Il viaggio di Elena Parte 1 – L’Incontro al Lavoro e la Decisione Fatale
di
LeCurveDiElena
genere
tradimenti
Mi chiamo Elena.
Mora, capelli lunghi mossi che mi cadono sulle spalle, occhi castani grandi e un po’ insicuri. Ho un seno medio che ho sempre nascosto sotto maglioni larghi, cosce importanti che sfregano quando cammino, e soprattutto un sedere grosso, rotondo, morbido – il mio complesso maggiore, ma anche la parte che attira gli sguardi quando indosso jeans aderenti o quel costume intero in spiaggia, con il pancino morbido e i fianchi larghi.
Quel periodo al lavoro era particolarmente complesso: progetti urgenti, scadenze impossibili, un team sotto pressione costante e io, come manager, costretta a tenere tutto insieme con autorità, precisione e un sorriso che nascondeva l’ansia. Mi sentivo sempre un po’ fuori posto in quell’ambiente pieno di uomini, con il mio corpo che mi sembrava troppo morbido, troppo ingombrante per essere preso sul serio. Marco era il mio porto sicuro, ma anche lui era spesso in trasferta, e la routine serena che avevamo costruito cominciava a pesarmi: volevo sentirmi desiderata in modo selvaggio, primordiale, non solo coccolata con dolcezza.
Al lavoro incontrai Jeffrey, un operaio immigrato: pelle scura lucida di sudore dopo le ore di fatica, muscoli che tendevano la tuta da lavoro come se fosse sul punto di strapparsi, un sorriso caldo che illuminava la stanza e una voce bassa, profonda, con un accento straniero che mi faceva venire i brividi ogni volta che pronunciava il mio nome. Ci conoscemmo durante un progetto di manutenzione urgente: io coordinavo dal mio ufficio, dando ordini e controllando i tempi, lui eseguiva sul campo con una precisione e una forza che mi lasciavano senza fiato. Ogni volta che lo vedevo chinato su un macchinario, le braccia tese, il sudore che gli colava sul collo, sentivo un calore traditore tra le cosce – ma subito dopo pensavo: “Chi sono io per attirare uno come lui? Con questo culo grosso che mi fa sentire goffa, queste cosce grosse che mi ricordano quanto non sono ‘perfetta’?”.
Da quel progetto nacque l’abitudine del caffè alla macchinetta, durante le pause pranzo o i break pomeridiani. Lui arrivava sempre con un’energia contagiosa, un sorriso obliquo che smorzava qualsiasi tensione, e una battuta galante che non era mai volgare, ma carica di sottintesi che mi facevano arrossire fino alla punta dei capelli. Era simpatico, sempre pronto a scherzare su qualcosa di innocuo per rompere il ghiaccio, ma deciso nei suoi complimenti – non invadente, ma persistente, come se sapesse esattamente come farmi sentire vista senza spaventarmi. “Elena, quel tailleur ti sta da dio… fa risaltare le tue curve da meraviglia,” diceva con un ghigno giocoso, gli occhi che scivolavano per un attimo sui miei fianchi larghi, quel tanto da farmi accelerare il cuore. Oppure: “Hai un sorriso che illumina tutto il piano, come se fossi tu la vera energia qui dentro,” e lo diceva con un tono leggero, ma i suoi occhi castani fissi nei miei mi facevano sentire nuda, desiderata. E ancora: “Se fossi il tuo caffè, starei sempre vicino per scaldarti un po’,” con una risata bassa che mi vibrava dentro, facendomi immaginare cose che non osavo ammettere nemmeno a me stessa.
Io ridevo nervosa, abbassavo lo sguardo sui miei piedi, sentivo le guance bollenti e un formicolio tra le gambe che mi imbarazzava. Ero così insicura del mio corpo – ogni mattina davanti allo specchio pensavo: “Ma chi lo vuole questo culo grosso, queste cosce che sfregano, questo pancino che sporge? Sembro sempre troppo, non abbastanza sexy per uno come lui” – eppure ogni complimento di Jeffrey mi faceva sentire vista, voluta, come se quelle parti che odiavo fossero improvvisamente un’arma di seduzione. Lui non passava mai oltre il limite: un tocco accidentale sulla mano mentre prendeva lo zucchero, uno sguardo prolungato che durava un secondo di troppo, ma sempre con quel sorriso simpatico che rendeva tutto giocoso, deciso ma rispettoso. Non mi ha mai messa a disagio, ma mi ha fatto capire che mi desiderava – e quello accendeva in me un desiderio carnale che non provavo da anni, un misto di eccitazione e paura che mi teneva sveglia la notte, immaginando le sue mani forti su di me, la sua bocca che esplorava ogni curva che nascondevo.
Dentro di me cresceva un conflitto lacerante. Amavo Marco, la nostra routine serena, le sue chiamate serali quando era in trasferta per lavoro, dicendomi quanto gli mancavo con quella voce calma e bassa. “E se lo scopre? Se rovino tutto per un capriccio?” mi chiedevo, girandomi nel letto vuoto, il cuore pesante. I timori per il tradimento mi assalivano: pensavo a Marco che mi aveva sempre accettata così com’ero, senza complimenti eccessivi ma con affetto costante, le sue mani delicate che mi accarezzavano con tenerezza. Ma la convinzione cresceva più forte: meritavo di sentirmi desiderata in modo selvaggio, non solo coccolata. Jeffrey accendeva una fame che non provavo da anni – volevo le sue mani forti sulle mie natiche, il suo corpo muscoloso premuto contro il mio, esplorare ogni centimetro di lui con la bocca e le mani.
Così, quel pomeriggio alla macchinetta è stato il punto di non ritorno. Stavo prendendo il caffè, tazza in mano, quando lui si è avvicinato da dietro per lo zucchero. Non ha fatto nulla di esplicito: solo il suo corpo che sfiorava il mio, il bacino che premeva leggerissimo contro il mio sedere – quel tanto che bastava per farmi sentire la sua erezione dura ma discreta contro le natiche. Un respiro caldo sul collo, un secondo di contatto elettrico che mi ha fatto bagnare all’istante, le gambe che tremavano, il cuore in gola. Poi si è allontanato con il suo solito sorriso simpatico, come se nulla fosse. Mi sono girata, le guance in fiamme.
Lui mi ha guardato negli occhi e ha sussurrato, deciso ma con quel tono giocoso che mi faceva sciogliere:
“Se lo vuoi, Elena… sono qui. Ogni momento. Ogni giorno.”
Quella sera, sola a casa con Marco ancora in trasferta, ho ceduto alla convinzione. Ho preso l’iniziativa: gli ho scritto un messaggio diretto, “Vediamoci domani sera. Ti mando l’indirizzo.” Poi ho prenotato una stanza in un hotel discreto in periferia, uno di quelli con parcheggio sotterraneo per non dare nell’occhio. Ho passato la notte insonne, eccitata e terrorizzata: mi sono depilata con cura, ho scelto lingerie nera che fasciava le mie curve facendole sembrare invitanti, ma dentro pensavo “E se mi vede nuda e cambia idea? Con questo corpo che non è mai stato ‘perfetto’?”. Il giorno dopo, dopo il lavoro, sono arrivata in hotel per prima, mi sono spogliata lasciando solo la lingerie, e l’ho aspettato sdraiata sul letto, il cuore che martellava, le mani che tremavano per l’anticipazione. Ero vogliosa come non mai, bagnata al solo pensiero di lui, convinta che quel passo avrebbe cambiato tutto – e lo volevo, nonostante i timori che mi sussurravano di fermarmi, nonostante l’insicurezza che mi faceva dubitare di meritare tanto desiderio.
Mora, capelli lunghi mossi che mi cadono sulle spalle, occhi castani grandi e un po’ insicuri. Ho un seno medio che ho sempre nascosto sotto maglioni larghi, cosce importanti che sfregano quando cammino, e soprattutto un sedere grosso, rotondo, morbido – il mio complesso maggiore, ma anche la parte che attira gli sguardi quando indosso jeans aderenti o quel costume intero in spiaggia, con il pancino morbido e i fianchi larghi.
Quel periodo al lavoro era particolarmente complesso: progetti urgenti, scadenze impossibili, un team sotto pressione costante e io, come manager, costretta a tenere tutto insieme con autorità, precisione e un sorriso che nascondeva l’ansia. Mi sentivo sempre un po’ fuori posto in quell’ambiente pieno di uomini, con il mio corpo che mi sembrava troppo morbido, troppo ingombrante per essere preso sul serio. Marco era il mio porto sicuro, ma anche lui era spesso in trasferta, e la routine serena che avevamo costruito cominciava a pesarmi: volevo sentirmi desiderata in modo selvaggio, primordiale, non solo coccolata con dolcezza.
Al lavoro incontrai Jeffrey, un operaio immigrato: pelle scura lucida di sudore dopo le ore di fatica, muscoli che tendevano la tuta da lavoro come se fosse sul punto di strapparsi, un sorriso caldo che illuminava la stanza e una voce bassa, profonda, con un accento straniero che mi faceva venire i brividi ogni volta che pronunciava il mio nome. Ci conoscemmo durante un progetto di manutenzione urgente: io coordinavo dal mio ufficio, dando ordini e controllando i tempi, lui eseguiva sul campo con una precisione e una forza che mi lasciavano senza fiato. Ogni volta che lo vedevo chinato su un macchinario, le braccia tese, il sudore che gli colava sul collo, sentivo un calore traditore tra le cosce – ma subito dopo pensavo: “Chi sono io per attirare uno come lui? Con questo culo grosso che mi fa sentire goffa, queste cosce grosse che mi ricordano quanto non sono ‘perfetta’?”.
Da quel progetto nacque l’abitudine del caffè alla macchinetta, durante le pause pranzo o i break pomeridiani. Lui arrivava sempre con un’energia contagiosa, un sorriso obliquo che smorzava qualsiasi tensione, e una battuta galante che non era mai volgare, ma carica di sottintesi che mi facevano arrossire fino alla punta dei capelli. Era simpatico, sempre pronto a scherzare su qualcosa di innocuo per rompere il ghiaccio, ma deciso nei suoi complimenti – non invadente, ma persistente, come se sapesse esattamente come farmi sentire vista senza spaventarmi. “Elena, quel tailleur ti sta da dio… fa risaltare le tue curve da meraviglia,” diceva con un ghigno giocoso, gli occhi che scivolavano per un attimo sui miei fianchi larghi, quel tanto da farmi accelerare il cuore. Oppure: “Hai un sorriso che illumina tutto il piano, come se fossi tu la vera energia qui dentro,” e lo diceva con un tono leggero, ma i suoi occhi castani fissi nei miei mi facevano sentire nuda, desiderata. E ancora: “Se fossi il tuo caffè, starei sempre vicino per scaldarti un po’,” con una risata bassa che mi vibrava dentro, facendomi immaginare cose che non osavo ammettere nemmeno a me stessa.
Io ridevo nervosa, abbassavo lo sguardo sui miei piedi, sentivo le guance bollenti e un formicolio tra le gambe che mi imbarazzava. Ero così insicura del mio corpo – ogni mattina davanti allo specchio pensavo: “Ma chi lo vuole questo culo grosso, queste cosce che sfregano, questo pancino che sporge? Sembro sempre troppo, non abbastanza sexy per uno come lui” – eppure ogni complimento di Jeffrey mi faceva sentire vista, voluta, come se quelle parti che odiavo fossero improvvisamente un’arma di seduzione. Lui non passava mai oltre il limite: un tocco accidentale sulla mano mentre prendeva lo zucchero, uno sguardo prolungato che durava un secondo di troppo, ma sempre con quel sorriso simpatico che rendeva tutto giocoso, deciso ma rispettoso. Non mi ha mai messa a disagio, ma mi ha fatto capire che mi desiderava – e quello accendeva in me un desiderio carnale che non provavo da anni, un misto di eccitazione e paura che mi teneva sveglia la notte, immaginando le sue mani forti su di me, la sua bocca che esplorava ogni curva che nascondevo.
Dentro di me cresceva un conflitto lacerante. Amavo Marco, la nostra routine serena, le sue chiamate serali quando era in trasferta per lavoro, dicendomi quanto gli mancavo con quella voce calma e bassa. “E se lo scopre? Se rovino tutto per un capriccio?” mi chiedevo, girandomi nel letto vuoto, il cuore pesante. I timori per il tradimento mi assalivano: pensavo a Marco che mi aveva sempre accettata così com’ero, senza complimenti eccessivi ma con affetto costante, le sue mani delicate che mi accarezzavano con tenerezza. Ma la convinzione cresceva più forte: meritavo di sentirmi desiderata in modo selvaggio, non solo coccolata. Jeffrey accendeva una fame che non provavo da anni – volevo le sue mani forti sulle mie natiche, il suo corpo muscoloso premuto contro il mio, esplorare ogni centimetro di lui con la bocca e le mani.
Così, quel pomeriggio alla macchinetta è stato il punto di non ritorno. Stavo prendendo il caffè, tazza in mano, quando lui si è avvicinato da dietro per lo zucchero. Non ha fatto nulla di esplicito: solo il suo corpo che sfiorava il mio, il bacino che premeva leggerissimo contro il mio sedere – quel tanto che bastava per farmi sentire la sua erezione dura ma discreta contro le natiche. Un respiro caldo sul collo, un secondo di contatto elettrico che mi ha fatto bagnare all’istante, le gambe che tremavano, il cuore in gola. Poi si è allontanato con il suo solito sorriso simpatico, come se nulla fosse. Mi sono girata, le guance in fiamme.
Lui mi ha guardato negli occhi e ha sussurrato, deciso ma con quel tono giocoso che mi faceva sciogliere:
“Se lo vuoi, Elena… sono qui. Ogni momento. Ogni giorno.”
Quella sera, sola a casa con Marco ancora in trasferta, ho ceduto alla convinzione. Ho preso l’iniziativa: gli ho scritto un messaggio diretto, “Vediamoci domani sera. Ti mando l’indirizzo.” Poi ho prenotato una stanza in un hotel discreto in periferia, uno di quelli con parcheggio sotterraneo per non dare nell’occhio. Ho passato la notte insonne, eccitata e terrorizzata: mi sono depilata con cura, ho scelto lingerie nera che fasciava le mie curve facendole sembrare invitanti, ma dentro pensavo “E se mi vede nuda e cambia idea? Con questo corpo che non è mai stato ‘perfetto’?”. Il giorno dopo, dopo il lavoro, sono arrivata in hotel per prima, mi sono spogliata lasciando solo la lingerie, e l’ho aspettato sdraiata sul letto, il cuore che martellava, le mani che tremavano per l’anticipazione. Ero vogliosa come non mai, bagnata al solo pensiero di lui, convinta che quel passo avrebbe cambiato tutto – e lo volevo, nonostante i timori che mi sussurravano di fermarmi, nonostante l’insicurezza che mi faceva dubitare di meritare tanto desiderio.
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