Il viaggio di Elena Parte 10 – La Festa di Nino
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La mattina dopo mi svegliai con Concetta che già si stiracchiava accanto a me, il suo corpo morbido premuto contro il mio. Il sole filtrava dalle persiane, l’aria calda di Palermo già afosa. Era sabato, niente ufficio, niente report con Franco. Solo la festa stasera.
Concetta mi baciò piano sulla spalla, un bacio pigro e possessivo. “Devo andare,” mormorò, “mamma mi aspetta per gli ultimi preparativi. Ma stasera… ci vediamo lì, eh?” Sorrise maliziosa, mi diede un ultimo bacio profondo, si vestì in fretta e uscì, lasciandomi sola nel letto con il profumo di lei ancora sulla pelle e il corpo ancora sensibile dalla notte precedente.
Presi il telefono: ore 07:32. Un messaggio da un numero sconosciuto.
Nino (07:32): Ciao Elena, sono Nino. Volevo solo dirti grazie mille per tutto l’impegno che hai messo nell’organizzare la mia festa… Concetta mi ha fatto vedere le foto della location e la torta, è tutto perfetto. Non so come ringraziarti 😊
Il messaggio era dolce, timido, con quell’emoji che lo faceva sembrare ancora più giovane. Sorrisi nel buio, il pollice che esitava un attimo. Era il figlio di Franco, il fratello di Concetta… eppure quel “grazie” semplice mi scaldò dentro.
Elena (07:35): Ciao Nino! Di niente, mi ha fatto davvero piacere aiutarti. Sono contenta che ti piaccia. Stasera sarà bellissimo, vedrai 🎉 Buon compleanno in anticipo!
Nino (07:38): Grazie! 😄 Non vedo l’ora. Spero di vederti lì… sei stata super gentile con me.
Niente di strano, solo gratitudine da un ragazzo di 17 anni (quasi 18) che si sentiva importante. Ma il mio stomaco si strinse un po’: era impacciato, sincero, e il pensiero di lui che mi cercava con gli occhi stasera mi fece accelerare il battito.
Alle 07:45 arrivò un altro messaggio.
Nino (07:45): Scusa se ti scrivo presto… ma volevo dirti che oggi ho pensato tanto a te. Sei diversa dalle ragazze della mia età. Mi fai sentire… non so, speciale. Grazie ancora.
Un calore salì dal petto. Era timido, ma diretto. Risposi con cautela, ma curiosa.
Elena (07:48): Non devi scusarti. È carino che me lo dici. Anche tu sei speciale, Nino. Dolce e sincero. 😊
Nino (07:51): Davvero? 😳 A volte mi sento un po’ impacciato vicino a te. Tipo quando ti vedo… non so cosa dire.
Elena (07:54): Non sei impacciato. Sei adorabile. E poi, stasera ci vediamo alla festa… potrai dirmi tutto quello che vuoi.
Nino (07:57): Posso dirti una cosa? Mi fai battere il cuore forte. Non l’ho mai detto a nessuno.
Il mio respiro si fece più corto. Era innocente, ma c’era già un filo di calore. Decisi di non spegnerlo del tutto.
Elena (08:00): È un complimento bellissimo. Anche tu mi fai sorridere quando scrivi. Buona giornata, Nino. Ci vediamo stasera 😘
Nino (08:02): Buona giornata Elena. Non vedo l’ora.
Pochi minuti dopo, un messaggio da Franco.
Franco (08:15): Buongiorno, troietta. Oggi niente ufficio… ma stasera alla festa di Nino sarai lì, vero? Non vedo l’ora di guardarti in mezzo a tutti, con quel culo grosso che ondeggia. Dimmi che verrai bagnata per me.
Arrossii, il corpo che reagiva subito. Risposi veloce, stuzzicandolo a mia volta.
Elena (08:18): Buongiorno, vecchio porco. Sì, sarò lì. Ma fai il bravo davanti a tutti, eh? Non voglio che tua figlia o tua moglie sospettino niente.
Franco (08:20): Brava. Mi fai impazzire. Stasera ti guarderò da lontano, immaginando di sfondarti di nuovo. E se ti vedo arrossire… lo saprò che pensi a me.
Elena (08:22): Vedremo chi stuzzica chi. 😏 Non vedo l’ora.
La giornata passò tra gli ultimi ritocchi (conferma catering, palloncini da gonfiare) e messaggi sporadici con Nino che continuavano a scaldarsi piano, e qualche stuzzicata da Franco che mi teneva in tensione costante.
La sera, prima di uscire per la festa, il telefono vibrò di nuovo.
Nino (18:40): Scusa se ti scrivo prima della festa… ma non ce la facevo più a tenermi dentro. Ho pensato a te tutto il giorno.
Nino (18:42): [foto: lui sdraiato sul letto in boxer aderenti, mano che sfiora l’elastico senza stringere, il rigonfiamento evidente ma non enfatizzato, addome piatto e giovane in primo piano, guance rosse, occhi bassi per timidezza, sorriso nervoso e dolce – un’immagine vulnerabile, quasi innocente]
Nino (18:42): Scusa se è un po’ troppo… ma mi fai sentire cose che non so spiegare. Quando penso a te mi viene… un calore strano dappertutto. Vorrei solo che tu lo sapessi.
Il cuore mi si strinse in modo dolce: era timido, impacciato, ma quel rossore e quel sorriso nervoso mi fecero sciogliere. Non era sfacciato, era sincero, quasi fragile.
Risposi con una foto soft e delicata: io seduta sul letto, in reggiseno semplice e mutandine coordinate, gambe incrociate, pancino morbido appena visibile, capelli sciolti sulle spalle, un sorriso caldo e un po’ complice, senza pose provocanti – solo un’immagine intima e naturale.
Elena (18:47): Non è troppo, Nino. Mi piace che mi fai vedere chi sei davvero. 😊 Sei dolce e bellissimo anche tu. Grazie per la foto… mi ha fatto sorridere tanto.
Nino (18:50): Grazie… non riesco a smettere di guardarti. Il tuo sorriso, il tuo corpo… mi fai venire voglia di conoscerti di più. Non so come dirtelo meglio, ma mi piaci tanto… e mi fai sentire cose nuove.
Elena (18:53): Anche tu mi piaci, Nino. Tanto. Magari stasera possiamo avvicinarci un po’ di più… piano piano. Goditi la festa, ok? Ci vediamo tra poco 😘 Pensa a me quando balli.
Chiusi il telefono, il corpo caldo ma con un calore diverso: non solo desiderio crudo, ma qualcosa di tenero, quasi protettivo. Era partito da un grazie timido, ma ora il desiderio era palpabile – dolce, giovane, ma decisamente sessuale.
Chiamai Marco prima di uscire: gli raccontai solo di Concetta – i baci, il gioco reciproco – e lui venne forte al telefono, eccitato dai dettagli. Ma Nino (e le stuzzicate di Franco) restavano miei segreti. Segreti dolci, giovani, proibiti.
Mi vestii con cura: un abito nero aderente che fasciava il pancino morbido e il culo enorme, scollatura profonda quel tanto da far intravedere il seno, tacchi alti che mi facevano ondeggiare. Presi un taxi verso la location: un locale sul lungomare, terrazza con vista mare, luci soffuse, musica siciliana soft in sottofondo.
Arrivai poco dopo le 20:30. La festa era già partita: palloncini neri e oro, torta a tre piani al centro, amici di Nino che ridevano intorno al buffet. Concetta mi vide subito, mi abbracciò forte, il suo seno premuto contro il mio: “Sei stupenda,” sussurrò all’orecchio. “Ma stai attenta… Nino non ti toglie gli occhi di dosso da quando sei arrivata.”
E infatti eccolo: Nino in camicia bianca e jeans scuri, capelli castani un po’ spettinati in modo naturale, occhi scuri e grandi che sembravano sempre sul punto di abbassarsi per timidezza. Era alto quasi quanto me coi tacchi, magro ma con spalle larghe da ragazzo che sta crescendo, braccia toniche ma non muscolose, un viso regolare con zigomi alti, labbra piene e un sorriso che gli illuminava gli occhi quando arrossiva. Non era un “figo” da copertina, ma aveva quella bellezza giovane, fresca, un po’ goffa – il tipo di ragazzo che ti fa venire voglia di proteggerlo e allo stesso tempo di corromperlo piano. Quando mi vide si fermò di colpo, le guance rosse, le mani che si infilavano in tasca per nascondere il nervosismo.
“Elena… ciao. Grazie di essere venuta,” balbettò, gli occhi che scivolavano sul mio corpo per un secondo prima di tornare sul viso. “Sei… bellissima stasera.”
“Grazie, Nino. Buon compleanno,” risposi, sfiorandogli il braccio con le dita. Lui tremò leggermente, il contatto elettrico. Concetta ci guardava da lontano, un misto di gelosia e eccitazione negli occhi.
Franco era lì, in disparte con Rosalia e alcuni parenti, camicia sbottonata sul petto peloso, pancia prominente. I nostri sguardi si incrociarono: lui mi fissò con quel ghigno obliquo, scese con gli occhi sul mio culo che ondeggiava mentre camminavo, annuì impercettibilmente. Io arrossii, ma sostenni lo sguardo – un segreto tra noi in mezzo a tutti.
La festa proseguì: brindisi, musica, balli. Nino mi cercò più volte: un ballo lento, le sue mani timide sui miei fianchi, il suo corpo giovane che sfiorava il mio morbido, il respiro accelerato contro il mio collo. “Mi fai impazzire,” sussurrò a un certo punto, voce bassa solo per me. Io sorrisi, premetti un po’ di più contro di lui, sentendo il suo rigonfiamento contro la mia coscia.
Verso mezzanotte, mentre la maggior parte degli invitati era già un po’ brilla, Nino mi prese per mano in un momento di distrazione generale. “Vieni un attimo,” sussurrò, tirandomi verso il lato meno illuminato della terrazza, dietro una colonna coperta di rampicanti. Il cuore mi batteva forte. Eravamo soli, il rumore della festa attutito.
“Elena…” iniziò lui, la voce che tremava. Mi guardava con quegli occhi grandi e scuri, le guance rosse sotto le luci soffuse. Non disse altro. Si avvicinò piano, come se temesse di rompermi, e mi baciò.
Fu un bacio rubato, timido all’inizio: labbra morbide che sfioravano le mie, un tocco leggero, incerto. Io chiusi gli occhi, lasciai che accadesse. Lui gemette piano contro la mia bocca, le mani che mi afferravano i fianchi con delicatezza, come se avesse paura di stringere troppo. Ricambiai, aprendo le labbra, lasciando che la lingua sfiorasse la sua – dolce, inesperta, ma piena di desiderio giovane. Sentii il suo corpo premere contro il mio, il rigonfiamento evidente nei jeans contro la mia coscia, il respiro accelerato. Durò solo una decina di secondi, ma bastò a farmi bagnare di nuovo.
Poi ci separammo, entrambi ansimanti. Lui arrossì violentemente, balbettò: “Scusa… io… non volevo…” Ma io gli posai un dito sulle labbra, sorridendo. “Non scusarti. È stato bello.”
In quel momento Concetta apparve da dietro la colonna. Aveva visto tutto. Il suo viso era una maschera di gelosia pura: labbra strette, occhi che bruciavano.
“Elena,” disse secca, prendendomi per un polso. “Vieni con me. Ora.”
Mi trascinò dentro, verso il bagno del locale – una stanza piccola, illuminata da luci fredde, con lo specchio grande sopra il lavandino. La porta rimase aperta, come sempre in locali pubblici.
“Che cazzo era quello?” sibilò, girandosi verso di me. “Nino? Mio fratello? Davvero, Elena?”
Io respirai profondo. “È stato lui a baciarmi. Io non l’ho spinto via… ma non è successo niente di più.”
Lei rise amara, avvicinandosi. “Niente di più? Ti ha messo le mani addosso, ti ha baciato, e tu lo hai ricambiato. Lo sai quanto è giovane? Quanto è fragile? E tu… tu sei mia, cazzo.” La voce le si incrinò sull’ultima parola.
“Concetta…” provai a dire, ma lei mi interruppe avanzando ancora, fino a premere il suo corpo contro il mio contro il lavandino. Il suo seno enorme schiacciato sul mio, le mani che mi afferravano i fianchi.
“Non voglio dividerti con lui,” mormorò, ma il tono era cambiato: rabbia mista a desiderio. “Non voglio dividerti con nessuno!”
Poi mi baciò. Non fu dolce come con Nino. Fu passionale, possessivo, rabbioso: labbra che schiacciavano le mie, lingua che invadeva la mia bocca, mani che salivano sotto l’abito per stringermi le natiche. Io gemetti, ricambiando con la stessa fame, le dita che si infilavano nei suoi capelli a caschetto. Lei mi spinse contro lo specchio, una gamba tra le mie, sfregando contro la mia fica già bagnata. Le nostre bocche si divoravano, i corpi si strusciavano – seno contro seno, pance morbide che si premevano, il suo respiro caldo sul mio collo mentre mi mordeva il labbro inferiore.
Stavamo per andare oltre: la sua mano già sotto il mio abito, dita che sfioravano le mutandine umide, quando la porta si aprì di scatto.
Filippa.
Alta, austera, capelli raccolti in uno chignon perfetto, espressione gelida. “Mamma vi sta cercando,” disse secca, senza battere ciglio. “La torta sta per essere tagliata.”
Concetta si staccò di colpo, rossa in viso, sistemandosi il top. Io feci lo stesso, il cuore a mille. Filippa ci guardò un secondo, poi uscì lasciando la porta aperta.
Restammo in silenzio per un attimo. Concetta rise nervosa. “Cazzo… quasi ci beccano.” Mi guardò, gli occhi ancora accesi. “Ne parliamo dopo.”
Uscimmo dal bagno, tornammo alla festa. La torta fu tagliata, brindisi, auguri. Nino mi cercò con lo sguardo, arrossendo ogni volta che i nostri occhi si incrociavano. Concetta mi sfiorava la mano ogni tanto, possessiva. Franco continuava a fissarmi da lontano, il ghigno sempre lì.
La festa finì verso l’1:30. La gente se ne andò piano. Rosalia e i parenti anziani per primi, poi gli amici di Nino. Nino salutò tutti, abbracciandomi di nuovo con un sussurro: “Grazie… e scrivimi domani, ok?” Poi se ne andò con un gruppo di amici a continuare la serata da qualche parte, ridendo e scherzando.
Concetta, Filippa e Rosalia raccolsero le ultime cose – piatti, bicchieri, avanzi di torta – e le portarono alla macchina. Franco rimase indietro, appoggiato al tavolo centrale, quello dove c’era stata la torta, ora vuoto tranne qualche briciola e un bicchiere dimenticato.
“Chiudiamo noi e facciamo i conti,” disse Franco a moglie e figlie con tono calmo ma deciso. “Andate a casa, vi raggiungo tra un po’.”
Rosalia annuì distratta, Concetta mi lanciò un ultimo sguardo possessivo e geloso, Filippa non disse nulla e seguì le altre fuori. La porta si chiuse dietro di loro.
Il locale rimase silenzioso, solo il rumore del mare lontano. Franco chiuse a chiave dall’interno, si voltò verso di me con quel ghigno obliquo.
“Tutta la sera a guardarti ondeggiare quel culo… a immaginarti nuda,” grugnì. Mi afferrò per i capelli, non forte da fare male, ma abbastanza da tirarmi in ginocchio davanti a lui. “Prima fai il tuo dovere, troia.”
Slacciò i pantaloni con una mano, tirò fuori il cazzo spesso e curvo, già duro e venoso, la cappella lucida di pre-eiaculato. “Apri la bocca,” ordinò rauco. Io obbedii subito, labbra che si aprivano piano, lingua che sfiorava la punta salata con avidità. Lui spinse dentro, quasi forzato, invadendomi la gola con un affondo rude. Gemetti intorno al suo cazzo, le mani che gli afferravano le cosce per reggermi, ma il mio corpo tradiva il piacere: succhiavo avida, gola che si contraeva per accoglierlo meglio, saliva che colava dagli angoli della bocca. Lui pompò lento all’inizio, poi più deciso, tenendomi la testa ferma: “Succhialo bene… fai vedere quanto ti piace ingoiare il cazzo del tuo capo.” Io lo guardai dal basso, occhi lucidi di desiderio, annuendo piano mentre lo prendevo più profondo, godendomi il suo sapore, la sua dominazione che mi faceva bagnare sempre di più.
Dopo qualche minuto mi tirò su per i capelli, mi girò e mi spinse sul tavolo centrale a pancia in su. L’abito risalì fino alla vita, mutandine abbassate con un gesto secco. Mi allargò le gambe con forza, ginocchia piegate, cosce spalancate sul bordo del tavolo. Il legno era ancora appiccicoso di glassa sotto la mia schiena. Franco si posizionò tra le mie cosce, il cazzo puntato contro la mia fica gonfia e bagnata.
Entrò con un affondo deciso, missionaria profonda, pancia che premeva sul mio pancino morbido, mani che mi tenevano le gambe larghe. Gemetti forte, le pareti che lo stringevano con avidità. Lui pompava ritmico, rude, ogni spinta che mi faceva sobbalzare sul tavolo. Si chinò, prese un capezzolo in bocca, succhiandolo forte, mordicchiandolo mentre l’altro lo pizzicava con le dita. Io arcuai la schiena, mani nei suoi capelli, gemiti che riempivano il locale vuoto.
“Dimmi che ti piace,” ringhiò contro il mio seno, lingua che roteava intorno al capezzolo duro. “Sì… mi piace… scopami più forte,” ansimai, stringendolo con le gambe intorno ai fianchi, unghie nelle sue spalle. Lui accelerò, il tavolo che scricchiolava, il suo cazzo che mi riempiva fino in fondo a ogni affondo. Mi baciò con passione, lingua che invadeva la mia bocca, sapore di vino e desiderio. Io lo strinsi dentro di me, corpi sudati che si scontravano, gemiti che si mescolavano.
Venimmo in contemporanea: io squirting forte intorno al suo cazzo, urlando nella sua bocca, lui che affondava fino alle palle esplodendo dentro con getti caldi e densi, tremando mentre mi riempiva, il seme che traboccava e colava sul tavolo.
Restammo così un attimo, ansimanti, corpi premuti uno sull’altro. Lui si sfilò piano, il seme che colava lungo le mie cosce. Mi baciò il collo, un ghigno soddisfatto.
“Ho notato come ti guardava Nino stasera,” disse ridendo basso, voce rauca. “Tale padre, tale figlio… il ragazzo ha buon gusto.” Non sapeva dei messaggi, del bacio rubato. Io sorrisi, un brivido di segreto che mi percorse la schiena.
Uscii dal locale con le gambe tremanti, il corpo ancora percorso da brividi, il seme di Franco che colava piano. Domani Nino si sarebbe aspettato un mio messaggio. E io già sapevo che gli avrei scritto… qualcosa di più di un semplice “ciao”.
Il viaggio accelerava. E io non volevo più fermarlo.
Concetta mi baciò piano sulla spalla, un bacio pigro e possessivo. “Devo andare,” mormorò, “mamma mi aspetta per gli ultimi preparativi. Ma stasera… ci vediamo lì, eh?” Sorrise maliziosa, mi diede un ultimo bacio profondo, si vestì in fretta e uscì, lasciandomi sola nel letto con il profumo di lei ancora sulla pelle e il corpo ancora sensibile dalla notte precedente.
Presi il telefono: ore 07:32. Un messaggio da un numero sconosciuto.
Nino (07:32): Ciao Elena, sono Nino. Volevo solo dirti grazie mille per tutto l’impegno che hai messo nell’organizzare la mia festa… Concetta mi ha fatto vedere le foto della location e la torta, è tutto perfetto. Non so come ringraziarti 😊
Il messaggio era dolce, timido, con quell’emoji che lo faceva sembrare ancora più giovane. Sorrisi nel buio, il pollice che esitava un attimo. Era il figlio di Franco, il fratello di Concetta… eppure quel “grazie” semplice mi scaldò dentro.
Elena (07:35): Ciao Nino! Di niente, mi ha fatto davvero piacere aiutarti. Sono contenta che ti piaccia. Stasera sarà bellissimo, vedrai 🎉 Buon compleanno in anticipo!
Nino (07:38): Grazie! 😄 Non vedo l’ora. Spero di vederti lì… sei stata super gentile con me.
Niente di strano, solo gratitudine da un ragazzo di 17 anni (quasi 18) che si sentiva importante. Ma il mio stomaco si strinse un po’: era impacciato, sincero, e il pensiero di lui che mi cercava con gli occhi stasera mi fece accelerare il battito.
Alle 07:45 arrivò un altro messaggio.
Nino (07:45): Scusa se ti scrivo presto… ma volevo dirti che oggi ho pensato tanto a te. Sei diversa dalle ragazze della mia età. Mi fai sentire… non so, speciale. Grazie ancora.
Un calore salì dal petto. Era timido, ma diretto. Risposi con cautela, ma curiosa.
Elena (07:48): Non devi scusarti. È carino che me lo dici. Anche tu sei speciale, Nino. Dolce e sincero. 😊
Nino (07:51): Davvero? 😳 A volte mi sento un po’ impacciato vicino a te. Tipo quando ti vedo… non so cosa dire.
Elena (07:54): Non sei impacciato. Sei adorabile. E poi, stasera ci vediamo alla festa… potrai dirmi tutto quello che vuoi.
Nino (07:57): Posso dirti una cosa? Mi fai battere il cuore forte. Non l’ho mai detto a nessuno.
Il mio respiro si fece più corto. Era innocente, ma c’era già un filo di calore. Decisi di non spegnerlo del tutto.
Elena (08:00): È un complimento bellissimo. Anche tu mi fai sorridere quando scrivi. Buona giornata, Nino. Ci vediamo stasera 😘
Nino (08:02): Buona giornata Elena. Non vedo l’ora.
Pochi minuti dopo, un messaggio da Franco.
Franco (08:15): Buongiorno, troietta. Oggi niente ufficio… ma stasera alla festa di Nino sarai lì, vero? Non vedo l’ora di guardarti in mezzo a tutti, con quel culo grosso che ondeggia. Dimmi che verrai bagnata per me.
Arrossii, il corpo che reagiva subito. Risposi veloce, stuzzicandolo a mia volta.
Elena (08:18): Buongiorno, vecchio porco. Sì, sarò lì. Ma fai il bravo davanti a tutti, eh? Non voglio che tua figlia o tua moglie sospettino niente.
Franco (08:20): Brava. Mi fai impazzire. Stasera ti guarderò da lontano, immaginando di sfondarti di nuovo. E se ti vedo arrossire… lo saprò che pensi a me.
Elena (08:22): Vedremo chi stuzzica chi. 😏 Non vedo l’ora.
La giornata passò tra gli ultimi ritocchi (conferma catering, palloncini da gonfiare) e messaggi sporadici con Nino che continuavano a scaldarsi piano, e qualche stuzzicata da Franco che mi teneva in tensione costante.
La sera, prima di uscire per la festa, il telefono vibrò di nuovo.
Nino (18:40): Scusa se ti scrivo prima della festa… ma non ce la facevo più a tenermi dentro. Ho pensato a te tutto il giorno.
Nino (18:42): [foto: lui sdraiato sul letto in boxer aderenti, mano che sfiora l’elastico senza stringere, il rigonfiamento evidente ma non enfatizzato, addome piatto e giovane in primo piano, guance rosse, occhi bassi per timidezza, sorriso nervoso e dolce – un’immagine vulnerabile, quasi innocente]
Nino (18:42): Scusa se è un po’ troppo… ma mi fai sentire cose che non so spiegare. Quando penso a te mi viene… un calore strano dappertutto. Vorrei solo che tu lo sapessi.
Il cuore mi si strinse in modo dolce: era timido, impacciato, ma quel rossore e quel sorriso nervoso mi fecero sciogliere. Non era sfacciato, era sincero, quasi fragile.
Risposi con una foto soft e delicata: io seduta sul letto, in reggiseno semplice e mutandine coordinate, gambe incrociate, pancino morbido appena visibile, capelli sciolti sulle spalle, un sorriso caldo e un po’ complice, senza pose provocanti – solo un’immagine intima e naturale.
Elena (18:47): Non è troppo, Nino. Mi piace che mi fai vedere chi sei davvero. 😊 Sei dolce e bellissimo anche tu. Grazie per la foto… mi ha fatto sorridere tanto.
Nino (18:50): Grazie… non riesco a smettere di guardarti. Il tuo sorriso, il tuo corpo… mi fai venire voglia di conoscerti di più. Non so come dirtelo meglio, ma mi piaci tanto… e mi fai sentire cose nuove.
Elena (18:53): Anche tu mi piaci, Nino. Tanto. Magari stasera possiamo avvicinarci un po’ di più… piano piano. Goditi la festa, ok? Ci vediamo tra poco 😘 Pensa a me quando balli.
Chiusi il telefono, il corpo caldo ma con un calore diverso: non solo desiderio crudo, ma qualcosa di tenero, quasi protettivo. Era partito da un grazie timido, ma ora il desiderio era palpabile – dolce, giovane, ma decisamente sessuale.
Chiamai Marco prima di uscire: gli raccontai solo di Concetta – i baci, il gioco reciproco – e lui venne forte al telefono, eccitato dai dettagli. Ma Nino (e le stuzzicate di Franco) restavano miei segreti. Segreti dolci, giovani, proibiti.
Mi vestii con cura: un abito nero aderente che fasciava il pancino morbido e il culo enorme, scollatura profonda quel tanto da far intravedere il seno, tacchi alti che mi facevano ondeggiare. Presi un taxi verso la location: un locale sul lungomare, terrazza con vista mare, luci soffuse, musica siciliana soft in sottofondo.
Arrivai poco dopo le 20:30. La festa era già partita: palloncini neri e oro, torta a tre piani al centro, amici di Nino che ridevano intorno al buffet. Concetta mi vide subito, mi abbracciò forte, il suo seno premuto contro il mio: “Sei stupenda,” sussurrò all’orecchio. “Ma stai attenta… Nino non ti toglie gli occhi di dosso da quando sei arrivata.”
E infatti eccolo: Nino in camicia bianca e jeans scuri, capelli castani un po’ spettinati in modo naturale, occhi scuri e grandi che sembravano sempre sul punto di abbassarsi per timidezza. Era alto quasi quanto me coi tacchi, magro ma con spalle larghe da ragazzo che sta crescendo, braccia toniche ma non muscolose, un viso regolare con zigomi alti, labbra piene e un sorriso che gli illuminava gli occhi quando arrossiva. Non era un “figo” da copertina, ma aveva quella bellezza giovane, fresca, un po’ goffa – il tipo di ragazzo che ti fa venire voglia di proteggerlo e allo stesso tempo di corromperlo piano. Quando mi vide si fermò di colpo, le guance rosse, le mani che si infilavano in tasca per nascondere il nervosismo.
“Elena… ciao. Grazie di essere venuta,” balbettò, gli occhi che scivolavano sul mio corpo per un secondo prima di tornare sul viso. “Sei… bellissima stasera.”
“Grazie, Nino. Buon compleanno,” risposi, sfiorandogli il braccio con le dita. Lui tremò leggermente, il contatto elettrico. Concetta ci guardava da lontano, un misto di gelosia e eccitazione negli occhi.
Franco era lì, in disparte con Rosalia e alcuni parenti, camicia sbottonata sul petto peloso, pancia prominente. I nostri sguardi si incrociarono: lui mi fissò con quel ghigno obliquo, scese con gli occhi sul mio culo che ondeggiava mentre camminavo, annuì impercettibilmente. Io arrossii, ma sostenni lo sguardo – un segreto tra noi in mezzo a tutti.
La festa proseguì: brindisi, musica, balli. Nino mi cercò più volte: un ballo lento, le sue mani timide sui miei fianchi, il suo corpo giovane che sfiorava il mio morbido, il respiro accelerato contro il mio collo. “Mi fai impazzire,” sussurrò a un certo punto, voce bassa solo per me. Io sorrisi, premetti un po’ di più contro di lui, sentendo il suo rigonfiamento contro la mia coscia.
Verso mezzanotte, mentre la maggior parte degli invitati era già un po’ brilla, Nino mi prese per mano in un momento di distrazione generale. “Vieni un attimo,” sussurrò, tirandomi verso il lato meno illuminato della terrazza, dietro una colonna coperta di rampicanti. Il cuore mi batteva forte. Eravamo soli, il rumore della festa attutito.
“Elena…” iniziò lui, la voce che tremava. Mi guardava con quegli occhi grandi e scuri, le guance rosse sotto le luci soffuse. Non disse altro. Si avvicinò piano, come se temesse di rompermi, e mi baciò.
Fu un bacio rubato, timido all’inizio: labbra morbide che sfioravano le mie, un tocco leggero, incerto. Io chiusi gli occhi, lasciai che accadesse. Lui gemette piano contro la mia bocca, le mani che mi afferravano i fianchi con delicatezza, come se avesse paura di stringere troppo. Ricambiai, aprendo le labbra, lasciando che la lingua sfiorasse la sua – dolce, inesperta, ma piena di desiderio giovane. Sentii il suo corpo premere contro il mio, il rigonfiamento evidente nei jeans contro la mia coscia, il respiro accelerato. Durò solo una decina di secondi, ma bastò a farmi bagnare di nuovo.
Poi ci separammo, entrambi ansimanti. Lui arrossì violentemente, balbettò: “Scusa… io… non volevo…” Ma io gli posai un dito sulle labbra, sorridendo. “Non scusarti. È stato bello.”
In quel momento Concetta apparve da dietro la colonna. Aveva visto tutto. Il suo viso era una maschera di gelosia pura: labbra strette, occhi che bruciavano.
“Elena,” disse secca, prendendomi per un polso. “Vieni con me. Ora.”
Mi trascinò dentro, verso il bagno del locale – una stanza piccola, illuminata da luci fredde, con lo specchio grande sopra il lavandino. La porta rimase aperta, come sempre in locali pubblici.
“Che cazzo era quello?” sibilò, girandosi verso di me. “Nino? Mio fratello? Davvero, Elena?”
Io respirai profondo. “È stato lui a baciarmi. Io non l’ho spinto via… ma non è successo niente di più.”
Lei rise amara, avvicinandosi. “Niente di più? Ti ha messo le mani addosso, ti ha baciato, e tu lo hai ricambiato. Lo sai quanto è giovane? Quanto è fragile? E tu… tu sei mia, cazzo.” La voce le si incrinò sull’ultima parola.
“Concetta…” provai a dire, ma lei mi interruppe avanzando ancora, fino a premere il suo corpo contro il mio contro il lavandino. Il suo seno enorme schiacciato sul mio, le mani che mi afferravano i fianchi.
“Non voglio dividerti con lui,” mormorò, ma il tono era cambiato: rabbia mista a desiderio. “Non voglio dividerti con nessuno!”
Poi mi baciò. Non fu dolce come con Nino. Fu passionale, possessivo, rabbioso: labbra che schiacciavano le mie, lingua che invadeva la mia bocca, mani che salivano sotto l’abito per stringermi le natiche. Io gemetti, ricambiando con la stessa fame, le dita che si infilavano nei suoi capelli a caschetto. Lei mi spinse contro lo specchio, una gamba tra le mie, sfregando contro la mia fica già bagnata. Le nostre bocche si divoravano, i corpi si strusciavano – seno contro seno, pance morbide che si premevano, il suo respiro caldo sul mio collo mentre mi mordeva il labbro inferiore.
Stavamo per andare oltre: la sua mano già sotto il mio abito, dita che sfioravano le mutandine umide, quando la porta si aprì di scatto.
Filippa.
Alta, austera, capelli raccolti in uno chignon perfetto, espressione gelida. “Mamma vi sta cercando,” disse secca, senza battere ciglio. “La torta sta per essere tagliata.”
Concetta si staccò di colpo, rossa in viso, sistemandosi il top. Io feci lo stesso, il cuore a mille. Filippa ci guardò un secondo, poi uscì lasciando la porta aperta.
Restammo in silenzio per un attimo. Concetta rise nervosa. “Cazzo… quasi ci beccano.” Mi guardò, gli occhi ancora accesi. “Ne parliamo dopo.”
Uscimmo dal bagno, tornammo alla festa. La torta fu tagliata, brindisi, auguri. Nino mi cercò con lo sguardo, arrossendo ogni volta che i nostri occhi si incrociavano. Concetta mi sfiorava la mano ogni tanto, possessiva. Franco continuava a fissarmi da lontano, il ghigno sempre lì.
La festa finì verso l’1:30. La gente se ne andò piano. Rosalia e i parenti anziani per primi, poi gli amici di Nino. Nino salutò tutti, abbracciandomi di nuovo con un sussurro: “Grazie… e scrivimi domani, ok?” Poi se ne andò con un gruppo di amici a continuare la serata da qualche parte, ridendo e scherzando.
Concetta, Filippa e Rosalia raccolsero le ultime cose – piatti, bicchieri, avanzi di torta – e le portarono alla macchina. Franco rimase indietro, appoggiato al tavolo centrale, quello dove c’era stata la torta, ora vuoto tranne qualche briciola e un bicchiere dimenticato.
“Chiudiamo noi e facciamo i conti,” disse Franco a moglie e figlie con tono calmo ma deciso. “Andate a casa, vi raggiungo tra un po’.”
Rosalia annuì distratta, Concetta mi lanciò un ultimo sguardo possessivo e geloso, Filippa non disse nulla e seguì le altre fuori. La porta si chiuse dietro di loro.
Il locale rimase silenzioso, solo il rumore del mare lontano. Franco chiuse a chiave dall’interno, si voltò verso di me con quel ghigno obliquo.
“Tutta la sera a guardarti ondeggiare quel culo… a immaginarti nuda,” grugnì. Mi afferrò per i capelli, non forte da fare male, ma abbastanza da tirarmi in ginocchio davanti a lui. “Prima fai il tuo dovere, troia.”
Slacciò i pantaloni con una mano, tirò fuori il cazzo spesso e curvo, già duro e venoso, la cappella lucida di pre-eiaculato. “Apri la bocca,” ordinò rauco. Io obbedii subito, labbra che si aprivano piano, lingua che sfiorava la punta salata con avidità. Lui spinse dentro, quasi forzato, invadendomi la gola con un affondo rude. Gemetti intorno al suo cazzo, le mani che gli afferravano le cosce per reggermi, ma il mio corpo tradiva il piacere: succhiavo avida, gola che si contraeva per accoglierlo meglio, saliva che colava dagli angoli della bocca. Lui pompò lento all’inizio, poi più deciso, tenendomi la testa ferma: “Succhialo bene… fai vedere quanto ti piace ingoiare il cazzo del tuo capo.” Io lo guardai dal basso, occhi lucidi di desiderio, annuendo piano mentre lo prendevo più profondo, godendomi il suo sapore, la sua dominazione che mi faceva bagnare sempre di più.
Dopo qualche minuto mi tirò su per i capelli, mi girò e mi spinse sul tavolo centrale a pancia in su. L’abito risalì fino alla vita, mutandine abbassate con un gesto secco. Mi allargò le gambe con forza, ginocchia piegate, cosce spalancate sul bordo del tavolo. Il legno era ancora appiccicoso di glassa sotto la mia schiena. Franco si posizionò tra le mie cosce, il cazzo puntato contro la mia fica gonfia e bagnata.
Entrò con un affondo deciso, missionaria profonda, pancia che premeva sul mio pancino morbido, mani che mi tenevano le gambe larghe. Gemetti forte, le pareti che lo stringevano con avidità. Lui pompava ritmico, rude, ogni spinta che mi faceva sobbalzare sul tavolo. Si chinò, prese un capezzolo in bocca, succhiandolo forte, mordicchiandolo mentre l’altro lo pizzicava con le dita. Io arcuai la schiena, mani nei suoi capelli, gemiti che riempivano il locale vuoto.
“Dimmi che ti piace,” ringhiò contro il mio seno, lingua che roteava intorno al capezzolo duro. “Sì… mi piace… scopami più forte,” ansimai, stringendolo con le gambe intorno ai fianchi, unghie nelle sue spalle. Lui accelerò, il tavolo che scricchiolava, il suo cazzo che mi riempiva fino in fondo a ogni affondo. Mi baciò con passione, lingua che invadeva la mia bocca, sapore di vino e desiderio. Io lo strinsi dentro di me, corpi sudati che si scontravano, gemiti che si mescolavano.
Venimmo in contemporanea: io squirting forte intorno al suo cazzo, urlando nella sua bocca, lui che affondava fino alle palle esplodendo dentro con getti caldi e densi, tremando mentre mi riempiva, il seme che traboccava e colava sul tavolo.
Restammo così un attimo, ansimanti, corpi premuti uno sull’altro. Lui si sfilò piano, il seme che colava lungo le mie cosce. Mi baciò il collo, un ghigno soddisfatto.
“Ho notato come ti guardava Nino stasera,” disse ridendo basso, voce rauca. “Tale padre, tale figlio… il ragazzo ha buon gusto.” Non sapeva dei messaggi, del bacio rubato. Io sorrisi, un brivido di segreto che mi percorse la schiena.
Uscii dal locale con le gambe tremanti, il corpo ancora percorso da brividi, il seme di Franco che colava piano. Domani Nino si sarebbe aspettato un mio messaggio. E io già sapevo che gli avrei scritto… qualcosa di più di un semplice “ciao”.
Il viaggio accelerava. E io non volevo più fermarlo.
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