Il viaggio di Elena Parte 15 – Gli Ultimi Tre Mesi

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genere
tradimenti

Marco era partito il lunedì pomeriggio dopo la proposta di matrimonio al pranzo riva al mare. L’avevo accompagnato all’aeroporto con il cuore pieno e il corpo ancora segnato dai giorni intensi passati insieme. Lui era salito sull’aereo con l’anello al dito e la promessa di un futuro, io ero rimasta a Palermo con l’incarico da finire e un vuoto che non sapevo spiegare.
Quella sera a cena, durante il suo weekend a Palermo, gli avevo confessato di Nino. Gli avevo raccontato tutto: il bacio rubato alla festa, i messaggi, il pompino dolce, la prima penetrazione, l’amore giovane e tenero che mi stava crescendo dentro. Marco aveva ascoltato in silenzio, il viso teso, poi aveva respirato profondamente e mi aveva detto: “Lo sapevo che c’era qualcosa di più. Ti amo anche per questo. Ma mi fa male che non me l’hai detto prima. Promettimi che non mi nasconderai più niente di importante”. Non c’era rabbia, solo amore e una richiesta di trasparenza. Io avevo annuito, piangendo, e gli avevo promesso. Da quel momento non gli raccontai più nulla di Nino. Non potevo. Non volevo. Non c’erano stati nuovi incontri, e io non gli dissi di ciò che sarebbe venuto dopo.
La chiusura ufficiale con Nino fu dolce e dolorosa. Lo incontrai un pomeriggio in un bar fuori mano, gli presi le mani e gli dissi la verità con tutta la tenerezza possibile: “Nino, quello che c’è stato tra noi è stato uno dei regali più belli della mia vita… ma non posso continuare. Marco sta per diventare mio marito. Ti amo, ma devo scegliere lui. Perdonami”. Lui pianse in silenzio, mi strinse forte, mi baciò un’ultima volta con le labbra tremanti. “Ti amerò sempre,” sussurrò. Ci abbracciammo a lungo, poi lo lasciai andare. Fu una rottura pulita, da adulti. Ma il cuore mi faceva male.
Tre settimane dopo, però, cedetti. Nino mi scrisse un messaggio semplice, quasi timido: “Ho bisogno di vederti un’ultima volta. Solo per salutarti bene”. Il cuore mi si strinse. Sapevo che non avrei dovuto, ma la sua voce, il suo ricordo, il modo in cui mi aveva fatta sentire amata in modo puro… mi mancava da morire. Gli risposi: “Vieni da me stasera alle 19:30. Come sempre”.
Arrivò puntuale, bagnato dalla pioggia, capelli appiccicati alla fronte, occhi lucidi. Appena chiuse la porta mi abbracciò forte, senza dire nulla. Ci baciammo subito, un bacio lento, profondo, pieno di tutto ciò che avevamo lasciato in sospeso. Non c’era fretta, non c’era rabbia. Solo amore. Lo spogliai con calma, baciando ogni centimetro di pelle che scoprivo: il collo, il petto, il pancino piatto, le cosce. Lui mi spogliò a sua volta, mani tremanti ma sicure, sussurrando “sei bellissima… mi sei mancata tanto”. Ci sdraiammo nudi sul letto, corpi che si cercavano con dolcezza infinita. Lui mi baciò ovunque: i capezzoli, il pancino morbido, l’interno delle cosce. Quando arrivò tra le mie gambe, mi leccò con una devozione che mi fece piangere: lingua lenta sul clitoride, dita che entravano piano, facendomi venire squirting sulle sue labbra. “Ti amo,” sussurrò tra un gemito e l’altro. Poi salì sopra di me, entrò piano, spinte lente e profonde, occhi nei miei. “Non voglio perderti,” disse mentre spingeva. Venni di nuovo, stringendolo forte dentro di me, lacrime che si mescolavano ai baci. Lui venne dentro, caldo, abbondante, tremando tra le mie braccia. Restammo abbracciati per ore, baci lenti, carezze leggere, sussurri d’amore che sapevano di addio. “È stata l’ultima volta,” dissi piano. Lui annuì, piangendo in silenzio. Se ne andò con un ultimo bacio sulla fronte. Non lo dissi mai a Marco.
L’ultima sera a Palermo, pochi giorni prima della partenza, fui io a scrivergli.
Elena (18:30): Nino… domani parto. Ho bisogno di vederti un’ultima volta. Vieni da me alle 19:30? Solo noi due.
Lui rispose subito: “Sì… arrivo”.
Arrivò puntuale, ma stavolta era diverso: occhi scuri, mascella tesa, una rabbia trattenuta che non gli avevo mai visto. Appena chiuse la porta mi spinse contro il muro, mi baciò con violenza, lingua che invadeva la mia bocca, mani che mi stringevano i fianchi con forza. “Non riesco a lasciarti andare,” ringhiò. Mi strappò i vestiti, mi portò sul letto quasi trascinandomi. Mi mise a quattro zampe, mi penetrò vaginale con un affondo secco, spinte dure, profonde, quasi punitive. Io gemetti di dolore e piacere, venendo quasi subito, squirting sulle lenzuola. Lui non si fermò: mi girò, mi prese la gola con una mano, mi scopò in bocca, spingendo fino a farmi lacrimare. Poi mi girò di nuovo, mi penetrò anale senza preavviso, lento ma deciso, spinte sempre più violente. “Sei mia… almeno per stasera,” grugnì. Venni di nuovo, forte, disperata, mentre lui esplodeva dentro il mio culo, getti caldi che mi riempirono. Dopo, crollò su di me, piangendo, abbracciandomi forte. “Scusa… non volevo farti male,” sussurrò. “Ma non riesco a perderti.”
Restammo abbracciati, corpi sudati, lacrime che si mescolavano. Lui mi baciò piano, carezze leggere, sussurri d’amore che sapevano di addio definitivo. “Vai da lui,” disse alla fine. “Sii felice.” Se ne andò senza voltarsi indietro. Io rimasi lì, sola, con il corpo dolorante e il cuore spezzato. Non lo dissi mai a Marco.
Con Concetta gli incontri divennero settimanali, quasi rituali. A volte era solo sesso selvaggio nel monolocale, altre volte uscivamo. La sera più memorabile fu un venerdì di metà marzo. Andammo in un locale elegante del centro, bevemmo, ballammo, ci baciammo in pista. Poi, un po’ brille, finimmo in un bar un po’ losco vicino al porto, uno di quei posti dove la luce è bassa e gli sguardi pesano. Due ragazzi nigeriani alti, muscolosi, sui 25-28 anni, ci notarono subito. Parlavano un italiano stentato, con accento pesante, frasi spezzate ma chiare: “Belle… venite con noi… divertire tanto”. C’era una nota di comando nella voce, non violenza vera, ma una forza che non ammetteva rifiuti. Concetta mi guardò, occhi brillanti di eccitazione e paura. Io annuii.
Ci portarono in un appartamento spoglio poco lontano, in un palazzo vecchio vicino al porto. Appena entrati la porta si chiuse e l’atmosfera cambiò. Dentro c’erano altri sei ragazzi nigeriani, tutti sulla stessa linea d’età, corpi scolpiti, sguardi affamati. Otto in totale. L’aria era densa di fumo e sudore. Ci guardarono come prede. Uno dei primi due disse qualcosa in una lingua africana agli altri, rise, poi si rivolse a noi: “Spogliate… ora”.
La paura mi colpì come un pugno nello stomaco. Otto uomini contro due donne. Otto corpi enormi, cazzi già duri, occhi che ci divoravano. Per un attimo pensai di scappare, ma la porta era chiusa, e loro erano lì, in mezzo alla stanza, bloccando ogni via. Non c’era scampo. Il cuore mi martellava nel petto, le gambe tremavano. Mi maledissi in silenzio: “Perché? Perché la mia perenne voglia di abbandonarmi ai piaceri della carne mi fa sempre cadere in queste situazioni? Perché non riesco a dire di no quando il desiderio mi chiama?”. Concetta mi strinse la mano, ma anche lei era spaventata. Eppure, sotto la paura, c’era quell’eccitazione malata che mi tradiva sempre.
Ci spogliarono con mani forti, senza violenza ma senza troppi complimenti. Mi misero in ginocchio, uno mi infilò il cazzo grosso e nero in bocca mentre l’altro faceva lo stesso con Concetta. Ci scoparono la gola con ritmo profondo, tenendoci per i capelli, facendoci lacrimare. Gli altri sei si avvicinavano, si masturbavano guardando, ridendo. Poi ci misero sul letto a quattro zampe, una accanto all’altra. Mi presero anale e vaginale contemporaneamente, alternandosi, con spinte potenti, quasi brutali. Concetta urlava di piacere e dolore, io venivo squirting continuo, bagnando le lenzuola. Gli altri sei si unirono ai giochi: uno mi infilò il cazzo in bocca mentre venivo scopata dietro, un altro si fece succhiare da Concetta mentre la scopavano in fica. Poi arrivò il momento più intenso: triple penetrazione per entrambe. Mi misero al centro del letto, uno sotto di me che mi scopava in fica, un altro dietro che mi prendeva anale, e il terzo in bocca, spingendo fino in gola. Concetta era accanto a me, nella stessa posizione, tre cazzi che la riempivano completamente. Gli altri cinque ci circondavano, masturbandosi, venendo sulle nostre schiene, sui seni, in faccia. Io venivo di nuovo e di nuovo, squirting che bagnava il letto, il corpo di Concetta, i loro cazzi. Urlavo intorno al cazzo in bocca, lacrime di piacere e paura. Concetta gridava “ancora… ancora…”, persa nel piacere. Otto uomini ci scoparono per ore, cambiando posizioni, riempiendoci di sperma caldo e denso in ogni buco, schizzi che colavano ovunque. Alla fine lo apprezzammo entrambe da morire: un piacere totale, abbandono completo, corpi esausti ma appagati. Uscimmo da lì con le gambe molli, il corpo segnato da lividi e sperma, ridendo come due complici ubriache. “È stato… pazzesco,” disse Concetta in taxi. “Ma non dirlo a nessuno.”
Franco divenne sempre più esigente e rischioso. I report si trasformarono in veri e propri rituali di depravazione. L’ultimo giorno di lavoro, il suo addio fu l’apice. Mi convocò alle 18:00, porta chiusa ma non a chiave. Mi fece spogliare completamente, mi legò i polsi alla sedia con la sua cravatta, mi scopò anale per quasi un’ora, alternando spinte violente a momenti lenti e profondi. Mi fece leccare il suo culo mentre mi scopava con un dildo enorme, mi obbligò a tenere il plug tutto il tempo, mi venne in bocca, in fica e di nuovo in culo, riempiendomi fino a far colare il seme lungo le cosce. Alla fine si sistemò la cravatta, mi guardò con un sorriso stanco ma sincero, e disse: “Elena… grazie. Grazie per l’ottimo lavoro fatto, per la collaborazione che ha portato al successo del progetto, per essere stata una collaboratrice perfetta. Hai dato il massimo, in ufficio e… fuori. Non lo dimenticherò mai”. Mi diede un ultimo bacio rude sulla fronte, poi mi lasciò andare.
Il lunedì successivo chiusi ufficialmente l’incarico. Presi un taxi per l’aeroporto di Palermo. Mentre aspettavo il volo per il nord, seduta al gate con la valigia accanto, guardai fuori dalla vetrata il sole che tramontava sulla città.
Palermo mi aveva regalato tutto. Mi aveva spogliata delle mie insicurezze, mi aveva fatta sentire desiderata, amata, usata, posseduta. Mi aveva dato Franco, la sua brutalità che mi aveva insegnato a godere della sottomissione; Concetta, la passione lesbo che mi aveva fatto scoprire un lato di me che non conoscevo; Nino, l’amore dolce e proibito che mi aveva fatto tremare il cuore come una ragazzina. Mi aveva lasciato segni sul corpo: il culo ancora leggermente dilatato dal plug che avevo tolto solo poche ore prima, le cosce segnate da lividi leggeri, la gola che ancora conservava il ricordo delle spinte profonde. Ma soprattutto mi aveva lasciato segni nell’anima: una consapevolezza nuova di quanto potessi essere sporca e allo stesso tempo innamorata, di quanto potessi amare più uomini in modi diversi senza mai smettere di essere me stessa.
Guardai l’anello al dito, quello che Marco mi aveva dato prima di ripartire. Lui era già a casa ad aspettarmi. Sapeva di Franco, sapeva di Concetta, sapeva di Nino (tranne le ultime due ricadute). Era il mio porto sicuro, l’unico che mi capiva davvero.
L’altoparlante annunciò l’imbarco. Mi alzai, presi la valigia e mi diressi verso il gate.
Palermo mi aveva cambiata per sempre.
E io, con il cuore pieno di tutto ciò che era stato, stavo tornando a casa.
scritto il
2026-03-02
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