Il viaggio di Elena Parte 11 – Equilibri e Prime Lezioni
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La domenica mattina mi svegliai tardi, il corpo ancora segnato dalla notte precedente: il sapore di Franco in bocca, il seme che colava ancora un po’ tra le cosce, i morsi leggeri sul collo lasciati da Concetta in bagno. Il monolocale era silenzioso, il mio rifugio temporaneo qui a Palermo per questi sei mesi di lavoro. Il pensiero va per un attimo a Marco: gli avrei raccontato di Franco, avrei sorvolato su Concetta, la sua frase “non voglio dividerti con nessuno” era troppo impegnativa per prenderla alla leggera. Non mi è mai passata nemmeno nell’anticamera del cervello l’idea di raccontargli di Nino, lo sentivo una cosa tutta mia. Il telefono era silenzioso, ma io non volevo aspettare. Nino mi aveva chiesto di scrivergli, e io sentivo il bisogno di farlo – di mantenere vivo quel filo dolce e proibito che si era creato.
Alle 10:15 presi il telefono e gli scrissi per prima.
Elena (10:15): Buongiorno Nino 😊 Non ho dormito molto pensando a ieri sera… al bacio, al modo in cui mi hai guardata. Mi è piaciuto tanto. Come stai oggi?
Il messaggio partì, e il cuore mi batté forte mentre aspettavo. Lui rispose dopo pochi minuti.
Nino (10:19): Buongiorno Elena!!! 😳 Non ci credo che mi hai scritto tu… sto bene, ma continuo a ripensare a tutto. È stato il momento più bello della mia vita. Non so cosa dire… mi fai tremare solo a rileggere il messaggio.
Sorrisi, un calore dolce che mi saliva dal petto. Continuammo così per tutta la giornata: messaggi leggeri, ma carichi di desiderio trattenuto.
Nino (11:05): Ho riguardato la tua foto di ieri… sei bellissima. Mi fai venire voglia di rivederti subito.
Elena (11:12): Anche io vorrei rivederti. Magari presto… dimmi cosa hai sognato stanotte.
Nino (11:15): Ho sognato di baciarti di nuovo… di abbracciarti forte. Niente di più, ma era così bello che mi sono svegliato con il cuore che batteva. Scusa se sono sdolcinato…
Elena (11:20): Non scusarti. Mi piace quando sei sdolcinato. È dolce. 😘
Verso sera i messaggi si fecero più intimi.
Nino (19:30): Oggi è stata una giornata strana… felice ma con un vuoto. Vorrei essere lì con te ora… abbracciarti, baciarti di nuovo.
Elena (19:35): Anch’io, Nino. Magari presto. Buonanotte per ora… sogni d’oro 😘
Non gli dissi che la sera avevo già un appuntamento.
Verso le 21:00 Concetta bussò alla porta del monolocale. Aveva un’aria diversa: meno aggressiva, più vulnerabile. Indossava jeans aderenti e una maglia larga, capelli sciolti, senza trucco. Entrò, chiuse la porta, mi guardò negli occhi.
“Devo parlarti,” disse piano, sedendosi sul bordo del letto. “Ieri sera… ho esagerato. La gelosia mi ha mangiata viva quando ti ho vista con Nino. Ma non voglio perderti per questo.”
La guardai negli occhi, le presi la mano. “Concetta… ieri in bagno mi hai chiesto di essere solo tua. Era una frase che mi ha fatto paura. Non posso promettere di essere solo tua. Non voglio ferirti, ma non posso cancellare Marco dalla mia vita. Lo amo. È complicato, ma è così.”
Lei abbassò lo sguardo, annuì piano. “Lo so. Dopo che Filippa è entrata e ci ha viste… mi sono sentita stupida. Ho capito che stavo cercando di possederti, e non funziona così. Non con te.” Fece una pausa, poi alzò gli occhi, un sorriso timido. “Ma… non voglio perderti. Mi basterebbe un pochino di te. Ogni tanto. Dosi piccole… un caffè, un bacio rubato… o anche grandi, quando ci va. Senza gelosie, senza pretendere di essere l’unica. Solo noi due, quando ne abbiamo voglia. Senza drammi.”
Il cuore mi si strinse in modo dolce. “Questo posso dartelo,” dissi piano. “Un equilibrio vero. Niente possessività, solo voglia di vederci, di toccarci, di fare l’amore sul serio quando lo desideriamo entrambe.”
Lei si avvicinò, mi sfiorò la guancia. “Grazie,” sussurrò. “Mi basta questo.” Mi baciò piano. Non fu rabbioso come in bagno. Fu lento, profondo, pieno di tenerezza e desiderio. Le nostre lingue si cercarono con calma, le mani che esploravano corpi già conosciuti ma sempre nuovi. Ci spogliammo senza fretta: lei mi tolse la maglietta, baciò il pancino morbido, succhiò i capezzoli fino a farli indurire, sussurrando “Sei così bella… così morbida… mi fai impazzire”. Io le sfilai i jeans, leccai l’interno delle cosce paffute, arrivai alla fica bagnata. La feci sdraiare, la divorai con la lingua, succhiando il clitoride gonfio mentre le dita entravano e uscivano lente. Lei gemette, inarcando la schiena: “Sì… lì… non fermarti… sei incredibile… continua così…”. Venne squirtando sulle mie labbra, un getto caldo e abbondante che mi bagnò il viso e il mento, tremando violentemente, sussurrando il mio nome come una preghiera.
Poi mi fece sdraiare di schiena, prese dal cassetto il mio vibratore – quello rosa con vibrazione multipla, sottile ma potente, che usavo spesso da sola. “Voglio sentirti tremare,” sussurrò, accendendolo a bassa intensità. Lo passò piano sui miei capezzoli, facendomi arcuare, poi scese sul pancino, sul clitoride, girando intorno senza entrare subito. Io gemetti, le cosce che si aprivano istintivamente. “Brava… lasciati andare,” disse, aumentando la velocità. Lo infilò piano nella mia fica, pompando lento mentre con l’altra mano mi accarezzava il clitoride. Il vibratore ronzava forte dentro di me, le vibrazioni che mi facevano vedere stelle. “Senti come vibra… come ti riempie… dimmi se ti piace,” sussurrò, baciandomi il collo. “Sì… mi piace… non fermarti… più forte,” ansimai. Accelerò, il vibratore che entrava e usciva ritmico, il clitoride che pulsava sotto le sue dita. Venni forte, il corpo in spasmi, urlando il suo nome mentre il getto caldo bagnava la mano e le lenzuola. Lei sorrise, lo tenne dentro mentre tremavo, poi lo sfilò e lo usò su se stessa, masturbandosi davanti a me mentre io la baciavo e le leccavo il seno. “Guardami… guarda come mi fai venire,” gemette, aumentando la velocità. Venne di nuovo anche lei sulle mie cosce, il corpo che crollava su di me, tremante e sudato.
Restammo abbracciate dopo, corpi sudati e intrecciati. “Grazie,” sussurrò Concetta, accarezzandomi i capelli. “Questo equilibrio… mi piace. Non voglio rovinare nulla.” Ci baciammo ancora, piano, prima che se ne andasse.
Il lunedì pomeriggio, dopo il sopralluogo esterno per lavoro, incontrai Nino dopo scuola. Ci demmo appuntamento in un bar discreto vicino al suo istituto, un posto tranquillo con tavolini all’angolo, lontano da occhi indiscreti. Lui arrivò puntuale, zaino in spalla, capelli castani spettinati dal vento, occhi grandi e scuri che si illuminarono quando mi vidi. Indossava la divisa scolastica ancora, camicia bianca leggermente stropicciata, cravatta allentata, un’aria da ragazzo che cerca di sembrare più grande di quello che è.
“Ciao,” disse arrossendo violentemente, le guance che prendevano fuoco. “Non ci credo che sei qui… per me.”
Mi alzai dal tavolo, gli sfiorai la mano per salutarlo. “Ciao, Nino. Siediti. Ho pensato a te tutto il giorno.”
Ci sedemmo vicini, ginocchia che si toccavano sotto il tavolino. Parlammo poco all’inizio: lui nervoso, giocherellava con la cannuccia del succo, io calma ma con il cuore che batteva forte. Gli chiesi della scuola, della festa, di come si sentiva dopo ieri sera. Lui rispondeva a monosillabi, ma gli occhi non si staccavano dai miei. “Ieri… quando ti ho baciata… non ho dormito. Continuavo a ripensare alle tue labbra… al tuo sapore,” confessò piano, voce tremula, abbassando lo sguardo come se si vergognasse delle sue stesse parole.
Io sorrisi, gli sfiorai la coscia con le dita sotto il tavolo. Lui sobbalzò, ma non si ritrasse. “Anche io ci ho pensato,” sussurrai. “Mi è piaciuto… tanto. Il tuo bacio era dolce, impacciato, ma sincero. Mi ha fatto venire voglia di più.”
Lui arrossì ancora di più, abbassò lo sguardo. “Non so come fare… non ho mai… con una donna come te,” mormorò, le mani che tremavano leggermente sul tavolo.
Gli presi il mento con delicatezza, lo feci alzare gli occhi. “Non devi sapere. Devi solo lasciarti andare. Con me è tutto semplice… lento… bello. Non c’è fretta, non c’è pressione. Solo noi due.”
Gli sfiorai la coscia più in alto, sentii il suo respiro accelerare, il rigonfiamento nei pantaloni che cresceva. “Vuoi venire da me stasera?” gli sussurrai, voce bassa solo per lui. “Possiamo stare soli. Senza fretta. Solo noi due.”
Lui annuì, occhi lucidi di desiderio e paura. “Sì… voglio. Tanto.”
Ci salutammo con un bacio leggero sulla guancia, lui tremava. “Alle 20:00,” gli dissi. “Non vedo l’ora.”
Tornai in ufficio verso le 18:00. Franco mi aveva mandato un messaggio secco: “Vieni subito nel mio ufficio. Report ora.”
Entrai, porta chiusa, tende abbassate. Lui era già in piedi, cravatta allentata, sguardo duro e impaziente.
“Sei in ritardo,” ringhiò. “Chiudi la porta e vieni qui.”
Obbedii, il cuore che accelerava. Lui non perse tempo: mi afferrò per i capelli, mi spinse in ginocchio. Slacciò i pantaloni, il cazzo già duro e minaccioso. “Apri,” ordinò rauco. Mi infilò in bocca senza preavviso, pompando rude, profondo, fino in gola. Io gemetti, lacrime agli occhi, ma succhiavo avida, gola che si contraeva per accoglierlo. Lui grugniva: “Succhialo bene, troia… veloce… non ho tempo oggi.”
Dopo pochi minuti mi tirò su, mi girò e mi piegò sulla scrivania a pecorina, abito sollevato, mutandine strappate di lato. Niente lubrificante, solo saliva rapida dalla bocca. Mi penetrò anale con un affondo secco, bruciore intenso che mi fece urlare. Lui non si fermò: pompò senza pietà, mani che stringevano i fianchi, pancia che sbatteva contro il mio culo enorme. “Prendilo tutto… sei fatta per questo,” ringhiò, ogni spinta brutale, frettolosa, come se volesse sfogarsi in fretta. Io gemevo, mordevo il labbro, il dolore che si mescolava al piacere proibito. Lui accelerò ancora, grugniti animalesco, fino a esplodere dentro, getti caldi che mi riempirono l’ano, colando fuori mentre tremava.
Si sfilò subito, si sistemò i pantaloni. “Devo andare,” disse freddo, già con la giacca in mano. “Mia moglie mi ha chiesto di tornare presto. I figli sono tutti fuori stasera… vuole una cenetta romantica, dopo tanto tempo.” Mi diede un ultimo schiaffo leggero sul culo. “Pulisciti e chiudi tu.”
Uscii dall’ufficio con le gambe tremanti, il seme di Franco che colava piano dall’ano, il corpo dolorante ma eccitato dal contrasto brutale con la dolcezza pomeridiana con Nino.
Quella sera Nino arrivò alle 20:00, timido ma determinato. Lo feci entrare, chiusi la porta. Lo baciai piano sulle labbra, lui rispose con esitazione, le mani che non sapevano dove posarsi. Lo spogliai con calma: gli slacciai la camicia bottone per bottone, sfiorandogli il petto giovane e glabro, lui tremava a ogni tocco. Gli tolsi i jeans, i boxer, il suo cazzo giovane, duro, puntava verso l’alto, la cappella già lucida di pre-eiaculato. Lui arrossì violentemente, abbassò lo sguardo: “Scusa… non so se… sono abbastanza…”.
Lo interruppi con un bacio, lo feci sedere sul bordo del letto. “Sei perfetto così come sei,” sussurrai. “Lasciati andare. Non c’è niente di sbagliato in te.”
Mi inginocchiai tra le sue gambe, lo guardai negli occhi mentre lo prendevo in mano. Lui gemette piano, le mani che afferravano le lenzuola. Lo accarezzai piano, lentamente, sentendo il suo cazzo pulsare nella mia mano, caldo, giovane, vivo. Lui tremava, il respiro corto. “Elena… io… non ho mai…”, balbettò, la voce che si spezzava per l’imbarazzo.
“Shh,” lo zittii dolcemente. “Non devi dire niente. Solo sentire.”
Mi chinai, sfiorai la cappella con le labbra, lo baciai piano lì, poi lungo l’asta, assaporando la pelle morbida, il sapore leggermente salato. Lui gemette più forte, le mani che mi sfioravano i capelli con timore, come se avesse paura di toccarmi troppo. Lo presi in bocca lentamente, solo la cappella all’inizio, succhiando con dolcezza, lingua che roteava intorno. Lui inarcò la schiena, un gemito strozzato: “Cazzo… è… troppo…”.
Lo presi più profondo, piano, lasciando che si abituasse al calore della mia bocca, alla pressione delle labbra. Succhiavo ritmico, la lingua che premeva sotto l’asta, la mano che accarezzava la base. Lui tremava, le cosce che si contraevano, il respiro affannoso. “Elena… sto… sto per…”, balbettò, cercando di avvertirmi, impacciato e dolce.
Lo tenni lì, succhiando più forte, la lingua che giocava sulla cappella. Lui venne con un gemito profondo, getti caldi e densi che mi riempirono la bocca. Deglutii piano, continuando a succhiare delicatamente mentre tremava, il suo corpo che si rilassava contro il mio. Quando finì, lo lasciai andare, lo baciai sulla coscia, poi sul pancino piatto, poi sul petto. Lui era rosso, occhi lucidi, mani che mi sfioravano il viso.
“Grazie,” sussurrò, voce rotta. “È stato… incredibile. Non so come dirti quanto… mi hai fatto sentire… desiderato. Come se per la prima volta qualcuno mi vedesse davvero.”
Io sorrisi, mi sdraiai accanto a lui, lo abbracciai. “Sei bellissimo quando ti lasci andare,” dissi piano. “E mi fai sentire… viva. Non c’è niente di sbagliato in te, Nino. Solo bellezza.”
Restammo abbracciati, lui con la testa sul mio petto. Tutto sconfinò in baci – teneri all’inizio, labbra che si sfioravano con dolcezza, poi più profondi, appassionati ma senza fretta, come se stessimo esplorando qualcosa di più grande del desiderio. Baci che venivano dal profondo del cuore, non solo passione carnale, ma una sensazione di amore vero, profondo, che sembrava provata da entrambe le parti. Lui mi baciava il collo con delicatezza, io gli accarezzavo i capelli, e in quei momenti il mondo esterno – Concetta, Franco, Marco – svaniva. C’era solo noi, un’intimità dolce, quasi innocente, che mi spaventava perché sembrava reale.
Domani avrei dovuto affrontare Concetta, Franco… e soprattutto Marco. Il dubbio su cosa dirgli, su quanto nascondergli, si fece più pesante. Ma quella sera, con Nino tra le mie braccia, decisi di godermi il momento.
Il viaggio accelerava sempre piú. E io, ormai, ne facevo parte, sperando di non perderne il controllo.
Alle 10:15 presi il telefono e gli scrissi per prima.
Elena (10:15): Buongiorno Nino 😊 Non ho dormito molto pensando a ieri sera… al bacio, al modo in cui mi hai guardata. Mi è piaciuto tanto. Come stai oggi?
Il messaggio partì, e il cuore mi batté forte mentre aspettavo. Lui rispose dopo pochi minuti.
Nino (10:19): Buongiorno Elena!!! 😳 Non ci credo che mi hai scritto tu… sto bene, ma continuo a ripensare a tutto. È stato il momento più bello della mia vita. Non so cosa dire… mi fai tremare solo a rileggere il messaggio.
Sorrisi, un calore dolce che mi saliva dal petto. Continuammo così per tutta la giornata: messaggi leggeri, ma carichi di desiderio trattenuto.
Nino (11:05): Ho riguardato la tua foto di ieri… sei bellissima. Mi fai venire voglia di rivederti subito.
Elena (11:12): Anche io vorrei rivederti. Magari presto… dimmi cosa hai sognato stanotte.
Nino (11:15): Ho sognato di baciarti di nuovo… di abbracciarti forte. Niente di più, ma era così bello che mi sono svegliato con il cuore che batteva. Scusa se sono sdolcinato…
Elena (11:20): Non scusarti. Mi piace quando sei sdolcinato. È dolce. 😘
Verso sera i messaggi si fecero più intimi.
Nino (19:30): Oggi è stata una giornata strana… felice ma con un vuoto. Vorrei essere lì con te ora… abbracciarti, baciarti di nuovo.
Elena (19:35): Anch’io, Nino. Magari presto. Buonanotte per ora… sogni d’oro 😘
Non gli dissi che la sera avevo già un appuntamento.
Verso le 21:00 Concetta bussò alla porta del monolocale. Aveva un’aria diversa: meno aggressiva, più vulnerabile. Indossava jeans aderenti e una maglia larga, capelli sciolti, senza trucco. Entrò, chiuse la porta, mi guardò negli occhi.
“Devo parlarti,” disse piano, sedendosi sul bordo del letto. “Ieri sera… ho esagerato. La gelosia mi ha mangiata viva quando ti ho vista con Nino. Ma non voglio perderti per questo.”
La guardai negli occhi, le presi la mano. “Concetta… ieri in bagno mi hai chiesto di essere solo tua. Era una frase che mi ha fatto paura. Non posso promettere di essere solo tua. Non voglio ferirti, ma non posso cancellare Marco dalla mia vita. Lo amo. È complicato, ma è così.”
Lei abbassò lo sguardo, annuì piano. “Lo so. Dopo che Filippa è entrata e ci ha viste… mi sono sentita stupida. Ho capito che stavo cercando di possederti, e non funziona così. Non con te.” Fece una pausa, poi alzò gli occhi, un sorriso timido. “Ma… non voglio perderti. Mi basterebbe un pochino di te. Ogni tanto. Dosi piccole… un caffè, un bacio rubato… o anche grandi, quando ci va. Senza gelosie, senza pretendere di essere l’unica. Solo noi due, quando ne abbiamo voglia. Senza drammi.”
Il cuore mi si strinse in modo dolce. “Questo posso dartelo,” dissi piano. “Un equilibrio vero. Niente possessività, solo voglia di vederci, di toccarci, di fare l’amore sul serio quando lo desideriamo entrambe.”
Lei si avvicinò, mi sfiorò la guancia. “Grazie,” sussurrò. “Mi basta questo.” Mi baciò piano. Non fu rabbioso come in bagno. Fu lento, profondo, pieno di tenerezza e desiderio. Le nostre lingue si cercarono con calma, le mani che esploravano corpi già conosciuti ma sempre nuovi. Ci spogliammo senza fretta: lei mi tolse la maglietta, baciò il pancino morbido, succhiò i capezzoli fino a farli indurire, sussurrando “Sei così bella… così morbida… mi fai impazzire”. Io le sfilai i jeans, leccai l’interno delle cosce paffute, arrivai alla fica bagnata. La feci sdraiare, la divorai con la lingua, succhiando il clitoride gonfio mentre le dita entravano e uscivano lente. Lei gemette, inarcando la schiena: “Sì… lì… non fermarti… sei incredibile… continua così…”. Venne squirtando sulle mie labbra, un getto caldo e abbondante che mi bagnò il viso e il mento, tremando violentemente, sussurrando il mio nome come una preghiera.
Poi mi fece sdraiare di schiena, prese dal cassetto il mio vibratore – quello rosa con vibrazione multipla, sottile ma potente, che usavo spesso da sola. “Voglio sentirti tremare,” sussurrò, accendendolo a bassa intensità. Lo passò piano sui miei capezzoli, facendomi arcuare, poi scese sul pancino, sul clitoride, girando intorno senza entrare subito. Io gemetti, le cosce che si aprivano istintivamente. “Brava… lasciati andare,” disse, aumentando la velocità. Lo infilò piano nella mia fica, pompando lento mentre con l’altra mano mi accarezzava il clitoride. Il vibratore ronzava forte dentro di me, le vibrazioni che mi facevano vedere stelle. “Senti come vibra… come ti riempie… dimmi se ti piace,” sussurrò, baciandomi il collo. “Sì… mi piace… non fermarti… più forte,” ansimai. Accelerò, il vibratore che entrava e usciva ritmico, il clitoride che pulsava sotto le sue dita. Venni forte, il corpo in spasmi, urlando il suo nome mentre il getto caldo bagnava la mano e le lenzuola. Lei sorrise, lo tenne dentro mentre tremavo, poi lo sfilò e lo usò su se stessa, masturbandosi davanti a me mentre io la baciavo e le leccavo il seno. “Guardami… guarda come mi fai venire,” gemette, aumentando la velocità. Venne di nuovo anche lei sulle mie cosce, il corpo che crollava su di me, tremante e sudato.
Restammo abbracciate dopo, corpi sudati e intrecciati. “Grazie,” sussurrò Concetta, accarezzandomi i capelli. “Questo equilibrio… mi piace. Non voglio rovinare nulla.” Ci baciammo ancora, piano, prima che se ne andasse.
Il lunedì pomeriggio, dopo il sopralluogo esterno per lavoro, incontrai Nino dopo scuola. Ci demmo appuntamento in un bar discreto vicino al suo istituto, un posto tranquillo con tavolini all’angolo, lontano da occhi indiscreti. Lui arrivò puntuale, zaino in spalla, capelli castani spettinati dal vento, occhi grandi e scuri che si illuminarono quando mi vidi. Indossava la divisa scolastica ancora, camicia bianca leggermente stropicciata, cravatta allentata, un’aria da ragazzo che cerca di sembrare più grande di quello che è.
“Ciao,” disse arrossendo violentemente, le guance che prendevano fuoco. “Non ci credo che sei qui… per me.”
Mi alzai dal tavolo, gli sfiorai la mano per salutarlo. “Ciao, Nino. Siediti. Ho pensato a te tutto il giorno.”
Ci sedemmo vicini, ginocchia che si toccavano sotto il tavolino. Parlammo poco all’inizio: lui nervoso, giocherellava con la cannuccia del succo, io calma ma con il cuore che batteva forte. Gli chiesi della scuola, della festa, di come si sentiva dopo ieri sera. Lui rispondeva a monosillabi, ma gli occhi non si staccavano dai miei. “Ieri… quando ti ho baciata… non ho dormito. Continuavo a ripensare alle tue labbra… al tuo sapore,” confessò piano, voce tremula, abbassando lo sguardo come se si vergognasse delle sue stesse parole.
Io sorrisi, gli sfiorai la coscia con le dita sotto il tavolo. Lui sobbalzò, ma non si ritrasse. “Anche io ci ho pensato,” sussurrai. “Mi è piaciuto… tanto. Il tuo bacio era dolce, impacciato, ma sincero. Mi ha fatto venire voglia di più.”
Lui arrossì ancora di più, abbassò lo sguardo. “Non so come fare… non ho mai… con una donna come te,” mormorò, le mani che tremavano leggermente sul tavolo.
Gli presi il mento con delicatezza, lo feci alzare gli occhi. “Non devi sapere. Devi solo lasciarti andare. Con me è tutto semplice… lento… bello. Non c’è fretta, non c’è pressione. Solo noi due.”
Gli sfiorai la coscia più in alto, sentii il suo respiro accelerare, il rigonfiamento nei pantaloni che cresceva. “Vuoi venire da me stasera?” gli sussurrai, voce bassa solo per lui. “Possiamo stare soli. Senza fretta. Solo noi due.”
Lui annuì, occhi lucidi di desiderio e paura. “Sì… voglio. Tanto.”
Ci salutammo con un bacio leggero sulla guancia, lui tremava. “Alle 20:00,” gli dissi. “Non vedo l’ora.”
Tornai in ufficio verso le 18:00. Franco mi aveva mandato un messaggio secco: “Vieni subito nel mio ufficio. Report ora.”
Entrai, porta chiusa, tende abbassate. Lui era già in piedi, cravatta allentata, sguardo duro e impaziente.
“Sei in ritardo,” ringhiò. “Chiudi la porta e vieni qui.”
Obbedii, il cuore che accelerava. Lui non perse tempo: mi afferrò per i capelli, mi spinse in ginocchio. Slacciò i pantaloni, il cazzo già duro e minaccioso. “Apri,” ordinò rauco. Mi infilò in bocca senza preavviso, pompando rude, profondo, fino in gola. Io gemetti, lacrime agli occhi, ma succhiavo avida, gola che si contraeva per accoglierlo. Lui grugniva: “Succhialo bene, troia… veloce… non ho tempo oggi.”
Dopo pochi minuti mi tirò su, mi girò e mi piegò sulla scrivania a pecorina, abito sollevato, mutandine strappate di lato. Niente lubrificante, solo saliva rapida dalla bocca. Mi penetrò anale con un affondo secco, bruciore intenso che mi fece urlare. Lui non si fermò: pompò senza pietà, mani che stringevano i fianchi, pancia che sbatteva contro il mio culo enorme. “Prendilo tutto… sei fatta per questo,” ringhiò, ogni spinta brutale, frettolosa, come se volesse sfogarsi in fretta. Io gemevo, mordevo il labbro, il dolore che si mescolava al piacere proibito. Lui accelerò ancora, grugniti animalesco, fino a esplodere dentro, getti caldi che mi riempirono l’ano, colando fuori mentre tremava.
Si sfilò subito, si sistemò i pantaloni. “Devo andare,” disse freddo, già con la giacca in mano. “Mia moglie mi ha chiesto di tornare presto. I figli sono tutti fuori stasera… vuole una cenetta romantica, dopo tanto tempo.” Mi diede un ultimo schiaffo leggero sul culo. “Pulisciti e chiudi tu.”
Uscii dall’ufficio con le gambe tremanti, il seme di Franco che colava piano dall’ano, il corpo dolorante ma eccitato dal contrasto brutale con la dolcezza pomeridiana con Nino.
Quella sera Nino arrivò alle 20:00, timido ma determinato. Lo feci entrare, chiusi la porta. Lo baciai piano sulle labbra, lui rispose con esitazione, le mani che non sapevano dove posarsi. Lo spogliai con calma: gli slacciai la camicia bottone per bottone, sfiorandogli il petto giovane e glabro, lui tremava a ogni tocco. Gli tolsi i jeans, i boxer, il suo cazzo giovane, duro, puntava verso l’alto, la cappella già lucida di pre-eiaculato. Lui arrossì violentemente, abbassò lo sguardo: “Scusa… non so se… sono abbastanza…”.
Lo interruppi con un bacio, lo feci sedere sul bordo del letto. “Sei perfetto così come sei,” sussurrai. “Lasciati andare. Non c’è niente di sbagliato in te.”
Mi inginocchiai tra le sue gambe, lo guardai negli occhi mentre lo prendevo in mano. Lui gemette piano, le mani che afferravano le lenzuola. Lo accarezzai piano, lentamente, sentendo il suo cazzo pulsare nella mia mano, caldo, giovane, vivo. Lui tremava, il respiro corto. “Elena… io… non ho mai…”, balbettò, la voce che si spezzava per l’imbarazzo.
“Shh,” lo zittii dolcemente. “Non devi dire niente. Solo sentire.”
Mi chinai, sfiorai la cappella con le labbra, lo baciai piano lì, poi lungo l’asta, assaporando la pelle morbida, il sapore leggermente salato. Lui gemette più forte, le mani che mi sfioravano i capelli con timore, come se avesse paura di toccarmi troppo. Lo presi in bocca lentamente, solo la cappella all’inizio, succhiando con dolcezza, lingua che roteava intorno. Lui inarcò la schiena, un gemito strozzato: “Cazzo… è… troppo…”.
Lo presi più profondo, piano, lasciando che si abituasse al calore della mia bocca, alla pressione delle labbra. Succhiavo ritmico, la lingua che premeva sotto l’asta, la mano che accarezzava la base. Lui tremava, le cosce che si contraevano, il respiro affannoso. “Elena… sto… sto per…”, balbettò, cercando di avvertirmi, impacciato e dolce.
Lo tenni lì, succhiando più forte, la lingua che giocava sulla cappella. Lui venne con un gemito profondo, getti caldi e densi che mi riempirono la bocca. Deglutii piano, continuando a succhiare delicatamente mentre tremava, il suo corpo che si rilassava contro il mio. Quando finì, lo lasciai andare, lo baciai sulla coscia, poi sul pancino piatto, poi sul petto. Lui era rosso, occhi lucidi, mani che mi sfioravano il viso.
“Grazie,” sussurrò, voce rotta. “È stato… incredibile. Non so come dirti quanto… mi hai fatto sentire… desiderato. Come se per la prima volta qualcuno mi vedesse davvero.”
Io sorrisi, mi sdraiai accanto a lui, lo abbracciai. “Sei bellissimo quando ti lasci andare,” dissi piano. “E mi fai sentire… viva. Non c’è niente di sbagliato in te, Nino. Solo bellezza.”
Restammo abbracciati, lui con la testa sul mio petto. Tutto sconfinò in baci – teneri all’inizio, labbra che si sfioravano con dolcezza, poi più profondi, appassionati ma senza fretta, come se stessimo esplorando qualcosa di più grande del desiderio. Baci che venivano dal profondo del cuore, non solo passione carnale, ma una sensazione di amore vero, profondo, che sembrava provata da entrambe le parti. Lui mi baciava il collo con delicatezza, io gli accarezzavo i capelli, e in quei momenti il mondo esterno – Concetta, Franco, Marco – svaniva. C’era solo noi, un’intimità dolce, quasi innocente, che mi spaventava perché sembrava reale.
Domani avrei dovuto affrontare Concetta, Franco… e soprattutto Marco. Il dubbio su cosa dirgli, su quanto nascondergli, si fece più pesante. Ma quella sera, con Nino tra le mie braccia, decisi di godermi il momento.
Il viaggio accelerava sempre piú. E io, ormai, ne facevo parte, sperando di non perderne il controllo.
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