Il viaggio di Elena Parte 12 – La Prima Volta di Nino
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LeCurveDiElena
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tradimenti
Il martedì mattina mi svegliai con un nodo allo stomaco e il corpo ancora avvolto dal ricordo di Nino: il suo sapore dolce sulla lingua, i gemiti impacciati mentre veniva nella mia bocca, i baci profondi e teneri che avevano seguito, la sensazione di un amore giovane, puro, quasi innocente che mi aveva spaventato. Non era solo desiderio. Era qualcosa di più grande, di più fragile. Il monolocale era silenzioso, il mio rifugio temporaneo qui a Palermo per questi sei mesi di lavoro. Il pensiero andò per un attimo a Marco: gli avrei raccontato di Franco, come sempre – i report frettolosi, le minacce, il plug – e lui si sarebbe eccitato, chiedendo dettagli, venendo forte al telefono. Gli avrei accennato anche a Concetta, come ormai era routine: il vibratore, lo squirting reciproco, il nostro equilibrio. Ma di Nino… niente. Non potevo. Non volevo. Nino era mio, un segreto che mi dava una sensazione di libertà, ma anche di colpa crescente. Come potevo dirgli di questo ragazzo impacciato che mi faceva sentire amata in modo così puro?
Presi il telefono, sperando in un suo messaggio. Non dovetti aspettare a lungo.
Nino (09:12): Buongiorno Elena… non ho dormito. Continuo a pensare a ieri sera… a come mi hai guardato mentre venivo, a come mi hai baciato dopo. Mi manchi già. Posso venire da te stasera? Alle 19:30, come sempre… palestra. Non vedo l’ora.
Il cuore mi batté forte. Risposi subito.
Elena (09:15): Buongiorno amore mio… anch’io non ho dormito. Mi manchi. Sì, stasera alle 19:30. Ti aspetto. Non vedo l’ora di abbracciarti.
Durante la giornata i messaggi continuarono: leggeri, ma carichi di un’intimità crescente. Lui mi raccontava della scuola, di un compito in classe andato bene, ma sempre con un tocco personale: “Oggi in classe pensavo a te… mi distraevi”. Io rispondevo con incoraggiamenti: “Sei bravo, Nino. E mi fai sorridere pensandoti lì, arrossito per me”. Ogni scambio era un passo verso stasera, un build-up psicologico che mi eccitava e mi spaventava. Sapevo che saremmo andati oltre il pompino di ieri: volevo insegnargli tutto, con dolcezza e malizia, portarlo piano nel mondo del sesso – corrotto, intenso, ma con me sarebbe stato gentile, amorevole. Ma dentro sentivo un dubbio: e se questo legame fosse diventato troppo forte? E se mi fossi innamorata di questo ragazzo impacciato, figlio del mio amante rude?
Alle 17:30, Franco mi convocò per il report giornaliero. Fu un incontro frettoloso e privo di interesse per me: rapido, meccanico, come una routine che ormai non mi dava più nulla. Uscii con la mente già su Nino.
Alle 19:30 bussò alla porta. Lo feci entrare, chiusi a chiave. Lui era lì, occhi lucidi, sorriso timido ma luminoso. Lo abbracciai forte, baciandolo piano sulle labbra. Lui ricambiò con tenerezza, mani che mi stringevano la schiena. “Mi sei mancato,” sussurrai contro il suo collo. Lui arrossì. “Anche tu… non riuscivo a pensare ad altro oggi.”
Ci baciammo di nuovo, più profondo, lingue che si cercavano lente, dolci. Le sue mani tremavano leggermente sui miei fianchi, ma non si ritrasse. Io gli accarezzai il viso, il collo, scendendo piano sul petto. Lui gemette piano contro la mia bocca, un suono basso e vulnerabile che mi fece sciogliere. “Andiamo sul letto,” sussurrai, prendendolo per mano.
Ci spostammo piano, senza staccare le labbra. Ci baciammo camminando, un passo alla volta, le bocche unite in un bacio continuo, caldo, profondo. Io gli slacciai la felpa, lui mi sfiorò la schiena sotto la maglietta. Ogni movimento era lento, quasi cerimonioso, come se entrambi volessimo assaporare ogni secondo. Arrivammo al bordo del letto, continuando a baciarci, lingue che danzavano, respiri che si mescolavano. Ci sedemmo, io davanti a lui, continuando a baciarci. Gli tolsi la felpa, la t-shirt, baciando ogni centimetro di pelle che scoprivo: il collo, il petto, i capezzoli che si indurivano sotto la mia lingua. Lui gemette, mani che mi accarezzavano la schiena, timide ma sempre più sicure. Io gli slacciai i jeans, li abbassai insieme ai boxer. Il suo cazzo giovane, duro, pulsava contro il mio pancino. Lo accarezzai piano, baciandolo sul collo, sull’orecchio. “Sei bellissimo,” sussurrai. Lui arrossì, ma mi baciò con più passione, lingua che cercava la mia.
Mi spogliai io, lenta, lasciando che mi guardasse. Lui aveva gli occhi lucidi, pieni di desiderio e meraviglia. “Sei… perfetta,” mormorò. Lo baciai di nuovo, spingendolo piano sul letto. Ci sdraiammo nudi, corpi che si sfioravano, baci che non finivano mai. Le nostre bocche si cercavano con dolcezza infinita, lingue che si intrecciavano lente, respiri che si calmavano insieme. Lui mi accarezzava il pancino morbido, i fianchi, le cosce, con una reverenza che mi faceva quasi piangere.
“Se te la senti… possiamo andare oltre,” sussurrai contro le sue labbra. Lui annuì, occhi grandi. “Sì… voglio. Con te voglio tutto.”
Lo baciai ancora, profondo, mentre lo guidavo sopra di me. Lui si posizionò, cappella contro la mia fica bagnata. Tremava. “Ho paura di sbagliare… di farti male.” Gli accarezzai il viso. “Non me ne fai. Vai piano. Senti me.”
Entrò con cautela, un centimetro alla volta. Gemette forte quando fu dentro per metà, io lo strinsi con le gambe. “Così… bravo… più profondo.” Lui spinse piano, fino in fondo, occhi chiusi, respiro affannoso. “È… incredibile… sei così calda… così bagnata.” Improvvisamente si irrigidì, gemette forte: “Elena… sto… sto venendo…” Venne presto, getti caldi dentro di me, tremando tutto. Si fermò, occhi spalancati, spaventato.
“Scusa… sono venuto così presto… senza preavviso… dentro di te…” balbettò, viso rosso, voce rotta. “E se… se succede qualcosa? Non ho usato niente… ho paura…”
Lo abbracciai forte, lo baciai piano sulla fronte, sulle guance, sulle labbra. “Shh… non scusarti. È stato bellissimo. Mi hai riempita… caldo, dolce… perfetto.” Gli accarezzai i capelli, sussurrando contro la sua bocca. “Puoi venirmi dentro quando vuoi, Nino. Senza problemi. Mi piace… mi fai sentire piena, tua. Non c’è niente di sbagliato. Solo noi due.”
Lui mi guardò, occhi lucidi di sollievo e amore. “Davvero?”
“Davvero,” dissi, baciandolo lento. “E ora… voglio farti sentire ancora di più.”
Lo feci sdraiare, scesi tra le sue gambe. Lo presi in bocca, dolce, lento, succhiando con malizia ma tenerezza. Lingua che roteava intorno alla cappella, mano che accarezzava la base. Lui gemette, si indurì di nuovo in pochi minuti, giovane e pieno di energia. “Elena… è… incredibile…” sussurrò.
Mi posizionai sopra di lui, in cowgirl, per guidare tutto io. Lo presi in mano, lo sfregai contro la mia fica bagnata, stuzzicandolo. “Ora tocca a me comandare,” dissi maliziosa, sorridendo. Scesi piano su di lui, prendendolo tutto dentro, gemendo quando fui seduta completamente. Lui inarcò la schiena, mani sui miei fianchi. “Elena… sei… così stretta… così calda…” Iniziai a muovermi, lenta, circolare, poi su e giù, controllando il ritmo. Lui imparò a spingere dal basso, mani che mi accarezzavano i seni, il pancino, i fianchi. Venni prima io, squirting copioso che bagnò il suo addome, le sue cosce, il letto – un getto caldo e abbondante che lo fece gemere di sorpresa e piacere. “Elena… sei… bagnata ovunque…” sussurrò, eccitato. Continuai a cavalcarlo, più veloce, più profondo. Lui venne di nuovo dentro di me, getti caldi che mi riempirono, tremando sotto di me.
Restammo abbracciati, io sopra di lui, cazzo ancora dentro. Lui mi accarezzava la schiena, i capelli, con dolcezza infinita. “Ti amo,” sussurrò, baciandomi piano sulle labbra, sulle guance, sul collo. Io ricambiai ogni bacio, ogni carezza, sussurrando “Anch’io… credo.” Restammo così a lungo, corpi intrecciati, baci lenti, carezze leggere, sussurri d’amore che riempivano il silenzio. In quei momenti, il mondo esterno svaniva. C’eravamo solo noi.
Sul fondo, i report con Franco continuavano: frettolosi, meccanici. Concetta scriveva messaggi leggeri: “Mi manchi… quando ci vediamo?”. Io rispondevo con cuori, rimandando. Marco nelle chiamate serali ascoltava di Franco e Concetta, eccitandosi come sempre. Di Nino non gli dissi nulla. Mai.
Ma mentre abbracciavo Nino, pensavo a Marco con un senso di colpa nuovo: lui sapeva di Franco e Concetta, si eccitava con i miei racconti, mi amava nella nostra dinamica aperta. Eppure, con Nino stavo costruendo qualcosa di diverso – non solo sesso, ma sentimenti veri, teneri, che non potevo condividere. Mi chiedevo quanto avrei potuto nascondere ancora, quanto a lungo avrei potuto tenere separati questi due mondi. Marco meritava la verità? O era meglio proteggerlo da questo amore che cresceva dentro di me come una fiamma che non sapevo spegnere?
Presi il telefono, sperando in un suo messaggio. Non dovetti aspettare a lungo.
Nino (09:12): Buongiorno Elena… non ho dormito. Continuo a pensare a ieri sera… a come mi hai guardato mentre venivo, a come mi hai baciato dopo. Mi manchi già. Posso venire da te stasera? Alle 19:30, come sempre… palestra. Non vedo l’ora.
Il cuore mi batté forte. Risposi subito.
Elena (09:15): Buongiorno amore mio… anch’io non ho dormito. Mi manchi. Sì, stasera alle 19:30. Ti aspetto. Non vedo l’ora di abbracciarti.
Durante la giornata i messaggi continuarono: leggeri, ma carichi di un’intimità crescente. Lui mi raccontava della scuola, di un compito in classe andato bene, ma sempre con un tocco personale: “Oggi in classe pensavo a te… mi distraevi”. Io rispondevo con incoraggiamenti: “Sei bravo, Nino. E mi fai sorridere pensandoti lì, arrossito per me”. Ogni scambio era un passo verso stasera, un build-up psicologico che mi eccitava e mi spaventava. Sapevo che saremmo andati oltre il pompino di ieri: volevo insegnargli tutto, con dolcezza e malizia, portarlo piano nel mondo del sesso – corrotto, intenso, ma con me sarebbe stato gentile, amorevole. Ma dentro sentivo un dubbio: e se questo legame fosse diventato troppo forte? E se mi fossi innamorata di questo ragazzo impacciato, figlio del mio amante rude?
Alle 17:30, Franco mi convocò per il report giornaliero. Fu un incontro frettoloso e privo di interesse per me: rapido, meccanico, come una routine che ormai non mi dava più nulla. Uscii con la mente già su Nino.
Alle 19:30 bussò alla porta. Lo feci entrare, chiusi a chiave. Lui era lì, occhi lucidi, sorriso timido ma luminoso. Lo abbracciai forte, baciandolo piano sulle labbra. Lui ricambiò con tenerezza, mani che mi stringevano la schiena. “Mi sei mancato,” sussurrai contro il suo collo. Lui arrossì. “Anche tu… non riuscivo a pensare ad altro oggi.”
Ci baciammo di nuovo, più profondo, lingue che si cercavano lente, dolci. Le sue mani tremavano leggermente sui miei fianchi, ma non si ritrasse. Io gli accarezzai il viso, il collo, scendendo piano sul petto. Lui gemette piano contro la mia bocca, un suono basso e vulnerabile che mi fece sciogliere. “Andiamo sul letto,” sussurrai, prendendolo per mano.
Ci spostammo piano, senza staccare le labbra. Ci baciammo camminando, un passo alla volta, le bocche unite in un bacio continuo, caldo, profondo. Io gli slacciai la felpa, lui mi sfiorò la schiena sotto la maglietta. Ogni movimento era lento, quasi cerimonioso, come se entrambi volessimo assaporare ogni secondo. Arrivammo al bordo del letto, continuando a baciarci, lingue che danzavano, respiri che si mescolavano. Ci sedemmo, io davanti a lui, continuando a baciarci. Gli tolsi la felpa, la t-shirt, baciando ogni centimetro di pelle che scoprivo: il collo, il petto, i capezzoli che si indurivano sotto la mia lingua. Lui gemette, mani che mi accarezzavano la schiena, timide ma sempre più sicure. Io gli slacciai i jeans, li abbassai insieme ai boxer. Il suo cazzo giovane, duro, pulsava contro il mio pancino. Lo accarezzai piano, baciandolo sul collo, sull’orecchio. “Sei bellissimo,” sussurrai. Lui arrossì, ma mi baciò con più passione, lingua che cercava la mia.
Mi spogliai io, lenta, lasciando che mi guardasse. Lui aveva gli occhi lucidi, pieni di desiderio e meraviglia. “Sei… perfetta,” mormorò. Lo baciai di nuovo, spingendolo piano sul letto. Ci sdraiammo nudi, corpi che si sfioravano, baci che non finivano mai. Le nostre bocche si cercavano con dolcezza infinita, lingue che si intrecciavano lente, respiri che si calmavano insieme. Lui mi accarezzava il pancino morbido, i fianchi, le cosce, con una reverenza che mi faceva quasi piangere.
“Se te la senti… possiamo andare oltre,” sussurrai contro le sue labbra. Lui annuì, occhi grandi. “Sì… voglio. Con te voglio tutto.”
Lo baciai ancora, profondo, mentre lo guidavo sopra di me. Lui si posizionò, cappella contro la mia fica bagnata. Tremava. “Ho paura di sbagliare… di farti male.” Gli accarezzai il viso. “Non me ne fai. Vai piano. Senti me.”
Entrò con cautela, un centimetro alla volta. Gemette forte quando fu dentro per metà, io lo strinsi con le gambe. “Così… bravo… più profondo.” Lui spinse piano, fino in fondo, occhi chiusi, respiro affannoso. “È… incredibile… sei così calda… così bagnata.” Improvvisamente si irrigidì, gemette forte: “Elena… sto… sto venendo…” Venne presto, getti caldi dentro di me, tremando tutto. Si fermò, occhi spalancati, spaventato.
“Scusa… sono venuto così presto… senza preavviso… dentro di te…” balbettò, viso rosso, voce rotta. “E se… se succede qualcosa? Non ho usato niente… ho paura…”
Lo abbracciai forte, lo baciai piano sulla fronte, sulle guance, sulle labbra. “Shh… non scusarti. È stato bellissimo. Mi hai riempita… caldo, dolce… perfetto.” Gli accarezzai i capelli, sussurrando contro la sua bocca. “Puoi venirmi dentro quando vuoi, Nino. Senza problemi. Mi piace… mi fai sentire piena, tua. Non c’è niente di sbagliato. Solo noi due.”
Lui mi guardò, occhi lucidi di sollievo e amore. “Davvero?”
“Davvero,” dissi, baciandolo lento. “E ora… voglio farti sentire ancora di più.”
Lo feci sdraiare, scesi tra le sue gambe. Lo presi in bocca, dolce, lento, succhiando con malizia ma tenerezza. Lingua che roteava intorno alla cappella, mano che accarezzava la base. Lui gemette, si indurì di nuovo in pochi minuti, giovane e pieno di energia. “Elena… è… incredibile…” sussurrò.
Mi posizionai sopra di lui, in cowgirl, per guidare tutto io. Lo presi in mano, lo sfregai contro la mia fica bagnata, stuzzicandolo. “Ora tocca a me comandare,” dissi maliziosa, sorridendo. Scesi piano su di lui, prendendolo tutto dentro, gemendo quando fui seduta completamente. Lui inarcò la schiena, mani sui miei fianchi. “Elena… sei… così stretta… così calda…” Iniziai a muovermi, lenta, circolare, poi su e giù, controllando il ritmo. Lui imparò a spingere dal basso, mani che mi accarezzavano i seni, il pancino, i fianchi. Venni prima io, squirting copioso che bagnò il suo addome, le sue cosce, il letto – un getto caldo e abbondante che lo fece gemere di sorpresa e piacere. “Elena… sei… bagnata ovunque…” sussurrò, eccitato. Continuai a cavalcarlo, più veloce, più profondo. Lui venne di nuovo dentro di me, getti caldi che mi riempirono, tremando sotto di me.
Restammo abbracciati, io sopra di lui, cazzo ancora dentro. Lui mi accarezzava la schiena, i capelli, con dolcezza infinita. “Ti amo,” sussurrò, baciandomi piano sulle labbra, sulle guance, sul collo. Io ricambiai ogni bacio, ogni carezza, sussurrando “Anch’io… credo.” Restammo così a lungo, corpi intrecciati, baci lenti, carezze leggere, sussurri d’amore che riempivano il silenzio. In quei momenti, il mondo esterno svaniva. C’eravamo solo noi.
Sul fondo, i report con Franco continuavano: frettolosi, meccanici. Concetta scriveva messaggi leggeri: “Mi manchi… quando ci vediamo?”. Io rispondevo con cuori, rimandando. Marco nelle chiamate serali ascoltava di Franco e Concetta, eccitandosi come sempre. Di Nino non gli dissi nulla. Mai.
Ma mentre abbracciavo Nino, pensavo a Marco con un senso di colpa nuovo: lui sapeva di Franco e Concetta, si eccitava con i miei racconti, mi amava nella nostra dinamica aperta. Eppure, con Nino stavo costruendo qualcosa di diverso – non solo sesso, ma sentimenti veri, teneri, che non potevo condividere. Mi chiedevo quanto avrei potuto nascondere ancora, quanto a lungo avrei potuto tenere separati questi due mondi. Marco meritava la verità? O era meglio proteggerlo da questo amore che cresceva dentro di me come una fiamma che non sapevo spegnere?
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