Questione di sguardi - Parte 1

di
genere
etero

L'esame di Economia e politica monetaria mi stava letteralmente prosciugando. Avevo lo sguardo fisso sullo schermo del Mac da ore, i grafici iniziavano a sfocarsi e la mia soglia di attenzione era scesa sotto lo zero. Quando il telefono illuminò la scrivania con il nome di Giulio, mio cognato, risposi quasi con sollievo, sperando in una scusa per staccare.

«Mike, dimmi che hai la macchina sottomano e mi puoi salvare la vita,» esordì lui, con il classico tono trafelato di chi è in ritardo sulla tabella di marcia.

«Dipende. Quanto mi costa questa salvezza?» risposi, appoggiandomi allo schienale.

«Ti offro una birra. Sono ancora incastrato in ufficio con una riunione che non finisce più. Tua sorella, lo sai, non guida e Leo è ancora a casa di questo suo compagno di classe. Dovevo andarlo a prendere io mezz'ora fa. Ci vai tu, per favore? Ti giro l'indirizzo su WhatsApp.»

«Va bene, tranquillo. Vado io. Ma più che una birra facciamo un Negroni ahah»

«Andata. Grazie, mi hai salvato la vita da tua sorella ahah»

Chiusi la chiamata e chiusi il portatile. Mi alzai e andai in bagno a darmi una sciacquata al viso. Anche se dovevo solo recuperare mio nipote di otto anni, non ero tipo da uscire in tuta e ciabatte. Mi piace curare i dettagli. Sistemai con le dita i capelli mossi, scostando un ciuffo castano scuro dalla fronte, e sistemai il pizzetto che tengo sempre rifilato con precisione. Infilai un paio di jeans neri dal taglio pulito, una t-shirt bianca e una giacca di pelle leggera. Semplice, moderno, in ordine.
Dieci minuti dopo, parcheggiavo davanti a un palazzo in un quartiere residenziale tranquillo. Controllai il nome sul citofono che mi aveva mandato Giulio e suonai.
Mentre aspettavo, la mia mente aveva già dipinto il quadro: mi aspettavo la classica madre di mezz'età, magari un po' stressata, con i capelli legati alla rinfusa e le ciabatte rumorose, stanca dopo un pomeriggio passato a badare a due bambini scalmanati.
La serratura scattò. La porta si aprì. E il mio cervello subì un improvviso, piacevolissimo cortocircuito.
Sulla soglia non c'era nessuna casalinga disperata. C'era una donna che, a occhio e croce, doveva sfiorare la cinquantina, ma che portava i suoi anni con una prepotenza fisica disarmante.

«Ciao,» disse, con una voce calda e sicura.

Rimasi un secondo di troppo in silenzio, colpito dall'impatto visivo. I suoi capelli erano lunghi, di un castano chiaro illuminato da colpi di sole dorati, e le cadevano sulle spalle in onde morbide e leggermente scompigliate. Ma la cosa che stonava, in modo ipnotico, era il viso: un trucco leggero ma perfetto, dominato da un rossetto rosso acceso, audace, che contrastava brutalmente con l'abbigliamento che indossava.
Si stava chiaramente preparando per fare sport. Indossava un paio di pantaloni della tuta neri, aderenti sui fianchi, e una felpa grigio mélange in morbido cotone, chiusa da una zip. Non era uno di quei top sportivi attillati e volgari, anzi, sembrava incredibilmente comoda. Eppure, il modo in cui quel tessuto morbido le cadeva addosso era letale. La zip era abbassata solo di qualche centimetro sotto la clavicola, ma il volume e la pienezza del suo seno tendevano la stoffa a ogni suo minimo respiro, suggerendo forme pesanti e invitanti sotto il cotone.

«Tu devi essere Michael,» continuò lei, vedendo che non spiccicavo parola. Un angolo della sua bocca, incorniciata da quel rosso perfetto, si piegò in un mezzo sorriso.

«Sì... esatto. Sono lo zio di Leo,» dissi, ritrovando miracolosamente la voce e offrendo un sorriso che speravo sembrasse disinvolto.

«Giulio mi ha mandato in spedizione di recupero perché è bloccato a lavoro.»

«Piacere, io sono Sara. Entra pure,» si fece da parte, lasciando una scia di un profumo agrumato e fresco, stranamente elegante per chi stava per andare a sudare in palestra.
Entrai nel soggiorno. Dal piano di sopra arrivavano le urla concitate di mio nipote e di suo figlio, probabilmente nel bel mezzo di una partita alla console.

«Credo che abbiano appena iniziato i un altra partita su FIFA,» disse Sara, chiudendo la porta.

«Dovrai avere pazienza per almeno cinque minuti. Vuoi un bicchiere d'acqua intanto?»

«Volentieri, grazie.»

La seguii verso l'angolo cottura. Mentre camminava davanti a me, notai che la tuta le fasciava un lato B normalissimo, proporzionato, ma era la sua postura a renderla magnetica. Camminava dritta, fiera, con la consapevolezza di una donna che conosce perfettamente il proprio corpo. Da tempo ammettevo a me stesso una verità scomoda: le ragazze della mia età, all'università o nei locali, mi sembravano spesso copie sbiadite e insicure. Le donne come Sara, invece, mi facevano letteralmente impazzire. Avevano un'aura di esperienza e mistero che non si può fingere.
Mentre mi versava l'acqua al bancone della cucina, si appoggiò con un fianco al marmo. Prese il bicchiere e me lo porse. Il passaggio di mano fu normalissimo, ma i nostri occhi si incrociarono.
Ed è lì che feci l'errore. O forse no.
Mentre abbassavo la mano con il bicchiere, il mio sguardo scivolò giù. Non riuscii a controllarmi. Indugiai una frazione di secondo di troppo sulla zip di metallo della sua felpa, su come il tessuto si tendeva morbidamente sul petto, accompagnando il ritmo del suo respiro. Fu un attimo, ma sufficiente.
Quando rialzai gli occhi, Sara mi stava guardando.
Se ne era accorta. Perfettamente.
Vidi attraversarle lo sguardo un lampo di pura consapevolezza. Un pizzico di malizia, una sottile e silenziosa gratificazione femminile che le illuminò gli occhi per un millesimo di secondo. Qualsiasi ragazza della mia età sarebbe arrossita, avrebbe balbettato o si sarebbe tirata la felpa con imbarazzo.
Sara no.
Sara mantenne il contatto visivo con una freddezza e una superiorità che mi fecero sentire improvvisamente nudo. Non fece una piega. Si limitò a incrociare le braccia sotto il seno — un movimento naturalissimo, ma che per un istante ne accentuò ancora di più la rotondità — e poi, con la massima calma, spostò il peso sull'altra gamba.

«Allora, studi o lavori, Michael?» mi chiese, con un tono così rilassato e materno da sembrare una secchiata d'acqua gelata sul mio ego di ventiquattrenne.
Mi ha appena rimesso al mio posto, pensai, mandando giù un sorso d'acqua.

«Studio,» risposi, cercando di mantenere il tono sicuro, fingendo di non essere appena stato "scoperto" «Economia. Ultimo anno.»

«Impegnativo. Mio figlio più grande fa ancora le medie, ma temo già il momento in cui dovrà scegliere l'università.»

Il messaggio era chiaro, elegante e letale: Sei un ragazzino.
Eppure, nonostante le parole, c'era qualcosa nel modo in cui mi guardava che non era totalmente indifferente. C'era un filo di tensione invisibile in quella cucina, qualcosa che vibrava sotto la superficie delle chiacchiere di circostanza.
Prima che potessi ribattere o provare ad accorciare le distanze con qualche battuta, una valanga di passi rumorosi invase le scale.

«Zio Mke!»

Mio nipote Leo irruppe in cucina, seguito dal figlio di Sara, zaino in spalla e giubbotto già mezzo infilato.

«Siamo pronti. Ho perso ai rigori, però.»

«Sarà per la prossima volta, campione,» dissi, posando il bicchiere nel lavandino. Mi voltai verso Sara, che nel frattempo aveva recuperato dal divano un borsone sportivo da palestra.

«Beh, grazie per l'ospitalità e per averlo tenuto,» le dissi, infilandomi le mani nelle tasche della giacca per darmi un contegno.
Lei mi sorrise, un sorriso educato, stavolta privo di qualsiasi malizia.

«Figurati. Salutami tua sorella e Giulio. E in bocca al lupo per gli esami di Economia.»

«Crepi. Buona... allenamento.»

Uscii di casa seguendo mio nipote verso la macchina. Quando chiusi lo sportello, feci un respiro profondo. L'incontro non aveva avuto nulla di eccezionale. Nessuna parola di troppo, nessun numero scambiato. Eppure, mentre accendevo il motore, l'immagine del suo rossetto rosso e di quel petto morbido che tendeva la felpa grigia mi si era già incollata al cervello.
Sara sapeva che l'avevo guardata. E io sapevo che lei sapeva. E questa, per me, era già un'ossessione.

Il sabato pomeriggio della settimana successiva, la mia sessione di studio matto e disperatissimo venne interrotta dal compleanno di un compagno di classe di Leo. Mia sorella mi aveva chiesto il favore di fare da autista: lasciarlo lì e poi andarlo a riprendere a fine festa. Mi aveva anche accennato, con assoluta naturalezza, che lì avrebbe trovato Sara.

«Si ferma lei a fare due chiacchiere con gli altri genitori», mi aveva detto mia sorella al telefono.

«Tu lascialo pure e torna a studiare, poi ti facciamo sapere noi per l'orario del ritorno».

Non me lo ero fatto ripetere due volte. Il solo pensiero di rivedere Sara mi aveva fatto scattare in piedi dalla sedia in un secondo. Per l'occasione avevo scelto un look curato ma apparentemente casual: una camicia di lino scura con le maniche arrotolate fino all'avambraccio, che faceva risaltare l'orologio, e i miei soliti jeans scuri. Un colpo di spazzola ai capelli mossi, una sistemata rapida al pizzetto ed ero pronto.
Il compleanno si teneva in un moderno open space con annesso bar e area giochi per bambini, un posto caotico ma luminoso. Appena varcata la soglia, Leo ha avvistato i suoi amici ed è letteralmente sparito nel giro di tre secondi, lasciandomi solo all'ingresso.
Ho fatto un respiro profondo e ho iniziato a cercarla con lo sguardo tra la folla di genitori. Non ci è voluto molto. Spiccava rispetto a tutte le altre madri presenti.
Sara era seduta su uno sgabello alto vicino al bancone del bar, leggermente defilata rispetto alla bolgia dei bambini. Essendo fine maggio, il clima era decisamente caldo e lei aveva abbandonato la tuta della settimana prima. Indossava un top a costine di un color verde salvia, aderente, con uno scollo a V non troppo profondo ma terribilmente efficace. Il tessuto leggero fasciava la sua silhouette tonica, mettendo in mostra la pienezza di quel seno così invitante che mi aveva ossessionato nei giorni precedenti. Sotto, un paio di jeans chiari a vita alta esaltavano i fianchi scolpiti dalla Zumba. I capelli castano chiari erano lasciati sciolti, liberi sulle spalle, e le labbra... le labbra erano incorniciate dallo stesso identico, ipnotico rossetto rosso fuoco.
Mentre mi avvicinavo, lei si è voltata. Il nostro sguardo si è incrociato e ho visto i suoi occhi accendersi di una luce divertita e consapevole.

«Guarda chi si rivede. Il futuro economista,» ha esordito, appoggiando i gomiti sul bancone e girandosi completamente verso di me.

«Ciao Sara,» ho risposto, sfoderando il mio sorriso migliore e cercando di mantenere la voce ferma.

«Speravo di trovare un ambiente più silenzioso, ma a quanto pare ho sottovalutato il potere distruttivo di venti bambini di otto anni.»
Sara ha accennato a una risata, un suono basso e caldo che mi è scivolato dritto lungo la schiena.

«Pensa che io devo restare qui a sorvegliare la situazione per le prossime tre ore,» ha detto, poi ha allungato la mano verso la sua borsa sul bancone e ha tirato fuori lo smartphone.

«A proposito... tua sorella mi ha detto che passi tu a riprenderlo più tardi. Direi che è il caso di darci i numeri direttamente, senza fare il telefono senza fili con lei ogni volta. Che ne dici?»

«Ottima idea. Molto più pratico,» ho risposto, mascherando l'euforia che mi stava esplodendo dentro.

Ho tirato fuori il mio telefono. Le ho dettato le cifre mentre lei le inseriva sullo schermo con dita curate, dalle unghie corte e nude che creavano un bellissimo contrasto con lo smartphone scuro. Un secondo dopo, il mio display si è illuminato con una chiamata da un numero sconosciuto.

«Ecco fatto, così hai anche il mio,» ha detto lei, bloccando lo schermo e infilando di nuovo il telefono nella tasca dei jeans.

Il movimento della sua mano ha attirato inevitabilmente il mio sguardo sulla curva del suo fianco, e quando ho rialzato gli occhi ho capito, dal suo sorrisetto complice, che mi aveva beccato di nuovo.

«Bene... allora io vi lascio al vostro delirio,» ho detto, facendo un mezzo passo indietro per fare la parte del ragazzo responsabile.

«Ho ancora una più di un centinaio di pagine di Politica monetaria e economia che mi aspettano sulla scrivania.»

Pensavo che mi avrebbe salutato con un cenno. E invece, Sara ha inclinato leggermente la testa di lato, studiandomi con un'espressione maliziosa che mi ha bloccato sul posto.

«Certo che l'università ti tiene impegnato eh,» ha detto, con un tono di voce leggermente più basso, quasi confidenziale, che tagliava fuori il rumore della festa intorno a noi.

«Ti farebbe bene staccare dieci minuti dai libri. Ti offro un caffè, o preferisci qualcosa di freddo?»

Quella frase, detta da lei, è suonata come una sfida. Non era un invito materno; c'era una vibrazione diversa nell'aria, il piacere sottile di una donna matura che sa di avere un potere immenso su un ragazzo più giovane e si diverte a testarlo.

«Un caffè va benissimo, grazie. Credo che mi servirà per sopravvivere al pomeriggio,» ho accettato, accorciando di nuovo le distanze e appoggiandomi al bancone, abbastanza vicino da percepire di nuovo il suo profumo fresco e agrumato.
Siamo rimasti a parlare per poco più di dieci minuti. Mi ha chiesto degli esami, di cosa volessi fare dopo la laurea, e io ho cercato di tenerle testa, giocando sul filo dell'ironia e della spavalderia giovanile. Ma la verità è che non riuscivo a concentrarmi sulle parole. Ero completamente rapito dal movimento delle sue labbra rosse, dal modo in cui si sistemava i capelli dietro l'orecchio scoprendo il collo, e da come quel top verde si tendeva sul suo petto ogni volta che accennava a una risata.
Sara gestiva la conversazione con una disinvoltura disarmante, ma ogni tanto il suo sguardo scivolava sui miei occhi, indugiando sulle mie labbra per poi risalire, come se stesse valutando l'effetto che mi stava facendo.

«Ok, adesso però ti caccio davvero, altrimenti tua sorella si sente in colpa per averti rubato tempo prezioso,» ha detto alla fine, interrompendo quel contatto visivo diventato improvvisamente troppo pesante.

«Ricevuto. Torno ai miei doveri,» ho risposto, raddrizzando la schiena.

«Ci vediamo dopo per il recupero delle belve. Ti mando un messaggio io quando sono qui fuori.»

«Perfetto. A dopo, Michael.» Mi ha regalato un ultimo sguardo intenso, uno di quelli che non lasciano spazio a dubbi: sapeva perfettamente cosa mi stava succedendo.
Mi sono voltato e ho camminato verso l'uscita a passo controllato, ma dentro di me regnava il caos più totale. Appena ho varcato la porta a vetri, uscendo nell'aria calda del pomeriggio, ho dovuto infilare le mani nelle tasche dei jeans.
Il tessuto era diventato improvvisamente troppo stretto. Quell'interazione così ravvicinata, il profumo di lei e la provocazione sottile delle sue parole avevano scatenato una reazione fisica violenta. Avevo un'eccitazione pulsante e prepotente nei pantaloni che faticavo a nascondere, e mentre camminavo verso la macchina, l'unica cosa a cui riuscivo a pensare era che avevo il suo numero di telefono. E che tra qualche ora l'avrei rivista.

Ero tornato a casa con la testa completamente altrove. La pagina del manuale era aperta sullo stesso capitolo da un’ora, ma le parole sembravano geroglifici. Continuavo a tamburellare la penna sulla scrivania, l'odore fresco e agrumato del profumo di Sara ancora impigliato da qualche parte nei miei recettori sensoriali. L'eccitazione fisica che mi aveva sorpreso uscendo dalla festa si era trasformata in un'energia nervosa che non sapevo come scaricare.
Mancavano venti minuti alle sei. Stavo per alzarmi, prendere le chiavi della macchina e tornare a immergermi in quel caos di bambini solo per rivederla, quando il telefono vibrò illuminando la stanza. Giulio.

«Mike, falso allarme,» esordì mio cognato, con il vivavoce acceso e il rumore del traffico in sottofondo.

«Mi sono liberato prima, sono già qui fuori a recuperare la peste.»

Mi passai una mano sul viso, frustrato.

«Sicuro? Guarda che stavo uscendo, non mi costa nulla.»

«Tranquillo, ormai sono parcheggiato. Anzi, menomale che ce l'ho fatta. Così evito a Sara di dovermi aspettare per l'ennesima volta. Povera donna, da quando ha divorziato, quattro anni fa, fa i salti mortali per incastrare i turni dell'ex marito con la gestione dei due figli. Mi dispiaceva farle fare tardi.»

Il mio cervello si fermò. Si congelò letteralmente su una sola parola.
Divorziata.

«Mà? Ci sei?»

«Sì, ci sono. Hai fatto bene,» risposi in automatico, la voce che mi usciva più bassa del normale.
«Ci sentiamo dopo, Giulio. Ricorda che mi devi due Negroni»

Chiusi la chiamata e fissai il muro davanti a me. Fino a quel momento, nella mia testa, Sara era una donna matura, bellissima, ma in un certo senso blindata. Una madre sposata. Un territorio off-limits in cui mi stavo avventurando solo con la fantasia. Ma adesso... adesso le regole del gioco erano state polverizzate. Era single. Libera. Quel rossetto rosso, quel top verde salvia teso sul seno, quegli sguardi complici al bancone del bar non erano l'evasione innocente di una donna annoiata. Erano il segnale di una donna padrona della propria vita. E improvvisamente, la prospettiva di averla divenne una possibilità concreta.
Alle 19:30 esatte, non resistetti più. Presi il telefono, aprii WhatsApp e cercai la foto profilo che avevo spiato almeno venti volte nell'ultima ora: lei, in bianco e nero, di tre quarti, con un sorriso accennato e i capelli mossi dal vento. Nessun bambino nella foto, nessun ex marito. Solo lei.
Digitai velocemente, cercando di mantenere un tono disinvolto.

«Alla fine l'eroe della giornata è stato Giulio. Volevo ringraziarti per il caffè, mi ha salvato la vita con lo studio»

Bloccai lo schermo e lo lanciai sul letto. Mi alzai per andare in cucina a bere un bicchiere d'acqua, il cuore che batteva a un ritmo insensato per un banale messaggio. Quando tornai in camera, lo schermo era illuminato.

Sara:L'ho immaginato quando ho visto la faccia distrutta di tuo cognato. Dovere di ospitalità, Michael. Spero che lo studio abbia dato i suoi frutti.

Sorrisi. Era online. Stava scrivendo con me.

«Diciamo di sì. Anche se ammetto che la pausa è stata la parte migliore del pomeriggio. Sicuramente più interessante della gestione del ciclo economico.
Visualizzato all'istante. Digita...

Sara:Ruffiano. Concentrati sui libri, che gli esami non si passano con i caffè al bar.

C'era confidenza. C'era quel tono da "donna matura che sgrida il ragazzino", ma sapevo benissimo che stava giocando. Sentivo l'adrenalina pulsarmi nelle vene. Era il momento di affondare il colpo.

«Sono concentratissimo. Ma visto che il caffè l'hai offerto tu, mi tocca pareggiare i conti. Ti va un aperitivo in settimana per staccare dalla routine?»

Invio.

Ore 19:42.

Le due spunte grigie diventarono azzurre nel giro di dieci secondi. L'aveva letto.
Aspettai. Fissavo la scritta "Online" sotto il suo nome. Poi, la scritta "Online" scomparve. Niente "Sta scrivendo...". Niente. Solo l'ultimo accesso alle 19:43.
Mi buttai sulla sedia della scrivania, dicendomi che probabilmente la stavano chiamando i figli, o che stava cucinando. Aveva una casa da mandare avanti, non era una ventenne incollata a TikTok. Ma quando scoccarono le 20:30 e la chat rimase un cimitero silenzioso, l'ansia iniziò a salirmi lungo la gola.
Alle 21:15 stavo camminando avanti e indietro per la stanza.

Ho fatto una cazzata monumentale, pensai, passandomi le mani tra i capelli.
Sono un idiota. Avevo scambiato due sorrisi educati per un invito.

L'avevo messa in imbarazzo. Ero solo un ragazzo con la la metà dei suoi anni. Che diavolo mi era saltato in mente? A 48 anni, con due figli e un divorzio alle spalle, figurati se aveva tempo o voglia di uscire con uno studente di ventiquattro anni che si atteggiava a seduttore.
Alle 22:30 avevo perso ogni speranza. Mi sentivo svuotato, umiliato dalla mia stessa spavalderia. Lei aveva visualizzato e aveva deciso che il mio invito non meritava nemmeno un "no, grazie" di cortesia. Era il modo peggiore per essere rimessi al proprio posto: l'indifferenza.
A mezzanotte meno un quarto, spensi la luce della camera. Mi infilai sotto le coperte, voltando la faccia verso il muro, ripromettendomi di cancellare il suo numero il mattino seguente per non dover rileggere la mia figuraccia.
Poi, nel buio totale della stanza, una breve, singola vibrazione.
Il display del telefono si illuminò sul comodino.
Mi voltai di scatto. Presi il telefono con una mano che tremava leggermente e strizzai gli occhi contro la luce azzurra dello schermo. C'era un messaggio su WhatsApp.
Il mio respiro si fermò a metà petto. Fissai lo schermo. Stava digitando ancora. Pochi secondi dopo, arrivò il resto.

Sara: Un aperitivo? Pensavo che i ragazzi della tua età preferissero le birre in piazza. Comunque l'invito è gentile, e un buon calice di vino non lo rifiuto mai. Giovedi dalle 19:00 Sono libera. Fammi sapere dove devo farmi trovare.

Chiusi gli occhi e lasciai cadere la testa all'indietro sul cuscino, espirando tutta l'aria che avevo nei polmoni. Non mi aveva ignorato. Mi aveva lasciato cuocere a fuoco lento per quattro fottutissime ore, smontando ogni mia sicurezza da ventenne presuntuoso, solo per dimostrarmi chi aveva davvero in mano il controllo del gioco.
Rilessi il messaggio tre volte. Quella donna era una droga, e non eravamo nemmeno ancora usciti.

CONTINUA... . .
scritto il
2026-05-26
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