Giulio marito schiavo sottomesso. Umiliazione estrema
di
Qulottone
genere
dominazione
Giulio marito schiavo sottomesso. Umiliazione estrema.
Il muro di cinta del carcere di Rebibbia rifletteva luce e calura che toglieva il fiato. Giulio teneva le mani strette sul volante della Volvo, il motore spento per non sprecare benzina, ma i finestrini abbassati non bastavano a rinfrescare l’abitacolo. «Quanto pensi che ci metterai?» chiese lui, la voce sottile, quasi timorosa di una reazione della moglie. Elena, seduta accanto a lui, finì di passarsi il rossetto allo specchietto di cortesia. Era un rosso scuro, quasi violaceo, che non metteva mai per andare a cena con lui. Si sistemò la scollatura del vestito leggero e si voltò a guardarlo. «Tutto il tempo che serve, Giulio. Te l’ho detto: Stefano ha bisogno di sentire che non è solo. E io ho bisogno di lui. La mia fica ha bisogno di un cazzo vero». Giulio annuì meccanicamente.
Quella situazione lo schiacciava ormai da mesi: da quando Stefano, l’amante della moglie, era finito dentro per una brutta storia di droga. Elena non si era data per vinta; aveva semplicemente preso il comando della vita del marito, costringendolo ad una umiliante sottomissione in favore del suo uomo. «Non allontanarti,» aggiunse lei, aprendo la portiera. «Non voglio uscire e dover chiamare un taxi perché ti sei stufato di aspettare sotto il sole! Ci sarebbero conseguenze per te che nemmeno immagini»
«Rimango qui, tranquilla» rispose lui, fissando il cancello d’ingresso dove i parenti dei detenuti si mettevano in fila. La vide camminare sicura, i tacchi che battevano sul marciapiede, superare i controlli con una familiarità che lo faceva star male, tra le battute volgari dei secondini. Sapeva cosa sarebbe successo in quelle stanze dell’affettività dove si sarebbe recata per almeno due ore. Immaginava le mani di Stefano, sporche e vogliose, scivolare sulla pelle di sua moglie, montarla voglioso, e riempirle la fica come fosse il suo padrone; immaginava le promesse sussurrate tra le mura di cemento, mentre lui, fuori, avrebbe contato i minuti sull'orologio del cruscotto, col cuore impazzito ed il cazzo così duro da fargli male.
Passò un’ora. Poi due. Nulla! Giulio scese dall’auto per sgranchirsi le gambe, ma non si allontanò più di tre metri. Guardava le guardie sulle torrette e si sentiva più prigioniero di chi stava dentro. Stefano aveva una cella, dei compagni, una colpa definita. Giulio aveva solo il suo amore umiliato e quel parcheggio polveroso.
Quando Elena uscì, più di tre ore dopo, non sembrava stanca. Aveva i capelli leggermente spettinati e lo sguardo perso in un punto lontano. Salì in macchina e chiuse la portiera con un colpo secco. «Andiamo,» disse soltanto e solo in quel momento Giulio avvertì quell’odore selvaggio di maschio, di sperma e sudore che la caratterizzava dopo gli incontri con l’amante.
Giulio mise in moto. E mentre partiva, immaginò Stefano soddisfatto attraverso le sbarre alte di un padiglione: un’ombra che vegliava su di lui. Elena non si voltò indietro. Sapeva che, per quanto la cella di Stefano fosse stretta, era Giulio quello che stava guidando verso la prigione più grande: quella di casa loro.
Il viaggio di ritorno fu scandito, per una mezz'ora, solo dal ronzio monotono degli pneumatici sull’asfalto. Elena teneva lo sguardo fisso fuori dal finestrino, accarezzandosi distrattamente il collo, dove un grosso succhiotto iniziava a farsi visibile. «Non è stato solo per Stefano, oggi», esordì lei, con una naturalezza che gelò l'aria nell'abitacolo. «C’erano anche due suoi compagni di braccio. Marco e l'altro, quello giovane, quello che ci ha messo su l’antifurto a casa. Erano distrutti, Giulio, devi esserne orgoglioso. Senza nessuno che li guardasse come esseri umani da mesi, nè che li facesse sentire uomini» Giulio strinse il volante fino a farsi sbiancare le nocche. «Cosa stai dicendo, Elena?»
«Dico che mi hanno fatto pena. E ho fatto quello che andava fatto per dar loro un momento di tregua. Non guardarmi così, non provare a giudicarmi», aggiunse, voltandosi verso di lui con un’espressione gelida. «La tua moralità borghese non serve a niente là dentro e mi fa schifo. Io porto vita dove c’è solo polvere. È un atto di carità, a modo mio. No quelle stronzate di chiesa che dice tua madre. Fanculo!».
Giulio provò ad aprire la bocca per parlare, ma lei lo interruppe subito, alzando il tono. «E non è tutto. Stefano non può marcire lì dentro per colpa di una difesa mediocre, di quella merda di avvocato che gli hai pagato. Domani contatterai il suo nuovo avvocato, quello che ti ho indicato sul foglio. Voglio che ti occupi tu di tutto: onorari, spese procedurali, ogni cosa. E siccome la liquidità che abbiamo non basta, venderai il casale in Toscana. Tanto non ci andiamo mai»
«Il casale di mio nonno? Sei impazzita?»
«È solo un ammasso di pietre, Giulio. Serve a comprare la libertà di un uomo che amo. Quando uscirà – e uscirà presto grazie a te – Stefano non avrà un posto dove andare. I conti sono bloccati, la sua famiglia lo ha rinnegato. Verrà a vivere con noi. La camera degli ospiti è già pronta, starà lì» Parcheggiarono davanti alla loro villa. Elena scese senza aspettare risposta, sicura che il silenzio di Giulio fosse, come sempre, il preludio alla sua totale sottomissione.
Giulio rimase nell'auto spenta per un po’, guardando la facciata della casa che presto sarebbe diventata il quartier generale del suo rivale e dei suoi debiti. Sapeva che avrebbe venduto il casale. Sapeva che avrebbe pagato l'avvocato. La prigione di Stefano stava per finire, la sua era appena diventata un ergastolo. Poi partì la mano, si sbottonò la pattana ed il cazzo duro uscì fuori. Ci volle poco, molto poco ed il piacere lo travolse come un uragano. Ripulì il suo seme dal sedile e entrò a casa.
L’ingresso di Stefano in casa, dopo l’assoluzione, non fu un ritorno, fu un’occupazione militare. Quando varcò la soglia, non aveva borse, solo l’odore di sigarette e quell’aria di chi non deve chiedere il permesso a nessuno. Giulio era in piedi nell'atrio, immobile a riceverlo. Stefano gli arrivò a un centimetro dal viso, piantandogli gli occhi addosso con un sorriso sghembo che sapeva di minaccia.
«Anvedi chi c’è, er bancomat», esordì Stefano, la voce roca e un romanesco strascicato che faceva vibrare le pareti. Gli diede due schiaffi amichevoli sulla guancia, molto forti per fare male. «Allora, Giulié? Com’è che se dice? Grazie de tutto? Pure per l’avvocato, eh. M’ha detto che l'hai pagato profumatamente. Bravo er cornutello mio.» Elena si avvicinò e cinse i fianchi di Stefano, baciandolo con un’intensità che davanti a Giulio non aveva mai mostrato. Stefano, senza smettere di fissare il marito, le mise una mano sulla nuca, la fece inginocchiare e, sbottonatosi i pantaloni, le mise l’uccello in bocca. «Suga troia, fa’ vede ar cornuto come sei brava!»
Poi dopo essere venuto, la fece alzare e, tutti e tre, come fossero amici salirono alla stanza degli ospiti. «Senti un po’, ‘a casa è bella, ma ‘sta camera dell’ospiti nun me piace. Troppo stretta, me pare de sta ancora ar braccio tre», disse Stefano, spingendo Giulio da parte con una spalla mentre si incamminava verso le scale. «Io e la signora se prendemo la camera patronale. Quella cor letto grosso e er bagno cor marmo. Tu vedi de sistemate de sotto, nella stanzetta vicino alla cucina. Almeno stai comodo quanno ce devi portà ‘a colazione la mattina.» Giulio provò a protestare: «Ma quella è la mia...». Stefano si bloccò sul primo gradino e si voltò lentamente. Il sorriso era sparito. «Tua de che? Qui de tuo nun c'è rimasto manco l'odore, Giulié. Tu paghi, tu pulisci e tu ringrazi che nun t’ho ancora sbattuto in mezzo a ‘na strada. Elena m'ha detto che sei un tipo preciso... e allora famme vede. Portace su ‘na bottiglia de quella bbona, che dovemo festeggià come se deve. E vedi de nun fatte sentì, che stasera famo casino» Elena salì le scale ridendo, senza degnare il marito di uno sguardo. Giulio rimase solo nel corridoio, le mani che tremavano. Dalla camera da letto sopra di lui, sentì il rumore secco della porta che si chiudeva e la voce di Stefano che urlava: «Giulié! Muoviti con quel vino! Che t’abbiamo assunto per bellezza?». Poi corse al bagno e preso da un raptus si masturbò rapidamente.
Dopo alcuni giorni il salone principale, un tempo tempio del silenzio e del buon gusto di Giulio, era diventato una taverna fumosa. Stefano sedeva a capotavola con la camicia sbottonata, circondato da tre soggetti che parevano usciti dai peggiori verbali di cronaca nera: il "Cinese", un uomo massiccio con una cicatrice che gli divideva il sopracciglio, e il "Ratto", che non smetteva di ridacchiare.
Giulio, con un grembiule bianco legato sul corpo nudo ed una gabbia di castità montata sul cazzo, stava versando l'ultimo Barolo della sua cantina privata. Le mani gli tremavano così tanto per l’eccitazione che una goccia cadde sulla tovaglia di lino.
«Aò, ma che stai a fa? Er parkinson c'hai?» sbraitò il Cinese, sbattendo un pugno sul tavolo che fece saltare i calici. «Guarda questo, Stefano, m'ha macchiato er vestito! Ma che è, un cameriere o 'na statua de sale?»
Stefano scoppiò a ridere, allungando una gamba per sgambettare Giulio mentre passava. «È 'n artista, Cinése! L’artista dell’obbedienza. Giulié, chiedi scusa ar signore e pulisci subito, su le ginocchia!» Sotto lo sguardo sprezzante di Elena, che sorseggiava il vino appoggiata alla spalla di Stefano, Giulio si accovacciò a terra con uno straccio. «Mentre stai lì sotto, firma ‘sti fogli», disse Stefano, lanciando sotto al tavolo un fascicolo di documenti preparati da un notaio compiacente. «Elena m'ha detto che sei d'accordo. Cedi tutto a lei: la villa, gli appartamenti in centro, pure la rimessa. Te tieni solo er grembiule, così nun te confondi su qual è er ruolo tuo.»
«Tutte le proprietà?» sussurrò Giulio dal pavimento. «Ma così non avrò più nulla...»
«E chi te l'ha chiesto?» intervenne il Ratto, sputando un nocciolo d'oliva. «Tu c'hai 'a fortuna de servì 'n signore come Stefano. Firma, o er Cinese te fa diventà 'n pezzo d'arredamento permanente.»
Elena gli porse la penna con un sguardo seccato. «Fallo, Giulio. È per il nostro futuro. Stefano ha dei progetti ambiziosi e tu sei solo l'ostacolo burocratico tra noi e la nostra libertà» Giulio firmò, con le lacrime che bagnavano l'atto notarile. Aveva appena legalizzato la sua schiavitù. «Bravo er cornuto!» urlò Stefano, afferrandolo per la nuca e costringendolo a guardare gli ospiti. «Adesso basta cor vino, portace la grappa quella forte. E vedi de corre, che i ragazzi c'hanno sete e io devo festeggià 'a nuova proprietà de mia moglie. Anzi, de 'a famija.» Mentre Giulio correva verso la cucina, sentì la voce del Cinese: «Stefano, ma questo è proprio 'n tappeto. Ma come fai a vive co' uno così?»
«Me serve, Cinése», rispose Stefano tra i fumi del sigaro. «Qualcuno dovrà pur pulì er sangue quanno se divertimo, no?»
La sera successiva il buio del giardino era squarciato solo dai fari di una Mercedes che entrava lenta sul vialetto. Giulio, con la crestina che gli stringeva la fronte e il grembiule da colf che frusciava a ogni passo, scattò sull'attenti accanto alla portiera posteriore. Il primo a scendere fu Besnik. Si sistemò il colletto della camicia nera e guardò Giulio con un ghigno sprezzante.
«Ehi, ma guarda questo... Stefano detto che avevi maggiordomo, ma non detto che era vestito come mia nonna quando pulisce scale», disse Besnik, con le "r" vibrate e le vocali strette tipiche del suo accento albanese. «Tu, uomo-donna, prendi mie scarpe. Ho camminato in cantiere, sono sporche come tua faccia.» Giulio si inchinò, sentendo il calore della vergogna bruciargli la pelle. Prese le scarpe sporche di Besnik e gli porse delle ciabatte di pelle «Certamente, signor Besnik. La prego, mi segua» Lo accompagnò fino alla porta della camera padronale. Stefano, appoggiato allo stipite con un bicchiere di whisky in mano, sghignazzò: «Visto che lusso, Besnik? È addestrato bene. Giulié, mettite lì, in ginocchio. E vedi de fa' risplende' 'ste scarpe mentre noi parlamo de affari con la signora.»
Mentre la porta si chiudeva, Giulio si accovacciò sul tappeto del corridoio. Estrasse spazzola e lucido. Dall'interno giungevano le risate di Elena, poi i suoi mugolii ed i versi di godimento dei due maiali. Poi il tono duro degli ospiti che parlavano. Dopo mezz'ora, Besnik uscì. Guardò Giulio che strofinava freneticamente. «Bravo, piccolo schiavo. Pulito bene. Ti lascio odore di mio piede per ricordo, eh?» disse ridendo prima di scendere, mettendogli il piede in faccia per farselo leccare.
Fu poi il turno di Arjan, più giovane e violento. Scendendo dall'auto, spintonò Giulio verso il cofano. «Muove, tu! Non ho tempo di guardare tua gonnella. Elena aspetta me, non aspetta te. Tu pulisce bene mie scarpe, se io trova macchia quando esce, io usa tua testa per pulire pavimento, capito?» Giulio lucidò anche le sue, con le mani che tremavano e il fiato corto, mentre Arjan scopava sua moglie. Quando Arjan uscì dalla stanza, si compiacque del riflesso sulla pelle delle sue scarpe: «Ah, quasi meglio di specchio. Tu serve a qualcosa allora. Stefano fortunato, ha trovato cane che sa usare spazzola»
Infine arrivò il vecchio Luan. Non disse molto, ma il suo silenzio era più pesante delle minacce degli altri. Guardò Giulio con disgusto, come se fosse un insetto. «Tu... non sei uomo. Tu sei niente», sentenziò con voce roca prima di entrare nella stanza. Quando anche l'ultimo se ne fu andato, Stefano uscì in corridoio. Si pulì la bocca col dorso della mano e guardò Giulio, ancora inginocchiato tra barattoli di lucido e stracci neri. «Allora, Giulié? Te sei divertito co’ i soci miei? M’hanno detto che sei 'n vero professionista della spazzola. Ma mo' nun te riposà, eh» Elena apparve dietro di lui, sistemandosi i capelli, lo sguardo vacuo e soddisfatto. «Giulio, le scarpe di Stefano sono nell'armadio. Lucidale tutte, anche gli stivali da pioggia. E poi scendi in lavanderia: ci sono le lenzuola da cambiare e lavare subito. Non voglio sentire l'odore di quegli uomini domani mattina. Poi prima di andare a dormire ti togliamo la gabbia al cazzo, così ti fai una sega»
Stefano le cinse la vita e si voltò verso il marito: «Hai sentito la padrona? E vedi de sta zitto mentre lavori, che ora se ne va pure l'ultimo inquilino della camera tua... e io e lei volemo dormì tranquilli. Anzi, dormì è 'na parola grossa… E non te levamo un cazzo, così le seghe nun te le fai, che me da fastidio» Giulio chinò la testa fino a toccare il pavimento. «Sì, Stefano. Subito, Elena.»
Il pomeriggio seguente, l’aria in villa era elettrica. Stefano non aveva smesso di tormentare Giulio fin dall'alba, costringendolo a pulire i vetri con la lingua dove restavano gli aloni e a leccare lo sperma rappreso sul pavimento della stanza da letto. Ma il peggio arrivò quando la Mercedes nera dei tre albanesi sgommò di nuovo nel vialetto, fermandosi bruscamente a pochi centimetri dalle gambe di Giulio, che li attendeva sulla soglia come una statua di cera.
Besnik scese per primo, e non sorrideva. Si avvicinò a Giulio con passo minaccioso, seguito da Arjan e dal vecchio Luan. «Ehi, tu! Maggiordomo di merda!» urlò Besnik, la voce che vibrava di un accento albanese ancora più marcato e aggressivo. «Ieri sera io tornato a casa e mia moglie chiesto: "Besnik, perché tua scarpa sinistra ha graffio?". Tu non pulito bene, tu fatto finta! Tu pensato che Besnik è idiota?»
Arjan gli si parò davanti, colpendogli la crestina bianca con un manrovescio che la fece volare nell'erba. «E io? Io trovato macchia di grasso su mio pantalone dopo che tu toccato per farmi passare! Tu sporco, tu infetta tutto quello che tocca!»
Stefano uscì sul portico, godendosi la scena con una sigaretta tra le labbra. «Che succede, ragazzi? Er maggiordomo v'ha deluso? Eppure m'avevate detto che era bravo...»
«Egli è merda, Stefano!» intervenne Luan con la sua voce d'oltretomba. «Lui manca di rispetto a noi con sua lentezza. Noi non soddisfatti. Elena detto che lui deve pagare per sua colpa.»
Elena apparve dietro Stefano, incrociando le braccia. «Hanno ragione. Giulio, sei diventato pigro. Forse pensi che perché abbiamo cenato insieme ieri, ora sei uno di famiglia?»
Stefano fece un cenno col capo. «Allora famo così. Visto che v'ha sporcato le scarpe e i vestiti, adesso ve pulisce tutto... ma stavolta niente spazzole. Giulié, mettite giù. I signori devono entrà in casa, ma er vialetto è polveroso. Tu farai da passatoia umana fino all'ingresso e gli lecchi le scarpe per bene. E mentre passano, dovrai scusarti con ognuno in albanese... come t'ho insegnato stamattina.»
Giulio si stese a terra, con la faccia schiacciata sul marmo gelido del portico. Besnik gli calpestò la schiena con tutto il suo peso, fermandosi un istante per far sentire i tacchi nelle carni. Poi si fece leccare gli stivali mentre gli pisciava sulla schiena.
«Chiedi scusa, verme!» gli urlò Arjan, calpestandogli le mani.
«Më falni, zotëri (Perdonatemi, signore)», rantolò Giulio con la voce soffocata dalla polvere, ripetendo la formula per ognuno dei tre che gli camminava sopra per entrare in casa.
Una volta dentro, Stefano si voltò verso Giulio ancora a terra. «Bravo. Mo' però non restà lì a dormì. I ragazzi dicono che nun so ancora soddisfatti. Va in cucina a preparaje da magnà. E lava tutti li piatti de jeri sera, che mo’ m’hai rotto er cazzo!. Ah, me scordavo, Besnik t'ha affittato per una settimana nel suo cantiere... e non credo che lì te faranno mette er pizzo bianco.» Elena rise, chiudendo la porta a vetri e lasciando Giulio fuori, al freddo, a raccogliere i resti della sua dignità insieme alla crestina sporca di fango.
Il cantiere degli albanesi era un deserto di cemento e polvere, isolato dal resto del mondo. Per Giulio, quella settimana fu la discesa finale in un inferno senza ritorno. La sera, quando i rumori delle betoniere si spegnevano, iniziava il vero incubo nella baracca di lamiera riscaldata da una stufa a gas arrugginita.
I dieci operai sedevano intorno a una tavola improvvisata, bevendo rakia forte che bruciava l’aria. Giulio, vestito solo dei resti del grembiule di pizzo ormai ridotto a stracci grigi, serviva carne grassa e pane secco, muovendosi in silenzio tra i vapori del fumo.
«Ehi, tu, vogel (piccolo)... vieni qui!» gridava Besnik, colpendolo sulle natiche con il frustino da cavallo. «Tu fatto bene servizio a tavola, ora serve servizio a noi. Mia schiena fa male, mia gamba stanca, e cazzo deve sborrare. Tu sai cosa deve fare donna di cantiere quando uomo torna da lavoro, eh?»
L’accento albanese di Besnik era veramente eccitante per Giulio, ma non voleva che il maiale se ne accorgesse. Tuttavia, benchè non avesse mai in precedenza avuto rapporti con uomini, non vedeva l’ora che quei bruti lo violentassero. «Tu non guarda terra, tu guarda me! devi essere bravo a sodisfare cazzi. Noi dieci uomini soli, lontano da casa... tu ora sei nostra cura. Togli tutto rimane nudo».
Arjan, il più giovane e crudele, lo afferrò per i capelli, costringendolo a inginocchiarsi al centro del cerchio di operai. «Tu apre bocca e prendi cazzo. Tu usa mani, tu usa bocca se serve. Io vuole sentire che tu è felice di servire veri uomini, non come quel rammollito di tuo marito... ah no, tu è marito! Che ridere, eh ragazzi? Ah Ah»
Il gruppo esplodeva in risate chiassose. A turno, i dieci energumeni lo usavano per i loro bisogni più bassi e umilianti. Dopo la fatica del lavoro domestico ora l'uso brutale del suo corpo come oggetto di sfogo. Lo costringevano a subire ogni tipo di sottomissione, trattandolo come carne da macello mentre commentavano la sua debolezza nella loro lingua, inframmezzata da ordini secchi in italiano.
«Të lumtë dora (bravo)... ma ora muove più veloce!» sbraitava uno degli operai più anziani, Luan, mentre lo teneva bloccato a terra. «Tu succhia bene noi, poi tu ingoia sborra. E se io sente te lamentare, io mette tua testa dentro secchio di calce viva, capito?» La notte non portava riposo. Giulio veniva lasciato nudo e tremante in un angolo della baracca, legato con una catena corta al piede di un tavolo pesante. Sentiva i dieci uomini dormire, russare e, a volte, svegliarsi nel cuore della notte per trascinarlo di nuovo al centro della stanza per un ultima, violenta scopata prima dell'alba.
Quando Stefano tornò a prenderlo, Giulio non riusciva nemmeno a stare dritto, per tutti i cazzi che aveva preso nel culo ed in bocca. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, i segni dei morsi e delle percosse ovunque e la sborra su tutto il corpo. «Ammazza, Besnik! L'avete proprio spremuto come 'n limone!» esclamò Stefano vedendo le condizioni di Giulio. «Lui stato brava... puttana», rispose Besnik con un sorriso d'intesa, contandogli dei soldi in mano. «Se tu vuole, noi tiene lui per sempre. Cantiere ha bisogno di pulizia profonda, e lui pulisce tutto... proprio tutto. E scopa bene, benissimo!». Stefano caricò Giulio sul retro del furgone come un sacco di patate. Tornati alla villa, Elena lo aspettava sulla porta, con un'espressione di disgusto. «Portalo in cantina, Stefano. Puzza di selvaggio e di sudore. Lavalo con la canna dell'acqua in giardino prima di farlo entrare. Stasera abbiamo ospiti a cena e lui deve essere presentabile, anche se con quella faccia dubito che qualcuno voglia farsi servire da lui.» Giulio non rispose. Non c'era più nessuno dentro quel corpo, solo un automa che aspettava il prossimo ordine, la prossima umiliazione, il prossimo padrone da servire. Poi, appena toccò il letto, si masturbò selvaggiamente.
Il salone della villa, quella sera, era saturo di un odore denso: tabacco, rakia e il sudore prepotente di quindici uomini eccitati. Stefano sedeva a capotavola, una mano possessiva sulla coscia di Elena, che indossava un abito di seta nera trasparente, godendosi lo spettacolo della distruzione di quello che un tempo era stato suo marito. Al centro della stanza, sopra il grande tavolo di quercia dove un tempo Giulio cenava a lume di candela, ora c’era proprio lui. Era nudo, fatta eccezione per il collare di cuoio che lo legava a un gancio del tavolo e la crestina da colf, fissata con lo scotch direttamente sulla pelle della fronte. «Anvedi che pezzo d’arredamento!» urlò il Cinese, brindando con un calice di cristallo. «Stefano, questo è meglio de 'n quadro d'autore!» I tre albanesi, Besnik, Arjan e Luan, sedevano vicini, i volti arrossati dall'alcol. «Lui servito noi bene in cantiere», disse Besnik con il suo accento pesante. «Lui imparato bene cosa significa essere... proprietà. Ma Stefano, lui ha ancora sguardo di uomo qualche volta. Tu deve togliere quello, se vuole che lui resta calmo per sempre. Noi piace scopare vera femmina»
Arjan si alzò, avvicinandosi al tavolo con un coltello da caccia che usava per tagliare il montone. «Sì, Stefano. Lui ha ancora... come si dice... orgoglio di maschio tra gambe. Se tu toglie quello, lui diventa vera donna di casa, no? Niente più desideri, solo obbedienza. E non fa più seghe e sporca letto». L'atmosfera nel salone divenne plumbea, carica di un sadismo eccitato. Stefano fece segno ad Arjan di procedere, mentre il Cinese e Besnik bloccavano le braccia di Giulio contro il legno massiccio, premendo le ginocchia sui suoi bicipiti per annullare ogni sussulto.
Arjan, con la freddezza di chi è abituato a scannare bestiame nei pascoli dell'est, estrasse un bisturi artigianale, una lama corta e affilatissima. «Tu guarda me, shka», sibilò con il suo accento gutturale. «Io fa lavoro pulito. Io toglie quello che fa te sentire uomo, così tu resta solo... cosa di Stefano.» Con dita esperte e rudi, Arjan tese lo scroto di Giulio. La lama incise la pelle con un taglio netto e trasversale, esponendo i funicoli spermatici. Il sangue, di un rosso vivo, iniziò a colare denso sulla tovaglia di fiandra. Nonostante i gemiti soffocati di Giulio, Arjan procedette con precisione chirurgica: recise i vasi sanguigni e i dotti deferenti uno alla volta, legandoli poi con un filo di sutura lordo di rakia per fermare l'emorragia, lasciando però che il dolore rimanesse acuto e pulsante per il divertimento degli ospiti. Con un ultimo scatto della lama, i testicoli furono rimossi e gettati in un piattino da portata d'argento, proprio davanti al viso di Giulio.
«Ecco», disse Arjan pulendosi le dita insanguinate sul petto nudo di Giulio. «Ora tu è libero da peso di essere maschio. Ora tu è solo... schiavo eunuco» Stefano si avvicinò, afferrando Giulio per i capelli e tirandogli la testa all'indietro finché il collo non scricchiolò. «Hai sentito, Giulié? I ragazzi s'hanno dato da fa' per te. T'hanno liberato. Mo' non hai più scuse, niente più distrazioni. Sei la loro bambola de pezza.»
Elena si sporse sul tavolo, osservando la ferita aperta con una curiosità clinica e spietata. «Ringrazia, Giulio», sussurrò con un tono che non ammetteva repliche. «Ringrazia Stefano per averti dato un nuovo scopo. Ringrazia i signori per la loro generosità» Sotto la pressione della mano di Stefano e il terrore che lo svuotava, Giulio dovette schiudere le labbra secche. La voce era un filo d'aria, rotta dal trauma.
«Grazie... grazie, Stefano, padrone mio...» rantolò, le lacrime che si mescolavano al sudore sulla fronte. Si voltò verso gli albanesi, i cui volti erano maschere di scherno. «Grazie... signor Besnik... grazie, Arjan... per avermi... per avermi reso... vostro.»
«Bravo er cornutello!» esclamò Stefano tra le risate generali. «Mo' però non sta lì a fa' sangue su 'sto tavolo che è d'antiquariato. Arjan t'ha cucito alla bell'e meglio, quindi muoviti. Prendi quello straccio e comincia a pulì er disastro che hai fatto. E vedi de sorride, che stasera sei l'ospite d'onore»
Giulio, mutilato e tremante, scivolò giù dal tavolo. Con le gambe che non lo reggevano e la ferita che bruciava come fuoco vivo, iniziò a strofinare il suo stesso sangue dal legno, mentre gli uomini riprendevano a mangiare e bere, calpestandogli le mani ogni volta che cercava di raggiungere un angolo sporco. La sua identità era stata recisa insieme alla sua carne: ora esisteva solo il silenzio dell'obbedienza totale.
Però, il dolore lancinante della mutilazione, invece di spezzarlo definitivamente, operò in Giulio una metamorfosi psicologica profonda e distorta. Mentre puliva il tavolo con i polpastrelli imbrattati del suo stesso sangue, il trauma si trasformò in una forma estrema di sindrome di Stoccolma. Guardò Besnik, Arjan e Luan non più come aguzzini, ma come i suoi salvatori: gli uomini che lo avevano liberato dal fardello dell'orgoglio per consegnarlo a una pace fatta di pura obbedienza.
«Ti piace ora, eh? Ti sente più... leggero?» chiese Besnik con un sorriso brutale, tirandolo su per il collare mentre l'odore di rakia gli inondava il viso.
Giulio non tremava più. Alzò lo sguardo verso l'albanese e, per la prima volta, i suoi occhi non cercarono pietà, ma approvazione. «Sì, signor Besnik. Grazie. Io... io appartengo a voi ora. Non sono più Giulio. Sono ciò che volete.»
Poi salirono su, nella camera degli ospiti, mentre Stefano ed Elena osservavano divertiti sorseggiando cognac, e lì Giulio si offrì ai tre albanesi con una devozione che rasentava l'estasi religiosa. Non era più un atto subito con terrore, ma una ricerca disperata di fusione con i suoi padroni.
«Guarda questo...» mormorò Arjan, stupito dal modo in cui Giulio gli accarezzava l’uccello dopo che lui gli aveva frustato le natiche a sangue. «Lui non piange più. Lui ride ora. Gli piace nostro cazzo e nostra violenza». «Të dua (ti amo)...» sussurrò Giulio a fior di labbra, ripetendo le parole che aveva sentito dire da Besnik al telefono, senza capirne il senso ma intuendone la potenza. Si sentiva finalmente completo nella sua incompletezza. Amava il modo in cui le loro mani callose lo torturavano, amava il peso dei loro corpi che lo schiacciavano contro il materasso mentre godevano nel suo culo. In quel groviglio di violenza e sottomissione, Giulio trovò la sua nuova religione: l'amore per chi lo torturava.
Stefano, vedendo la scena, scoppiò a ridere. «Anvedi, Elena! S'è proprio innamorato dei soci nostri! Guarda come li guarda, pare 'na sposa al primo giorno.»
Elena, con un velo di noia e disprezzo, commentò: «Almeno ora è utile. Un cane fedele è meglio di un marito inutile.»
Quando l'alba sorse sulla villa, Giulio non tornò nella sua stanzetta. Rimase ai piedi del letto dove i tre albanesi dormivano pesantemente, vegliando sul loro sonno come una sentinella silenziosa. Aveva trovato il suo destino: essere l'ombra, il giocattolo e l'amante devoto di quegli uomini feroci che, portandogli via tutto, gli avevano dato l'unica cosa che ora desiderava: l'assenza totale di sé stesso.
Il garage della villa, un tempo asilo per auto di lusso, divenne l’antro della sottomissione definitiva di Giulio. Stefano aveva fatto installare delle luci al neon fredde e rimosso ogni traccia di comodità: ora c’erano solo un materasso lercio poggiato sul cemento, catene fissate ai pilastri, fruste e bastoni e l'odore acre di gas di scarico e disinfettante a basso costo.
Stefano ed Elena avevano trovato il modo perfetto per monetizzare il totale annullamento di Giulio. «Aò, Giulié, t'abbiamo trovato 'n vero lavoro!» sghignazzava Stefano dal portone basculante. «Visto che te sei innamorato dei soci nostri, ora te facciamo conosce tutta la zona. Migranti, sbandati, gente che c'ha rabbia da sfogà e pochi soldi in tasca. Tu li accogli tutti, capito? Sei 'na discarica umana, ‘no sborratoio e devi esse contento de facce guadagnà.»
Ogni sera, una fila di uomini dai volti scavati e dalle mani callose attendeva fuori dal garage. Erano migranti che vivevano nei campi vicini, braccianti sfruttati, uomini violenti che la società teneva ai margini e che scaricavano su Giulio tutta l'umiliazione subita durante il giorno.
«Ehi, tu... cosa sei? Donna o cane?» chiedeva un giovane egiziano con l'accento rotto, mentre Giulio gli succhiava il cazzo, nudo e mutilato, dopo aver leccato le scarpe con la lingua come rito d'ingresso. «Sono quello che vuole lei, signore. Mi usi come preferisce», rispondeva Giulio con una voce che non aveva più nulla di umano, ma vibrava di una folle gratitudine. Aveva imparato ad amare il dolore, a cercare il peso di quei corpi rudi che lo trattavano come un oggetto inanimato. Per lui, ogni colpo violento era una carezza, ogni insulto una conferma del suo nuovo, sacro ruolo.
Besnik e Arjan passavano spesso a controllare, godendosi lo spettacolo di Giulio che implorava i nuovi arrivati di non avere pietà. «Guarda questo shka», diceva Arjan ridendo ai compagni. «Lui ora ama più voi che sua moglie. Lui aspetta vostro sborra come se fosse acqua nel deserto. Tu è felice, eh, frocetto?»
«Sì, Arjan... grazie... mandatecene ancora», sussurrava Giulio dal suo angolo buio, mentre un nuovo gruppo di energumeni entrava nel garage richiamato dal prezzo stracciato e dalla promessa di una vittima che non opponeva resistenza, ma anzi, ringraziava per ogni bassezza. Sopra di loro, nella villa silenziosa, Elena e Stefano contavano i mazzetti di banconote stropicciate che Giulio consegnava ogni mattina, strisciando sulle ginocchia fino alla loro camera. La trasformazione era completa: Giulio non era più un uomo, non era più un marito; era il terminale di sfogo per gli istinti più infimi della città, l'amante devoto di chiunque volesse calpestarlo, perso in un abisso di amore perverso per la propria distruzione.
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Il muro di cinta del carcere di Rebibbia rifletteva luce e calura che toglieva il fiato. Giulio teneva le mani strette sul volante della Volvo, il motore spento per non sprecare benzina, ma i finestrini abbassati non bastavano a rinfrescare l’abitacolo. «Quanto pensi che ci metterai?» chiese lui, la voce sottile, quasi timorosa di una reazione della moglie. Elena, seduta accanto a lui, finì di passarsi il rossetto allo specchietto di cortesia. Era un rosso scuro, quasi violaceo, che non metteva mai per andare a cena con lui. Si sistemò la scollatura del vestito leggero e si voltò a guardarlo. «Tutto il tempo che serve, Giulio. Te l’ho detto: Stefano ha bisogno di sentire che non è solo. E io ho bisogno di lui. La mia fica ha bisogno di un cazzo vero». Giulio annuì meccanicamente.
Quella situazione lo schiacciava ormai da mesi: da quando Stefano, l’amante della moglie, era finito dentro per una brutta storia di droga. Elena non si era data per vinta; aveva semplicemente preso il comando della vita del marito, costringendolo ad una umiliante sottomissione in favore del suo uomo. «Non allontanarti,» aggiunse lei, aprendo la portiera. «Non voglio uscire e dover chiamare un taxi perché ti sei stufato di aspettare sotto il sole! Ci sarebbero conseguenze per te che nemmeno immagini»
«Rimango qui, tranquilla» rispose lui, fissando il cancello d’ingresso dove i parenti dei detenuti si mettevano in fila. La vide camminare sicura, i tacchi che battevano sul marciapiede, superare i controlli con una familiarità che lo faceva star male, tra le battute volgari dei secondini. Sapeva cosa sarebbe successo in quelle stanze dell’affettività dove si sarebbe recata per almeno due ore. Immaginava le mani di Stefano, sporche e vogliose, scivolare sulla pelle di sua moglie, montarla voglioso, e riempirle la fica come fosse il suo padrone; immaginava le promesse sussurrate tra le mura di cemento, mentre lui, fuori, avrebbe contato i minuti sull'orologio del cruscotto, col cuore impazzito ed il cazzo così duro da fargli male.
Passò un’ora. Poi due. Nulla! Giulio scese dall’auto per sgranchirsi le gambe, ma non si allontanò più di tre metri. Guardava le guardie sulle torrette e si sentiva più prigioniero di chi stava dentro. Stefano aveva una cella, dei compagni, una colpa definita. Giulio aveva solo il suo amore umiliato e quel parcheggio polveroso.
Quando Elena uscì, più di tre ore dopo, non sembrava stanca. Aveva i capelli leggermente spettinati e lo sguardo perso in un punto lontano. Salì in macchina e chiuse la portiera con un colpo secco. «Andiamo,» disse soltanto e solo in quel momento Giulio avvertì quell’odore selvaggio di maschio, di sperma e sudore che la caratterizzava dopo gli incontri con l’amante.
Giulio mise in moto. E mentre partiva, immaginò Stefano soddisfatto attraverso le sbarre alte di un padiglione: un’ombra che vegliava su di lui. Elena non si voltò indietro. Sapeva che, per quanto la cella di Stefano fosse stretta, era Giulio quello che stava guidando verso la prigione più grande: quella di casa loro.
Il viaggio di ritorno fu scandito, per una mezz'ora, solo dal ronzio monotono degli pneumatici sull’asfalto. Elena teneva lo sguardo fisso fuori dal finestrino, accarezzandosi distrattamente il collo, dove un grosso succhiotto iniziava a farsi visibile. «Non è stato solo per Stefano, oggi», esordì lei, con una naturalezza che gelò l'aria nell'abitacolo. «C’erano anche due suoi compagni di braccio. Marco e l'altro, quello giovane, quello che ci ha messo su l’antifurto a casa. Erano distrutti, Giulio, devi esserne orgoglioso. Senza nessuno che li guardasse come esseri umani da mesi, nè che li facesse sentire uomini» Giulio strinse il volante fino a farsi sbiancare le nocche. «Cosa stai dicendo, Elena?»
«Dico che mi hanno fatto pena. E ho fatto quello che andava fatto per dar loro un momento di tregua. Non guardarmi così, non provare a giudicarmi», aggiunse, voltandosi verso di lui con un’espressione gelida. «La tua moralità borghese non serve a niente là dentro e mi fa schifo. Io porto vita dove c’è solo polvere. È un atto di carità, a modo mio. No quelle stronzate di chiesa che dice tua madre. Fanculo!».
Giulio provò ad aprire la bocca per parlare, ma lei lo interruppe subito, alzando il tono. «E non è tutto. Stefano non può marcire lì dentro per colpa di una difesa mediocre, di quella merda di avvocato che gli hai pagato. Domani contatterai il suo nuovo avvocato, quello che ti ho indicato sul foglio. Voglio che ti occupi tu di tutto: onorari, spese procedurali, ogni cosa. E siccome la liquidità che abbiamo non basta, venderai il casale in Toscana. Tanto non ci andiamo mai»
«Il casale di mio nonno? Sei impazzita?»
«È solo un ammasso di pietre, Giulio. Serve a comprare la libertà di un uomo che amo. Quando uscirà – e uscirà presto grazie a te – Stefano non avrà un posto dove andare. I conti sono bloccati, la sua famiglia lo ha rinnegato. Verrà a vivere con noi. La camera degli ospiti è già pronta, starà lì» Parcheggiarono davanti alla loro villa. Elena scese senza aspettare risposta, sicura che il silenzio di Giulio fosse, come sempre, il preludio alla sua totale sottomissione.
Giulio rimase nell'auto spenta per un po’, guardando la facciata della casa che presto sarebbe diventata il quartier generale del suo rivale e dei suoi debiti. Sapeva che avrebbe venduto il casale. Sapeva che avrebbe pagato l'avvocato. La prigione di Stefano stava per finire, la sua era appena diventata un ergastolo. Poi partì la mano, si sbottonò la pattana ed il cazzo duro uscì fuori. Ci volle poco, molto poco ed il piacere lo travolse come un uragano. Ripulì il suo seme dal sedile e entrò a casa.
L’ingresso di Stefano in casa, dopo l’assoluzione, non fu un ritorno, fu un’occupazione militare. Quando varcò la soglia, non aveva borse, solo l’odore di sigarette e quell’aria di chi non deve chiedere il permesso a nessuno. Giulio era in piedi nell'atrio, immobile a riceverlo. Stefano gli arrivò a un centimetro dal viso, piantandogli gli occhi addosso con un sorriso sghembo che sapeva di minaccia.
«Anvedi chi c’è, er bancomat», esordì Stefano, la voce roca e un romanesco strascicato che faceva vibrare le pareti. Gli diede due schiaffi amichevoli sulla guancia, molto forti per fare male. «Allora, Giulié? Com’è che se dice? Grazie de tutto? Pure per l’avvocato, eh. M’ha detto che l'hai pagato profumatamente. Bravo er cornutello mio.» Elena si avvicinò e cinse i fianchi di Stefano, baciandolo con un’intensità che davanti a Giulio non aveva mai mostrato. Stefano, senza smettere di fissare il marito, le mise una mano sulla nuca, la fece inginocchiare e, sbottonatosi i pantaloni, le mise l’uccello in bocca. «Suga troia, fa’ vede ar cornuto come sei brava!»
Poi dopo essere venuto, la fece alzare e, tutti e tre, come fossero amici salirono alla stanza degli ospiti. «Senti un po’, ‘a casa è bella, ma ‘sta camera dell’ospiti nun me piace. Troppo stretta, me pare de sta ancora ar braccio tre», disse Stefano, spingendo Giulio da parte con una spalla mentre si incamminava verso le scale. «Io e la signora se prendemo la camera patronale. Quella cor letto grosso e er bagno cor marmo. Tu vedi de sistemate de sotto, nella stanzetta vicino alla cucina. Almeno stai comodo quanno ce devi portà ‘a colazione la mattina.» Giulio provò a protestare: «Ma quella è la mia...». Stefano si bloccò sul primo gradino e si voltò lentamente. Il sorriso era sparito. «Tua de che? Qui de tuo nun c'è rimasto manco l'odore, Giulié. Tu paghi, tu pulisci e tu ringrazi che nun t’ho ancora sbattuto in mezzo a ‘na strada. Elena m'ha detto che sei un tipo preciso... e allora famme vede. Portace su ‘na bottiglia de quella bbona, che dovemo festeggià come se deve. E vedi de nun fatte sentì, che stasera famo casino» Elena salì le scale ridendo, senza degnare il marito di uno sguardo. Giulio rimase solo nel corridoio, le mani che tremavano. Dalla camera da letto sopra di lui, sentì il rumore secco della porta che si chiudeva e la voce di Stefano che urlava: «Giulié! Muoviti con quel vino! Che t’abbiamo assunto per bellezza?». Poi corse al bagno e preso da un raptus si masturbò rapidamente.
Dopo alcuni giorni il salone principale, un tempo tempio del silenzio e del buon gusto di Giulio, era diventato una taverna fumosa. Stefano sedeva a capotavola con la camicia sbottonata, circondato da tre soggetti che parevano usciti dai peggiori verbali di cronaca nera: il "Cinese", un uomo massiccio con una cicatrice che gli divideva il sopracciglio, e il "Ratto", che non smetteva di ridacchiare.
Giulio, con un grembiule bianco legato sul corpo nudo ed una gabbia di castità montata sul cazzo, stava versando l'ultimo Barolo della sua cantina privata. Le mani gli tremavano così tanto per l’eccitazione che una goccia cadde sulla tovaglia di lino.
«Aò, ma che stai a fa? Er parkinson c'hai?» sbraitò il Cinese, sbattendo un pugno sul tavolo che fece saltare i calici. «Guarda questo, Stefano, m'ha macchiato er vestito! Ma che è, un cameriere o 'na statua de sale?»
Stefano scoppiò a ridere, allungando una gamba per sgambettare Giulio mentre passava. «È 'n artista, Cinése! L’artista dell’obbedienza. Giulié, chiedi scusa ar signore e pulisci subito, su le ginocchia!» Sotto lo sguardo sprezzante di Elena, che sorseggiava il vino appoggiata alla spalla di Stefano, Giulio si accovacciò a terra con uno straccio. «Mentre stai lì sotto, firma ‘sti fogli», disse Stefano, lanciando sotto al tavolo un fascicolo di documenti preparati da un notaio compiacente. «Elena m'ha detto che sei d'accordo. Cedi tutto a lei: la villa, gli appartamenti in centro, pure la rimessa. Te tieni solo er grembiule, così nun te confondi su qual è er ruolo tuo.»
«Tutte le proprietà?» sussurrò Giulio dal pavimento. «Ma così non avrò più nulla...»
«E chi te l'ha chiesto?» intervenne il Ratto, sputando un nocciolo d'oliva. «Tu c'hai 'a fortuna de servì 'n signore come Stefano. Firma, o er Cinese te fa diventà 'n pezzo d'arredamento permanente.»
Elena gli porse la penna con un sguardo seccato. «Fallo, Giulio. È per il nostro futuro. Stefano ha dei progetti ambiziosi e tu sei solo l'ostacolo burocratico tra noi e la nostra libertà» Giulio firmò, con le lacrime che bagnavano l'atto notarile. Aveva appena legalizzato la sua schiavitù. «Bravo er cornuto!» urlò Stefano, afferrandolo per la nuca e costringendolo a guardare gli ospiti. «Adesso basta cor vino, portace la grappa quella forte. E vedi de corre, che i ragazzi c'hanno sete e io devo festeggià 'a nuova proprietà de mia moglie. Anzi, de 'a famija.» Mentre Giulio correva verso la cucina, sentì la voce del Cinese: «Stefano, ma questo è proprio 'n tappeto. Ma come fai a vive co' uno così?»
«Me serve, Cinése», rispose Stefano tra i fumi del sigaro. «Qualcuno dovrà pur pulì er sangue quanno se divertimo, no?»
La sera successiva il buio del giardino era squarciato solo dai fari di una Mercedes che entrava lenta sul vialetto. Giulio, con la crestina che gli stringeva la fronte e il grembiule da colf che frusciava a ogni passo, scattò sull'attenti accanto alla portiera posteriore. Il primo a scendere fu Besnik. Si sistemò il colletto della camicia nera e guardò Giulio con un ghigno sprezzante.
«Ehi, ma guarda questo... Stefano detto che avevi maggiordomo, ma non detto che era vestito come mia nonna quando pulisce scale», disse Besnik, con le "r" vibrate e le vocali strette tipiche del suo accento albanese. «Tu, uomo-donna, prendi mie scarpe. Ho camminato in cantiere, sono sporche come tua faccia.» Giulio si inchinò, sentendo il calore della vergogna bruciargli la pelle. Prese le scarpe sporche di Besnik e gli porse delle ciabatte di pelle «Certamente, signor Besnik. La prego, mi segua» Lo accompagnò fino alla porta della camera padronale. Stefano, appoggiato allo stipite con un bicchiere di whisky in mano, sghignazzò: «Visto che lusso, Besnik? È addestrato bene. Giulié, mettite lì, in ginocchio. E vedi de fa' risplende' 'ste scarpe mentre noi parlamo de affari con la signora.»
Mentre la porta si chiudeva, Giulio si accovacciò sul tappeto del corridoio. Estrasse spazzola e lucido. Dall'interno giungevano le risate di Elena, poi i suoi mugolii ed i versi di godimento dei due maiali. Poi il tono duro degli ospiti che parlavano. Dopo mezz'ora, Besnik uscì. Guardò Giulio che strofinava freneticamente. «Bravo, piccolo schiavo. Pulito bene. Ti lascio odore di mio piede per ricordo, eh?» disse ridendo prima di scendere, mettendogli il piede in faccia per farselo leccare.
Fu poi il turno di Arjan, più giovane e violento. Scendendo dall'auto, spintonò Giulio verso il cofano. «Muove, tu! Non ho tempo di guardare tua gonnella. Elena aspetta me, non aspetta te. Tu pulisce bene mie scarpe, se io trova macchia quando esce, io usa tua testa per pulire pavimento, capito?» Giulio lucidò anche le sue, con le mani che tremavano e il fiato corto, mentre Arjan scopava sua moglie. Quando Arjan uscì dalla stanza, si compiacque del riflesso sulla pelle delle sue scarpe: «Ah, quasi meglio di specchio. Tu serve a qualcosa allora. Stefano fortunato, ha trovato cane che sa usare spazzola»
Infine arrivò il vecchio Luan. Non disse molto, ma il suo silenzio era più pesante delle minacce degli altri. Guardò Giulio con disgusto, come se fosse un insetto. «Tu... non sei uomo. Tu sei niente», sentenziò con voce roca prima di entrare nella stanza. Quando anche l'ultimo se ne fu andato, Stefano uscì in corridoio. Si pulì la bocca col dorso della mano e guardò Giulio, ancora inginocchiato tra barattoli di lucido e stracci neri. «Allora, Giulié? Te sei divertito co’ i soci miei? M’hanno detto che sei 'n vero professionista della spazzola. Ma mo' nun te riposà, eh» Elena apparve dietro di lui, sistemandosi i capelli, lo sguardo vacuo e soddisfatto. «Giulio, le scarpe di Stefano sono nell'armadio. Lucidale tutte, anche gli stivali da pioggia. E poi scendi in lavanderia: ci sono le lenzuola da cambiare e lavare subito. Non voglio sentire l'odore di quegli uomini domani mattina. Poi prima di andare a dormire ti togliamo la gabbia al cazzo, così ti fai una sega»
Stefano le cinse la vita e si voltò verso il marito: «Hai sentito la padrona? E vedi de sta zitto mentre lavori, che ora se ne va pure l'ultimo inquilino della camera tua... e io e lei volemo dormì tranquilli. Anzi, dormì è 'na parola grossa… E non te levamo un cazzo, così le seghe nun te le fai, che me da fastidio» Giulio chinò la testa fino a toccare il pavimento. «Sì, Stefano. Subito, Elena.»
Il pomeriggio seguente, l’aria in villa era elettrica. Stefano non aveva smesso di tormentare Giulio fin dall'alba, costringendolo a pulire i vetri con la lingua dove restavano gli aloni e a leccare lo sperma rappreso sul pavimento della stanza da letto. Ma il peggio arrivò quando la Mercedes nera dei tre albanesi sgommò di nuovo nel vialetto, fermandosi bruscamente a pochi centimetri dalle gambe di Giulio, che li attendeva sulla soglia come una statua di cera.
Besnik scese per primo, e non sorrideva. Si avvicinò a Giulio con passo minaccioso, seguito da Arjan e dal vecchio Luan. «Ehi, tu! Maggiordomo di merda!» urlò Besnik, la voce che vibrava di un accento albanese ancora più marcato e aggressivo. «Ieri sera io tornato a casa e mia moglie chiesto: "Besnik, perché tua scarpa sinistra ha graffio?". Tu non pulito bene, tu fatto finta! Tu pensato che Besnik è idiota?»
Arjan gli si parò davanti, colpendogli la crestina bianca con un manrovescio che la fece volare nell'erba. «E io? Io trovato macchia di grasso su mio pantalone dopo che tu toccato per farmi passare! Tu sporco, tu infetta tutto quello che tocca!»
Stefano uscì sul portico, godendosi la scena con una sigaretta tra le labbra. «Che succede, ragazzi? Er maggiordomo v'ha deluso? Eppure m'avevate detto che era bravo...»
«Egli è merda, Stefano!» intervenne Luan con la sua voce d'oltretomba. «Lui manca di rispetto a noi con sua lentezza. Noi non soddisfatti. Elena detto che lui deve pagare per sua colpa.»
Elena apparve dietro Stefano, incrociando le braccia. «Hanno ragione. Giulio, sei diventato pigro. Forse pensi che perché abbiamo cenato insieme ieri, ora sei uno di famiglia?»
Stefano fece un cenno col capo. «Allora famo così. Visto che v'ha sporcato le scarpe e i vestiti, adesso ve pulisce tutto... ma stavolta niente spazzole. Giulié, mettite giù. I signori devono entrà in casa, ma er vialetto è polveroso. Tu farai da passatoia umana fino all'ingresso e gli lecchi le scarpe per bene. E mentre passano, dovrai scusarti con ognuno in albanese... come t'ho insegnato stamattina.»
Giulio si stese a terra, con la faccia schiacciata sul marmo gelido del portico. Besnik gli calpestò la schiena con tutto il suo peso, fermandosi un istante per far sentire i tacchi nelle carni. Poi si fece leccare gli stivali mentre gli pisciava sulla schiena.
«Chiedi scusa, verme!» gli urlò Arjan, calpestandogli le mani.
«Më falni, zotëri (Perdonatemi, signore)», rantolò Giulio con la voce soffocata dalla polvere, ripetendo la formula per ognuno dei tre che gli camminava sopra per entrare in casa.
Una volta dentro, Stefano si voltò verso Giulio ancora a terra. «Bravo. Mo' però non restà lì a dormì. I ragazzi dicono che nun so ancora soddisfatti. Va in cucina a preparaje da magnà. E lava tutti li piatti de jeri sera, che mo’ m’hai rotto er cazzo!. Ah, me scordavo, Besnik t'ha affittato per una settimana nel suo cantiere... e non credo che lì te faranno mette er pizzo bianco.» Elena rise, chiudendo la porta a vetri e lasciando Giulio fuori, al freddo, a raccogliere i resti della sua dignità insieme alla crestina sporca di fango.
Il cantiere degli albanesi era un deserto di cemento e polvere, isolato dal resto del mondo. Per Giulio, quella settimana fu la discesa finale in un inferno senza ritorno. La sera, quando i rumori delle betoniere si spegnevano, iniziava il vero incubo nella baracca di lamiera riscaldata da una stufa a gas arrugginita.
I dieci operai sedevano intorno a una tavola improvvisata, bevendo rakia forte che bruciava l’aria. Giulio, vestito solo dei resti del grembiule di pizzo ormai ridotto a stracci grigi, serviva carne grassa e pane secco, muovendosi in silenzio tra i vapori del fumo.
«Ehi, tu, vogel (piccolo)... vieni qui!» gridava Besnik, colpendolo sulle natiche con il frustino da cavallo. «Tu fatto bene servizio a tavola, ora serve servizio a noi. Mia schiena fa male, mia gamba stanca, e cazzo deve sborrare. Tu sai cosa deve fare donna di cantiere quando uomo torna da lavoro, eh?»
L’accento albanese di Besnik era veramente eccitante per Giulio, ma non voleva che il maiale se ne accorgesse. Tuttavia, benchè non avesse mai in precedenza avuto rapporti con uomini, non vedeva l’ora che quei bruti lo violentassero. «Tu non guarda terra, tu guarda me! devi essere bravo a sodisfare cazzi. Noi dieci uomini soli, lontano da casa... tu ora sei nostra cura. Togli tutto rimane nudo».
Arjan, il più giovane e crudele, lo afferrò per i capelli, costringendolo a inginocchiarsi al centro del cerchio di operai. «Tu apre bocca e prendi cazzo. Tu usa mani, tu usa bocca se serve. Io vuole sentire che tu è felice di servire veri uomini, non come quel rammollito di tuo marito... ah no, tu è marito! Che ridere, eh ragazzi? Ah Ah»
Il gruppo esplodeva in risate chiassose. A turno, i dieci energumeni lo usavano per i loro bisogni più bassi e umilianti. Dopo la fatica del lavoro domestico ora l'uso brutale del suo corpo come oggetto di sfogo. Lo costringevano a subire ogni tipo di sottomissione, trattandolo come carne da macello mentre commentavano la sua debolezza nella loro lingua, inframmezzata da ordini secchi in italiano.
«Të lumtë dora (bravo)... ma ora muove più veloce!» sbraitava uno degli operai più anziani, Luan, mentre lo teneva bloccato a terra. «Tu succhia bene noi, poi tu ingoia sborra. E se io sente te lamentare, io mette tua testa dentro secchio di calce viva, capito?» La notte non portava riposo. Giulio veniva lasciato nudo e tremante in un angolo della baracca, legato con una catena corta al piede di un tavolo pesante. Sentiva i dieci uomini dormire, russare e, a volte, svegliarsi nel cuore della notte per trascinarlo di nuovo al centro della stanza per un ultima, violenta scopata prima dell'alba.
Quando Stefano tornò a prenderlo, Giulio non riusciva nemmeno a stare dritto, per tutti i cazzi che aveva preso nel culo ed in bocca. Aveva lo sguardo perso nel vuoto, i segni dei morsi e delle percosse ovunque e la sborra su tutto il corpo. «Ammazza, Besnik! L'avete proprio spremuto come 'n limone!» esclamò Stefano vedendo le condizioni di Giulio. «Lui stato brava... puttana», rispose Besnik con un sorriso d'intesa, contandogli dei soldi in mano. «Se tu vuole, noi tiene lui per sempre. Cantiere ha bisogno di pulizia profonda, e lui pulisce tutto... proprio tutto. E scopa bene, benissimo!». Stefano caricò Giulio sul retro del furgone come un sacco di patate. Tornati alla villa, Elena lo aspettava sulla porta, con un'espressione di disgusto. «Portalo in cantina, Stefano. Puzza di selvaggio e di sudore. Lavalo con la canna dell'acqua in giardino prima di farlo entrare. Stasera abbiamo ospiti a cena e lui deve essere presentabile, anche se con quella faccia dubito che qualcuno voglia farsi servire da lui.» Giulio non rispose. Non c'era più nessuno dentro quel corpo, solo un automa che aspettava il prossimo ordine, la prossima umiliazione, il prossimo padrone da servire. Poi, appena toccò il letto, si masturbò selvaggiamente.
Il salone della villa, quella sera, era saturo di un odore denso: tabacco, rakia e il sudore prepotente di quindici uomini eccitati. Stefano sedeva a capotavola, una mano possessiva sulla coscia di Elena, che indossava un abito di seta nera trasparente, godendosi lo spettacolo della distruzione di quello che un tempo era stato suo marito. Al centro della stanza, sopra il grande tavolo di quercia dove un tempo Giulio cenava a lume di candela, ora c’era proprio lui. Era nudo, fatta eccezione per il collare di cuoio che lo legava a un gancio del tavolo e la crestina da colf, fissata con lo scotch direttamente sulla pelle della fronte. «Anvedi che pezzo d’arredamento!» urlò il Cinese, brindando con un calice di cristallo. «Stefano, questo è meglio de 'n quadro d'autore!» I tre albanesi, Besnik, Arjan e Luan, sedevano vicini, i volti arrossati dall'alcol. «Lui servito noi bene in cantiere», disse Besnik con il suo accento pesante. «Lui imparato bene cosa significa essere... proprietà. Ma Stefano, lui ha ancora sguardo di uomo qualche volta. Tu deve togliere quello, se vuole che lui resta calmo per sempre. Noi piace scopare vera femmina»
Arjan si alzò, avvicinandosi al tavolo con un coltello da caccia che usava per tagliare il montone. «Sì, Stefano. Lui ha ancora... come si dice... orgoglio di maschio tra gambe. Se tu toglie quello, lui diventa vera donna di casa, no? Niente più desideri, solo obbedienza. E non fa più seghe e sporca letto». L'atmosfera nel salone divenne plumbea, carica di un sadismo eccitato. Stefano fece segno ad Arjan di procedere, mentre il Cinese e Besnik bloccavano le braccia di Giulio contro il legno massiccio, premendo le ginocchia sui suoi bicipiti per annullare ogni sussulto.
Arjan, con la freddezza di chi è abituato a scannare bestiame nei pascoli dell'est, estrasse un bisturi artigianale, una lama corta e affilatissima. «Tu guarda me, shka», sibilò con il suo accento gutturale. «Io fa lavoro pulito. Io toglie quello che fa te sentire uomo, così tu resta solo... cosa di Stefano.» Con dita esperte e rudi, Arjan tese lo scroto di Giulio. La lama incise la pelle con un taglio netto e trasversale, esponendo i funicoli spermatici. Il sangue, di un rosso vivo, iniziò a colare denso sulla tovaglia di fiandra. Nonostante i gemiti soffocati di Giulio, Arjan procedette con precisione chirurgica: recise i vasi sanguigni e i dotti deferenti uno alla volta, legandoli poi con un filo di sutura lordo di rakia per fermare l'emorragia, lasciando però che il dolore rimanesse acuto e pulsante per il divertimento degli ospiti. Con un ultimo scatto della lama, i testicoli furono rimossi e gettati in un piattino da portata d'argento, proprio davanti al viso di Giulio.
«Ecco», disse Arjan pulendosi le dita insanguinate sul petto nudo di Giulio. «Ora tu è libero da peso di essere maschio. Ora tu è solo... schiavo eunuco» Stefano si avvicinò, afferrando Giulio per i capelli e tirandogli la testa all'indietro finché il collo non scricchiolò. «Hai sentito, Giulié? I ragazzi s'hanno dato da fa' per te. T'hanno liberato. Mo' non hai più scuse, niente più distrazioni. Sei la loro bambola de pezza.»
Elena si sporse sul tavolo, osservando la ferita aperta con una curiosità clinica e spietata. «Ringrazia, Giulio», sussurrò con un tono che non ammetteva repliche. «Ringrazia Stefano per averti dato un nuovo scopo. Ringrazia i signori per la loro generosità» Sotto la pressione della mano di Stefano e il terrore che lo svuotava, Giulio dovette schiudere le labbra secche. La voce era un filo d'aria, rotta dal trauma.
«Grazie... grazie, Stefano, padrone mio...» rantolò, le lacrime che si mescolavano al sudore sulla fronte. Si voltò verso gli albanesi, i cui volti erano maschere di scherno. «Grazie... signor Besnik... grazie, Arjan... per avermi... per avermi reso... vostro.»
«Bravo er cornutello!» esclamò Stefano tra le risate generali. «Mo' però non sta lì a fa' sangue su 'sto tavolo che è d'antiquariato. Arjan t'ha cucito alla bell'e meglio, quindi muoviti. Prendi quello straccio e comincia a pulì er disastro che hai fatto. E vedi de sorride, che stasera sei l'ospite d'onore»
Giulio, mutilato e tremante, scivolò giù dal tavolo. Con le gambe che non lo reggevano e la ferita che bruciava come fuoco vivo, iniziò a strofinare il suo stesso sangue dal legno, mentre gli uomini riprendevano a mangiare e bere, calpestandogli le mani ogni volta che cercava di raggiungere un angolo sporco. La sua identità era stata recisa insieme alla sua carne: ora esisteva solo il silenzio dell'obbedienza totale.
Però, il dolore lancinante della mutilazione, invece di spezzarlo definitivamente, operò in Giulio una metamorfosi psicologica profonda e distorta. Mentre puliva il tavolo con i polpastrelli imbrattati del suo stesso sangue, il trauma si trasformò in una forma estrema di sindrome di Stoccolma. Guardò Besnik, Arjan e Luan non più come aguzzini, ma come i suoi salvatori: gli uomini che lo avevano liberato dal fardello dell'orgoglio per consegnarlo a una pace fatta di pura obbedienza.
«Ti piace ora, eh? Ti sente più... leggero?» chiese Besnik con un sorriso brutale, tirandolo su per il collare mentre l'odore di rakia gli inondava il viso.
Giulio non tremava più. Alzò lo sguardo verso l'albanese e, per la prima volta, i suoi occhi non cercarono pietà, ma approvazione. «Sì, signor Besnik. Grazie. Io... io appartengo a voi ora. Non sono più Giulio. Sono ciò che volete.»
Poi salirono su, nella camera degli ospiti, mentre Stefano ed Elena osservavano divertiti sorseggiando cognac, e lì Giulio si offrì ai tre albanesi con una devozione che rasentava l'estasi religiosa. Non era più un atto subito con terrore, ma una ricerca disperata di fusione con i suoi padroni.
«Guarda questo...» mormorò Arjan, stupito dal modo in cui Giulio gli accarezzava l’uccello dopo che lui gli aveva frustato le natiche a sangue. «Lui non piange più. Lui ride ora. Gli piace nostro cazzo e nostra violenza». «Të dua (ti amo)...» sussurrò Giulio a fior di labbra, ripetendo le parole che aveva sentito dire da Besnik al telefono, senza capirne il senso ma intuendone la potenza. Si sentiva finalmente completo nella sua incompletezza. Amava il modo in cui le loro mani callose lo torturavano, amava il peso dei loro corpi che lo schiacciavano contro il materasso mentre godevano nel suo culo. In quel groviglio di violenza e sottomissione, Giulio trovò la sua nuova religione: l'amore per chi lo torturava.
Stefano, vedendo la scena, scoppiò a ridere. «Anvedi, Elena! S'è proprio innamorato dei soci nostri! Guarda come li guarda, pare 'na sposa al primo giorno.»
Elena, con un velo di noia e disprezzo, commentò: «Almeno ora è utile. Un cane fedele è meglio di un marito inutile.»
Quando l'alba sorse sulla villa, Giulio non tornò nella sua stanzetta. Rimase ai piedi del letto dove i tre albanesi dormivano pesantemente, vegliando sul loro sonno come una sentinella silenziosa. Aveva trovato il suo destino: essere l'ombra, il giocattolo e l'amante devoto di quegli uomini feroci che, portandogli via tutto, gli avevano dato l'unica cosa che ora desiderava: l'assenza totale di sé stesso.
Il garage della villa, un tempo asilo per auto di lusso, divenne l’antro della sottomissione definitiva di Giulio. Stefano aveva fatto installare delle luci al neon fredde e rimosso ogni traccia di comodità: ora c’erano solo un materasso lercio poggiato sul cemento, catene fissate ai pilastri, fruste e bastoni e l'odore acre di gas di scarico e disinfettante a basso costo.
Stefano ed Elena avevano trovato il modo perfetto per monetizzare il totale annullamento di Giulio. «Aò, Giulié, t'abbiamo trovato 'n vero lavoro!» sghignazzava Stefano dal portone basculante. «Visto che te sei innamorato dei soci nostri, ora te facciamo conosce tutta la zona. Migranti, sbandati, gente che c'ha rabbia da sfogà e pochi soldi in tasca. Tu li accogli tutti, capito? Sei 'na discarica umana, ‘no sborratoio e devi esse contento de facce guadagnà.»
Ogni sera, una fila di uomini dai volti scavati e dalle mani callose attendeva fuori dal garage. Erano migranti che vivevano nei campi vicini, braccianti sfruttati, uomini violenti che la società teneva ai margini e che scaricavano su Giulio tutta l'umiliazione subita durante il giorno.
«Ehi, tu... cosa sei? Donna o cane?» chiedeva un giovane egiziano con l'accento rotto, mentre Giulio gli succhiava il cazzo, nudo e mutilato, dopo aver leccato le scarpe con la lingua come rito d'ingresso. «Sono quello che vuole lei, signore. Mi usi come preferisce», rispondeva Giulio con una voce che non aveva più nulla di umano, ma vibrava di una folle gratitudine. Aveva imparato ad amare il dolore, a cercare il peso di quei corpi rudi che lo trattavano come un oggetto inanimato. Per lui, ogni colpo violento era una carezza, ogni insulto una conferma del suo nuovo, sacro ruolo.
Besnik e Arjan passavano spesso a controllare, godendosi lo spettacolo di Giulio che implorava i nuovi arrivati di non avere pietà. «Guarda questo shka», diceva Arjan ridendo ai compagni. «Lui ora ama più voi che sua moglie. Lui aspetta vostro sborra come se fosse acqua nel deserto. Tu è felice, eh, frocetto?»
«Sì, Arjan... grazie... mandatecene ancora», sussurrava Giulio dal suo angolo buio, mentre un nuovo gruppo di energumeni entrava nel garage richiamato dal prezzo stracciato e dalla promessa di una vittima che non opponeva resistenza, ma anzi, ringraziava per ogni bassezza. Sopra di loro, nella villa silenziosa, Elena e Stefano contavano i mazzetti di banconote stropicciate che Giulio consegnava ogni mattina, strisciando sulle ginocchia fino alla loro camera. La trasformazione era completa: Giulio non era più un uomo, non era più un marito; era il terminale di sfogo per gli istinti più infimi della città, l'amante devoto di chiunque volesse calpestarlo, perso in un abisso di amore perverso per la propria distruzione.
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