Il viaggio di Elena Parte 7 – La Lingerie Rossa e le Prime Confidenze
di
LeCurveDiElena
genere
tradimenti
Mi svegliai con il corpo ancora segnato dal giorno prima: un leggero bruciore tra le cosce, la sensazione di essere stata usata e riempita, il sapore di lui che mi aleggiava in gola. Andai davanti allo specchio nuda, come facevo ogni mattina, e mi guardai. Le cosce morbide che si sfregavano piano, il pancino che sporgeva appena quando respiravo, il sedere rotondo e pesante che occupava spazio anche solo stando ferma. “È il mio capo,” pensai, e il pensiero mi diede una stretta allo stomaco. Franco Rossi poteva fermarmi la carriera con una parola, un rapporto negativo, un commento sbagliato. Jeffrey era stato un errore isolato, un progetto temporaneo – lui non aveva potere su di me. Franco sì. E poi era sposato, tre figli… una famiglia intera che non meritava questo. Eppure, mentre mi sfioravo le curve con le dita, sentivo la fica bagnarsi di nuovo. Mi eccitava proprio lui: brutto, viscido, vissuto come me. Chiamai Marco mentre mi preparavo. “Amore… stasera ci torno.” Lui gemette subito: “Vai. Indossa la rossa. Fatti scopare forte e raccontami tutto. Voglio sapere se ti riempie dentro stavolta.” Le sue parole mi fecero tremare. Mi sentivo protetta dal suo amore perverso, ma anche sporca, sbagliata. Eppure decisi di andare.
Indossai la lingerie rossa: perizoma minuscolo che spariva tra le natiche, reggiseno che rendeva il mio seno invitante nonostante non fosse grande, calze nere autoreggenti che stringevano le cosce. Sopra, camicia bianca con scollo profondo e gonna aderente che faceva ondeggiare il sedere a ogni passo. Tacchi alti. Ero provocante, ma dentro tremavo: “Se mi rovina? Se sua moglie scopre? Se io non riesco più a fermarmi?”
Alle 19:45 bussai. Franco aprì con la camicia già sbottonata sul petto peloso e sudato, pancia che premeva contro la cintura. Mi afferrò per un braccio e mi tirò dentro, chiudendo a chiave.
“Oggi non si gioca, Elena. Spogliati.”
Obbedii piano, lasciando cadere camicia e gonna. Rimasi in lingerie rossa e calze. Lui inspirò forte, gli occhi che divoravano le mie curve morbide.
“Appoggiati alla parete, mani in alto.”
Mi fece voltare, faccia al muro. Mi abbassò il perizoma con un gesto secco. Sentii le sue mani callose spalancarmi le natiche, poi la lingua ruvida che mi leccava il buco del culo, bagnandolo tutto. Due dita entrarono nella fica, pompando rude mentre la lingua spingeva dietro. Venni quasi subito, un getto caldo che bagnò le sue mani, le gambe che tremavano sui tacchi.
“Brava… ora il culo.”
Mi sputò sul buco, premette la cappella gonfia e spinse. Entrò lento ma deciso, la pancia schiacciata contro le mie natiche. Mi scopò anale con colpi lunghi, profondi, una mano che mi tirava i capelli all’indietro, l’altra che mi infilava tre dita nella fica. “Senti come sei bagnata… questo sedere grosso è fatto per un vecchio porco come me.”
“Sì… sfondami… usami…” gemetti, le unghie che graffiavano il muro.
Mi girò, mi fece sedere sul bordo della scrivania, gambe spalancate. Mi penetrò la fica con un affondo brutale, pompando selvaggio, la pancia che sbatteva contro il mio pancino morbido. Mi torse i capezzoli, mi baciò bavoso, lingua grossa in gola. Venni di nuovo, squirting copioso sulle sue cosce. Lui accelerò, grugnendo, ma quando sentii che stava per venire… uscì di colpo, ansimando.
“No… non dentro.”
Il suo tono era teso, quasi spaventato. Paura di lasciarmi incinta, di lasciare tracce che non poteva cancellare. Ma io lo volevo proprio lì.
Presi l’iniziativa: lo spinsi sulla sedia, gli salii a cavalcioni, mi impalai sul suo cazzo ancora duro. Iniziai a cavalcarlo piano, poi sempre più veloce, le mani sulle sue spalle, il pancino che sfregava contro la sua pancia flaccida.
“Elena… alzati… sto per…” grugnì, cercando di spingermi via.
Ma io accelerai, stringendo le pareti intorno a lui, saltando su e giù con violenza. “No… lo voglio dentro… riempimi!”
Lui gemette forte, il corpo che si irrigidiva contro la sua volontà. Sentii i getti caldi esplodere profondo nella fica, densi e potenti, che mi inondavano fino a colare fuori sulle sue palle. Venni anch’io, squirting forte che bagnò la sua camicia e i pantaloni, urlando senza ritegno.
Restammo così, io ancora sulle sue gambe, ansimanti. Lui non mi spinse via subito. Invece mi attirò a sé, cercò la mia bocca con baci lenti, quasi teneri, lingua che accarezzava la mia invece di invadere. Le sue mani grandi mi accarezzarono piano la schiena, poi scesero sul pancino morbido, sfiorandolo come se volesse memorizzarne la forma. Mi strinse contro di sé, il suo respiro caldo sul collo.
Poi ci staccammo un po’, ma restammo vicini, le fronti appoggiate, le gambe intrecciate. Lui sospirò, la voce bassa e stanca.
“Mia moglie… Rosalia… è una brava donna, ma è spenta. Vive per i figli. Filippa è rigida, sempre perfetta, come la madre. Concetta è diversa, estrosa, piena di curve e di vita, ma si sente sola. Nino… il piccolo… tra poco fa diciotto anni. È timido, impacciato, come ero io alla sua età. Rosalia vuole una festa, ma non sa organizzare niente. Io non so da dove cominciare. Non voglio deluderlo.”
Lo ascoltai, nuda sulle sue gambe, il suo seme che colava ancora piano dalla fica. Per la prima volta lo vidi non come un porco, ma come un uomo stanco, solo. “Ti aiuto io,” dissi piano. “Per il compleanno di Nino. Se vuoi.”
Lui annuì, un sorriso stanco e grato. “Grazie… sei diversa da tutte.”
Tornai a casa con il seme che colava tra le cosce, il cuore confuso tra colpa e tenerezza. In videocall con Marco gli mostrai tutto: la fica gonfia e piena, il seme che usciva quando aprii le gambe, i segni rossi sulle cosce. Gli raccontai il sesso rude, il creampie forzato, le confidenze dopo, il modo in cui mi aveva accarezzata. Marco venne forte guardandomi, ansimando: “Cazzo… sei incredibile. Domani fallo ancora più sporco. E dimmi se ti riempie di nuovo.”
Mentre chiudevo arrivò un suo messaggio: “Domani porta il plug anale. Lo indosserai tutto il giorno. E non osare chiedermi di venire dentro ancora.”
Sorrisi allo schermo. Sapevo già che avrei disobbedito. E che avrei voluto sentirlo di nuovo… e ascoltarlo ancora.
Indossai la lingerie rossa: perizoma minuscolo che spariva tra le natiche, reggiseno che rendeva il mio seno invitante nonostante non fosse grande, calze nere autoreggenti che stringevano le cosce. Sopra, camicia bianca con scollo profondo e gonna aderente che faceva ondeggiare il sedere a ogni passo. Tacchi alti. Ero provocante, ma dentro tremavo: “Se mi rovina? Se sua moglie scopre? Se io non riesco più a fermarmi?”
Alle 19:45 bussai. Franco aprì con la camicia già sbottonata sul petto peloso e sudato, pancia che premeva contro la cintura. Mi afferrò per un braccio e mi tirò dentro, chiudendo a chiave.
“Oggi non si gioca, Elena. Spogliati.”
Obbedii piano, lasciando cadere camicia e gonna. Rimasi in lingerie rossa e calze. Lui inspirò forte, gli occhi che divoravano le mie curve morbide.
“Appoggiati alla parete, mani in alto.”
Mi fece voltare, faccia al muro. Mi abbassò il perizoma con un gesto secco. Sentii le sue mani callose spalancarmi le natiche, poi la lingua ruvida che mi leccava il buco del culo, bagnandolo tutto. Due dita entrarono nella fica, pompando rude mentre la lingua spingeva dietro. Venni quasi subito, un getto caldo che bagnò le sue mani, le gambe che tremavano sui tacchi.
“Brava… ora il culo.”
Mi sputò sul buco, premette la cappella gonfia e spinse. Entrò lento ma deciso, la pancia schiacciata contro le mie natiche. Mi scopò anale con colpi lunghi, profondi, una mano che mi tirava i capelli all’indietro, l’altra che mi infilava tre dita nella fica. “Senti come sei bagnata… questo sedere grosso è fatto per un vecchio porco come me.”
“Sì… sfondami… usami…” gemetti, le unghie che graffiavano il muro.
Mi girò, mi fece sedere sul bordo della scrivania, gambe spalancate. Mi penetrò la fica con un affondo brutale, pompando selvaggio, la pancia che sbatteva contro il mio pancino morbido. Mi torse i capezzoli, mi baciò bavoso, lingua grossa in gola. Venni di nuovo, squirting copioso sulle sue cosce. Lui accelerò, grugnendo, ma quando sentii che stava per venire… uscì di colpo, ansimando.
“No… non dentro.”
Il suo tono era teso, quasi spaventato. Paura di lasciarmi incinta, di lasciare tracce che non poteva cancellare. Ma io lo volevo proprio lì.
Presi l’iniziativa: lo spinsi sulla sedia, gli salii a cavalcioni, mi impalai sul suo cazzo ancora duro. Iniziai a cavalcarlo piano, poi sempre più veloce, le mani sulle sue spalle, il pancino che sfregava contro la sua pancia flaccida.
“Elena… alzati… sto per…” grugnì, cercando di spingermi via.
Ma io accelerai, stringendo le pareti intorno a lui, saltando su e giù con violenza. “No… lo voglio dentro… riempimi!”
Lui gemette forte, il corpo che si irrigidiva contro la sua volontà. Sentii i getti caldi esplodere profondo nella fica, densi e potenti, che mi inondavano fino a colare fuori sulle sue palle. Venni anch’io, squirting forte che bagnò la sua camicia e i pantaloni, urlando senza ritegno.
Restammo così, io ancora sulle sue gambe, ansimanti. Lui non mi spinse via subito. Invece mi attirò a sé, cercò la mia bocca con baci lenti, quasi teneri, lingua che accarezzava la mia invece di invadere. Le sue mani grandi mi accarezzarono piano la schiena, poi scesero sul pancino morbido, sfiorandolo come se volesse memorizzarne la forma. Mi strinse contro di sé, il suo respiro caldo sul collo.
Poi ci staccammo un po’, ma restammo vicini, le fronti appoggiate, le gambe intrecciate. Lui sospirò, la voce bassa e stanca.
“Mia moglie… Rosalia… è una brava donna, ma è spenta. Vive per i figli. Filippa è rigida, sempre perfetta, come la madre. Concetta è diversa, estrosa, piena di curve e di vita, ma si sente sola. Nino… il piccolo… tra poco fa diciotto anni. È timido, impacciato, come ero io alla sua età. Rosalia vuole una festa, ma non sa organizzare niente. Io non so da dove cominciare. Non voglio deluderlo.”
Lo ascoltai, nuda sulle sue gambe, il suo seme che colava ancora piano dalla fica. Per la prima volta lo vidi non come un porco, ma come un uomo stanco, solo. “Ti aiuto io,” dissi piano. “Per il compleanno di Nino. Se vuoi.”
Lui annuì, un sorriso stanco e grato. “Grazie… sei diversa da tutte.”
Tornai a casa con il seme che colava tra le cosce, il cuore confuso tra colpa e tenerezza. In videocall con Marco gli mostrai tutto: la fica gonfia e piena, il seme che usciva quando aprii le gambe, i segni rossi sulle cosce. Gli raccontai il sesso rude, il creampie forzato, le confidenze dopo, il modo in cui mi aveva accarezzata. Marco venne forte guardandomi, ansimando: “Cazzo… sei incredibile. Domani fallo ancora più sporco. E dimmi se ti riempie di nuovo.”
Mentre chiudevo arrivò un suo messaggio: “Domani porta il plug anale. Lo indosserai tutto il giorno. E non osare chiedermi di venire dentro ancora.”
Sorrisi allo schermo. Sapevo già che avrei disobbedito. E che avrei voluto sentirlo di nuovo… e ascoltarlo ancora.
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