L’Ora in cui ho detto Sì a me stessa 3

di
genere
etero

Il giorno dopo arrivò come una luce troppo forte dopo una notte buia. Cristina si svegliò nel suo letto, sola, con le lenzuola fresche e il corpo ancora segnato dalla nuova esperienza vissuta nel pomeriggio del giorno prima. Le cosce le dolevano leggermente, un ricordo fisico e piacevole; tra le gambe sentiva una sensibilità nuova, come se la pelle fosse rimasta più sottile, più viva. Si girò sul fianco, chiuse gli occhi e… eccolo lì, Raul.
Non riusciva a pensare ad altro.
Il modo in cui l’aveva penetrata da dietro, profondo, lento all’inizio e poi sempre più deciso, riempiendola fino a farle perdere il fiato. Il membro enorme che la dilatava in un modo che non credeva possibile, toccando punti che le facevano vedere lampi bianchi dietro le palpebre. Le mani di lui, enormi, sicure, che accompagnavano ogni affondo con quel massaggio al clitoride, cerchi perfetti, pressione giusta, ritmo implacabile. Due orgasmi che l’avevano lasciata tremante, urlante, bagnata come non ricordava di essere mai stata. E poi, dopo, quando aveva preso l’iniziativa lei: la mano intorno a quell’asta ancora dura, i baci sulla cappella, il modo in cui Raul aveva gemuto il suo nome contro il suo collo mentre esplodeva su di lei, fiotti caldi, densi, che le avevano inondato il petto, il viso, la bocca. Dolciastra, muschiata, intima. Invece di schifo aveva provato solo un languore profondo, quasi commosso.
La vergogna che l’aveva tormentata per tutto il tragitto fino al centro, e anche dentro, fino all’ultimo secondo, era sparito nel momento esatto in cui Raul l’aveva fatta sentire veramente donna. Non un’ex moglie tradita, non una madre stanca, non una quarantenne che si nascondeva. Donna. Desiderata. Potente nel suo abbandono. Lui non aveva giudicato il suo corpo, non aveva fretta, non aveva preteso nulla. L’aveva guardata come se fosse l’unica cosa al mondo che contasse in quella stanza.
Si alzò dal letto, andò in bagno e si guardò allo specchio. I capelli castani arruffati, gli occhi verdi ancora velati di sonno e di ricordi, un segno leggero sul collo dove lui l’aveva baciata con troppa passione. Sorrise piano, un sorriso che non ricordava di aver fatto da anni. Si toccò il seno, la pancia, scese con le dita tra le cosce: era ancora sensibile, ancora umida al solo pensiero.
Non riusciva a smettere di pensare alla prossima volta.
Perché sarebbe tornata. Lo sapeva già mentre si lavava via il suo odore dalla pelle, anche se una parte di lei non voleva lavarlo via del tutto. Avrebbe prenotato un altro appuntamento. Magari lo stesso giorno della settimana, magari la stessa ora. Magari chiedendo espressamente Raul.
Si vestì con calma, infilò i jeans e una camicetta leggera, prese il telefono. L’email del centro era ancora lì, nella posta inviata. Le dita tremarono un attimo sul tasto “rispondi”.
Ma non scrisse subito.
Prima voleva godersi quel fremito, quel calore che le saliva dal basso ventre ogni volta che chiudeva gli occhi e rivedeva Raul nudo sopra di lei, il membro eretto che premeva contro la sua apertura, la voce bassa che le sussurrava: “Dimmi di sì”.
Sì. Avrebbe detto di sì ancora !
E la prossima volta, forse, non avrebbe tenuto nessuna salvietta. Nessun tanga di carta. Solo pelle contro pelle, desiderio contro desiderio.
Cristina uscì di casa con un passo più leggero, il sorriso che le incurvava le labbra senza che se ne accorgesse. Il mondo fuori era lo stesso di ieri, ma dentro di lei qualcosa era cambiato per sempre.
E non vedeva l’ora di cambiare ancora.
Cristina non resistette. A metà mattina, mentre fingeva di lavorare al computer, il telefono le tremava tra le mani. Aprì la mail del centro, quella stessa che aveva mandato per il primo appuntamento e scrisse con le dita che volavano sulla tastiera:
Oggetto: Nuovo appuntamento per Sabato pomeriggio
Buongiorno,
vorrei fissare un nuovo massaggio Yoni per sabato pomeriggio, possibilmente con Raul se disponibile.
Grazie,
Cristina
Premette invia prima di poterci ripensare. Il cuore le batteva forte, un misto di vergogna residua e un’eccitazione che le scaldava il basso ventre solo a pensare al nome di lui. Le figlie sarebbero state con il padre per tutto il weekend: libertà totale, nessuna scusa, nessun rimpianto. Solo lei e il desiderio che non voleva più soffocare.
Durante la pausa pranzo non toccò cibo. Si chiuse nel bagno dell’ufficio, la porta a chiave, il telefono in modalità silenziosa appoggiato sul lavandino. Si sedette sul water, abbassò i jeans e le mutandine fino alle caviglie, chiuse gli occhi e lasciò che i ricordi la travolgessero. Raul sopra di lei, il membro enorme che la riempiva da dietro, le mani che le massaggiavano il clitoride in cerchi perfetti, il suo respiro caldo sull’orecchio mentre sussurrava “brava”. Le dita di Cristina scivolarono tra le gambe, già bagnate solo al pensiero. Sfregò piano il clitoride gonfio, poi infilò due dita dentro di sé, imitando il pollice di lui, spingendo contro quel punto sensibile che le faceva tremare le cosce. Non ci mise molto: l’orgasmo arrivò silenzioso ma profondo, un’onda che le contrasse il ventre, le fece mordere il labbro per non gemere, e la lasciò ansimante contro le piastrelle fredde. Si pulì con carta igienica, si rivestì con le mani ancora tremanti, si guardò allo specchio: guance arrossate, occhi lucidi, un sorriso complice che non riusciva a nascondere.
I giorni successivi furono un’agonia dolce. Al lavoro rispondeva alle mail con la mente altrove; a casa cucinava senza sentire i sapori; la notte si rigirava nel letto, le mani che tornavano tra le gambe quasi senza rendersene conto, rivivendo ogni dettaglio: il calore della pelle di Raul, il modo in cui il suo membro pulsava dentro di lei, l’esplosione calda sulla sua faccia e sul petto. Si sentiva viva, desiderata, donna in un modo che aveva dimenticato fosse possibile.
E finalmente arrivò il sabato.
Il pomeriggio era tiepido, il sole basso filtrava tra i palazzi della via laterale. Cristina parcheggiò a due isolati di distanza, come la volta precedente, per non lasciare tracce. Indossava un vestito leggero a fiori, senza reggiseno, un piccolo atto di ribellione e mutandine di pizzo nero che già sentiva umide solo per l’anticipazione. Camminò piano verso la porta anonima, il cuore che le martellava nel petto, le gambe molli per l’eccitazione.
Arrivata davanti al centro, esitò solo un secondo. Stavolta non c’era più la tentazione di scappare. Solo voglia. Voglia di rivederlo, di sentirlo, di lasciarsi prendere di nuovo.
Suonò il campanello.
Il ronzio elettrico le sembrò amplificato, come se annunciasse l’inizio di qualcosa di inevitabile.
La porta si aprì quasi subito.
Raul era lì, in piedi nell’ingresso, camicia bianca aperta sul petto, pantaloni scuri, sorriso tranquillo e caldo come la prima volta. Ma stavolta i suoi occhi la guardarono in un modo diverso: sapevano già tutto, ricordavano ogni gemito, ogni spasmo, ogni goccia di lei sulla sua pelle.
“Cristina”, disse piano, la voce vellutata con quell’accento cubano che le faceva tremare le ginocchia. “Ti stavo aspettando”.
Lei entrò senza dire una parola, la porta si chiuse alle sue spalle con un clic definitivo.
E in quel momento, mentre lui le sfiorava la schiena con la mano enorme per guidarla dentro, seppe che non sarebbe più stata la stessa donna che era entrata la prima volta.
Era tornata per prendersi tutto. E stavolta, senza salviette, senza timidezze, senza limiti.
Raul le sfiorò la schiena con la mano enorme, un tocco leggero ma possessivo che le fece accelerare il battito già forsennato.
“Stavolta non è la prima volta”, mormorò con quella voce bassa e vellutata, l’accento cubano che le rotolava addosso come una carezza. “Quindi andiamo di sopra. La stanza è diversa… più nostra”.
Cristina annuì senza parlare, la gola secca per l’anticipazione. Lui le prese la mano, le sue dita piccole completamente inghiottite da quelle di lui, e la guidò verso una scala stretta e discreta nascosta dietro una tenda di velluto rosso nell’ingresso. Salirono piano, un gradino alla volta; ogni passo le sembrava amplificato dal silenzio, dal profumo di incenso e legno caldo che scendeva dal piano superiore.
Arrivati in cima, percorsero un lungo corridoio illuminato da luci soffuse incassate nel pavimento. Porte chiuse su entrambi i lati, nessuna indicazione, solo numeri discreti in ottone. Raul si fermò davanti all’ultima, la numero 7. Inserì una chiave magnetica, la porta si aprì con un clic morbido.
“Entra”, disse semplicemente, facendosi da parte per lasciarla passare per prima.
Cristina varcò la soglia e il cuore le balzò in gola così forte che temette lui potesse sentirlo.
Non era più l’ambulatorio funzionale della prima volta, con il lettino anonimo e le pareti crema. Questa stanza era un mondo a parte, un rifugio sensuale e avvolgente.
Al centro dominava un’enorme vasca circolare incassata nel pavimento, larga almeno tre metri, bordi in pietra nera levigata, acqua già calda che fumava leggermente e rifletteva le luci rosse soffuse. Petali di rosa rossa galleggiavano in superficie, rilasciando un profumo dolce e inebriante. Sul lato destro, un tatami ampio e invitante, coperto da lenzuola di seta scarlatta e cuscini bassi sparsi con noncuranza artistica. Le pareti erano dipinte con murales stilizzati di Tokyo notturna: il profilo illuminato della Tokyo Tower, i vicoli di Shibuya sotto la pioggia di neon, lanterne rosse sospese, silhouette di geishe stilizzate che sembravano danzare nella penombra. Il rosso imperava ovunque: tende di seta cremisi che incorniciavano le finestre oscurate, un tappeto persiano cremisi sotto i piedi nudi, candele rosse accese in lanterne di carta di riso che proiettavano ombre tremolanti e calde.
L’aria era tiepida, profumata di yuzu e sandalo, con un sottofondo di musica tradizionale giapponese rivisitata in chiave moderna, un koto elettronico, lento, ipnotico.
Raul chiuse la porta alle loro spalle. Il clic fu definitivo, come se il mondo esterno avesse smesso di esistere.
Cristina si voltò verso di lui, gli occhi spalancati, le guance già accese.
“È… bellissima”, sussurrò, la voce tremante per l’emozione e il desiderio che le montava dentro come una marea.
Raul sorrise piano, avvicinandosi fino a sfiorarle il mento con due dita, sollevandole il viso per guardarla negli occhi.
“Volevo che fosse speciale”, disse. “Per te. Per noi. Niente fretta, niente fretta di uscire. Solo tu, io… e tutto il tempo che vogliamo”.
Le posò un bacio leggero sulle labbra, poi si scostò appena.
Cristina sentì un brivido percorrerle la schiena, non di freddo, ma di pura eccitazione. Il vestito leggero le sembrava improvvisamente troppo, le mutandine di pizzo già umide solo per essere lì, solo per guardarlo.
Si avvicinò alla vasca, sfiorò l’acqua con la punta delle dita, bollente al punto giusto, e poi si voltò verso Raul, che la osservava con quegli occhi scuri e profondi, già mezzo nudo, la camicia aperta sul petto scolpito.
“Spogliami tu”, disse piano, la voce un sussurro roco.
Raul annuì, un lampo di fame negli occhi.
E mentre le sue mani enormi cominciavano a slacciare i bottoni del vestito, Cristina capì che quella stanza non era solo un luogo.
Era il posto in cui avrebbe lasciato cadere ogni ultimo residuo di vergogna, ogni catena del passato.
Raul si avvicinò con quella calma che ormai le faceva tremare le ginocchia. Le sue mani enormi, calde e sicure, sfiorarono prima le spalle di Cristina, scendendo piano lungo le braccia per fermarsi sui bottoni del vestito a fiori. Uno alla volta, li slacciò senza fretta, lasciando che il tessuto leggero si aprisse come petali sotto le sue dita. Il vestito scivolò giù dalle spalle, rivelando la pelle nuda, nessun reggiseno, solo i capezzoli già turgidi per l’eccitazione e l’aria tiepida della stanza. Cristina trattenne il respiro mentre Raul le abbassava il vestito fino ai fianchi, poi più in basso, fino a farlo cadere ai suoi piedi in un mucchietto di cotone stampato.
Rimase in mutandine di pizzo nero, il tessuto già umido al centro, aderente alle grandi labbra gonfie. Raul non le tolse subito: si chinò invece a baciarle il collo, la clavicola, il seno, con labbra morbide e lente che le strapparono un sospiro. Solo allora le dita scivolarono sotto l’elastico delle mutandine, tirandole giù con delicatezza, lasciando che il pizzo le accarezzasse le cosce prima di cadere a terra. Cristina era nuda, completamente, illuminata dalla luce rossa delle candele che danzava sulla sua pelle chiara, sui capelli castani che le ricadevano sulle spalle, sul fisico snello e tonico che tremava leggermente.
Raul si raddrizzò, la guardò con occhi scuri e profondi, poi fece un passo indietro.
“Ora tocca a te”, disse piano, la voce un sussurro roco.
Cristina annuì, le mani che tremavano appena mentre gli sfiorava la camicia aperta. Gliela tolse dalle spalle larghe, facendola scivolare giù lungo le braccia muscolose. Il torace di lui era una distesa di pelle color caramello, calda, definita senza esagerazione, con una leggera peluria scura che scendeva verso l’ombelico. Lei posò le labbra lì, un bacio leggero sul petto, sentendo il cuore di Raul battere forte sotto la pelle.
Poi le mani scesero sui pantaloni. Slacciò la cintura, abbassò la zip, tirò giù il tessuto insieme ai boxer. Il membro di Raul balzò libero, già semi-eretto, enorme e pesante, venoso, con la cappella larga e lucida. Cristina lo sfiorò con la punta delle dita, un tocco timido ma deciso, sentendolo pulsare e indurirsi sotto il suo palmo. Raul emise un suono basso, quasi un ringhio soffocato, ma rimase immobile, lasciandola esplorare.
Fu mentre gli girava intorno per far cadere del tutto i pantaloni che lo vide.
Un tatuaggio sulla schiena, ampio, che non aveva notato la volta prima, forse perché era stato sempre di fronte a lei, o perché la luce soffusa del primo incontro non l’aveva illuminato abbastanza. Era un drago stilizzato in stile giapponese tradizionale, nero e rosso sangue, con le ali spiegate e la coda che si avvolgeva intorno alla spina dorsale, scendendo fino alla base della schiena. Le linee erano precise, potenti, quasi vive sotto la luce tremolante delle candele rosse. Il drago sembrava pronto a spiccare il volo, o a proteggere, o a divorare, Cristina non seppe dirlo con certezza, ma le fece accelerare il battito in un modo nuovo, più profondo.
Sfiorò il tatuaggio con la punta delle dita, seguendo le curve delle ali, la cresta spinosa, la bocca spalancata che sputava fiamme stilizzate.
“Questo… non l’avevo visto”, sussurrò, la voce bassa, quasi reverente.
Raul si voltò piano, prendendole la mano e portandosela alle labbra per baciarle le dita.
“Ogni volta che torno a Cuba, aggiungo qualcosa”, disse con un sorriso obliquo. !Questo l’ho fatto l’anno scorso. Un drago per ricordare che il fuoco non si spegne mai… solo si nasconde, aspetta.”
La guardò negli occhi, poi la attirò a sé, pelle contro pelle, il membro eretto premuto contro il ventre di lei, caldo e duro.
«Oggi non nascondiamo più niente,» mormorò contro le sue labbra.
La baciò profondamente, la lingua che si intrecciava alla sua con una fame controllata, mentre le mani le accarezzavano la schiena, i fianchi, le natiche, stringendola contro di sé.
Cristina si sciolse nel bacio, le mani che gli esploravano la schiena tatuata, sentendo i muscoli contrarsi sotto le sue dita, il drago che sembrava pulsare insieme al loro desiderio.
Poi Raul la prese in braccio. senza sforzo, come se pesasse nulla e la portò verso la vasca circolare fumante.
“Prima l’acqua”, disse piano. “Poi il tatami. E dopo… tutto quello che vorrai”.
La immerse piano nell’acqua calda, petali di rosa che le sfioravano la pelle, e si immerse a sua volta dietro di lei, il corpo enorme che la avvolgeva come un’onda.
Cristina chiuse gli occhi, appoggiando la testa contro il petto di lui.
E in quel momento, tra il rosso della stanza e il calore dell’acqua, seppe che non sarebbe più tornata indietro.
Il fuoco si era acceso.
E non si sarebbe spento facilmente.
Raul la tenne stretta contro di sé nell’acqua calda, il petto tatuato premuto contro la schiena nuda di Cristina, il membro eretto che le sfiorava la parte bassa della schiena. L’acqua li avvolgeva come un abbraccio liquido, i petali di rosa che galleggiavano intorno a loro, sfiorando la pelle in piccole carezze profumate.
Con la stessa professionalità calma e controllata che aveva mostrato la prima volta, Raul portò le mani enormi sul seno di lei. Le coprì completamente con i palmi, le dita che si allargavano a ventaglio per accogliere la morbidezza piena. Iniziò a massaggiarle i seni con movimenti lenti, circolari, premendo appena quanto bastava per farli gonfiare sotto il tocco, i capezzoli che si indurivano subito tra pollice e indice.
Cristina mugolò piano, un suono basso e roco che le sfuggì dalle labbra socchiuse. La testa le ricadde all’indietro contro la spalla di lui, gli occhi chiusi, il respiro che già si spezzava. Raul non accelerò: continuò a lavorare i capezzoli con una delicatezza esasperante, pizzicandoli leggermente, ruotandoli tra le dita, tirandoli piano per poi rilasciarli, facendoli rimbalzare sulla superficie dell’acqua. Ogni stimolazione mandava una scarica diretta al basso ventre di lei, dove il calore dell’acqua si mescolava a quello del desiderio che montava da giorni.
“Così…” sussurrò Raul contro il suo orecchio, la voce profonda e calda. “Lasciati sentire”.
Le mani di lui scesero piano, lasciando una scia di brividi sulla pelle bagnata. Le palme scivolarono lungo i fianchi, poi sul ventre, fino a raggiungere le cosce spalancate. Raul usò le sue gambe muscolose per allargare ulteriormente quelle di Cristina: le ginocchia di lui premettero contro l’interno delle sue, aprendola completamente nell’acqua, esponendola al suo tocco senza barriere.
Cristina gemette più forte, le mani che afferravano i bordi della vasca per sostenersi. Le cosce tremavano già, aperte in modo indecente, il sesso gonfio e visibile sotto la superficie trasparente dell’acqua. Raul posò una mano sul monte di Venere, premendo con il palmo intero per creare una pressione indiretta che le fece inarcare il bacino. L’altra mano scivolò tra le grandi labbra, le dita medie e anulari che trovarono subito il clitoride turgido e lo circondarono con cerchi lenti, precisi.
Iniziò a masturbarla con una maestria che la fece perdere il controllo in pochi secondi.
Le dita di Raul danzavano sul clitoride: pressione costante, poi sfregamenti rapidi, poi pause che la facevano mugolare di frustrazione, poi di nuovo cerchi perfetti. Contemporaneamente infilò due dita dentro di lei, lentamente, ma fino in fondo, curvandole verso l’alto per premere contro il punto G, mentre il pollice continuava a tormentare il clitoride dall’esterno. Il ritmo era implacabile, sincronizzato con il respiro di lei, con i suoi gemiti che diventavano sempre più alti, più disperati.
Era esattamente quello che aveva fantasticato per tutta la settimana.
Ogni notte, ogni pausa pranzo, ogni momento di solitudine: Raul che la toccava così, che la apriva, che la portava al limite senza pietà. E ora si stava realizzando, nell’acqua calda, tra petali rossi e luci cremisi, con il drago tatuato su di lui che sembrava guardarla mentre lei si scioglieva.
Cristina perse il controllo completamente.
Il bacino si sollevò dall’acqua in spasmi incontrollati, le cosce che tremavano violentemente contro le gambe di Raul che la tenevano aperta. I mugolii si trasformarono in gridi spezzati, le unghie che graffiavano i bordi della vasca. L’orgasmo la colpì come un’onda improvvisa: il clitoride pulsò sotto le dita di lui, la vagina si contrasse forte intorno alle dita che la penetravano, espellendo fiotti caldi che si mescolarono all’acqua della vasca.
“Raul… oh Dio… sì… sììì…” singhiozzò, il corpo inarcato, la testa gettata all’indietro contro il petto di lui, le lacrime di piacere che le rigavano le guance.
Raul non si fermò subito: continuò a muovere le dita con dolcezza, prolungando ogni spasmo, accompagnando l’onda fino all’ultimo tremito. Solo quando lei crollò contro di lui, molle e ansimante, ritrasse le mani e la strinse forte, baciandole la tempia bagnata.
“Brava”, mormorò contro i suoi capelli. “È solo l’inizio”.
Cristina, ancora scossa da piccoli brividi residui, girò il viso per guardarlo. Gli occhi verdi erano velati di estasi e gratitudine.
“Portami sul tatami”, sussurrò, la voce rotta ma decisa. “Voglio sentirti tutto… dentro di me… ora”.
Raul sorrise, un sorriso lento e predatore.
La prese in braccio, l’acqua che gocciolava dai loro corpi, e la portò verso il tatami coperto di seta scarlatta.
Il drago sulla sua schiena sembrò animarsi sotto la luce rossa.
Raul la sollevò dall’acqua con delicatezza, come se fosse fatta di seta bagnata. L’acqua calda scivolò via dai loro corpi in rivoli profumati di rosa, lasciando la pelle lucida e arrossata dal calore e dal desiderio. Uscirono dalla vasca insieme, i petali che si attaccavano alle cosce e al petto di Cristina come piccoli baci rossi.
Presero due asciugamani di spugna cremisi appesi a un portasalviette riscaldato. Si asciugarono a vicenda, in silenzio, con una lentezza rituale che amplificava ogni contatto.
Raul iniziò da lei: le tamponò i capelli castani con cura, poi scese lungo il collo, le spalle, i seni, soffermandosi sui capezzoli ancora turgidi per farla sussultare leggermente, il ventre, le cosce spalancate, tra le gambe dove lei era già bagnata non solo d’acqua. Cristina tremava sotto il suo sguardo, ma non di freddo. Quando fu il suo turno, lei prese l’asciugamano con mani sicure: gli asciugò il petto ampio, seguì con le dita le linee del drago tatuato sulla schiena, scese lungo i fianchi muscolosi, fino al membro eretto che pulsava pesante tra loro. Lo sfiorò con l’asciugamano morbido, avvolgendolo piano, sentendolo indurirsi ancora di più sotto il tessuto.
Nessuna parola. Solo respiri che si facevano sempre più corti.
Quando furono asciutti, Raul la prese per mano e la condusse sul tatami. La seta scarlatta era calda sotto i piedi nudi. Lui la fece stendere di schiena, con dolce fermezza: le spalle affondarono nei cuscini bassi, i capelli castani si aprirono a ventaglio intorno al viso arrossato, le gambe si aprirono leggermente per istinto.
Raul si sdraiò di fianco a lei, il corpo enorme che la sovrastava senza schiacciarla. Si appoggiò su un gomito, il viso vicino al suo, gli occhi scuri che la fissavano con un’intensità che le tolse il fiato. Le accarezzò la guancia con il dorso della mano, poi si chinò e la baciò.
Fu un bacio lento, profondo, bagnato. Le lingue si cercarono con fame trattenuta, i respiri si mescolarono, le labbra si mordicchiarono piano. Cristina gli infilò le dita tra i capelli corti, tirandolo più vicino, gemendo piano nella sua bocca.
E poi la mano di lei, intraprendente da non credere, come se tutta la timidezza della prima volta fosse stata bruciata via, scese decisa lungo il torace di Raul, seguì la linea della peluria scura, fino a trovare la cappella rossa e gonfia del suo membro. Era bollente, lucida di umore preseminale, tesa al massimo. Cristina la avvolse con il palmo, stringendo appena, sentendola pulsare contro la sua pelle. Raul emise un suono gutturale contro le sue labbra, le anche che si mossero istintivamente per spingersi nella sua mano.
“Raul…” sussurrò lei tra un bacio e l’altro, la voce rotta dall’impazienza. “Ti voglio dentro… ora… non aspettare…”
Era impaziente, affamata, come se la settimana intera di fantasie l’avesse portata al limite. Non voleva preliminari lenti, non stavolta. Voleva sentirlo tutto, subito, riempirla fino in fondo, farla gridare di nuovo.
Raul capì. Non sorrise, non parlò. Si spostò sopra di lei, le ginocchia che aprivano le sue cosce con dolce autorità. Il membro enorme sfiorò l’ingresso bagnato di Cristina, la cappella rossa che premeva contro le piccole labbra spalancate, raccogliendo l’umidità che colava copiosa.
Raul rimase sopra di lei, il corpo teso e controllato, il membro eretto che pulsava pesante tra loro. Invece di spingere subito dentro, scelse di torturarla con una lentezza crudele e deliziosa. Si abbassò appena, lasciando che la cappella larga e gonfia sfiorasse l’ingresso bagnato di Cristina: un tocco leggero, quasi accidentale, che le fece inarcare il bacino in cerca di più. Ma lui si ritrasse subito, solo per tornare a sfregare piano lungo le piccole labbra spalancate, su e giù, raccogliendo l’umidità di lei per spalmarla sull’asta intera.
Era un massaggio intimo, deliberato: la verga enorme scivolava contro il clitoride turgido, premeva sul monte di Venere, lambiva l’apertura senza mai entrare, lasciando solo la promessa di ciò che poteva essere. Ogni passata era un tormento dolce, la cappella che premeva contro il clitoride e poi scivolava via, l’asta che sfregava le grandi labbra gonfie, il calore pulsante che le faceva sentire ogni vena, ogni pulsazione, ma mai la pienezza che desiderava.
Cristina gemette forte, le mani che afferravano i glutei muscolosi di Raul per tirarlo verso di sé.
“Raul… ti prego…” sussurrò, la voce spezzata dall’impazienza. “Entra… possiedimi… non ce la faccio più…”
Lui sorrise contro le sue labbra, un sorriso predatore e tenero allo stesso tempo. Continuò a stuzzicarla: spinte brevi, superficiali, solo la cappella che apriva le piccole labbra e poi si ritraeva, facendola contrarre nel vuoto. Le sfregò il clitoride con l’asta intera, premendo con forza sufficiente a farla tremare, ma senza mai darle ciò che implorava.
“Dimmi quanto lo vuoi”, mormorò Raul, la voce rauca, il fiato caldo sul suo collo. “Dimmi che mi vuoi tutto dentro… fino in fondo.”
“Ti voglio… tutto… ora… Raul, ti prego… scopami… forte…” singhiozzò lei, le unghie conficcate nella schiena tatuata, il bacino che si sollevava disperatamente contro di lui.
Raul inspirò profondamente, come se quelle parole lo avessero finalmente liberato.
Poi, con un movimento fluido e potente, spinse.
Non piano. Non gradualmente.
Entrò tutto in una sola, decisa spinta: il membro enorme la aprì con forza, dilatandola al massimo in un istante, riempiendola fino alla radice con una pressione irresistibile. Cristina spalancò la bocca in un urlo silenzioso, gli occhi sgranati, il respiro bloccato in gola. Era troppo, troppo grosso, troppo profondo, troppo improvviso e allo stesso tempo esattamente ciò di cui aveva bisogno. Il punto G venne schiacciato con violenza, il fondo della vagina toccato in un modo che le fece vedere lampi bianchi dietro le palpebre.
Il corpo di lei si inarcò violentemente, le cosce che tremavano intorno ai fianchi di Raul, la vagina che si contraeva spasmodicamente intorno all’asta che la riempiva completamente. Raul rimase immobile per un secondo, lasciandola sentire ogni centimetro, ogni pulsazione, poi si ritrasse quasi del tutto solo per affondare di nuovo, con la stessa potenza brutale, facendola gridare davvero stavolta, un suono rauco, liberatorio, di puro piacere sopraffatto.
Cristina rimase a bocca aperta, ansimante, incapace di chiudere le labbra mentre Raul iniziava a muoversi: affondi forti, ritmici, profondi, ogni spinta che la faceva sobbalzare sul tatami, ogni uscita che la lasciava vuota solo per un istante prima di riempirla di nuovo con forza.
Era posseduta, completamente, e non aveva mai desiderato altro di più.
Raul le afferrò i polsi, inchiodandoli sopra la testa, e continuò a possederla con quella potenza controllata, gli occhi fissi nei suoi, mentre il drago tatuato sulla schiena sembrava danzare a ogni affondo.
E Cristina, persa nel piacere, seppe che non avrebbe mai dimenticato quella sensazione: la stuzzicata infinita, seguita dalla penetrazione che l’aveva lasciata senza fiato, aperta, conquistata.
Raul accelerò il ritmo, gli affondi potenti e profondi che facevano sobbalzare il corpo di Cristina sul tatami di seta scarlatta. Ogni spinta la riempiva completamente, la cappella larga che premeva contro il fondo della vagina, il membro spesso che la dilatava al limite, sfregando contro ogni punto sensibile con una forza che le toglieva il respiro.
Cristina gemeva senza ritegno, la bocca spalancata, gli occhi socchiusi persi nel piacere. Il clitoride sfregava contro il pube di Raul a ogni affondo, mandandole scariche continue che la portavano sempre più vicino al precipizio. Il suo corpo si contraeva ritmicamente intorno a lui, stringendolo come se volesse trattenerlo per sempre.
Raul sentiva l’orgasmo montare, irrefrenabile. Il respiro gli si fece rauco, spezzato, il petto ampio che si alzava e abbassava contro i seni di lei. Le mani enormi le afferrarono i fianchi con più forza, tenendola ferma mentre spingeva ancora più a fondo, ancora più veloce.
Poi arrivò.
Con un gemito profondo, quasi ancestrale, un suono gutturale che sembrava nascere dal centro della terra, primitivo e liberatorio, Raul si svuotò dentro di lei.
Il primo fiotto caldo e potente la colpì in profondità, riempiendola con una sensazione di pienezza assoluta. Seguì il secondo, il terzo, fiotti densi e abbondanti che pulsavano dentro la vagina contratta di Cristina, traboccando leggermente intorno al membro ancora sepolto fino alla radice. Ogni spasmo di lui le mandava un’onda di calore liquido che la faceva tremare tutta, prolungando il suo piacere mentre il corpo di Raul si contraeva violentemente contro il suo.
Cristina inarcò la schiena, un grido soffocato che le sfuggì dalla gola mentre sentiva ogni pulsazione, ogni getto caldo che la inondava dall’interno. Era troppo intenso, troppo intimo: il calore di lui che si mescolava al suo, il membro che continuava a pulsare dentro di lei anche dopo l’ultimo fiotto, il gemito di Raul che vibrava contro il suo collo.
Rimasero così per lunghi secondi, uniti, immobili, respirando all’unisono. Raul le baciò la tempia sudata, la guancia, l’angolo della bocca, mentre il membro piano piano si ammorbidiva dentro di lei, ma senza uscire del tutto. Cristina lo strinse con le gambe, non voleva che finisse.
“Non andartene ancora”, sussurrò, stringendolo più forte. “Resta dentro… solo un pò”.
Raul annuì, baciandola piano sulle labbra.
E lì, sul tatami rosso illuminato dalle candele tremolanti, rimasero uniti, corpi intrecciati, cuori che battevano allo stesso ritmo lento e profondo.
Il mondo fuori non esisteva più.

stemmy75@gmail.com
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2026-02-24
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