Il Viaggio di Elena Parte 5 – La Confessione, la Scoperta e la Nuova Vita con Marco

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tradimenti

Tornata a casa quella sera dopo il trio selvaggio, ero un relitto: il corpo dolorante, il seme di tre uomini che ancora colava piano tra le cosce e dall’ano, l’odore di sesso estraneo impregnato nella pelle nonostante la doccia frettolosa. Marco era lì, stanco dalla trasferta, con il suo sorriso dolce che mi spezzò il cuore.
Non ce la feci più. Quella notte, dopo cena, crollai.
Gli raccontai tutto. Tutto. Dal primo caffè con Jeffrey, al messaggio, alla prima notte in hotel, alla venuta cruda dentro di me – quella sensazione calda, invasiva, che mi aveva marchiata per sempre come la prima volta senza protezione, il suo seme che pulsava e colava dentro di me in un misto di terrore e estasi assoluta –, all’anale, al trio con Arjun e Robinson, ai buchi riempiti contemporaneamente, agli squirting infiniti, agli insulti che mi avevano fatto bagnare di più. Piangevo, tremavo, mi odiavo mentre parlavo.
Aspettai il peggio: urla, schiaffi, la porta che sbatteva.
Invece Marco rimase in silenzio per un tempo lunghissimo. Poi mi guardò con occhi lucidi, ma non di rabbia – di qualcos’altro.
«Elena… mentre parlavi… mi sono eccitato. Molto. Più di quanto vorrei ammettere.»
Rimasi pietrificata.
Mi prese la mano, la posò sul suo sesso: era durissimo sotto i pantaloni.
«Ti ho sempre voluta felice, desiderata. Ho sempre saputo che io non ero abbastanza… selvaggio. Che tu avevi fame di altro. E sentirti raccontare… mi ha fatto male, ma mi ha anche fatto venire voglia di vederti così, persa nel piacere, usata da loro.»
Mi baciò con una disperazione nuova, possessiva ma non gelosa. Mi spogliò piano, leccò via i residui di seme altrui dal mio culo e dalla figa con una devozione che mi fece gemere – non rabbia, ma adorazione perversa, la sua lingua che assaggiava il sapore salato e muschiato di Jeffrey, Arjun e Robinson, gemendo di eccitazione mentre puliva ogni piega intima. Mi scopò con una passione che non gli avevo mai visto: rude, profondo, sussurrandomi “raccontami ancora mentre ti scopo… dimmi come ti hanno riempita… dimmi quanto hai squirttato per loro”. Venni urlando, i muscoli che si contraevano intorno a lui in spasmi violenti, e lui venne dentro di me subito dopo, mescolando il suo seme al loro, reclamandomi in modo nuovo mentre il suo corpo tremava contro il mio.
Da quella notte tutto cambiò.
Marco non solo accettò – abbracciò il ruolo. Diventò il mio cuckold felice, eccitato dalla mia promiscuità, ma anche un partecipante attivo, esploratore di se stesso. Si scoprì bisex, una rivelazione che lo liberò: durante i nostri primi incontri post-confessione, mentre Jeffrey mi sfondava la figa a pecorina, Marco non si limitò a guardare – si inginocchiò e succhiò il cazzo di Arjun con una fame inesperta ma vorace, ingoiando il suo seme con gemiti bassi, poi mi leccò il culo mentre Robinson mi dilatava, assaggiando il sapore misto di sudore e lubrificante. Poteva essere dominante, spingendo il suo cazzo nella mia bocca mentre un altro mi possedeva dietro; o sottomesso, lasciando che Robinson lo prendesse da dietro mentre io lo cavalcavo, i nostri corpi un groviglio di piacere condiviso. Si poneva in ogni ruolo nel gioco: attivo, passivo, voyeur, performer – sempre con quel suo sorriso goffo che si trasformava in un ghigno eccitato, sussurrandomi “Sei mia, Elena, ma ti condivido perché ti amo così”.
E non ci limitammo più solo a Jeffrey, Arjun e Robinson – anche se tornavano spesso, con Jeffrey che organizzava trii possessivi, Arjun che mi venerava con leccate devote al sedere fino a farmi squirtare solo con la lingua, Robinson che mi sfondava con violenza primordiale lasciando il mio culo dolorante per giorni. Iniziammo a frequentare club privé, locali discreti e lussuriosi dove l’aria era densa di sudore e gemiti, luci soffuse che illuminavano corpi intrecciati. Marco mi aiutava a scegliere di volta in volta l’uomo (o gli uomini, o le donne) giusti – osservava con occhio esperto, sussurrandomi all’orecchio “Quella coppia bisex ti farebbe impazzire… o quel gruppo di quattro, per un gangbang dove ti riempiono ovunque mentre io ti preparo”. Partecipava attivamente: a volte mi preparava lui stesso, spalancandomi le natiche con dita lubrificate mentre un estraneo entrava; altre volte si univa, scopando un altro uomo mentre io venivo presa da dietro, o lasciando che una coppia bisex ci coinvolgesse tutti, i cazzi che pulsavano in un caos di piacere multiplo.
Una sera, in un club con stanze tematiche, Marco indicò una donna sulla quarantina: alta, mora e austera, con capelli lisci e scuri raccolti in uno chignon severo che accentuava i lineamenti affilati del viso, occhi verdi penetranti e labbra piene dipinte di un rosso scuro profondo. Era tonica, con muscoli definiti ma curve giuste – fianchi larghi, culo sodo e alto, seni pieni – e indossava un abito lungo rosso passione che le fasciava il corpo come una seconda pelle, scollatura discreta ma provocante sul décolleté, spacco laterale che rivelava la gamba a ogni passo. Si muoveva con una sicurezza austera e magnetica, un’aura di dominio maturo che faceva girare la testa a chiunque. Si chiamava Diana. Accanto a lei c’era il suo partner, Luca: un signore distinto sulla sessantina, capelli brizzolati pettinati all’indietro, lineamenti aristocratici, camicia bianca aperta sul collo con un colletto impeccabile e un completo scuro che gli dava un’aria di eleganza vissuta. Sembrava un uomo d’affari abituato al comando, ma i suoi occhi tradivano un’eccitazione quieta e profonda.
“Lei ti fissava da quando siamo entrati,” mi sussurrò Marco all’orecchio, già eccitato. “Ha detto al bar che adora le curve come le tue… e che sa far venire una donna solo con la bocca, meglio di chiunque altro. Anni di pratica, mi ha detto.”
Accettai con un brivido che mi partì dalla nuca e scese dritto tra le cosce.
Ci spostammo in una stanza privata con un grande letto rotondo e specchi ovunque. Diana mi si avvicinò per prima, senza fretta, con un sorriso lento e austero. Mi baciò con labbra morbide ma possessive, la lingua che danzava nella mia bocca con una lentezza deliberata, assaporandomi come se fossi un dessert raro che aveva già assaggiato mille volte. Le sue mani scivolarono sui miei fianchi larghi, stringendo il sedere con una presa ferma ma femminile – precisa, quasi possessiva in modo intimo. “Hai una figa che merita di essere venerata, Elena,” mormorò contro il mio collo, mordicchiandolo piano. “Lasciala a me. Ti farò venire come non ti è mai successo – e credimi, ne ho fatte venire tante.”
Mi spogliò con calma rituale, slacciando l’abito rosso passione che scivolò a terra rivelando lingerie nera minimalista che esaltava la sua tonicità e le curve. Mi fece sdraiare sulla schiena, le gambe aperte e piegate, un cuscino sotto i fianchi per alzarmi leggermente il bacino. Si inginocchiò tra le mie cosce, i capelli scuri che le sfioravano il viso mentre mi guardava dritto negli occhi con quegli occhi verdi intensi, carichi di una sicurezza conquistata con gli anni. “Non muoverti,” disse con voce bassa e calda, rauca di desiderio. “Lasciati solo sentire. Ho tutto il tempo del mondo per te.”
Iniziò con baci leggeri sulle grandi labbra, sfiorandole con le labbra chiuse, poi con la lingua piatta che tracciava linee lente dal basso verso l’alto, assaporando ogni piega con una pazienza che solo una donna sulla quarantina poteva avere. Usava la punta della lingua per disegnare cerchi minuscoli intorno al clitoride senza toccarlo direttamente, facendolo gonfiare e pulsare di anticipazione. Poi infilò la lingua dentro di me – profonda, flessibile, roteando in movimenti lenti e circolari che esploravano ogni millimetro delle pareti interne. Succhiava piano le piccole labbra, tirandole delicatamente tra le sue labbra piene, poi tornava sul clitoride con una suzione ritmata, alternata a colpi leggeri e velocissimi della lingua piatta.
Marco guardava, masturbandosi piano. Luca si avvicinò con calma elegante: si sedette sul bordo del letto, accarezzando i capelli di Diana mentre lei continuava il suo lavoro devoto sulla mia figa. Marco si unì: leccò il mio ano mentre Diana si concentrava esclusivamente sulla figa, le loro lingue che si sfioravano occasionalmente sulla mia pelle sensibile. Diana infilò due dita curve dentro di me, massaggiando quel punto preciso sul davanti con pressione costante e sapiente, mentre la bocca non si staccava mai dal clitoride. Venni la prima volta squirttando in un fiotto caldo che le bagnò il mento e il collo. Non si fermò: continuò a succhiare attraverso l’orgasmo, prolungandolo. “Ancora,” sussurrò. “Voglio che squirti fino a non poterne più.” Infilò un terzo dito, dilatandomi piano mentre la lingua danzava sul clitoride con precisione insuperabile. Il secondo orgasmo arrivò violento: squirtai di nuovo, più forte, urlando il suo nome.
Poi mi girò a pecorina, continuando a leccarmi da dietro: la lingua che entrava nella figa mentre le dita massaggiavano il clitoride dall’esterno, facendomi venire una terza volta in pochi minuti, squirttando sul suo viso e sulle lenzuola. Diana rise bassa, leccandosi le labbra: “Vedi? Solo una donna sa far venire una figa come si deve.”
Ma non finì lì. Diana si sdraiò sulla schiena, aprendo le gambe con un gesto austero ma invitante. “Ora tocca a te, Elena. Assaggiami. Vediamo se sei brava come sembri.” Era la mia prima volta con una fica. Mi inginocchiai tra le sue cosce toniche, il profumo muschiato e dolce di Diana che mi invase i sensi. Iniziai con esitazione, baci leggeri sulle grandi labbra, poi la lingua piatta che imitava quello che lei aveva fatto a me: linee lente, cerchi intorno al clitoride, poi la punta che entrava piano. Diana gemette piano, sorpresa. “Brava… continua così.” Mi lasciai guidare dal suo respiro, succhiando il clitoride con delicatezza crescente, infilando due dita dentro di lei e curvandole verso l’alto. Lei si inarcò, afferrandomi i capelli: “Sì, proprio lì… più forte.” Venni premiata dal suo sapore che mi riempiva la bocca, dal suo squirting improvviso che mi bagnò il viso mentre tremava, urlando il mio nome in un misto di sorpresa e piacere. “La prima volta e già così brava,” mormorò Diana, ridendo piano. “Hai talento naturale, puttanella.”
Nel frattempo, tra Marco e Luca era successo di tutto. Luca, con la sua eleganza composta, aveva slacciato i pantaloni lasciando emergere un cazzo spesso e venoso. Marco si era inginocchiato davanti a lui, prendendolo in bocca con devozione crescente, succhiando con movimenti lenti e profondi mentre Luca gli accarezzava i capelli brizzolati con una mano ferma. Poi Luca si era sdraiato accanto a Diana, e Marco lo aveva cavalcato piano, il cazzo di Luca che entrava in lui con ritmo controllato mentre Marco gemeva e si masturbava. Luca, con un gemito basso e composto, aveva invertito la posizione: aveva girato Marco a pecorina, lubrificandosi con calma, e lo aveva penetrato da dietro con spinte eleganti ma decise, profonde, possedendo il corpo di mio marito con una sicurezza matura. Marco gemeva forte, il viso arrossato, spingendo indietro per accoglierlo tutto. Luca accelerò, le mani sui fianchi di Marco, sussurrando qualcosa di basso e possessivo in un orecchio mentre il suo cazzo pulsava dentro di lui. Alla fine, con un ultimo affondo profondo e un gemito rauco, Luca venne dentro Marco – un fiotto caldo e abbondante che lo riempì completamente, colando piano mentre Luca rimaneva fermo a pulsare, tenendolo stretto contro di sé. Marco tremò, venendo a sua volta sul lenzuolo con un orgasmo intenso, il corpo che si contraeva intorno al seme di Luca.
Io e Diana ci baciavamo con le bocche ancora piene dei nostri sapori reciproci, osservando la scena con eccitazione condivisa. Diana mi sussurrò all’orecchio: “Guarda quanto gode il tuo uomo… e quanto lo riempie Luca. Bello, vero?”
Fu la prima volta che squirtai per una donna – e che ne feci squirttare una – e non fu l’ultima: da allora, nei club, cerchiamo spesso donne come Diana, capaci di dedicarsi alla figa con una devozione unica, ossessiva, insuperabile, e di insegnarmi a fare lo stesso.
La gravidanza arrivò poco dopo, un frutto di quella vita libera e intensa. Non sapevamo di chi fosse – Jeffrey, Arjun, Robinson, uno dei sconosciuti del club, o persino Marco. Marco posò la mano sul pancino che iniziava a vedersi e sorrise con una tenerezza infinita: “Lo terrei, Elena. Lo terrei anche se non sapessi chi è il padre biologico. Sarebbe nostro, punto”.
Ma io, dopo giorni di riflessione tormentata, decisi di non tenerlo. Volevo ancora vivere questa vita – piena, selvaggia, senza catene. Non ero pronta a fermarmi, a cambiare ritmo, a rinunciare alle notti infuocate e ai weekend di perdizione totale. Presi la pillola con regolarità da quel momento in poi, per poter continuare a godere senza rischiare gravidanze indesiderate, per lasciare che il mio corpo fosse libero di accogliere chiunque, in qualsiasi modo, quando Marco e io lo decidevamo insieme.
E ora, dopo tutto questo percorso, la mia vita ha finalmente preso un altro senso, un equilibrio che non avrei mai immaginato.
Di giorno al lavoro sono una manager imperterrita, preparata, rispettata da tutti – sicura di me come non mai, con una calma interiore che deriva dal sapere esattamente chi sono e cosa voglio, senza più dover nascondere insicurezze o fingere.
A casa con Marco c’è un amore e una confidenza ritrovati e più profondi che mai: dolcezza infinita al mattino, carezze sul pancino morbido e sulle cosce piene mentre facciamo colazione, un controllo condiviso su ogni aspetto della vita quotidiana – dalle bollette alle vacanze, dai desideri piccoli a quelli più osceni. Ci raccontiamo tutto, ci sosteniamo, ci amiamo con una tenerezza che prima non esisteva.
E di notte, nei weekend, divento una sporca donna pronta a far godere col suo corpo uomini e uomini e donne e poi ancora uomini – sempre con Marco accanto, fenomenale complice: mi prepara, mi lecca dopo ogni scopata, si fa scopare mentre io squirto per un altro (o per un’altra), dirige le scene nei club privé con una sicurezza che mi eccita da morire.
Ogni tanto, mentre squirto tra le sue braccia con il suo cazzo dentro di me e il sapore di una donna (o il seme di un altro) ancora fresco sulla lingua, penso: “È questo che volevo. Essere desiderata selvaggiamente da tanti… e amata profondamente da uno solo, che gioca con me in ogni modo possibile”.
E per la prima volta, non mi sento in colpa. Mi sento completa, libera, appagata – con Marco come complice perfetto in questa avventura infinita.
Fine.
scritto il
2026-02-16
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