificò: la lingua si concentrò sul clitoride con cerchi rapidi e succhiate profonde, mentre due dita enormi entrarono dentro di lei, curvandosi per premere sul punto G.
Cristina esplose.
L’orgasmo la travolse con violenza: il corpo si inarcò come una corda spezzata, le cosce si strinsero intorno alla testa di Raul, la vagina pulsò in spasmi potenti intorno alle dita, espellendo fiotti caldi che lui bevve senza fermarsi. Gridò contro il membro che le riempiva la bocca, un urlo soffocato, rauco, liberatorio, mentre lacrime di piacere le rigavano le guance.
Raul non si fermò subito: accompagnò ogni spasmo con leccate leggere e pressione delicata, prolungando il piacere fino a farla tremare tutta, esausta, sazia, tremante.
Solo allora si ritrasse piano, girandosi per guardarla negli occhi.
Cristina, con il viso bagnato di lacrime e saliva, il respiro spezzato, lo fissò con uno sguardo che diceva tutto: gratitudine, fame, qualcosa di più profondo che non osava nominare.
Raul le sfiorò la guancia con il pollice, un gesto tenero ma distaccato.
“Ancora?” chiese piano, la voce rauca.
Lei annuì, incapace di parlare.
E lui sorrise, quel sorriso professionale, perfetto, che la faceva sentire desiderata come mai prima.
Ma dentro di lei, qualcosa si era rotto.
E non era solo il corpo.
Cristina ansimava ancora, il corpo scosso dagli ultimi tremiti dell’orgasmo devastante che Raul le aveva regalato con quella lingua implacabile. L’acqua residua della doccia si mescolava al sudore sulla sua pelle, e lei sentiva il clitoride pulsare dolcemente, la vagina ancora contratta in echi di piacere. Alzò lo sguardo su Raul, che si era girato per guardarla, il viso impassibile ma gli occhi scuri colmi di quella calma professionale che la faceva sentire al centro dell’universo, anche se sapeva, in fondo, che per lui era solo un altro atto perfetto.
Ma lei voleva di più. Voleva restituire il favore, assaporare il potere di farlo gemere, di sentirlo perdere un po’ di quel controllo ferreo. Il membro di Raul era lì, eretto e imponente, lucido della sua saliva dalla posizione precedente, la cappella rossa e gonfia che pulsava leggermente al ritmo del suo cuore accelerato. Cristina si morse il labbro, un gesto istintivo, e si mise a sedere piano sul tatami, le mani che tremavano per l’eccitazione residua e per quella nuova fame che le cresceva dentro.
Allungò una mano, le dita sottili che sfiorarono prima l’asta calda, sentendo le vene gonfie sotto la pelle vellutata. Raul non si mosse, lasciò che fosse lei a guidare, il corpo rilassato ma pronto. Cristina lo avvolse con il palmo, stringendo piano alla base, sentendolo indurirsi ancora di più nella sua presa. Lo accarezzò su e giù, lenta, deliberata, osservando come la cappella si tendeva, un goccio di umore preseminale che colava dalla fessura.
“Voglio leccarti”, sussurrò lei, la voce rotta e audace allo stesso tempo. “Voglio farti sentire… come mi hai fatto sentire tu”.
Raul annuì piano, un gesto professionale che nascondeva ogni emozione personale. Si sdraiò sulla schiena, i muscoli del torace e dell’addome che si tendevano sotto la luce rossa, il drago tatuato che sembrava guardarla con occhi di sfida. Cristina si posizionò tra le sue gambe muscolose, le mani che gli aprivano le cosce quel tanto che bastava per avvicinarsi. Il membro svettava eretto, enorme, venoso, invitante.
Chinò il capo, i capelli castani che le ricaddero sul viso, e posò un primo bacio leggero sulla cappella bollente. Raul inspirò bruscamente, ma non emise suono. Incoraggiata, Cristina aprì le labbra e lo leccò: una passata lenta dalla base alla punta, la lingua piatta che seguiva la vena principale, assaporando il sapore salato e muschiato di lui. Lo prese in bocca piano, solo la cappella all’inizio, succhiandola con delicatezza, la lingua che girava intorno alla corona sensibile, stuzzicando la fessura con la punta.
Raul gemette piano, un suono basso e controllato che le vibrò fino al basso ventre. Le mani enormi di lui le accarezzarono i capelli, guidandola senza forzare, un tocco professionale che la faceva sentire sicura e potente. Cristina prese coraggio: lo ingoiò più in profondità, la bocca tesa intorno all’asta spessa, le guance incavate mentre succhiava con ritmo crescente. Alternava: leccate lunghe e bagnate lungo l’intera lunghezza, succhiate forti sulla cappella, la mano che lo masturbava alla base per compensare ciò che non riusciva a prendere in bocca.
Il membro pulsava forte contro la sua lingua, gonfiandosi ancora, le vene che si tendevano visibili. Raul respirava più forte ora, i fianchi che si sollevavano leggermente per spingersi nella sua bocca calda, ma sempre con controllo, non la forzava, non accelerava, lasciava che fosse lei a dettare il ritmo. Cristina gemette intorno a lui, il suono che vibrava sull’asta, facendolo irrigidire di più. Voleva dargli tutto: leccava i testicoli pesanti, li succhiava uno alla volta, poi tornava sull’asta, la mano che ruotava alla base mentre la bocca lo ingoiava fino in gola, gli occhi lacrimanti per lo sforzo ma colmi di trionfo.
Raul emise un gemito più profondo, le dita che si stringevano leggermente nei suoi capelli. “Così… brava”, mormorò, la voce rauca ma sempre misurata, parole che la facevano sentire appagata, importante, anche se sapeva che per lui era solo parte del servizio perfetto.
Cristina continuò, il ritmo che accelerava, la bocca bagnata e calda che lo avvolgeva completamente, la lingua che danzava su ogni centimetro. Sentiva il membro tendersi al limite, le pulsazioni rapide che annunciavano l’imminente esplosione. Voleva berlo tutto, restituire il piacere in modo totale, far sì che quell’uomo, che le aveva dato vette di estasi mai provate, sentisse almeno un’eco di ciò che lei aveva provato.
E mentre lo leccava con devozione crescente, il cuore di Cristina batteva non solo per il desiderio, ma per quell’affetto pericoloso che le si insinuava dentro, facendola desiderare non solo il suo corpo, ma lui. Tutto lui. Anche se sapeva che non era reale.
Raul le accarezzava i capelli con tocchi leggeri, quasi paterni, ma il suo respiro si era fatto irregolare, spezzato. Le anche si sollevarono leggermente dal tatami, un movimento involontario che spinse il membro più a fondo nella gola di lei. Cristina gemette intorno a lui, il suono vibrante che lo fece irrigidire di colpo.
Poi arrivò.
L’esplosione fu improvvisa, potente, quasi brutale.
Il primo fiotto caldo e denso le colpì il fondo della gola con una forza che la colse completamente di sorpresa. Era abbondante, viscoso, salato-dolce, un getto potente che le riempì la bocca in un istante, facendola tossire leggermente mentre cercava di deglutire. Non riuscì a trattenere tutto: un rivolo le sfuggì dall’angolo delle labbra, colando caldo sul mento e sul collo. Raul gemette profondo, un suono gutturale e primordiale che vibrò contro il petto di lei, mentre il secondo fiotto arrivava subito dopo, altrettanto forte, altrettanto copioso, schizzando contro il palato e facendole chiudere gli occhi per l’intensità.
Cristina non si ritrasse. Continuò a succhiare, la lingua che danzava intorno alla cappella pulsante, la mano che lo masturbava ritmicamente per accompagnare ogni spasmo. Il terzo getto le inondò la bocca di nuovo, denso e caldo, traboccando sulle labbra e scendendo lungo il collo fino ai seni. Lei ingoiò quanto poté, il sapore muschiato e leggermente dolce che le riempiva i sensi, mentre il quarto e il quinto fiotto – meno potenti ma ancora abbondanti – le colpirono la lingua e le guance interne, lasciando strisce bianche e calde che le colarono sul viso.
Raul tremò tutto, il corpo contratto in spasmi violenti, le mani che si stringevano nei suoi capelli senza farle male, solo tenendola lì, vicina. Il gemito finale fu lungo, rauco, quasi un ringhio soffocato che si spense in un sospiro profondo.
Quando finì, il membro rimase nella sua bocca ancora per qualche secondo, pulsando debolmente negli ultimi echi dell’orgasmo, prima di ammorbidirsi piano. Cristina lo lasciò uscire lentamente, le labbra gonfie e lucide, il mento e il collo segnati da rivoli bianchi che scintillavano sotto la luce rossa delle candele. Si passò la lingua sulle labbra, assaporando gli ultimi residui, e alzò lo sguardo su di lui.
Raul la guardava dall’alto, il petto che si alzava e abbassava ancora forte, gli occhi scuri velati da un piacere sincero ma sempre controllato. Le sfiorò la guancia con il pollice, asciugandole una lacrima mista a seme, un gesto gentile e professionale.
“Brava”, mormorò piano, la voce rauca. “Sei stata bravissima”.
Cristina sorrise, esausta e appagata, il viso arrossato e segnato dal suo piacere. Si chinò per baciarlo piano sulla punta del membro ormai rilassato, un ultimo gesto tenero, quasi devoto. Poi si sdraiò accanto a lui sul tatami, il corpo molle, il cuore che batteva forte non solo per l’orgasmo dato e ricevuto, ma per quella sensazione crescente che non riusciva più a ignorare: voleva di più da lui. Non solo il corpo, non solo il piacere. Voleva lui.
Anche se sapeva, o temeva, che per Raul fosse solo un’altra performance perfetta.
Ma in quel momento, con il sapore di lui ancora sulle labbra e il calore del suo seme sulla pelle, non le importava.
Si accoccolò contro il suo fianco, la testa sul petto tatuato, ascoltando il battito regolare del cuore di Raul.
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