Il viaggio di Elena Parte 6 – Un Nuovo Capitolo

di
genere
tradimenti

Arrivai a Palermo con il cuore pesante, come se stessi lasciando dietro di me non solo una città, ma un’intera parte di me stessa. L’aeroporto era un caos di voci siciliane calde, odore di arancini fritti e sole cocente che filtrava dalle vetrate. Presi un taxi verso l’appartamento aziendale, un monolocale anonimo in una palazzina antica del centro storico, con balconi arrugginiti affacciati su vicoli stretti dove i panni stesi ondeggiavano come bandiere di una vita lontana dalla mia. Marco mi aveva accompagnata all’aeroporto, i suoi baci dolci e rassicuranti, le mani che accarezzavano il mio pancino morbido con quell’amore costante che mi faceva sentire al sicuro. “Vai, amore mio, conquisterai anche questa. E se ti manca il nostro mondo… chiamami, raccontami tutto. Io sarò qui, eccitato solo al pensiero.” Le sue parole mi avevano fatto bagnare lì, in mezzo alla folla, ma ora, sola nel taxi, le lacrime mi rigavano le guance. Sei mesi. Senza il suo abbraccio serale, senza Jeffrey che mi afferrava per i fianchi larghi e mi scopava con quella forza primordiale, facendomi sentire desiderata come una dea nonostante il mio culo grosso e le cosce che sfregano. Senza Arjun e Robinson che mi riempivano in ogni buco, facendomi squirting fino a perdere il senso del tempo. La nostra vita perfetta – quella miscela di tenerezza coniugale e depravazione consensuale – era in pausa, e il vuoto mi terrorizzava. “E se non torno più la stessa? Se senza quelle attenzioni selvagge ricado nell’odio per questo corpo troppo morbido, troppo ingombrante?” mi chiedevo, stringendo il telefono come un’ancora.
I primi giorni al lavoro furono un incubo emotivo. Il team mi accoglieva con sorrisi formali, ma io mi sentivo un’estranea: riunioni infinite, progetti da decifrare, colleghi che chiacchieravano di vita locale mentre io annuivo distratta, il cuore altrove. Senza le uscite serali con Marco o gli incontri clandestini, la mia sicurezza vacillava. Al lavoro ero precisa, autorevole, ma dentro tremavo: “Chi sono senza quelle mani che mi stringono le natiche rotonde? Senza quegli sguardi che mi fanno sentire voluta nonostante il pancino che sporge?” Le insicurezze tornavano come onde, più forti di prima. Mi guardavo allo specchio ogni mattina, odiando di nuovo quelle curve: il seno medio che sembrava insignificante, le cosce importanti che sfregavano sotto i pantaloni, il sedere che tendeva ogni gonna. Chiamavo Marco la sera, singhiozzando piano: “Mi manca tutto, amore. Mi sento invisibile qui.” Lui mi consolava, la voce bassa e eccitata: “Sei bellissima, Elena. Il tuo corpo è un’arma. Usa Palermo per riscoprirlo.” Le sue parole mi accendevano un fuoco debole, ma il rimpianto per la vita lasciata indietro mi consumava.
Poi c’era il mio capo, il dottor Rossi. Sessantasei anni, prossimo alla pensione, alto quasi un metro e ottanta con una pancia prominente che tendeva la camicia, pelato con una frangia grigia ai lati, e quell’aria viscida che non nascondeva. Occhi piccoli e furbi che saettavano sulle colleghe più giovani, magre e audaci – gonne corte, scollature generose, tacchi che clicchettavano provocanti. A loro lanciava complimenti velati, sorrisi obliqui, sguardi che indugiavano. A me? Niente. Un “buongiorno” freddo, un cenno distratto durante le riunioni. Ogni sera mi convocava nel suo ufficio per il report giornaliero: “Siediti, Elena, raccontami i progressi.” Io parlavo, lui annuiva, ma i suoi occhi sfioravano appena le mie curve prima di tornare ai documenti. Pensavo fosse colpa mia: “È per questo corpo. Troppo pieno, troppo morbido. Non sono come le altre, snelle e perfette. Chi vorrebbe una come me, con queste cosce grosse e questo culo enorme?” Il dubbio mi corrodeva, mi faceva piangere sotto la doccia, immaginando Jeffrey che mi sussurrava quanto adorava le mie “curve da meraviglia”. Scoprii dopo, da una collega pettegola, che era stato redarguito dai manager del personale: “Niente avance con la nuova arrivata, Rossi. Hai già avuto problemi in passato.” Ma questo non placava il mio dolore; anzi, accendeva una rabbia testarda. E, piano piano, qualcosa di più pericoloso: quel vecchio bavoso cominciava a piacermi. Mi piaceva il suo sguardo furbo, la pancia che premeva contro la scrivania, il modo in cui si passava la lingua sulle labbra quando pensava di non essere visto. Mi eccitava l’idea proibita di essere desiderata da un uomo che poteva essere mio padre, da un corpo imperfetto come il mio – flaccido, sudato, vissuto. “Forse è proprio questo che mi serve qui,” pensavo, arrossendo da sola. “Qualcuno che mi prenda senza filtri, senza muscoli perfetti, solo fame cruda.”
Decisi di cambiare. Basta nascondermi. Iniziai a curare l’abbigliamento con una determinazione febbrile: ogni mattina sceglievo pezzi che urlavano provocazione pur restando professionali. Un giorno, camicia con scollo a V profondo che esaltava il mio seno medio ma sodo, il reggiseno push-up che lo rendeva invitante, facendomi sentire esposta ma potente. Un altro, gonna a tubino aderente che fasciava i fianchi larghi e il sedere rotondo, facendolo ondeggiare a ogni passo nonostante il mio imbarazzo. Un altro ancora, gonna non troppo corta ma con uno spacco che mostrava la coscia nuda, morbida, quelle gambe grosse che odiavo ma che ora usavo come arma. E i tacchi alti: per il mio peso li avevo sempre evitati, ma ora li indossavo con ostinazione, sentendo le cosce tremare e il bacino ondeggiare, il clitoride che sfregava contro la lingerie sexy che portavo sotto – nera, rossa, trasparente, solo per darmi quella sicurezza che mi mancava. Ogni sera, durante i report, sentivo i suoi occhi indugiare di più: sullo scollo che lasciava intravedere la curva del seno, sulla gonna che saliva quando accavallavo le gambe, sulla coscia esposta. Io fingevo indifferenza, ma dentro bruciavo: bagnata, eccitata dal brivido di essere notata da quel vecchio bavoso.
Quella sera, l’ufficio era quasi deserto, l’aria calda e afosa nonostante il condizionatore. Ero seduta di fronte a lui, gonna con spacco che mostrava troppa coscia, tacco che dondolava ansioso. Stavo finendo il report quando la sua mano – grande, calda, sudata, con vene prominenti – si posò sulla mia coscia nuda. Il cuore mi schizzò in gola, un brivido elettrico mi percorse la schiena. Non disse nulla, solo salì piano, dita callose che sfioravano la pelle interna morbida, verso l’orlo del perizoma. Io trattenni il fiato, le gambe che si aprirono istintivamente, traditrici. Arrivò lì, lo sfiorò: era fradicio, appiccicato alle labbra gonfie e pulsanti. Sentii il suo respiro farsi pesante, un grugnito animalesco.
“Elena… cazzo, sei zuppa come una puttana in calore,” mormorò, voce rauca e sporca, gli occhi finalmente famelici sui miei.
Non riuscii a rispondere. Le sue dita spinsero il perizoma di lato, trovarono il clitoride turgido e lo sfregarono rude, circolare, facendomi ansimare. “Dottore… oh dio…” gemetti, aggrappandomi alla scrivania, le unghie che graffiavano il legno. Lui si alzò di scatto, girò intorno al tavolo, mi tirò su per le braccia. Mi schiacciò contro la scrivania, mani avide sulle mie natiche grosse, stringendole forte attraverso la gonna come se volesse strapparla. “Questo culo enorme… l’ho sognato per settimane, sai? Pensavo fossi una santarellina intoccabile, ma sei una troia fradicia per un vecchio porco come me.” Mi baciò allora, un bacio bavoso e possessivo: bocca aperta, lingua grossa e umida che invadeva la mia, saliva che colava agli angoli, denti che mordicchiavano il labbro inferiore. Sapeva di caffè e sigari, un sapore maturo e proibito che mi fece bagnare ancora di più. Ricambiai con fame, lingua contro lingua, un gemito soffocato mentre le sue mani slacciavano la camicia, tiravano fuori il seno dal reggiseno. Capezzoli duri come sassi, li pizzicò forte, torcendoli fino a farmi urlare nel bacio.
Mi girò di spalle con un gesto rude, mi chinò sulla scrivania, faccia premuta sui fogli sparsi. Alzò la gonna fino ai fianchi, strappò quasi il perizoma abbassandolo alle ginocchia. Sentii la sua pancia flaccida premere contro il mio sedere morbido mentre slacciava i pantaloni. Il suo cazzo emerse – non mostruoso come quelli dei miei amanti precedenti, ma spesso, venoso, curvo per l’età, con una cappella gonfia e violacea. Lo sfregò tra le mie natiche grosse, lubrificandolo con i miei umori. “Guarda questa fica gonfia… pronta per essere sfondata da un vecchio bavoso.” Spinse dentro con un affondo brutale, riempiendomi fino alle palle, le sue pelose che sbattevano contro le mie cosce. Urlai, un misto di dolore e piacere, le pareti che si stringevano intorno a lui.
Cominciò a scoparmi come un animale: ritmico, profondo, mani che afferravano le mie cosce importanti, stringendole fino a lasciare segni rossi, la pancia che sbatteva rumorosa contro il mio culo a ogni colpo. “Queste cosce grasse… cazzo, sono perfette per essere aperte e riempite. Dimmi che ti piace, troia culona, dimmi che vuoi il mio seme vecchio.” Accelerò, sudore che colava, il rumore umido e osceno della fica che lo accoglieva. Io venni forte, squirting copioso che bagnò le sue gambe e il pavimento, le mie urla soffocate contro la scrivania. Lui non si fermò: mi girò di nuovo, mi fece inginocchiare davanti a lui, il cazzo lucido dei miei umori puntato verso il mio viso.
“Ora apri la bocca, puttana. Voglio vedere questa faccia da brava manager coperta del mio seme.”
Mi afferrò per i capelli, pompando veloce con la mano. Io aprii la bocca, lingua fuori, occhi fissi nei suoi. Il primo getto esplose forte, denso e caldo, diretto sulla mia guancia e sul naso. Non persi l’occasione: con un gemito afferrai il suo cazzo pulsante, lo indirizzai verso la mia bocca aperta e succhiai avida il resto – getti potenti che mi riempirono la gola, il sapore salato e amaro che mi invadeva. Ingoiai tutto, leccando la cappella fino all’ultima goccia, mentre lui grugniva e tremava, la pancia che si alzava e abbassava rapida.
Restammo così un attimo, io in ginocchio con il viso appiccicoso di seme, lui ansimante sopra di me. Mi pulii le labbra con il dorso della mano, guardandolo con un sorriso malizioso e provocatorio.
Lui si sistemò i pantaloni con mani ancora tremanti, poi mi guardò dall’alto in basso, un ghigno soddisfatto sul viso sudato.
“Domani stesso report, stessa ora,” disse con voce bassa e autoritaria, mentre mi aiutava a rialzarmi. “E porta quella lingerie rossa che ho intravisto l’altro giorno sotto la camicia. Voglio di più.”
Tornai a casa in taxi, le cosce ancora tremanti, il sapore di lui in bocca, il viso che bruciava di vergogna e eccitazione. Chiamai Marco: “Amore… è successo. Un vecchio bavoso mi ha scopata sulla scrivania e mi ha sborrato in faccia. Ho ingoiato tutto.” E mentre gli raccontavo ogni dettaglio sporco – i baci bavosi, il cazzo spesso dentro di me, lo squirting e quella sborrata calda che ho voluto tutta in bocca – sentii la sua voce eccitarsi, ansimante: “Cazzo, Elena… raccontami di più. Dimmi come ti ha fatta sentire la sua puttana.”
La pausa era finita. Il viaggio continuava, anche a Palermo, con le mie curve “troppo” che attiravano desideri inattesi. E io non vedevo l’ora del prossimo report.
scritto il
2026-02-19
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